Lo straniero Lo straniero

Lo straniero

Letteratura straniera

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Protagonista è Meursault, un modesto impiegato che vive ad Algeri in uno stato di indifferenza, di estraneità a se stesso e al mondo. Un giorno, dopo un litigio, inesplicabilmente Meursault uccide un arabo. Viene arrestato e si consegna, del tutto impassibile, alle inevitabili conseguenze del fatto – il processo e la condanna a morte – senza cercare giustificazioni, difese o menzogne.

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Lo straniero 2019-11-04 17:09:43 Laura V.
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Laura V. Opinione inserita da Laura V.    04 Novembre, 2019
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La tendre indifférence du monde

“Aujourd’hui, maman est morte. Ou peut-être hier, je ne sais pas. J’ai reçu un télégramme de l’asile : « Mère décédée. Enterrement demain. Sentiments distingués. » Cela ne veut rien dire. C’était peut-être hier.”

Uno degli incipit più celebri della letteratura del Novecento, questo con il quale prende avvio “L'étranger” del Premio Nobel Albert Camus. Pubblicato nel 1942, il romanzo è interamente ambientato in Algeria, terra natale dell'autore, la cui penna, non a caso, offre un ritratto semplice e perfetto della società coloniale francese dell'epoca nell'Africa mediterranea. Meursault, il protagonista, ne è parte, trascinando una vita anonima, stanca, povera di sentimenti ed emozioni; tutto ciò che sente è soltanto stanchezza, noia, fastidio. Nemmeno la morte della madre, ricoverata in un ospizio, riesce a scalfire la sua apatia; nemmeno l'omicidio di cui in seguito, sulla spiaggia, si rende colpevole e che finisce per segnare fatalmente la sua sorte.
Attraverso una prosa semplice e scarna, a tratti minuziosa e dal ritmo piuttosto lento, ma carica di vera potenza drammatica, Camus narra la vicenda di un piccolo impiegato di Algeri, un uomo qualunque che, senza ambizioni né passioni, sembra incarnare la più assurda rassegnazione all'indifferenza del mondo e a un destino a cui è sufficiente soltanto un istante di sole abbagliante per negare una minima possibilità di salvezza. “[...] c'était à cause du soleil”, si limita a giustificarsi maldestramente Meursault durante il processo, dove ben presto apparirà sotto accusa più per il fatto di aver seppellito l'anziana madre senza versare una lacrima che per quello di aver ucciso un uomo “par hasard”, per caso. Particolarmente intense risultano le pagine in cui la voce narrante dello stesso protagonista si perde negli infiniti rivoli dei propri pensieri, rischiarati spesso dalla luce delle stelle che filtra nella solitudine della cella, mentre i giorni, le settimane, i mesi scivolano impietosi verso un tragico, inevitabile epilogo che solo per un attimo, in occasione dell'incontro forzato con il prete, lo scuoterà dalla sua cronica apatia.

“Ainsi, avec les heures de sommeil, les souvenirs, la lecture de mon fait divers et l'alternance de la lumière et de l'ombre, le temps a passé. J'avais bien lu qu'on finissait par perdre la notion du temps en prison. Mais cela n'avait pas beaucoup de sens pour moi. Je n'avais pas compris à quel point les jours pouvaient être à la fois longs et courts. Longs à vivre sans doute, mais tellement distendus qu'ils finissaient par déborder les uns sur les autres. Ils y perdaient leur nom. Les mots hier ou demain étaient les seuls qui gardaient un sens pour moi.
Lorsqu'un jour, le gardien m'a dit que j'étais là depuis cinq mois, je l'ai cru, mais je ne l'ai pas compris. Pour moi, c'était sans cesse le même jour qui déferlait dans ma cellule et la même tâche que je poursuivais. […] Le jour finissait et c'était l'heure dont je ne veux pas parler, l'heure sans nom, où les bruits du soir montaient de tous les étages de la prison dans un cortège de silence. […] Non, il n'y avait pas d'issue et personne ne peut imaginer ce que sont les soirs dans les prisons.”

Un grandissimo romanzo dal quale, nel 1967, il regista Luchino Visconti trasse un film dall'omonimo titolo e molto fedele al testo, con un impareggiabile Marcello Mastroianni nel ruolo di Meursault ( https://www.youtube.com/watch?v=OkjGt... ). Pur nella sua drammaticità, una bellissima lettura che, a chi può, consiglio in lingua originale: il francese di Camus si rivela fin da subito molto scorrevole e per niente complicato, accessibile anche a chi ne abbia una conoscenza meramente scolastica.

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Lo straniero 2019-11-02 10:03:14 David B
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David B Opinione inserita da David B    02 Novembre, 2019
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Diagnosi di una domanda

‘E se Camus avesse voluto lasciarci indifferenti alla conclusione di questo racconto?’
La domanda mi è venuta spontanea mentre mi interrogavo sulle ragioni per cui non ho trovato entusiasmante nè sorprendente la lettura de “Lo Straniero” di un maestro del filone esistenziale come Camus al punto di guadagnarsi il Nobel per la letteratura nel 1957. Un interrogativo buttato lì un po’ come battuta ha preso forza in breve tempo fino a rendersi il passe-partout per la comprensione di questo libro. Almeno per quanto mi riguarda.

In fondo per Mersault, e forse per lo stesso Camus, siamo tutti estranei. Per questo mondo. Ne deriva da questo sillogismo che nessuno è autoctono. Ma tutti sono stranieri o prigionieri, a seconda dei punti di vista. E il confine tra le due parole però è labile, evanescente e non solo perché entrambi arrecano con sé un’accezione etimologica negativa della loro parola (la desinenza infatti è la medesima), ma perché nella sua vita il nostro enigmatico protagonista sperimenta entrambe le situazioni per arrivare a dire che poco cambia se alla fine “tutti sanno che la vita non vale la pena di essere vissuta”.
Non importa se in carcere o fuori, alla fine straniero rimani. E allora dal momento che quella situazione di alienazione è impossibile da superare, è più importante riflettere non sulla vita, ma su se stessi. È più importante avere convinzioni che oggetti. È più importante essere “sicuro di tutto, sicuro della mia vita e della morte che mi aspetta” che sperare di morire in un luogo piuttosto che in un altro. E non importa se l’ingiustizia é stata decisiva nel deviare il corso normale della tua esistenza. Perchè “un giorno anche gli altri sarebbero stati condannati”. Insomma l’apatia morale ed esistenziale, nel vero senso della parola, di Mersault è proprio ciò che lo salva dalla disperazione, dalla abnegazione, dalla tristezza.
È proprio quell’essersi ritrovato senza bussola ed essersi convinto che sarebbe stato inutile costruirne una, in un mondo a cui si sente estraneo, che gli permette di poter affrontare ogni avversità con indifferenza, la quale -in quel dato momento in cui ognuno di noi avrebbe stracciato vesti, strappato capelli, usurato le corde vocali per urlare la propria estraneità ai fatti- diventa il moto interiore che lo fa apparire forte dinanzi a uno scorrere degli eventi sempre più catastrofico e drammatico. In fondo, come fa a rivendicare la propria estraneità a degli eventi successi nella sua vita quando, per lui, è la vita stessa ad essere estranea? È assurdo. E allora diventa assurda anche la nostra posizione -a me personalmente non è capitato ma ad altri, più comprensibilmente, sì- dove pretendiamo che il signor Mersault si faccia valere.

Non so come giudicare questo libro, eppure credo di aver intercettato il messaggio che vuole lasciarci. E ho provato a raccontarvelo. Ma è un messaggio davvero così originale e dirompente? E la storia è davvero così intrigante? Me lo chiedo. E ve lo chiedo. Torno alla prima domanda perché io sono rimasto indifferente alla lettura di questo libro sospeso in un limbo tra approvazione o rifiuto perché ‘qualcosa di già visto, già conosciuto’.
Se non altro ha avuto il merito di pormi ancora una volta un interrogativo che considero dirimente per darmi poi una risposta, rafforzandola, che considero decisiva: ha senso allora vivere la propria esistenza (che sia unica o sia terrena è a vostra discrezione) con questo distacco interiore così forte da poter sopportare ogni avversità, ma allo stesso tempo da non poter provare le emozioni più belle (e anche più brutte) con cui potresti venire a conoscenza? Perché in fondo potrebbe capitare anche a noi di trovarci in un buco nero in cui la via d’uscita non sembra esserci. E, sono certo, che se mi capiterà invidierò la certezza nichilista di cui Mersault si nutre per farvi fronte.

Eppure, e qui vengo alla mia risposta, sono convinto che non è giusto privarci dell’allegria sfrenata, della soddisfazione contagiosa, dell’amore multiforme. Non è neanche giusto privarci della sofferenza, del dolore e della fatica perché è grazie a queste emozioni e sentimenti che nasce il nostro miglioramento come uomo e come donna. Nasce il progresso come individui. E allora se, dopo tutto questo, ti ritrovi al buio e non puoi accendere la luce saranno quei ricordi, quelle piccole vittorie sul dolore, quei grandi riscatti sulla sofferenza e disperazione a illuminare la tua mente e il tuo luogo. E non certo l’apatia per la vita. Perché sennò è un ‘vincere’ senza gusto, è un ‘vincere’ senza guadagno.

E allora sì che è assurdo.

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La metamorfosi, di Kafka.
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Lo straniero 2019-09-30 22:12:13 cristiano75
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cristiano75 Opinione inserita da cristiano75    01 Ottobre, 2019
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il grande Sole

La cosa che più mi ha colpito di questo romanzo è la descrizione minuziosamente perfetta che l'autore fa del sole, dell'enorme globo infocato che si determina alla vita dei personaggi.
Ovunque si ha la sensazione che questo incombente astro luminoso vada a sciogliere cose e persone, con il suo calore impossibile da sopportare.
Il sole come elemento decisivo per indirizzare il corso degli eventi. Il suo calore che deforma e attanaglia la mente dei protagonisti.
Pensandoci bene, chi non ha mai provato un senso di disagio, di rabbia, di di impotenza quando all'improvviso ci si trova sotto un sole incandescente, implacabile nel periodo estivo.
Durante la lettura, notavo come l'autore provi come una specie di piacere a far coincidere gli avvenimenti principali del racconto, con i momenti più caldi della giornata, quando dovrebbe regnare la quiete tra le persone rifugiate in casa, ma che invece è la miccia per far saltare in alto tutto il baraccone di ipocrisie, perbenismo e falsa tolleranza che legano i destini della gente.
Per il resto il libro è un geniale inno all'indifferenza, al sesso fatto senza affetto e trasporto. Tutto diviene routine, tutto è inutile, ogni sforzo è vano, poichè o per mano di un assassino, o per mano del destino, o per mano del tempo a tutti è riservato il grande buio finale.

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La nausea
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Lo straniero 2019-02-14 20:59:29 Martina248
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Martina248 Opinione inserita da Martina248    14 Febbraio, 2019
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"Mi aprivo alla tenera indifferenza del mondo"

Un libro a tratti difficile a leggersi, forse proprio perché difficile è vedere la realtà senza veli, come Mersault sa invece fare: una realtà incomprensibile, fatale, inspiegabile, ma essere uomo forse sta proprio nel riuscire a comprendere ed interiorizzare la totale indifferenza del mondo.
Mersault è un impiegato, apatico e dalle poche parole ma, più di questo, è un uomo che sa che la vita accade e basta, senza un perché. E senza un perché un giorno, Mersault uccide un arabo e da qui avrà inizio la sua inspiegabile fine.
Un libro illuminante! Suggerisco di leggere successivamente a "Lo straniero", "La peste", sempre di Camus che sviluppa e trova una risposta alla questione sorta ne "Lo straniero"

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La peste, Camus
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Lo straniero 2017-11-19 16:26:11 Erich28592
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Erich28592 Opinione inserita da Erich28592    19 Novembre, 2017
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O lo si ama, o lo si odia

Meursault vive la propria vita con assoluta indifferenza, abbandonandosi al flusso degli eventi: prende parte quasi forzatamente al funerale della madre (di cui non ricorda con esattezza neppure l’età), svolge le proprie mansioni lavorative con inerziale diligenza, vive quasi apaticamente la relazione con la fidanzata Marie, non prova rimorso neppure dopo aver ucciso un uomo su una spiaggia assolata; quest’ultimo episodio lo porterà, imputato di omicidio premeditato, a dover affrontare un processo in tribunale, nonché a (non) dare un senso alla propria esistenza.
L’apatia di Meursault è opportunamente sottolineata dalla penna di Camus, la cui prosa risulta volutamente piatta, quasi noiosa, almeno fino ad una ventina di pagine dalla fine del romanzo.
Il finale, appunto. Condannato alla ghigliottina, Meursault giunge alla conclusione che il modo in cui ha condotto la propria esistenza sia il più logico possibile: ogni essere umano è destinato a spegnersi nel giro di qualche decina d’anni, motivo per cui vivere intensamente, affannandosi per raggiungere qualsivoglia obiettivo sarebbe di fatto fatica sprecata.

Mi sento quasi in imbarazzo nel criticare uno scrittore dello spessore di Camus, ma questa lettura non è stata in grado di trasmettermi alcunché: mi ha lasciato -ironia della sorte- indifferente. Inoltre, l’idea stessa che tanto valga vivere nell’indifferenza, non avendo la nostra esistenza alcun senso (premessa già di per sé opinabile), è a mio parere sterile: qualora foste costretti ad affrontare un viaggio con persone diverse da quelle con cui avreste preferito affrontarlo, chiudereste aprioristicamente le porte ai bei momenti che quel viaggio potrebbe in ogni caso regalarvi, o provereste piuttosto, nonostante tutto, a vivere la miglior esperienza possibile?

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Lo straniero 2017-04-22 13:21:00 abby
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abby Opinione inserita da abby    22 Aprile, 2017
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L'apatia

Nella corrente esistenzialista, accanto a Sartre, Kafka e Dostoevskij, Camus è una figura decisamente di rilievo, che ha sviluppato un pensiero che merita di essere approfondito - una veloce ricerca sul web fornirà materiale sufficiente per delinearne le forme. Ogni libro va visto come un pezzo che contribuisce a delineare il punto di vista di Camus sulla vita. Lo Straniero affronta il problema dell’assurdo e di come ci si abitui a vivere senza farci caso.
Il libro è composto da due parti che sono completamente diverse come stile. Inizialmente si ha la sensazione che la stesura sia avvenuta in maniera oziosa, svogliata. Sembra che l’indifferenza che il protagonista nutre nei confronti della vita sia la stessa che lo scrittore riservi alla scrittura del libro.
Nella prima parte il protagonista vive la vita senza sottrarsi a nessuna attività ma senza alcun coinvolgimento emotivo. Non vive, lascia solo che le cose accadano. Camus lascia che Meursault descriva le sue giornate senza che commenti e senza dare al lettore la possibilità di entrare nel suo animo. Sembra quasi che si voglia indurre nel lettore, nei confronti del libro, la stessa emozione di noia che il protagonista nutre nei confronti dei fatti della vita.
Nella seconda parte tutto cambia. Inizia una presa di coscienza che aumenta gradualmente. Non si intravedono i sentimenti, ma i protagonisti iniziano ad esporre le proprie idee. Ora però Meursault viene privato della possibilità di scegliere, di decidere - anche se quando ne aveva facoltà non lo ha mai fatto - ed è costretto a vivere in base alle scelte degli altri.
In prigione prendono vita pensieri profondi che si schiantano contro le pareti umide della cella. Lui è un prigioniero perché lo è di fatto, ma soprattutto perché pensa da prigioniero e da prigioniero agisce.
Il concetto del tempo viene sfiorato in alcuni punti ed è assolutamente interessante. Ad esempio quando si è abituato al ritmo della vita in cella non esistono più settimane o mesi, ma solo l’oggi e il domani, due giorni uguali che si avvicendano. Interessante è anche la trama che realizza intrecciando il concetto di tempo e morte arrivando alla conclusione che, poiché siamo tutti destinati a morire, farlo a vent'anni o a novanta non fa alcuna differenza. Nulla sembra abbia senso per il protagonista finché non inizia a pensare alla ghigliottina. Quel macabro strumento, che sembra dia finalmente senso a tutto, appare affascinante e cinicamente risolutore. Sembra quasi si sia atteso per tutto il tempo un evento che ponesse fine a quell'avvicendarsi di giorni uguali, sovrapponibili l’un l’altro dall'alba al tramonto.

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Lo straniero 2017-02-24 16:24:44 Franco Pompei
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Franco Pompei Opinione inserita da Franco Pompei    24 Febbraio, 2017
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L'insostenibile serenità di Meursault

La negazione di qualsiasi significato trascendente dell'esperienza umana e la sua conseguente assurdità costituiscono il tema portante di questo romanzo di Camus. E' un concetto che l'autore avrà poi modo di teorizzare e precisare ulteriormente nel suo saggio "il mito di Sisifo". Il protagonista è "straniero" agli uomini perché accetta in modo incondizionato la mancanza di senso dell'esistere e quindi non sente la necessità, che invece da sempre ha attanagliato il genere umano, di credere che la vita abbia uno scopo, un significato. Ed proprio per questo che il cosiddetto "consorzio civile" dapprima lo relega ai suoi margini ed infine lo annienta. Meursault viene mandato al patibolo non tanto per l'omicidio commesso quanto, piuttosto, per il suo atteggiamento di imperturbabile e quindi “disumana” accettazione dell’assenza di significato dell’esistenza, atteggiamento che viene percepito dalla "umana" collettività come potenzialmente distruttivo, perché in grado di destituire di fondamento ogni regola funzionale al mantenimento di un qualsiasi ordine sociale se non, addirittura, di attentare alla possibilità stessa della convivenza sociale. Ma l''irrazionalità ed il "non senso", dal quale tutti gli ordinamenti sociali cercano di difendersi, riemergono, prepotentemente, in ogni aspetto della vita dell'uomo: ed, infatti, irrazionali ed assurdi sono il processo a carico di Meursault e la condanna a morte pronunciata "in nome del Popolo Francese", irrazionale è l'amore di Maria per Meursault ed essa stessa sembra inconsapevolmente rendersene conto ("ha mormorato che ero molto strambo, che certo lei mi amava a causa di questo, ma che forse un giorno le avrei fatto schifo per la stessa ragione"), irrazionale è la religione con la sua pretesa di fede in un al di là. L'unica forma di conoscenza possibile della realtà sembra essere, dunque, quella che si può avere attraverso le sensazioni fisiche (caldo, fame, sete, sonno, desiderio sessuale ecc.) provate dal protagonista e così vividamente descritte nel corso della narrazione e Meursault è "straniero" al resto degli uomini proprio nei termini in cui non prova sconcerto e sconforto di fronte ad una simile conclusione, accettandola serenamente fino alle sue estreme conseguenze. Contribuiscono infine a rendere questo breve romanzo un capolavoro anche la concisione dello stile e l'efficacia delle descrizioni, sia dei paesaggi, dei quali vengono mirabilmente ed intensamente evocate luci, colori, rumori, odori, sia dei personaggi, di cui l'autore è in grado di rendere, con pochi tratti, l'intensa fisicità.

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Lo straniero 2017-01-17 09:13:20 enricocaramuscio
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enricocaramuscio Opinione inserita da enricocaramuscio    17 Gennaio, 2017
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Un'aura di solitudine morale

Meursault, indolente impiegato francese in terra algerina, rappresenta la precisa identikit dell'uomo che affronta la vita lasciandosi trascinare dalle circostanze, incapace di prendere decisioni, di opporsi agli eventi, di abbandonarsi alle sensazioni. Freddo, abulico, pigro, il protagonista si muove con l'indifferenza dello straniero capitato per caso in un posto noioso e insignificante, impermeabile alle emozioni e capace di rispondere soltanto ad istinti primordiali come la fame, la sete, il desiderio carnale. La morte della madre lo lascia impassibile. La possibilità di fare carriera non sembra smuoverlo. Accetta, senza alcun entusiasmo, la proposta di matrimonio di Marie, la donna con cui ha intrecciato una blanda relazione. Subisce passivamente l'amicizia di Raymond, dal quale si fa coinvolgere, come un automa, in una torbida storia di tradimento e vendetta che lo porterà alla rovina. Meursault uccide un uomo, un arabo, senza una reale ragione (se mai ce ne fosse una per ammazzare una persona) e subisce le conseguenze di questo gesto con la consueta arrendevolezza, con la solita accidia, con quel suo comportarsi da spettatore inerte e disinteressato anche davanti a ciò che lo riguarda da vicino. Perché Meursault è questo, uno spettatore che osserva la propria vita invece di viverla, un burattino inerte che si lascia comandare da fili invisibili, una voce narrante che racconta la sua rovina con la freddezza e il distacco di un cronista annoiato. Un sole soffocante pervade l'intera storia creando una cappa opprimente di calore e abbagliando gli occhi e le menti con i suoi raggi implacabili. Un mondo ipocrita, una società guardona, una giustizia inefficiente sembrano disinteressarsi al delitto e puntare invece il dito sul modo di essere dell'imputato. Un’aura di cupa tristezza, di solitudine morale, di nichilismo aleggia su un racconto scandito da una prosa essenziale, secca, scarna, che rappresenta in pieno il modo di pensare, di agire, di vivere del protagonista. Un protagonista che non incontra cerco i favori del lettore, ma al quale tuttavia quest'ultimo non può fare a meno di affezionarsi finendo, se non con il condividerne il pensiero, per lo meno con il comprenderlo e con l'immedesimarsi in lui. Un personaggio che può apparire discutibile ma che rappresenta in pieno il pensiero esistenzialista, la teoria dell'assurdo, la tragica alienazione che caratterizzano le opere di Camus. Un uomo che si arrende alla vita ma che fino all'ultimo respiro resta coerente con sé stesso, con le sue idee, con la propria dignità, che anzi proprio quando queste vengono messe in discussione sembra finalmente avere una reazione, sembra svegliarsi, ribellarsi, vivere. "Aveva l'aria così sicura vero? Eppure nessuna delle sue certezze valeva un capello di donna. Non era nemmeno sicuro di essere in vita dato che viveva come un morto. Io, pareva che avessi le mani vuote. Ma ero sicuro di me, sicuro di tutto, più sicuro di lui, sicuro della mia vita e di questa morte che stava per venire. Sì, non avevo che questo. Ma perlomeno avevo in mano questa verità così come essa aveva in mano me".

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Lo straniero 2016-11-18 15:24:10 Mian88
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Mian88 Opinione inserita da Mian88    18 Novembre, 2016
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Così è...

Meursault è un impiegato di origini francesi che vive ad Algeri. Il primo incontro del lettore con l’uomo avviene con la scoperta della morte della madre. Sin da queste iniziali battute egli appare come un individuo anaffettivo, apatico; in realtà egli, come chi legge, è vittima di quel sentimento a cui è impossibile dare un nome quando una persona cara, ed ancora di più un genitore, viene a mancare. Per questo, di primo acchito, viene spontaneo rifiutarlo, egli è diverso dal comune immaginare sé stessi. E se già da questa primordiale partenza il lettore nutre nei confronti del protagonista, sentimenti ambivalenti, nel susseguirsi della vicenda egli risulta essere ancora più lontano dalla dimensione dell’odierno conoscitore. Una colluttazione con un arabo sulla spiaggia ed il conseguente gesto del protagonista, ne segnano le sorti: verrà arrestato e condannato a morte e mai cercherà conforto nella religione. Durante le fasi processuali, tra l’altro, viene spontaneo chiedersi: ma Meursault è a processo per aver ricoverato la madre in un ospizio, per non aver pianto al suo funerale e per non aver chiesto perdono a Dio, o perché ha ucciso un uomo? Altra riflessione si sostanzia in quelli che sono gli ultimi momenti della sua vita: l’assurdità palese della situazione mixata ad un universo di circostanze di indifferenza e insensibilità verso l’umanità induce, a ritenere che il reo possa trovare consolazione solo in quel destino comune che alla “fine dei giochi” lo accomuna ad ogni incensurato, ponendoli – entrambe le “categorie” – indistintamente sullo stesso identico ago della bilancia.
Questo particolare personaggio di Camus, un uomo senza mappa e senza coordinate, un individuo non immorale ma perduto proprio come lo scrittore nella realtà immagina essere coloro che popolano il suo tempo, spiazza ed infastidisce tutti coloro che, abituati ad uno sviluppo e maturazione del protagonista, assistono al suo mancato pentimento. Egli infatti non si giustifica, non si difende. Si limita a rispondere con dei brevi “si”, “no”, “Non ho niente da aggiungere” alle domande che gli vengono poste e questo perché nel suo intimo sa che verrà condannato perché così è e così è sempre stato: come non ha potuto decidere della sua nascita similarmente non potrà decidere della sua morte. Che questa accada per espiare ad una pena o semplicemente per vecchiaia, malattia, incidente stradale o altro, non fa la differenza.
In tanti modi può essere interpretato “lo straniero” di Camus. Certamente l’analisi può partire dal concetto di responsabilità. Lo straniero è di fatto irresponsabile perché subisce gli eventi sottraendosi alla ragionevolezza perché solo chi è consapevole di ogni suo gesto può agire per modificare il suo futuro, il suo destino. Camus dunque muove dal presupposto: responsabilità e ragionamento come strumenti per migliorare le vite di chi entra in contatto con noi (e di conseguenza le nostre), ragionamento e responsabilità nell’ottica di azioni che hanno un significato, un peso, così come ogni parola. E lo scrittore sceglie, sceglie sempre perché non ci sono mali peggiori da evitare, o prese di posizione da difendere, bensì decisioni da condividere e da valutare per poterne pienamente constatare il senso ed evitare dunque di procedere per dogmi e illusioni. Ma quindi chi è lo straniero? Lo straniero non è chi appartiene ad una diversa cittadinanza o chi non si riconosce in se stesso, è tale chi convive con un denominatore comune di sofferenza, difficoltà e debolezza. E solo e soltanto agendo il soggetto potrà fare qualcosa; forse non potrà cambiare il mondo, ci sussurra Albert, ma certamente potrà migliorare la propria qualità di vita.
Per Camus scrivere è una forma di liberazione. Sin dalla tenera età è abituato ai sacrifici; figlio di lavoratori concepirà l’ideologia come una macchina di giustizia troppo lontana dalla vita reale. Fondamentale è l’equilibrio, condizione a cui per primo si sottopone poiché egli è per primo estraneo a tutto: alla Francia che lo considera algerino, all’Algeria che lo considera straniero, ai comunisti che lo considerano un reazionario e paradossalmente anche ai conservatori che lo considerano comunista. Questa condizione di estraneità lo sottopone ad una riflessione continua ed incessante che non lo abbandona mai e che lo porta ad interrogarsi sul senso della vita e su quali sono i motivi per cui valga la pena viverla. Con “lo straniero” affronta tutto questo – concludendo ed approfondendo il ragionamento ne “la peste –, consacra l’incolmabile e insanabile solitudine dell’uomo, e riesce a descrivere l’esistenza come un qualcosa che, casualmente ma non senza causa, semplicemente, accade.

«E così, più riflettevo e più cose sconosciute e dimenticate tiravo fuori dalla mia memoria. Allora ho capito che un uomo che avesse vissuto soltanto un giorno avrebbe potuto facilmente vivere cent’anni in una prigione. Avrebbe avuto abbastanza ricordi per non annoiarsi» p. 107

«Non mi ero reso conto di quanto i giorni potessero essere al tempo stesso lunghi e brevi. Lunghi da vivere, senza dubbio, ma così dilatati da finire per riversarsi gli uni negli altri. Sino a perdervi il proprio nome. Ieri e domani erano le uniche parole che conservassero un senso per me» p. 108

«Eppure nessuna delle sue certezze valeva un capello di donna. Non era neanche sicuro di essere vivo, perché viveva come un morto. Certo, io sembravo a mani vuote. Ma ero sicuro di me, sicuro di tutto, più sicuro di lui, sicuro della mia vita e della morte che mi aspettava. Si, non avevo altro. Ma almeno possedevo quella verità quanto lei possedeva me. Avevo avuto ragione, avevo ancora ragione, avevo sempre ragione. Avevo vissuto in un modo e avrei potuto vivere in un altro. Avevo fatto questo e non avevo fatto quello. Non avevo fatto quella cosa ma avevo fatto quest’altra. E dopo? Era come se avessi aspettato per tutta la vita quel minuto e quell’alba che mi avrebbero giustificato. Niente, assolutamente niente aveva importanza, e sapevo bene perché. Anche lui sapeva perché» p. 155

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Lo straniero 2016-07-11 05:39:49 Antonella76
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Antonella76 Opinione inserita da Antonella76    11 Luglio, 2016
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Oggi la mamma è morta. O forse ieri. Non so.



Avere in casa questo libro da oltre 12 anni e non averlo ancora letto dovrebbe essere perseguibile penalmente!!!
Mi dichiaro colpevole.
O meglio, lo ero, fino a qualche minuto fa...
Centodieci pagine che ti lasciano annichilita...proprio come il nostro Meursault, incapace di qualsiasi reazione, slancio, sentimento.
Disarmante.
Privo di affetto filiale, incapace di amare una donna se non in senso fisico, privo di ambizione sul lavoro, cortese, ma amico di nessuno, capace di macchiarsi del peggiore dei reati...eppure totalmente privo di cattiveria, di malvagità intenzionale.
Così innocente da risultare colpevole senza appello!!!
Meursault è disinteressato del mondo e della società cui appartiene perché fondamentalmente è "straniero" a se stesso"!
Ma questa estraneità, alla fine, gli consente di arrivare ad una "accettazione" totale del suo destino assurdo...e lo solleva dalle sue responsabilità.
"Del resto non fa alcuna differenza"...ma il mondo ha bisogno di uomini che piangono al funerale della loro madre!!!
È incredibile come il "vuoto emozionale" di questo romanzo sia riuscito invece a farmi sentire piena, arricchita.

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