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L'Avversario
 
L'Avversario 2017-03-05 21:03:19 catcarlo
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3.5
Stile 
 
4.0
Contenuto 
 
4.0
Piacevolezza 
 
3.0
catcarlo Opinione inserita da catcarlo    05 Marzo, 2017
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L'orrore della porta accanto

Colpito da una vicenda che varca di parecchio i confini comunemente intesi dell’incredibile, Carrère abbandona i lavori di pura fiction per addentrarsi in una dimensione e in una psicologia tanto all’apparenza banali quanto terribili nel loro lato più nascosto. Lo scrittore si mette in scena all’inizio e alla fine, un po’ perché è narciso e in gran parte perché ritiene necessario rendere manifesto il rapporto che lo lega a ciò che narra e, soprattutto, a colui di cui narra: i dubbi dei primi tempi, la corrispondenza scambiata con l’assassino, la volontà di guardare nell’abisso per cercare in qualche modo di capire portano il ‘personaggio’ Carrère ad avere un notevole peso nel libro, a differenza, ad esempio, dell’oggettività cercata da Truman Capote in ‘A sangue freddo’. All’improvviso, a metà degli anni Novanta, Jean-Claude Romand stermina la famiglia prima di prendere la macchina e andare a uccidere i genitori: gesti inspiegabili che pochi controlli di polizia rendono subito più plausibili, visto che si scopre che egli ha mentito per tutta la vita (niente laurea in medicina, niente lavoro all’OMS di Ginevra) ed è vissuto sui soldi che i parenti incautamente gli affidano per investirli in Svizzera. Un gruzzolo ormai agli sgoccioli, anche perché drenato dalle costose spese per l’amante (non per colpa dell’amante): senza vie di fuga, Romand decide di cancellare la sua vita per ricostruirsene una in carcere in quella che si configura come un’altra fra le stranezze che lo accompagnano. L’autore indaga la vita dell’omicida sin dall’infanzia di timido bravo ragazzo che produce un giovane uomo, senza qualità e non troppo gradevole, disposto a qualsiasi cosa per venir accettato: nasce e si sviluppa così il bugiardo seriale, capace di edificare sul proprio vuoto interiore una posizione, alcune amicizie sincere e persino una famiglia a cui vuole davvero bene. E’ un lento crescendo segnato da una particolare attenzione per quelle giornate vuote in cui Jean-Claude finge di recarsi a lavorare e invece passeggia solitario nei boschi dei Grigioni oppure sta a fissare un lago di montagna dalla macchina: infine la situazione precipita, accelerata verso l’inevitabile dal rapporto extraconiugale, culminando nell’incalzante rielaborazione degli ultimi giorni (che, peraltro, per il protagonista mantengono il ritmo banale dell’intera sua esistenza). Lo scritto è basato sulla ricostruzione del passato di Romand, sulle testimonianze di amici e conoscenti nonché sul processo che Carrère segue fra il pubblico dall’inizio alla fine: la sua bravura nel coinvolgere il lettore, grazie a una lingua elegante e a un brillante dosaggio dei tempi narrativi uniti a scarti emotivi di notevole impatto, non viene mai messa in dubbio, facendo scorrere le pagine malgrado le tematiche siano quanto di più ostico si possa pensare. A dir il vero, di tanto in tanto sorge il sospetto che l’autore tenda a preferire i colpi a effetto, ma non è questo che spiega l’evidente disagio che coglie una volta finito il volume: si ha viceversa l’impressione che sia fondata l’accusa di una giornalista citata nel libro, ovvero che il manipolatore Romand abbia in qualche modo toccato anche lui come già aveva fatto con gli amici o la famiglia (parliamo di uno che per anni è riuscito a non farsi chiamare nell’ufficio che non aveva, ed è solo un esempio) e poi, una volta in carcere, con molte delle persone che entrano in contatto con lui. Non sapremo mai se dentro alla mente di Jean-Claude ci sia un avversario come mister Hyde oppure la normalità apparente sia solo l’ennesima finzione: è certo invece che, riguardando le sue azioni in retrospettiva e con lucidità, la sua capacità di convincere (irretire) il prossimo fa davvero paura.

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