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Letteratura straniera

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New York, anni cinquanta. Dopo la pubblicazione di un romanzo mendace e offensivo sulla sua vita, il ricchissimo finanziere Andrew Bevel, diventato milionario dopo alcune speculazioni seguite al crollo in Borsa del ’29, assume la giovane Ida Partenza, figlia di un anarchico italiano, perché lo aiuti a scrivere un’autobiografia in grado di raccontare finalmente la verità sui suoi successi e sulla sua defunta moglie, Mildred. Ida intuisce presto che nemmeno dalla sua penna, strettamente controllata dal committente, uscirà il ritratto fedele di una donna complessa la cui reale personalità continua a sfuggirle, e la morte improvvisa di Bevel la costringe infine a lasciare incompleto il lavoro. Soltanto trent’anni dopo ha la possibilità di accedere agli archivi della Fondazione Bevel, dove trova finalmente il diario di Mildred, prezioso tassello mancante all’enigma che ha lasciato nella sua vita un’impronta indelebile. Quattro testi, quattro generi letterari, quattro voci, quattro punti di vista compongono un raffinato gioco di specchi in cui dietro le scelte di un leggendario uomo d’affari americano si intravede la figura polimorfa e affascinante di una moglie, artefice misconosciuta della sua fortuna.



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Trust 2023-08-06 10:32:35 Chiara77
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Chiara77 Opinione inserita da Chiara77    06 Agosto, 2023
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Esercizio di stile

Quando ho comprato, qualche settimana fa, “Trust”, di Hernan Diaz, la libraia mi ha assicurato che si trattava di uno dei libri più belli e coinvolgenti degli ultimi tempi. Inoltre, il romanzo ha vinto il premio Pulitzer per la narrativa nel 2023, così mi sono avvicinata alla lettura con aspettative molto alte e piena di speranze di appagamento intellettuale.

In effetti, dopo aver finito di leggere l’ultima pagina, non posso dire che questo non sia un buon romanzo, ben costruito e che cerca espressamente l’attenzione e l’approvazione del lettore più smaliziato e intelligente. Tuttavia, nel mio caso, non è scattata quella scintilla che permette di affermare di aver amato quel libro. È rimasta una lettura fredda, che non mi ha coinvolta.

L’autore gioca deliberatamente con il concetto di finzione e realtà che appartiene in modo intrinseco al concetto di narrativa. Quando il lettore legge un romanzo sa che sta leggendo qualcosa di non vero, di inventato; tuttavia sceglie di dar fiducia a chi racconta quella storia e la legge come se fosse vera; anzi, deve credere alla storia perché quest’ultima possa diventare veramente sua e dare un contributo alla sua vita reale. Fra autore e lettore quindi esiste un patto di fiducia che dà vita alla Letteratura. Diaz ha voluto porre l’accento su questo aspetto e farci notare quanto la narrazione sia sempre costruita in bilico tra realtà e finzione. Ha così dato vita a un romanzo che è formato da quattro voci diverse che raccontano la stessa storia.

Anni Cinquanta, New York. Harold Vanner pubblica un romanzo, “Fortune”, in cui racconta le esperienze biografiche, la fortuna e l’ambiguo rapporto con la moglie di un ricchissimo finanziere. La vita dell’uomo rivela luci e molte ombre, diversi punti oscuri che riguardano in particolare il suo eccessivo e per questo giudicato molto dubbio, arricchimento, e la relazione con la moglie, terminata con la prematura morte di lei. I fatti narrati si riferiscono agli anni Venti e Trenta del Novecento. Successivamente Diaz, senza dare molte spiegazioni e quindi provocando un iniziale straniamento nel lettore, riporta anche il punto di vista del ricco finanziere, filtrato dalla voce della sua segretaria, Ida Partenza, incaricata di scrivere la sua reale biografia; e il punto di vista della moglie, filtrato nella scrittura di un diario personale.

Sicuramente si tratta di un buon libro, costruito in modo intelligente. Ciò che non mi ha convinto è stato lo stile. Ho trovato tutte e quattro le narrazioni, pur molto diverse fra loro e in alcuni casi volutamente piatte e particolari, poco coinvolgenti. La vicenda ne è uscita monotona e incolore. Il primo testo, “Fortune”, è stato paragonato nello stile ai romanzi di Edith Wharton o di Henry James, ebbene, non sono per niente d’accordo. Non mi sembra una scrittura nemmeno lontanamente simile. Ed anche gli altri racconti mi sono sembrati troppo meccanici e quindi pochissimo coinvolgenti. L’autore si è molto preoccupato di rendere i diversi punti di vista e di creare stili di scrittura diversi e c’è riuscito perfettamente, ma a scapito dell’anima del testo, che, a mio avviso, non c’è.

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