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Con gli occhi del nemico di David Grossman, edito da Mondadori. Di seguito la scheda di presentazione dell'editore. Cosa può fare uno scrittore per aiutare il proprio paese a ritrovare la pace? David Grossman ha una risposta, semplice e profonda come tutte le grandi verità: scrivere, raccontare, creare storie e personaggi in grado di far entrare i lettori nella pelle di un altro, farli pensare con la testa di un altro, far loro guardare la realtà con gli occhi di un altro. Anche se l'altro è un nemico. «Quando abbiamo conosciuto l'altro dall'interno, da quel momento non possiamo più essere completamente indifferenti a lui. Ci risulterà difficile rinnegarlo del tutto. Fare come se fosse una "non persona". Non potremo più rifuggire dalla sua sofferenza, dalla sua ragione, dalla sua storia. E forse diventeremo anche più indulgenti con i suoi errori.» I milioni di lettori di Grossman sanno che è possibile, per un personaggio inventato, diventare - come per miracolo - una persona vera, viva e intimamente familiare: un miracolo che solo la letteratura può compiere, e che incanta gli uomini da sempre. Ma che è anche un dono prezioso per chi vive in un paese in guerra, un dono capace di accendere una speranza e indicare una via di uscita dal tragico labirinto del conflitto tra israeliani e palestinesi. Scrivere diventa, allora, un mezzo per rendere il mondo meno estraneo e nemico, il dolore meno paralizzante e insopportabile, il linguaggio meno povero e fossilizzato dagli stereotipi dell'odio e della paura. Nei quattro brevi saggi che formano questo volume, due inediti e due apparsi come interventi sui maggiori quotidiani italiani, si legge una testimonianza di lancinante bellezza sul valore della letteratura e, insieme, una amara riflessione sulla situazione israeliana: nella tragedia concreta e attuale di due popoli in guerra, lo specchio delle difficoltà, che sono di ogni uomo e di ogni epoca, di trovare la via del dialogo, delal comprensione, della pace.



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Con gli occhi del nemico 2012-12-02 16:44:29 antonelladimartino
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antonelladimartino Opinione inserita da antonelladimartino    02 Dicembre, 2012
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La vita come morte latente

«Da che parte stai, Israele o Palestina?» Sì, mi hanno posto la domanda. Secondo me, non ha senso. Io sto dalla parte di coloro che vogliono la pace. Non vedo alternative.
Questa breve introduzione non mi sembra fuori tema per introdurre questa raccolta di saggi, scritta dall’ottima penna di David Grossman.
“Hegel ha detto che sono i malvagi a fare la storia. A me sembra che in Medio Oriente conosciamo bene il rovescio di questa medaglia, e cioè che una certa storia può rendere malvagi”.

L’autore affronta diversi argomenti, che ci portano a riflettere su Israele e sulla guerra: il suo lavoro, della sua famiglia, del suo paese, il suo popolo, la storia; tutto riconduce all’ossessione di una pace che sfugge. Le riflessioni sono scritte con passione, ma non per questo difettano in lucidità: ci raccontano gli effetti deleteri di una storia fatta di guerre e persecuzioni; esaminano le deformazioni devastanti prodotte dalla paura, che incatenano e generano odio e schiavitù; esplorano le possibilità e gli orizzonti di un futuro senza guerra.

L’autore analizza le cause e i sintomi della malattia che ha cambiato i fondamenti etici e culturali del suo popolo, che dopo millenni di esilio e di esistenza inerme ha preso le armi e non ha più smesso di usarle. Il lungo conflitto, i confini sempre instabili dello Stato, la paura, l’odio e il senso di colpa hanno impoverito e svuotato di senso la vita, ma anche la morte.
“La consapevolezza dell’insostenibile leggerezza della morte, la cui più mesta espressione ho sentito una volta in un’intervista a una coppia di israeliani alla vigilia del matrimonio. Alla coppia fu chiesto quanti figli avrebbero desiderato, e la giovane, dolce sposina rispose prontamente che ne avrebbero voluto tre - perché, se uno viene ucciso in guerra, ce ne restano altri due.”

Un presente funestato da una guerra infinita, un passato di esilio e di persecuzione, un futuro immutabile: non è più una vita, ma una “morte latente”, come la definisce l’autore. In questa condizione priva di continuità, cambiare prospettiva è la chiave per immaginare un futuro migliore: è necessario guardare il mondo con gli occhi del nemico, proprio perché la pace sembra un obiettivo irraggiungibile.
“Non credo che un cambiamento drastico possa avvenire in tempi brevi, ma se anche ciò dovesse verificarsi nel giro di una o due generazioni, potrebbe contribuire a sanare la deformazione che ha portato Israele lontano dal suo stesso ethos.”

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