L'incubo di Hill House L'incubo di Hill House

L'incubo di Hill House

Letteratura straniera

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"Nessun organismo vivente può continuare per molto a mantenere la propria sanità mentale in condizioni di realtà assoluta: anche gli uccellini e le cavallette, dicono, sono capaci di sognare. Hill House, insana, stava da sola contro le colline contenendo in sé solo buio, era stata così per ottant'anni e tale poteva rimanere per altri ottanta. All'interno, le pareti continuavano ad essere erette, i mattoni a stare uno accanto all'altro, i pavimenti erano saldi e le porte assennatamente chiuse. Il silenzio si stendeva sul legno e la pietra di Hill House, e qualunque cosa fosse lì dentro, vagava in solitudine". Questo l'incipit (e la chiusa) di "L'Incubo di Hill House", di Shirley Jackson. Mai come in questo romanzo, il male non è acquattato nell'ombra, pronto a saltarti alla gola. Il Male – per citare Hannah Arendt – è banale e, soprattutto, è dentro. Non fuori. Dentro.



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L'incubo di Hill House 2020-09-25 10:24:38 Molly Bloom
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Molly Bloom Opinione inserita da Molly Bloom    25 Settembre, 2020
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Inquietarsi con classe

Questo è il secondo romanzo della Shirley Jackson che leggo, dopo "Abbiamo sempre vissuto nel castello" e mi è piaciuto molto, per essere una lettrice che non legge il genere horror/thriller. Non è stato neanche un caso se ho scelto lei per avvicinarmici al genere perché sapevo già che il suo punto forte non sono i fantasmi esterni che mi annoiano, ma quelli interiori. Carica anche di elementi biografici, la sua prosa è soave, a tratti poetica, e molto attenta ai dettagli. Il senso di inquietudine che lei crea si insinua piano piano, ambiguo, misterioso e senza mai uscire dalla sfera della normalità, non porta mai l'azione ad un punto di non ritorno che garantisce al lettore l'effettiva esistenza di un effetto paranormale o fantastico, non appena sfiora questo limite si tira subito indietro con una osservazione da parte dei personaggi che lascia intuire che fossero loro stessi dietro agli strani avvenimenti. Uno scavo psicologico quindi che rovista tra le paure interiori dei vari personaggi, tutti strani a modo loro e con disavventure alle spalle, la suggestione e il sogno gioca un ruolo importante e il paranormale avviene appunto proprio lì. Il titolo stesso, "L'incubo di Hill House" fa pensare ad un sogno e l'autrice inizia il libro già con la premessa che tutti hanno bisogno di sognare e tutti sogniamo, persino le cavallette perché "nessun organismo vivente può mantenersi a lungo sano di mente in condizioni di assoluta normalità". In entrambi romanzi che ho letto, seppur ambigui ad una prima impressione, l'autrice lascia sempre tracce qua e là, prove per un lettore attento, che collegate riescono ad alzare nel finale il sipario di nebbia e risolvere il mistero. Trovo sia una grande dote d'intelligenza questo gioco con il lettore, attraverso una meravigliosa prosa scorrevole ma raffinata nella sua semplicità. Ha un grande dono anche a dare personalità alle cose, Hill House è un personaggio a tutti gli effetti, maestosamente descritta sia fisicamente che "interiormente", prende sembianze fisiche e psichiche umane. Leggerò altro di lei, una bella scoperta. 

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L'incubo di Hill House 2019-10-15 16:19:40 lepree
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lepree Opinione inserita da lepree    15 Ottobre, 2019
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Hill House, che sana non era

“Hill House, che sana non era, si ergeva sola contro le sue colline, chiusa intorno al buio; si ergeva così da ottant’anni e avrebbe potuto continuare per altri ottanta. Dentro, i muri salviano dritti, i mattoni si univano con precisione, i pavimenti erano solidi, e le porte diligentemente chiuse. Il silenzio si stendeva uniforme contro legno e la pietra di Hill House, e qualunque cosa si muovesse lì dentro, si muoveva sola”.

Eleanor Vance ha trentadue anni, ma per quel che la riguarda potrebbe averne quindici. Ha passato gli ultimi undici segregata in casa a prendersi cura della mamma malata e, dopo la morte di quest’ultima, si scopre incapace di vivere, di amare e essere corrisposta. Theodora, non fosse che sono entrambe donne e giovani, non ha nulla in comune con Eleanor. È una donna emancipata, un’artista, impegnata in una relazione saffica, schietta e sicura di sé. Luke è un ladro e un imbroglione, erede di Mrs. Sanderson, proprietaria di Hill House. A segnare i destini dei tre personaggi è il professor Montague, un antropologo molto orgoglioso del suo percorso accademico che fa da contraltare alla sua vera passione: indagare sui fenomeni paranormali. È proprio l’ignoto uno dei cardini attorno a cui ruota l’intera vicenda raccontata da Shirley Jackson, che servendosi del cliché letterario della casa infestata, apre una analisi ben più profonda sulle insicurezze e le paure insite nell’animo umano. «A che servono gli altri?» chiederà un giorno Eleanor a Luke. Cosa vogliamo noi dal prossimo, se è dentro di noi che si svolge la vera battaglia, se è nel nostro intimo più profondo che risiedono le ragioni del nostro essere.

Su invito del professor Montague, intenzionato ad indagare e catalogare i fenomeni dentro la sinistra Hill House, la cui fama di luogo maledetto e impenetrabile la precede, i tre giovani si ritrovano a coesistere per una settimana nell’oscura dimora. La scelta dei candidati non è certo casuale: Eleanor, quando era molto piccola, è stata protagonista di una manifestazione di un poltergeist pochi giorni dopo la scomparsa del padre. Theo, invece, sembra in possesso di facoltà incredibili, che vanno dalla premonizione alla telepatia. Luke si ritrova coinvolto su ordine espresso della vecchia zia, favorevole ad affittare al professore solo a patto che anche un membro effettivo della famiglia Sanderson prenda parte all’esperimento. Come notato dal professore, però, in Luke si nota da subito un certo istinto all’autoconservazione, che lo rende un candidato ideale. A completare il quadro dei personaggi, fanno da sfondo i due governanti della casa, Mr. e Mrs. Dudley che, oltre ad accogliere gli avventori ed ammonirli sulla natura malsana della loro spedizione, si limitano a sorvegliare, di giorno, i quattro inquilini e a tenersi, di notte, a debita distanza da Hill House. Interverranno, quasi in chiusura della storia, miss Montague, moglie del professore, donna guidata da materialismo e rigidità mentale, convinta sostenitrice dell’esistenza dei fantasmi come entità ectoplasmiche, e il suo accompagnatore Arthur.

Gli eventi non tardano a prendere la piega attesa dal lettore, e già dopo la seconda notte i protagonisti cominciano ad avvertire i primi segnali e i primi campanelli d’allarme. Strani rumori alle porte delle camere da letto, passi non riconducibili a nessuno, scritte vergate col sangue e altri dettagli gotici riescono ad alimentare la tensione, che seppur non raggiunga mai picchi vertiginosi, aleggia tra le pagine del romanzo senza più abbandonarlo. Ben presto, proseguendo nella lettura, emerge sempre più nitido il fatto che è Hill House stessa la fonte di quel disagio crescente, che si insinua subdolo nei pensieri dei quattro ospiti. “L’incubo di Hill House” non è una storia di fantasmi, almeno non nel senso convenzionale del genere. I fantasmi con cui si ritroveranno faccia a faccia i quattro, in particolar modo la fragile e suscettibile Eleanor, sono quelli della mente, del passato che riaffiora e che non dà tregua. Già nelle primissime pagine la Jackson ci dice senza mezzi termini che, per quanto si ricordi, Eleanor non è mai stata felice. Non si è mai sentita a casa, amata o attesa da qualcuno. Questa sua assenza di legami, di radici (uniti al morboso rapporto con la madre inferma, di cui si sentirà sempre vittima e carnefice), sarà la causa della sua inesorabile discesa nella follia, nel richiamo ammaliatore della casa, che respira e, vigile, osserva e attende, sola. Hill House esercita sui suoi abitanti una forza attrattiva che li scardina dalla realtà, un effetto che si incrementa con il passare del tempo e che non lascia scampo alle fragilità di Eleanor, di cui l’autrice descrive, con pagine di grande effetto, la lenta e inesorabile trasformazione, tra monologhi interni, dialoghi serrati, visioni oniriche e percezioni paranormali. La casa le parla, la prende per mano e la fa volteggiare in un valzer di follia, fino ad avere la meglio.

Con questo romanzo, divenuto un culto per il genere, e che ha fatto scuola per altri celebri autori che hanno proseguito sul suo solco, Shirley Jackson offre un suo punto di vista sulla psiche umana, sul richiamo del passato che riaffiora. Un dramma insolubile e che va oltre la vita stessa del singolo individuo, per gravare eternamente sul genere umano. Se infatti la triste vicenda della povera Eleanor trova una sua inevitabile conclusione, nulla osta a Hill House di restare lì, immobile, in attesa della prossima vittima. Con uno stile elegante, efficace, fluido e mai banale, l’autrice seppellisce il luogo comune secondo cui non si possa fare grande letteratura affrontando generi letterari non convenzionali. “L’incubo di Hill House” non è un romanzo di paura, con una trama delineata e colpi di scena pronti a farvi rizzare i capelli, nascosti dietro gli angoli bui e i pannelli di quercia della malsana dimora. È un’opera ricca e particolareggiata, che intervalla alla prosa momenti di lirismo descrittivo, sapientemente dosati, e una buona dose di ironia che conferisce veridicità al tutto. Al termine della lettura resta una vaga sensazione di malessere, un’inquietudine che deve essere metabolizzata. Hill House non dà scampo, è ovunque e in nessun luogo, erta a simbolo di quanto di più angoscioso e corrotto vi sia nella vita. Non ammette complicità, non si piega ai sentimenti. “Qualsiasi cosa si muovesse lì dentro, si muoveva sola”.

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L'incubo di Hill House 2016-06-19 17:48:37 aeglos
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aeglos Opinione inserita da aeglos    19 Giugno, 2016
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Zero coinvolgimento

Sono stata attratta sia dal titolo del libro,sia dalla copertina.LA trama poi ha fatto il resto.Uao!mi sono detta"un buon horror da leggere è ciò che mi ci vuole".purtroppo,già dalla prima pagina non l'ho trovato molto coinvolgente ma ho voluto lo stesso continuare a leggere,sperando in qualcosa in più nelle pagine successive.VErso la metà del libro sembra prendere finalmente forma ma è stata solo una finta.NIente coinvolgimento,noioso,ho fatto veramente fatica a finirlo..il finale poi lasciamo perdere.....i personaggi sono noioso,antipatici....Non si capisce molto di questo libro ......purtroppo non so che altro dire se non che è uno dei libri di horror più brutto che abbia mai letto.CRedo proprio di aver perso solo dal tempo nel leggerlo ma ormai era a metà e mi spiaceva non finirlo...la mia speranza che partisse non mi abbandonava.....la mia speranza non aveva ragione...ahimè.....

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L'incubo di Hill House 2015-07-08 12:01:30 Anna_Reads
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Anna_Reads Opinione inserita da Anna_Reads    08 Luglio, 2015
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Un male tenero e goffo.

Partiamo con un professore che – dietro alla rispettabile carriera accademica – studia i fenomeni occulti e decide di studiare una misteriosa casa. Per farlo recluta una squadra di persone che hanno avuto in qualche modo a che fare con qualche fenomeno "inspiegabile".
Sbadigli in agguato?
L'ho pensato anch'io, in genere l'horror mi annoia.
Adesso se ne vanno nella casa costruita sull'antico cimitero, poi avranno la geniale idea di separarsi, nessuno accenderà la luce manco a morire etc etc.
Poi arrivano direttamente gli infelici di Supernatural...
Invece no.
La Jackson è scrittrice di razza.
Comincia a descriverti i membri del team. Anzi, ne descrive solo uno.
Eleanor.
Eleanor è tenera, goffa e un po' svampita.
Io sarà che ho lo svampy Alert, che le svampite non le sopporto, quindi ero già sul chi va là. Però viene descritta come quella tanto buona, un po' debole, che cura la madre malata, che subisce un po' la sorella e il cognato.
L'autrice vuole farti empatizzare con lei e ci riesce.
All'inizio, fa anche una cosa buffa, non avendo ottenuto il permesso per prendere l'auto (in comproprietà con la sorella) la "ruba" ed è molto divertita dal suo atto. Per la strada fantastica – in modo un po' morboso, secondo me – sui particolari che coglie, della strada, degli alberi, delle case. Si immagina di essere la proprietaria di una villa che le piace. Immagina la sua vita lì, cosa mangerà e dove, come saranno i suoi domestici, come la piangeranno i vicini dopo che sarà morta.
- tuoni in lontanza.
Come per caso ci viene detto che odiava la madre e odia la sorella.
C'è poi un episodio.
Piccolo, banale, insignificante (?).
Eleanor fa colazione, in un bar, accanto ad una famiglia. Una delle bambine rifiuta di bere il latte perché non ha la sua tazza preferita con le stelle. Poco dopo Eleanor racconterà a Theodora – altro membro del team - della "sua" tazza con le stelle, "rubando" la storia alla bambina.
Niente di male, certo, però...
- tuoni un po' più vicini.
Eleanor cerca di essere buona, amichevole e sorridente. Mostra di affezionarsi subito a Theo(dora), al Professore, a Luke.
Però le incrinature cominciano presto.
Mezze frasi lasciate lì.
«"Buongiorno, ti riempio la vasca." Dice allegramente Theo la mattina dopo l'arrivo.
"Pensa forse che non mi farei il bagno, se non mi riempisse lei la vasca?" Si chiese Eleanor, e poi si vergognò; sono venuta qui per smettere di pensare cose come questa.»
È niente, d'accordo, ma è una fiammata di cattiveria gratuita e di "retro-pensiero" senza nessun motivo.
- Comincia a piovere
Ma non basta. Nella scena in cui "qualcuno" devasta con la vernice rossa la stanza di Theo, Eleanor chiama il Professore e Luke e spiega quello che è successo e commenta così, fra sé: "Bene, non avrei potuto metterla in modo più neutro di così, pensò, girandosi per seguirli. O avrei potuto metterla in modo più neutro? Si chiese, e si accorse che stava sorridendo."
Il crescendo è abbastanza rossiniano - ormai piove in modo violento - solo poche pagine dopo, mentre consola Theo, ancora scioccata, Eleanor ci confida i suoi pensieri:
"Vorrei prenderla a bastonate, pensò Eleanor abbassando gli occhi sulla testa di Theodora accanto alla sua poltrona; vorrei prenderla a sassate (…) La odio, pensò Eleanor, mi fa vomitare; guardala lì tutta pulitina, con addosso il mio maglione rosso (…) Vorrei guardarla morire, pensò Eleanor e ricambiò il suo sorriso dicendo "Non essere sciocca".

Vabbe', ce l'ha con Theodora.
Sarà più giovane e più bella, più emancipata, più ricca… ha una bella casa e magari le piace pure un po' (accenno lesbo, a un certo punto? Forse), veniamo al "duetto d'amore" con Luke.
Duetto talmente sbilanciato che in alcuni punti fa ridere tout court, come quando a lei "venne voglia, in tutta onestà, di dargli una sberla."
Però poi viene fuori l'anima rapace e parassita di Eleanor:
«Io voglio solo qualcuno che mi adori, pensò, e invece sono qua a dire cretinate a un egoista. "Devi essere davvero molto solo."»
Naturalmente nessuno sarà in grado di adorarla come vuole e come merita.
Solo la casa le dà soddisfazione. I momenti in cui Eleanor entra in risonanza con la casa si moltiplicano.
- grandine
La Jackson lo descrive mirabilmente e quasi con noncuranza. Eleanor è in giardino e "avverte" la cenere che "silenziosamente" cade nel camino. Sente sospiri e fruscii che gli altri non avvertono.
E ne è fiera. "Nessuno di loro l'ha sentito, pensò colma di gioia; nessuno l'ha sentito tranne me."
Si sente speciale, sa di esserlo, vuole essere adorata, perché si comporta bene, si è sacrificata e vuole che le venga riconosciuto.
Quando provano a "salvarla" mandandola via (e, sia detto, un po' ingenuotti, 'sti personaggi) dall'unico posto che la fa sentire davvero "speciale" e vincente, Eleanor fa l'unica cosa che può fare. Da sola.
Decide di rimanere.

Cosa c'è di assolutamente sconvolgente in questo romanzo?
C?è che il Male, quello con la lettera maiuscola, quella di Hill House, qualunque esso sia, in fondo sta tranquillo sullo sfondo, osserva e se la gode. Invece il male, quello della Harendt, banale, quotidiano e meschino è dentro.
Non fuori.
Dentro.
Ognuno.

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A chi non ama le storie in cui i cattivi sono sempre brutti, scatri e perfidi.
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