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L'insostenibile leggerezza dell'essere

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"Il suo romanzo ci dimostra come nella vita tutto quello che scegliamo e apprezziamo come leggero non tarda a rivelare il proprio peso insostenibile. Forse solo la vivacità e la mobilità dell’intelligenza sfuggono a questa condanna: le qualità con cui è scritto il romanzo, che appartengono a un altro universo da quello del vivere." Italo Calvino



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L'insostenibile leggerezza dell'essere 2021-02-17 19:09:37 Alessandro Azzini
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Alessandro Azzini Opinione inserita da Alessandro Azzini    17 Febbraio, 2021
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Un'eterna nostalgia del presente

L’insostenibile leggerezza dell’essere di Milan Kundera è stato per me un libro (non senza vergogna) di cui ho sempre saputo l’esistenza e poco altro. Un po’ come il filetto alla Wellington. Esiste, ma esattamente cos’è? E se ora questo filetto dal sapore anglosassone continua a rimanermi un mistero, Kundera invece ha iniziato a svelarsi e non potevo farmi regalo più grande.

Ambientato alla fine degli anni sessanta - tra la Primavera praghese e la successiva invasione sovietica - il romanzo, attraverso le ossessioni e fragilità dei suoi protagonisti (Tomáš, Tereza, Franz, Sabina), si propone di dipingere un perfetto quadro di quella che è la più misteriosa e ambigua di tutte le opposizioni umane: l’opposizione pesante-leggero.
«Davvero la pesantezza è terribile e la leggerezza è meravigliosa?»
È infatti questo l’eterno dilemma che pagina dopo pagina si insinua all’interno della mente del quartetto amoroso, generatosi da una parte per via di sei ridicole coincidenze (Tomáš-Tereza) e dall’altra a causa di quell’inevitabile attrazione che sgorga fra due vocabolari opposti (Franz-Sabina).

In poco più di 300 pagine si ha la possibilità di cogliere il vero andamento della vita umana, nonché del suo tempo. Un tempo che non ruota in cerchio, ma avanza veloce in linea retta; d’altronde «è per questo che l’uomo non può essere felice, perché la felicità è desiderio di ripetizione».
Ed ecco allora che conclusa la lettura una nuova amara consapevolezza («Es muss sein») batte nelle tempie sempre più chiara: leggerezza e pesantezza son destinate a fondersi in un’eterna nostalgia del presente e, alla fine, tutto quello che si sceglie e apprezza come leggero non può far altro che rivelare - prima o poi - il suo peso insostenibile.

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L'insostenibile leggerezza dell'essere 2020-12-13 15:44:24 Primrose
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Primrose Opinione inserita da Primrose    13 Dicembre, 2020
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Meraviglioso e affascinante

Ci sono libri che non si dimenticano e storie che leggere una volta non è sufficiente. Ci sono personaggi che sanno conquistare e scrittori che sanno incantare. Pagine che ti restano dentro e parole manovrate con arte e misurate con precisione, per trasformare ogni lettore in spettatore. Kundera è così: meraviglioso e affascinante. Regista di un opera teatrale che va in scena solo per noi, architetto di un mondo che nasce sulla carta e si trasforma sotto i nostri occhi in realtà quotidiana. Il titolo è un ossimoro che cattura immediatamente l’attenzione e riassume attraverso una scrittura impeccabile il mistero che si nasconde nello scontro tra pesantezza e leggerezza. A rendere indimenticabile questo libro sono gli spunti di riflessione disseminati e celati tra le righe per lasciare a noi lettori il piacere di scoprirli e farli nostri: la difficoltà di guardarsi dentro e l’impossibilità di sapere quale sia la scelta migliore; il rifiuto dell’amore e il bisogno di essere amati; l’eterna lotta tra anima e corpo, e lo scontro inevitabile tra casualità e necessità. Impossibile stabilire se si tratti di un romanzo, di un saggio storico o di un trattato filosofico; difficile riassumere la trama: un incontro casuale di vite che involontariamente intrecciano le loro strade. Non ci sono personaggi principali e secondari, a ciascuno viene dedicato spazio e tempo perché ognuno di essi è portavoce di un messaggio: Tereza, con le sue incertezze è li per ricordarci che l’amore spesso si porta dietro la paura di soffrire e di perdere qualcuno. Tomas alla continua ricerca di relazioni effimere nasconde dietro una maschera di sicurezza l’angoscia di un legame durevole. Sabina e il suo bisogno di tradire ci insegnano come la leggerezza possa portare il suo peso insostenibile. Uomini e donne simili a noi, specchio delle nostre passioni, resi forti dalle loro debolezze. Vite incomplete che nelle parole di Kundera trovano la loro perfezione e il loro esatto compimento. A manovrare i fili della loro esistenza c’è l’amore incondizionato, interpretato e rivisitato nell'ottica TELEPATIA di sentimenti. Infedeltà e gelosie, fragilità e paure, vanno in scena per noi e ci insegnano che quel fardello che opprime la nostra anima e a volte fa sanguinare i nostri cuori è condizione necessaria per vivere in maniera autentica. Attraverso queste vite che scorrono sulla carta impariamo che amare significa anche rinunciare alla forza e mostrare ogni debolezza, concedendosi agli altri senza pretendere nulla in cambio.

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L'insostenibile leggerezza dell'essere 2020-04-24 18:10:05 Jari
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Jari Opinione inserita da Jari    24 Aprile, 2020
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Il romanzo delle dicotomie

Il mio primo Kundera, nella sua forse più famosa fatica letteraria. Delizioso. Se ne coglie penso il suo reale significato se lo si approccia più come saggio filosofico che come romanzo propriamente detto. Sono le dicotomie esistenziali il filo conduttore della narrazione: quella fra leggero e pesante, fra libertà e coercizione, non solo in senso affettivo (la spinta ossessiva ed irrefrenabile, ancorché inappagata, verso la libertà dell'innamoramento ed il desiderio del controllo di se stessi e dell'altro) ma anche storico (le pagine sulla primavera di Praga e la successiva invasione sovietica). I protagonisti nonché interpreti paradigmatici di queste lotte dicotomiche sono Tomas, moderno e decadente ricercatore della felicità effimera, traditore seriale ma incapace di staccarsi dalla sua compagna, che raggiunge a Praga da Zurigo anche a costo di recarsi oltre cortina. Tereza appunto, donna con un'infanzia molto triste che si getta anima e corpo in un amore idealizzato con Tomas per compensare l'assenza di amore della madre, lacerata dai tradimenti di Tomas ed illusa di poterlo cambiare e controllare. Sabina, amante storica di Tomas, pittrice controcorrente e anticonformista, nei sentimenti come nella vita, che fugge da tutto e da tutti e che vuole fare della propria vita un'opera d'arte. Franz, uomo opposto rispetto sia a Tomas che a Sabina, con cui ha un flirt, quanto ad approccio alla vita e alle relazioni. Coraggioso, idealista, capace a differenza di altri di assumersi le proprie responsabilità ed andare fino in fondo rispetto alle proprie scelte di vita. E' un romanzo in grado di commuovere e far riflettere sul senso dell'esistenza e dei rapporti d'amore.

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L'insostenibile leggerezza dell'essere 2020-03-02 21:31:08 ChiaraC
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ChiaraC Opinione inserita da ChiaraC    02 Marzo, 2020
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L'insostenibile distacco dell'essere

L'insostenibile leggerezza dell'essere è un romanzo culto che segue le vite e le vicende amorose di quattro intellettuali cechi: Tomas, un chirurgo di successo che timorosamente cerca di ribellarsi al regime comunista, esitando, ritrattando, ma alla fine riuscendoci; Tereza, la sua compagna (fotografa per caso e profondamente traumatizzata dall'ideale comunista in cui purtroppo è cresciuta); Sabine (una pittrice intelligente e irrequieta) e Franz, un modesto professore universitario.
Le loro vite si intrecceranno in un quartetto amoroso vissuto con insieme tormento e distacco, e fa da sfondo la rivoluzione comunista in Repubblica ceca.

La trama è molto intrigante, l'introduzione è geniale (leggetela), il libro parte in quarta dipingendo personaggi complessi, quasi veri. Anzi, sono sicura che Kundera si deve essere ispirato a suoi intimi amici per dipingere i protagonisti.
Molto raffinato nello stile, descrive scene erotiche senza cadere nel volgare.
Eppure.
Quel finale.
Quando dissi a un mio conoscente, anche lui scrittore, che ero a metà de L'insostenibile leggerezza dell'essere, lui mi disse "Lo ricordo bene, avevo voglia di saltare molti capitoli verso la fine".
Infatti il finale è prolisso, ci sono molte pagine che possono essere saltate, non contengono nulla se non digressioni filosofiche belle ma pedanti.

Inoltre, non a caso ho scritto che le vite dei personaggi si alterneranno in un "quartetto amoroso vissuto con insieme tormento e distacco". Perchè non si parla di leggerezza qui, ma di un fenomeno psicologico più complesso che è quello del distacco emotivo. Tomas mi sembra estremamente cinico e freddo nel frequentarsi con le sue amanti. Sabine, seppur irrequieta, non esprime mai le sue più interne emozioni, e neanche gli altri: non Tereza, tradita eppure sempre in negazione dal dolore che Tomas le procura, nè Franz, che lascia che sua moglie scivoli via dalla sua vita, osservando in silenzio.
Signori miei, qui non si vivono i tradimenti con leggerezza: qui c'è distacco, cinismo, apatia: è ben diverso.
Quindi, se volete leggervi una digressione su L'insostenibile distacco dell'essere, leggete Kundera.

Ps. Il libro contiene anche citazioni bellissime e rivelatrici. Ve ne lascio una:
"Le missioni di vita sono una stupidaggine, Tereza. Io non ho una missione. Nessuno ce l'ha... E ti senti terribilmente libero quando realizzi di essere libero, libero da ogni missione"

Mi è piaciuta.

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L'insostenibile leggerezza dell'essere 2019-10-06 21:49:49 cristiano75
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cristiano75 Opinione inserita da cristiano75    06 Ottobre, 2019
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Un Latin Lover senza remore nella Praga occupata

Come cantava Venditti in una sua famosa canzone degli anni 80: "non leggi neanche Milan Kundera".....

e no mio caro Antonello, me lo sono letto Kundera e posso dirti che sicuramente è molto meglio la tua canzone......

Sarà la voglia dell'autore di descrivere i particolari sessuali dei protagonisti e soprattutto l'infinita miriade di conquiste del protagonista principale, il Brad Pitt dei medici di Praga, descritto come un conquistatore senza freni e inibizioni.....praticamente mezzo libro si concentra sulle avventure del buon Tomas e l'altro mezzo vuole fare una filippica tediosa e infinita contro i sistemi socialisti e le disavventure a finire sotto quei cattivoni dei Russi.

Bastano queste cose per rendere questo romanzo un pappone di proporzioni cosmiche, che ucciderebbe pure la pazienza di un monaco Tibetano alle prese con lo sciopero della fame e della sete.

Poi una cosa assolutamente insopportabile e questa latente misoginia che sembra pervadere l'opera dall'inizio alla fine, con la donna come essere che deve tollerare le scappatelle del proprio maschio e anzi dove proprio porsi domande oppure ribellarsi. Insomma miei cari siamo quasi alle pagine rosa dei volumi che si trovavano in edicola, quando ancora io andavo a scuola con le Timberland.

E poi vi raccomando il finale, che non vi racconto perchè non mi pare giusto che io solo debba essermi sorbito tutta questa insostenibile leggerezza dell'essere che paventa l'autore.....un concetto quello di "leggerezza" che l'autore forse non aveva ben in mente mentre si apprestava a scrivere delle avventure/disavventure sessuali del suo amato chirurgo.......

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Consigliato a chi ha letto...
la Bibbia
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L'insostenibile leggerezza dell'essere 2019-07-08 07:33:39 topodibiblioteca
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topodibiblioteca Opinione inserita da topodibiblioteca    08 Luglio, 2019
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Un'opera completa

Classico contemporaneo del quale è già stato detto tutto, una lacuna colmata con troppi anni di ritardo ahimè (e ringrazio chi ha contribuito a farmelo leggere). Uno di quei libri da "leggere assolutamente almeno una volta nella vita". Un saggio-romanzo (oppure il contrario forse?) che sonda la profondità dell’animo umano attraverso continui approfondimenti filosofici, ma che allo stesso tempo spazia anche su tanti altri temi come la politica (la denuncia dell'occupazione sovietica nel 1968, durante la Primavera di Praga), religione, amore.

“Che cosa dobbiamo scegliere la leggerezza o la pesantezza?” E’ quello che si chiede Kundera fin dalle prime pagine, l’eterno dilemma, e questa dicotomia attraversa le pagine di quest'opera che ci fa capire quanto l’uomo ambisca ad una vita piena, realizzata, emozionante, anche se in concreto tali aspirazioni possono configurarsi in tutta la loro "pesantezza" e gravità. Sull’altro piatto della bilancia abbiamo invece il concetto di "leggerezza" che può anche diventare insostenibile, indesiderabile (come nel caso di Sabina, una delle co-protagoniste dell’opera). La stessa vita tra l’altro può definirsi leggera ed effimera, un’opportunità che svanisce velocemente (“la storia è leggera al pari delle singole vite umane, insostenibilmente leggera, leggera come una piuma, come la polvere che turbina nell’aria, come qualcosa che domani non ci sarà più”). Per Kundera infatti “Il tempo umano non ruota in cerchio ma avanza veloce in linea retta. E’ per questo che l’uomo non può essere felice, perché la felicità è desiderio di ripetizione”. L'uomo è perenemmente alla ricerca di quegli elementi di rottura in grado di rendere la sua vita unica e indimenticabile, ma come riuscire a cogliere le sollecitazioni della vita? Come distinguere il banale da ciò che non lo è ? Per Kundera la spiegazione sta in qualche modo nella casualità perchè "Soltanto il caso può apparirci come un messaggio. Ciò che avviene per necessità, ciò che è atteso, che si ripete ogni giorno, tutto ciò è muto".

Un libro che allo stesso tempo credo possa definirsi un'opera enciclopedica per la portata di concetti che contiene. Al di sopra di tutto e di tutti Kundera ci appare come il narratore onniscente che racconta la vita attraverso i suoi personaggi, ed allo stesso tempo svela il legame personale con la sua opera in quanto "I personaggi del mio romanzo sono le mie proprie possibilità che non si sono realizzate. Per questo voglio bene a tutti allo stesso modo e tutti allo stesso modo mi spaventano: ciascuno di essi ha superato un confine che io ho solo aggirato".

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L'insostenibile leggerezza dell'essere 2019-05-23 10:28:44 archeomari
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archeomari Opinione inserita da archeomari    23 Mag, 2019
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INDIMENTICABILE

Questa è una recensione molto tardiva di un libro letto questo autunno, lasciato sul comodino, di cui ho letto e riletto più volte i passaggi che mi hanno colpita maggiormente. È uno dei libri, come dice qualcuno, della vita: uno di quelli che non devono mancare nel nostro bagaglio di letture.
Sono stata attirata dalla copertina, color carta da zucchero, e soprattutto perché era da tempo che avrei voluto leggerlo.
Non è per tutti: è necessario avere una certa maturità di letture e di esperienze di vita per poterlo capire fino in fondo ed apprezzarne la grandezza e la profondità.
Ogni sua parte è densa di delicatezza, di lirismo, alternati ad una trama sapientemente intrecciata da una parte e dall’altra della composizione.
Il romanzo si ambienta tra Praga e Zurigo, i personaggi principali sono Tomaš, un medico, la moglie Tereza e Sabina, l’amante “storica” di Tomaš, la femme fatale di tutta la storia.
È un libro composito e complesso, perché oltre ad una trama, abbastanza lineare, ci sono profondità di riflessione dei vari personaggi, le loro manie, i loro conflitti psicologici, riflessioni sulla vita, sulla libertà di parola, sull’importanza di avere una propria integra dignità.
Dolcissima e tenera l’immagine di Tereza che si presenta a casa di Tomaš, dopo essersi visti una volta sola, e viene paragonata ad un neonato inerme abbandonato dentro ad una cesta in balia della corrente di un fiume. Lei amerà Tomaš e soffrirà per i suoi continui tradimenti; lui amerà Tereza, sentirà per lei un amore profondo, indissolubile, si sentirà responsabile della propria felicità al punto da rinunciare anche ad un prestigioso posto di lavoro, ma...l’attrazione per le belle donne è più forte.
D’altronde:
“Fare l’amore con una donna e dormire con una donna sono due passioni non solo diverse, ma quasi opposte. L’amore non si manifesta con il desiderio di fare l’amore (...) ma col desiderio di dormire insieme”, l’autore sostiene infatti che
“Legare l’amore al sesso è stata una delle trovate più bizzarre del Creatore”

Prima di Tereza, Tomaš non aveva mai dormito con una donna e né lo farà dopo il matrimonio. Non ha neppure mai dormito con Sabina, che nel romanzo è l’unica che raggiunge l’insostenibile leggerezza dell’essere. Una volta perso il papà, che rappresentava la convenzione da trasgredire, una volta che Praga è stata invasa dai comunisti, trovandosi anche senza patria, Sabina non ha nessun ideale, nessuna persona da tradire.
Per essere pesanti, tra le altre cose, è necessaria la compassione: il nostro dolore non è mai più pesante di quello che proviamo insieme ad un altro, verso un altro, al posto di un altro, dice Kundera. Quindi Sabina, ormai sola, una volta che l’ultima sua tresca amorosa è stata rivelata alla rivale, è veramente leggerissima, senza nessun peso, senza radici che la tengano ancorata in un determinato posto, senza il peso della compassione, senza il peso della vita.
Interessantissima la riflessione sull’unicità della nostra vita
“ Non esiste alcun modo di stabilire quale decisione sia la migliore, perché non esiste alcun termine di paragone. L’uomo vive ogni cosa subito, per la prima volta, senza preparazioni. Come un attore che entra in scena senza avere mai provato. Ma che valore può avere la vita se la prima prova è già la vita stessa? Per questo la vita somiglia sempre ad uno schizzo. Ma nemmeno “schizzo” è la parola giusta, perché uno schizzo è sempre un abbozzo di qualcosa, la preparazione di un quadro, mentre lo schizzo che è la nostra vita è uno schizzo di nulla, un abbozzo senza quadro”.
È un concetto ribadito più volte all’interno dell’opera. Il lirismo dell’opera consiste non soltanto nelle immagini, ma anche nella ripetizione di alcuni concetti e di alcune immagini, che ricordano un po’ le abitudini degli antichi cantori, gli aedi. Vi invito a leggere con attenzione le pagine in cui Kundera parla della magia delle coincidenze, dell’amore e della fedeltà del cane verso il padrone, dell’amore paragonato ad una composizione musicale a due che, a seconda del grado di maturità di ciascuno, delle sue esperienze, avrà diversi risultati. Vi invito a soffermarvi sulle pagine dedicate alla bombetta di Sabina...qualcuno di voi avrà visto il film, qualcun altro come me, non l’avrà visto e sarà stato più fortunato, perché non è tanto la storia quella che ti segna, ma lo stile, la bravura di Kundera. In fondo la trama non è particolarmente dinamica e sconvolgente, ma lo sono le riflessioni, il modo unico, e sottolineo, unico, di questo autore di imprimere in noi certe sensazioni.

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consigliato a chi vuole scoprire un libro unico nello stile, profondo e denso di riflessioni sulla vita.
Non è voluminoso, ma si gusta a sorsi.
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L'insostenibile leggerezza dell'essere 2018-12-28 18:30:32 Mian88
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Mian88 Opinione inserita da Mian88    28 Dicembre, 2018
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Io individuo nell'infinità dell'anima

Classe 1982, pubblicato per la prima volta in Francia nel 1984 e in Repubblica Ceca soltanto 17 anni dopo, “L’insostenibile leggerezza dell’essere” è un elaborato polifonico ambientato nella primavera di Praga e in quel periodo storico precedente all’imminente invasione sovietica. È un testo ricco di spunti di riflessione che si pone come precursore di una nuova interpretazione del romanzo psicologico e che, di conseguenza, si propone altresì quale primo tentativo di superamento dello stesso. Il primo elemento a riprova di detto assunto è il fatto che Kundera non utilizzi le caratteristiche interiori dei personaggi per psicanalizzarli e rispondere esclusivamente alla domanda del “dove comincia e dove finisce l’io” (propria di questo filone narrativo negli anni del Novecento), quanto, al contrario, per soppesare pure tutte quelle questioni che solo in apparenza fanno da contorno. Lo stesso proverbio tedesco “Einmal ist Keinmal” sottolinea come le scelte compiute durante nell’arco di una vita siano irrilevanti se paragonate con la vita stessa. Appaiono pertanto leggere rispetto a quel cercare significati, paradossalmente insostenibili, e dunque pesanti. Privilegiando dunque l’identità dell’io rispetto all’infinito dell’anima, vengono scinte le prospettive, le riflessioni, le analisi che capitolo dopo capitolo si dipanano in quella dualità data dal trinomio anima-corpo-leggerezza dell’esistenza.
Tutto ciò avviene mediante una trama che ha quale protagonista risvolti politici, geografici e storici nonché deviazioni, amore, errori, tradimenti e anche mancate corrispondenze. A dar voce a detta stratificata narrazione ambientata nella realtà dell’Europa dell’Est degli anni ’60 abbiamo i protagonisti Tereza e Tomáš ma anche Franz e Marie-Claude, Sabine e tutte le donne amanti, gli uomini spia, gli animali da affezione che si susseguono battuta dopo battuta.
Così, il lettore si trova letteralmente catapultato in mix di microcosmi individuali amplificati dalla pluricosmicità dei macrocosmi e quindi in una serie di rapporti umani che sono inevitabilmente intrecciati e condizionati dalle censure, dal potere, dal regime dittatoriale che la società impone. Ogni individuo è un modello, il suo io è emblema di un comportamento, di uno schema politico, di una concezione dell’esistenza e di quella leggerezza che cela la pesantezza e di quella pesantezza che sembra voler essere obliata dalla leggerezza.
Il sesso, ancora, in ogni veste e forma assunta, dal goduto al nascosto, al mancato, all’ignorato, è il mezzo con cui si realizza il potere perché si tramuta in espressione dell’individualità, dell’anima, della libertà, della dignità, del rispetto.
Di contro alle critiche al comunismo e all’evidenziazione del come diffidenza e paura siano condicio sine qua non alla base della sua pianificazione e impostazione, veramente interessanti, e ottimo spunto di riflessione, sono le pagine dedicate alla libertà individuale del popolo, del pensiero, della fede politica, dell’estetismo, dell’affettività, della completezza e incompletezza dell’essere.
Dal punto di vista stilistico lo scrittore è geniale nell’interpretare il ruolo del perfetto burattinaio e nel descrivere, ricomponendo come un puzzle le voci che magistralmente si alternano, quella ricerca propria di ogni suo primo attore. Quasi come se fosse una ballata, quasi come se ogni periodo fosse intercorso da un andamento musicale perfettamente cadenzato, ogni voce oscilla tra leggerezza e pesantezza, dimostrando una fervida attrazione verso quella voragine, quel baratro che è l’autodistruzione, il venir meno di quella vita di per sì così in bilico e così priva di equilibri e certezze. Nemico sempre più accorto, tangibile e inarrestabile di questa pesantezza è il kitsch che mira ad eliminare tutto quel che nell’esistenza è inammissibile privilegiando soltanto l’estetismo e non l’eticità e dunque arrivando ad escludere quale possibile soluzione sia la realtà occidentale che orientale, sia cioè l’universo americano che quello sovietico. La penna del romanziere, scorre rapida tra le mani dell’avido conoscitore, che tra metafore, filosofeggiare, meditare e erudizione narrativa, si sente complice di quelle vicende che sente a sé vicine e proprie, grazie a quell’uso forse non poetico ma efficace, del termine scurrile.
Ma quindi, cosa significa vivere nella pesantezza? Cosa significa vivere nella leggerezza? Quale tra le due è la retta via da intraprendere? Come scegliere di vivere nella pesantezza se ciò significa sottostare al Kitsh mentre opporsi a questo significa abbracciare quella insostenibile leggerezza dell’essere? Che non ci sia soluzione? Che non ci sia felicità per l’uomo? Che l’uomo non possa essere felice? Che l’uomo non sia il padrone di alcunché a differenza di quel che crede? Che i valori siano divenuti talmente esigui e labili da far sì che il mondo sia diventato talmente tanto leggero che a nulla vale far rivalere i propri ideali e la propria moralità? Che non vi sia altra possibilità innanzi a questo forte richiamo della meditazione? Perché l’equilibrio non è naturale, è un qualcosa che deve essere autoimposto e tutto è devoluto solo alla responsabilità di chi decide di vivere e nel come decide di vivere. Quanto davvero vanità e forza si sfiorano, uniscono e separano? Quanto nella quotidianità dell’esistenza la scelta rappresenta l’equilibrio tra passione e ragione? Come si può, ancora, affermare l’assolutezza di un equilibrio quando un equilibrio permanente non esiste perché tutto è sempre in discussione tanto che ogni atto deve sempre indossare un nuovo volto, una nuova maschera? E perché, nonostante tutto, si persiste a credere, sperare, gioire, lottare, amare e soffrire? Quanto la libertà è davvero possibilità di scelta?
Questo e molto altro è “L’insostenibile leggerezza dell’essere”, uno scritto che resta dentro a chi lo legge per ogni suo aspetto controverso e meditativo e che richiede tempo anche per una sua pur provvisoria recensione, basti pensare che la sottoscritta ci ha messo soltanto dieci mesi ad arrivare ad una prima valutazione e che confessa essere ancora nel dubbio non avendo ancora totalmente chiare le idee sulla totalità del suo contenuto.

«Ma questa volta non era riuscito a padroneggiarsi quando, nel bel mezzo della notte, aveva ripreso tutt’a un tratto piena coscienza. Chissà da quali stanze tornava! Chissà con quali fantasmi aveva lottato! Quando aveva visto che era a casa e aveva riconosciuto le persone a lui più vicine, non aveva resistito al desiderio di condividere con loro la sua terribile gioia, la gioia del ritorno e della rinascita» p. 306

«L’amore tra l’uomo e il cane è idilliaco. In esso non ci sono né conflitti né scene strazianti, in esso non c’è evoluzione. Karenin circondava Tereza e Tomas con la propria vita fondata sulla ripetizione e si attendeva da loro la stessa cosa» p. 320

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L'insostenibile leggerezza dell'essere 2018-09-10 11:28:07 Ginevrosità
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Ginevrosità Opinione inserita da Ginevrosità    10 Settembre, 2018
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Unico nel suo stile

Non prediligo i romanzi riguardanti la guerra, o che comunque abbiano anche un vago sfondo di conflitto, povertà e miseria. E questo non perché sono posh, ma credo che questa mia selezione derivi da un capriccio: i romanzi di guerra sono ovviamente tristi, perché penso alle morti reali che la guerra ha comportato e comporta. Il punto è che per me un romanzo non può iniziare con l'essere ovviamente triste o ovviamente felice, per il semplice fatto che non cerco un "ovviamente" in un romanzo. Insomma, deve sorprendermi.
"L'insostenibile leggerezza dell'essere" è stata l'eccezione che ha permesso di discostarmi da quel mio assurdo capriccio.
Insomma, la guerra in Boemia è diventata un palco sul quale i personaggi (sono almeno tre quelli importanti) si muovono, agiscono, pensano, cercano il loro posto nel mondo per evadere e stare meglio, com'è naturale per l'uomo. Tuttavia dal "Kitsch" non si scappa, nemmeno se Sabina parte per l'America e Tomas e Tereza vanno a vivere in campagna, perché la guerra e il Kitsch, una volta conosciuti, ti segnano a vita.
La questione però non è tragica come sembra, perché c'è amore nel romanzo, c'è soprattutto voglia di vivere ed esprimersi, c'è il tentativo di cambiare le cose, c'è la voglia da parte dei personaggi di pace (dai demoni della guerra certo, ma anche quelli che hanno dentro) e felicità. E poi c'è l'autore, fantastico, un po' disilluso, che si ostina a seguire le loro storie, inseguendo un senso, fornendo spiegazioni sul peso delle scelte dei personaggi e le loro altrettanto pesanti emozioni.
E' proprio il pensiero dichiarato dell'autore la chiave della svolta che mi ha permesso di andare avanti nelle pagine, fino alla fine. Tra tutti i personaggi è lui il mio preferito se possibile, per la sincerità della scrittura, è riuscito a raggiungermi molto più degli altri, e tutt'ora sono in bilico sul sospetto che sia stata questa l'intenzione di Kundera.
Lo stile è difficile per me da definire, direi comprensibile in primis, ma guai a saltare accidentalmente una proposizione, nel giro di pochi secondi si rischia di non capirci niente e occorre riprendere dall'esatto punto in cui la concentrazione aveva lasciato a piedi la lettura. Per me, quest'ultimo è un gran bel complimento sullo stile, in quanto significa che i concetti, anche se ripresi più volte all'interno del romanzo, non sono mai ripetitivi, ma ogni volta viene aggiunto qualcosa di nuovo che permette di vederci chiaro.
La trama è stata apprezzata per quanto mi riguarda, non certo amata alla follia, ma lo posso accettare alla luce del fatto che i personaggi sono caratterizzati tanto da essere memorabili: i sogni di Tereza fondati sulla realtà, Sabina e la sua dimensione artistica "influenzata", Tomas e il sesso con tante donne. Tutti sono speciali a loro modo, indipendentemente dal corso degli eventi. E anche questo è un complimento, se vogliamo.

Questo era il primo romanzo di Kundera che ho letto, devo assolutamente selezionarne un altro per inquadrare lo stile che mi è piaciuto molto, e avere delle conferme. Cosa consigliate

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L'insostenibile leggerezza dell'essere 2018-06-01 09:57:57 kafka62
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kafka62 Opinione inserita da kafka62    01 Giugno, 2018
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UN INTRIGANTE ROMANZO POLIFONICO

“L’insostenibile leggerezza dell’essere”, uno dei maggiori casi letterari degli anni ottanta del secolo scorso, si propone come un ambizioso tentativo di superamento del cosiddetto romanzo psicologico. Fin dalle prime pagine, lo scrittore boemo non nasconde che i suoi personaggi “non nascono da un corpo materno, bensì da una situazione, da una frase, da una metafora contenente come in un guscio una possibilità umana fondamentale”, ed in questa considerazione, in apparenza secondaria, sono contenuti secondo me i principi fondamentali dell’arte kunderiana. La rivendicazione della natura fittizia dei personaggi significa soprattutto questo: che a Kundera non interessa scandagliare la loro vita interiore (in più di un’occasione, egli mostra addirittura di non essere a parte di tutti i meccanismi psicologici che li muovono), bensì servirsi di essi per rispondere ad altre domande che non quella classica su cui si impernia tutto il romanzo psicologico del Novecento, “dove comincia e dove finisce l’io?”. Ciò non vuol dire che Kundera intende privare i suoi personaggi di una vita interiore, ma solo che di fronte al problema dell’insondabile infinito dell’anima e a quello dell’incertezza dell’identità dell’io, egli sceglie di privilegiare il secondo. Si legga ad esempio il quarto capitolo, nel corso del quale Tereza si ferma davanti a uno specchio e inizia una lunga serie di riflessioni: se il suo naso le si allungasse di un millimetro al giorno, dopo quanti giorni il suo viso sarebbe diventato diverso? E se le varie parti del suo corpo avessero cominciato a ingrossare e a rimpicciolire in modo da togliere ogni somiglianza con la figura che ora ha di fronte, sarebbe stata ancora lei? E se, nonostante tutto, la sua anima, dentro, sarebbe sempre la stessa, allora che rapporto c’è tra lei e il suo corpo? Il suo corpo ha diritto al nome “Tereza”? E se non ne ha diritto, a che cosa si riferisce quel nome? Solo a qualcosa di incorporeo, di intangibile? Queste domande esprimono una problematica fondamentale per Tereza, vale a dire il dissidio tra l’anima e il corpo, il cui tema ritorna ossessivamente nelle pagine che la riguardano. Per Tomas, l’altro protagonista, il problema essenziale è invece quello della leggerezza dell’esistenza in un mondo in cui non c’è eterno ritorno. “La vita che scompare una volta per sempre, che non ritorna – afferma Kundera all’inizio del romanzo – è simile a un’ombra, è priva di peso, è morta già in precedenza e, sia stata essa terribile, bella o splendida, quel terrore, quello splendore, quella bellezza non significano nulla… (C’è una) profonda perversione morale… in un mondo fondato essenzialmente sull’inesistenza del ritorno, perché in un mondo simile tutto è già perdonato e quindi tutto è cinicamente permesso”.
Dualità anima – corpo e leggerezza dell’esistenza sono due tra i tanti motivi che percorrono il romanzo e che costituiscono i concetti-chiave mediante i quali i suoi personaggi si relazionano al mondo. Con questo sistema, Kundera si sforza di definire per ogni personaggio il suo codice esistenziale: non attraverso l’esame della sua vita interiore, ma andando in fondo alla sua problematica esistenziale, questo è il modo non-psicologico di Kundera di cogliere l’io. Appare perciò in tutta evidenza la lontananza dell’”Insostenibile leggerezza dell’essere” sia dal romanzo ottocentesco sia da quello del secolo scorso. Le motivazioni psicologiche, l’aspetto fisico ed il passato dei personaggi, cioè gli elementi imprescindibili attorno ai quali ruotavano i romanzi tradizionali, sono qui presi in considerazione solo nei limiti in cui essi costituiscono i temi fondamentali delle loro vite: così, ad esempio, mentre nulla ci viene detto dell’aspetto di Tomas, l’autore si sofferma a descrivere con cura i seni di Tereza, perché la problematica del corpo, come ho fatto notare più sopra, rappresenta uno dei motivi di cui Tereza è formata; per fare un secondo esempio, il passato di Tomas e di Franz rimane oscuro, mentre di quello di Tereza e di Sabina viene detto parecchio, per il motivo che la situazione familiare da cui Tereza proviene è basilare per capire a fondo le sue parole-chiave, come la vertigine o la debolezza (“a volte ho l’impressione che la sua vita non sia stata che un prolungamento della vita della madre, un po’ come la corsa di una palla sul biliardo è il prolungamento del movimento del braccio del giocatore”), allo stesso modo in cui le esperienze giovanili di Sabina a diretto contatto con il brutale e violento conformismo del mondo comunista spiegano la sua originalità ed il suo bisogno disperato di intimità. Gli stessi avvenimenti storici che punteggiano il romanzo (il ’68 cecoslovacco, l’invasione del paese da parte dell’esercito russo, la forzata normalizzazione degli anni seguenti) interessano Kundera solo in quanto sono potenzialmente adatti a creare per i personaggi situazioni esistenziali rivelatrici. In questo senso, la situazione storica non è più uno sfondo sul quale si svolgono le situazioni umane, ma è essa stessa una situazione umana (come quando l’umiliazione di Dubcek che boccheggia e balbetta nel suo discorso alla nazione si trasforma nella debolezza di Tereza nei confronti dei tradimenti di Tomas).
Siamo in grado a questo punto di affrontare un aspetto fondamentale dell’arte kunderiana, la filosofia. A molti lettori Kundera pare eccessivamente didascalico e pedagogico, con quella sua smania di sillogizzare in continuazione su tutto ciò che narra. Anche se non sempre gli riesce di sfuggire ai rischi della pedanteria e della banalità, il Kundera-filosofo non è per nulla inferiore al Kundera-narratore, soprattutto alla luce di una importante considerazione: le riflessioni filosofiche o pseudo-filosofiche del romanzo (come quelle sull’eterno ritorno già citate in precedenza e quelle sul kitsch che costituiscono l’ossatura del bellissimo sesto capitolo) non sono affatto delle colte ma sostanzialmente inutili digressioni con le quali l’autore, interrompendo il naturale flusso della narrazione, si propone narcisisticamente di esibire la propria abilità dialettica, ma sono un’ideale cornice che permette di decifrare meglio il codice esistenziale dei personaggi.
Tanti altri motivi stilistici percorrono “L’insostenibile leggerezza dell’essere”, dall’abbondanza di simbolismi e di riferimenti onirici (che talvolta, come nel sogno dell’esecuzione sulla collina di Petrin, richiamano le pagine di alcuni racconti kafkiani) all’andamento musicale del romanzo (ad esempio, all’atmosfera brutale e concitata del sesto capitolo, contraddistinto da un fortissimo e prestissimo, fa seguito l’atmosfera calma e malinconica del settimo capitolo, caratterizzato da un pianissimo e adagio). La caratteristica che salta in maniera più evidente agli occhi è però la sua polifonia: nel romanzo vi sono quattro personaggi principali e Kundera sceglie di seguirli separatamente, singolarmente, in modo che nel capitolo dedicato a uno di essi si possano conoscere solo i pensieri e le emozioni di questi e non degli altri. Questo modo di procedere, anche se dà un’impressione di apparente frammentarietà, consente in realtà allo scrittore di mantenere un notevole distacco critico e di evidenziare, sfuggendo a qualsiasi rigidità tematica, la profonda diversità dei protagonisti, che neppure il fragile minimo comun denominatore del sesso riesce a superare. Credo anzi che proprio nella reciproca diversità risiede la loro esemplarità, la loro capacità di stagliarsi con straordinaria concretezza e vividezza nella nostra mente. Vediamoli in rapidissima successione. Tomas è un chirurgo famoso e dongiovanni, il quale, continuamente oppresso da un senso di impotente incertezza di fronte alle angosciose alternative della vita, viene spinto ad agire (o a non agire) volta a volta dal fatalismo, dalla compassione e dai rimorsi piuttosto che dalle proprie convinzioni morali; Tereza, la sua compagna, è dal canto suo una ragazza che, fuggita dallo squallido e volgare mondo della sua infanzia, mobilita tutte le proprie forze per fare del suo amore per Tomas un qualcosa di sublime, in grado di smentire la degradante dualità di corpo e anima; Sabina è invece un personaggio originale e anticonformista il quale, dopo aver tradito la famiglia e il comunismo, non è più capace di fermarsi sull’inebriante ma infelice strada dei tradimenti; Franz, infine, è una figura di intellettuale nobile e coraggioso, ma ingenuo e idealista, che Kundera vede come il simbolo della beffarda vanità della Grande Marcia verso l’avvenire.
E’ vano tentare di riassumere la trama dei rapporti che legano tra loro i quattro personaggi: una molteplicità di invisibili fili volta a volta li avvicina o li allontana, li fa casualmente incontrare per poi altrettanto accidentalmente separarli. Quello che conta, all’interno di quel complicato quadrilatero di storie individuali in cui tutto incessantemente varia, è scoprire qual è il motivo conduttore, il tema portante. Questo motivo lo troviamo contenuto già nell’enigmatico e bellissimo titolo, che si imprime nella memoria come una frase musicale. Al contrario di Italo Calvino, che nelle sue recenti Lezioni americane propone la leggerezza come un valore da salvaguardare, Kundera sceglie senza mezzi termini la pesantezza: “Ma davvero la pesantezza è terribile e la leggerezza meravigliosa? […] Quanto più il fardello è pesante, tanto più la nostra vita è vicina alla terra, tanto più è reale e autentica. Al contrario, l’assenza assoluta di un fardello fa sì che l’uomo diventi più leggero dell’aria, prenda il volo verso l’alto, si allontani dalla terra, diventi solo a metà reale e i suoi movimenti siano tanto liberi quanto privi di significato”. I personaggi del romanzo non sono però capaci di schierarsi coerentemente a favore di questa opzione e oscillano problematicamente, sia pure con diverse gradazioni, tra la leggerezza e la pesantezza. In realtà, la loro lotta per dare un senso “pesante” alla vita è in ogni istante contrastata da una fascinosa vertigine, da una stordente attrazione verso l’abisso, che è allo stesso tempo inconscio desiderio di autodistruzione (così è per Tomas, il quale, per non ritrattare le idee politiche espresse anni addietro in un articolo giornalistico, è indotto ad abbandonare la professione medica) ed “ebbrezza della debolezza” (così è invece per Tereza, la quale, per punirsi della sua incapacità di conservare la fedeltà di Tomas, umilia il proprio corpo in una avvilente avventura erotica). D’altra parte, vivere nel segno della pesantezza è continuamente minacciato da un subdolo ed insinuante nemico, il kitsch, che, inarrestabile, sta dilagando come un’epidemia nel mondo. Alla base del kitsch sta una fede fondamentale, che Kundera chiama “accordo categorico con l’essere” ma potrebbe essere parimenti definita come una fiducia aprioristica e incondizionata nella vita. Questo ideale, estetico prima ancora che etico, si regge sulla negazione e sulla eliminazione di tutto ciò che nell’esistenza umana è essenzialmente inaccettabile (Kundera prende spunto, guarda caso, da considerazioni provocatoriamente scatologiche, ma non tarda ad estenderle al comunismo, che si fonda su un forzato e imprescindibile accordo collettivo da cui sono obbligatoriamente banditi l’individualismo, il dubbio e l’ironia). Il kitsch rende pateticamente illusori sia l’ideale della Grande Marcia della sinistra europea (“questo inebriante cammino verso la fratellanza, l’uguaglianza, la giustizia, la felicità”) sia quello dell’american way of life inneggiante ai valori tradizionali e alla lotta contro il pericolo rosso.
Credo che Kundera abbia toccato in queste pagine uno dei tasti più dolenti della nostra era: il kitsch, questo ridicolo e ineliminabile retaggio sentimentale che al cinema ci fa commuovere quando assistiamo a scene in cui lui pensa che lei non lo ami più, lei pensa la stessa cosa di lui e alla fine cadono uno tra le braccia dell’altra in un tripudio di lacrime, che nelle patinate immagini degli spot televisivi assume l’immagine di un tranquillo, dolce e armonioso focolare domestico, dove regnano una madre amorevole e un padre saggio, che nei manifesti delle campagne elettorali inneggia alla solidarietà e al progresso civile, il kitsch dicevo, questo cancro incistatosi profondamente nella nostra società, è entrato in noi fino a divenire parte integrante della condizione umana. Esso ci accompagna fino alla morte, nella morte anzi trova la sua più grande consacrazione (“Prima di essere dimenticati, verremo trasformati in kitsch. Il kitsch è la stazione di passaggio tra l’essere e l’oblio”). Nell’”Insostenibile leggerezza dell’essere” c’è un personaggio che rifiuta sdegnosamente il kitsch e si proclama apertamente suo acerrimo nemico: è Sabina. Non è un caso, a mio avviso, che Sabina sia anche il personaggio più doloroso e sofferto di tutto il romanzo. La sua scelta di stare dall’altra parte, di tradire genitori, patria e amante, di non scendere a compromessi con nessuno, di sfuggire insomma al kitsch nel quale la gente vuole trasformare la sua vita, ha fatto intorno a lei il vuoto: la sua vita si è trasformata (anche fisicamente, con i progressivi trasferimenti in Svizzera, in Francia e in America) in una corsa in linea retta, affannosa, verso il vuoto, fino alla decisione finale di farsi cremare, cioè di morire nel segno della leggerezza.
Le conclusioni di Kundera sono agghiaccianti: vivere nella pesantezza significa sottostare all’ambigua e pericolosa seduzione del kitsch (in questo senso devono intendersi il candido e quasi infantile idealismo di Franz e la nostalgia dell’idillio di Tereza), ma opporsi al kitsch porta solamente all’insostenibile leggerezza dell’essere. Sembra non esserci alcuna soluzione a questa insolubile aporia. Il mondo di Kundera è un mondo in cui il disegno della Creazione non è quello di rendere gli uomini felici. Kundera percepisce tutto ciò con straordinaria chiarezza e, con l’arma del sarcasmo e dello sberleffo, stronca la stupida e vanagloriosa convinzione dell’uomo di essere il “signore e padrone della natura”, affermando che i poli dell’esistenza umana si sono avvicinati fin quasi a toccarsi, che non c’è più differenza tra il sublime e l’infimo, che il mondo è diventato infinitamente leggero e a nulla vale gettare sul piatto della bilancia l’irrisorio e futile peso dei propri ideali e dei propri imperativi morali.

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