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Tutto potrebbe andare molto peggio
 
Tutto potrebbe andare molto peggio 2015-07-02 14:11:43 Maso
Voto medio 
 
2.5
Stile 
 
2.0
Contenuto 
 
2.0
Piacevolezza 
 
3.0
Maso Opinione inserita da Maso    02 Luglio, 2015
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Giusto per essere Frank

Il primo baluginare lo si sussurra, ma poi lo si scavalca. Perché dapprincipio pongo un quesito che dovrebbe arrivare ultimo, ma in quel caso acquisirebbe la rilevanza della chiosa e tutto sarebbe falsato.
Parlare di mediocrità denota mediocrità? L’approfondimento di ciò che è mediocre può risultare tratto sintomatico di una mediocrità in fieri? E’ una domanda sostanzialmente idiota, lo è senza ombra di dubbio. È una domanda che sarebbe ancora più idiota se la mia idea fosse di porre me stesso nel ruolo di soggetto parlante. Ma non è di me che mi preoccupo, non della mia ipotetica, consequenziale, ragionevolmente plausibile mediocrità. Di questo, in questo frangente, credo mi sia felicemente concesso il disinteressamento. Mi dichiaro parlante solo nella misura in cui parlo di chi parla, ed è a questo secondo “chi” che intendo dedicare un ragionamento che parte dalla domanda suddetta, in un moto rettilineo che, come spero, possa svincolarlo di almeno una parte di quella irrazionalità che è causa prima dell’instabilità logica della domanda.
Ancora, scrivere di qualunquismo non significa naturalmente essere qualunquisti. Se il pensiero umano fosse tanto rudimentale da basarsi su così erronee giustapposizioni ci troveremmo ad un grado evolutivo certamente minore rispetto a quello raggiunto, perciò taglio dapprincipio determinate radici che non devono attecchire, su nessun terreno. Interessante, però, il coincidere della tematica con i mezzi con cui questa è stata espressa. La mia personalissima opinione a proposito di questo nuovo romanzo di Richard Ford parte proprio da questo convergere di due mediocrità, che danno come unico risultato una fioritura massimamente pleonastica in cui il flusso di pensiero dell’everyman è narrato tramite il flusso linguistico dell’everywriter. Everyman è una bellissima parola che viene usata nella quarta di copertina del volume italiano di questo romanzo, una parola che trovo di grande efficacia perché carica di un portato più ampio rispetto alla locuzione italiana “uomo comune”. Come nella piena tradizione lessicale tedesca, luogo in cui si agglutinano più parole a formare monumentali catene di significati interconnessi, “everyman” racconta esattamente la condizione di inaggirabile anonimato propria della persona qualunque. Racconta il ridimensionamento in senso generale di quei traguardi contestuali e personali che sembrano grandi agli occhi di chi li ha perseguiti e raggiunti. È un termine-livella che appiana tutti quei picchi che ognuno crede di aver raggiunto per potersi poi permettere uno sguardo soddisfatto al di sopra della piana, al di sopra (anche se poco) dell’”every”. Frank Bascombe, il nostro uomo qualunque, forse nemmeno li ha scalati fino in vetta quei picchi vitali. Forse ha toccato qualche acme professionale in quanto rinomatissimo agente immobiliare della West Coast, forse ha sfiorato il benessere. Ma il benessere non è necessariamente sintomo di distinzione. Forse Frank Bascombe, odierno settantenne domatore di noia, prostata e dolori cervicali, plurisposato e disilluso, forse è veramente il paradigma più convincente del qualunquismo e dell’omologazione civica. E va tutto bene, vanno bene le letture al programma per non vedenti nella stazione radio locale, vanno bene i carotaggi farraginosi che mostrano spaccati di vita trascorsa senza spiegarla, va bene la prima moglie col Parkinson che si dà al feng shui con le fiammanti scarpe da ginnastica arancioni. Tutto può rientrare nel dilettevole giuoco del “metti-nel-calderone-l’omologazione”, a patto, però, che questo venga appropriatamente bilanciato da un contraltare narrativo sufficientemente degno e operativamente solido. Senza pepe nel lessico il romanzo cola a picco come la Doria. Raccontare la mediocrità - e qua ritorno alle premesse - con parole mediocri, a parer mio, è la più esatta e tautologica delle ricette votate al fallimento. Richard Ford, per quel che ho letto, ha bisogno di una trama forte, ben calibrata e col vento in poppa. Solo con questa condizione mi sembra che il risultato possa risultare apprezzabile. Per raccontare la noia bisogna saperla evitare mentre la si racconta e, Pulitzer più Pulitzer meno, c’è chi lo sa fare e c’è chi si limita a provarci. Non ho la minima intenzione nemmeno di mettermi a ragionare su quali siano i possibili scrittori che con una trama e delle premesse contenutistiche tali potessero far di meglio. Sono sicuro che ce ne siano ma mi sembra, questo, un badalucco troppo scorretto e troppo poco edificante.
Sono certo fin d’ora, prima di giungere a conclusione, che non avrò una vera e propria risposta, forse nemmeno una farlocca, da porre alla fine per rispondere allo stupido quesito del principio. Perché qualora decidessi per un’etichettatura specifica (MEDIOCRE), questa sarebbe una risultante tanto personale quanto poco verificabile in un contesto generale. È probabile, in realtà, che raccontare la mediocrità sia una pratica altamente selettiva e discriminatoria: o lo si sa fare in modo eccellente, e dunque ci si veste di allori, o non si è in grado, e allora l’occasione di tacere è ormai perduta.
Ciò che mi appare chiaro, in tutta onestà, è il fatto che l’unico indicatore che mi mette in contatto con uno dei possibili versanti di gradimento, è anche quello che, di tanto in tanto, durante la lettura, faceva affiorare alla mia coscienza un’altra insidiosa domanda, forse più rivelatrice e spietata della prima: “E quindi?”. E quindi? Cosa?
Non è certo un buon segno, non lo è, per lo meno, per la considerazione che ho di questo romanzo “tardo”. Tardo in quanto prodotto in tarda età, una medesima tarda età che lo scrittore condivide con il suo personaggio. Non so cos’altro li leghi, mi auguro non il cinismo di bassa lega che trasuda dai discorsi di Frank Bascombe. Incapace di relazionarsi senza una falsità di fondo che farebbe stramazzare Pirandello, Frank e le sue manierate teorie da mancato intellettuale sono lo sciapo coronamento di ciò che, in realtà, sarebbe potuto andare molto meglio.


P.S. Un grande peccato davvero per il gioco di parole del titolo originale. Si porti un cordiale ai traduttori, serve un po' di allegria ogni tanto.

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Commenti

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E io che l'avevo appena messo nel carrello! Lo vado a togliere.
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Maso
02 Luglio, 2015
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Ma no! Non sia mai! Molto più prezioso un (ipotetico) "non mi è piaciuto" che un "non l'ho letto". ;-)
Ciao. Bentornato. E' sempre interessante leggerti.
In risposta ad un precedente commento
Mario Inisi
02 Luglio, 2015
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Mi fido. E' arrivato secondo al Pulitzer e anche sul vincitore ho visto in giro (non su Q) recensioni opposte. Diverse 1 stella.
4 risultati - visualizzati 1 - 4

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