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L'insostenibile leggerezza dell'essere

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"Il suo romanzo ci dimostra come nella vita tutto quello che scegliamo e apprezziamo come leggero non tarda a rivelare il proprio peso insostenibile. Forse solo la vivacità e la mobilità dell’intelligenza sfuggono a questa condanna: le qualità con cui è scritto il romanzo, che appartengono a un altro universo da quello del vivere." Italo Calvino

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L'insostenibile leggerezza dell'essere 2019-10-06 21:49:49 cristiano75
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cristiano75 Opinione inserita da cristiano75    06 Ottobre, 2019
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Un Latin Lover senza remore nella Praga occupata

Come cantava Venditti in una sua famosa canzone degli anni 80: "non leggi neanche Milan Kundera".....

e no mio caro Antonello, me lo sono letto Kundera e posso dirti che sicuramente è molto meglio la tua canzone......

Sarà la voglia dell'autore di descrivere i particolari sessuali dei protagonisti e soprattutto l'infinita miriade di conquiste del protagonista principale, il Brad Pitt dei medici di Praga, descritto come un conquistatore senza freni e inibizioni.....praticamente mezzo libro si concentra sulle avventure del buon Tomas e l'altro mezzo vuole fare una filippica tediosa e infinita contro i sistemi socialisti e le disavventure a finire sotto quei cattivoni dei Russi.

Bastano queste cose per rendere questo romanzo un pappone di proporzioni cosmiche, che ucciderebbe pure la pazienza di un monaco Tibetano alle prese con lo sciopero della fame e della sete.

Poi una cosa assolutamente insopportabile e questa latente misoginia che sembra pervadere l'opera dall'inizio alla fine, con la donna come essere che deve tollerare le scappatelle del proprio maschio e anzi dove proprio porsi domande oppure ribellarsi. Insomma miei cari siamo quasi alle pagine rosa dei volumi che si trovavano in edicola, quando ancora io andavo a scuola con le Timberland.

E poi vi raccomando il finale, che non vi racconto perchè non mi pare giusto che io solo debba essermi sorbito tutta questa insostenibile leggerezza dell'essere che paventa l'autore.....un concetto quello di "leggerezza" che l'autore forse non aveva ben in mente mentre si apprestava a scrivere delle avventure/disavventure sessuali del suo amato chirurgo.......

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la Bibbia
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L'insostenibile leggerezza dell'essere 2019-07-08 07:33:39 topodibiblioteca
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topodibiblioteca Opinione inserita da topodibiblioteca    08 Luglio, 2019
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Un'opera completa

Classico contemporaneo del quale è già stato detto tutto, una lacuna colmata con troppi anni di ritardo ahimè (e ringrazio chi ha contribuito a farmelo leggere). Uno di quei libri da "leggere assolutamente almeno una volta nella vita". Un saggio-romanzo (oppure il contrario forse?) che sonda la profondità dell’animo umano attraverso continui approfondimenti filosofici, ma che allo stesso tempo spazia anche su tanti altri temi come la politica (la denuncia dell'occupazione sovietica nel 1968, durante la Primavera di Praga), religione, amore.

“Che cosa dobbiamo scegliere la leggerezza o la pesantezza?” E’ quello che si chiede Kundera fin dalle prime pagine, l’eterno dilemma, e questa dicotomia attraversa le pagine di quest'opera che ci fa capire quanto l’uomo ambisca ad una vita piena, realizzata, emozionante, anche se in concreto tali aspirazioni possono configurarsi in tutta la loro "pesantezza" e gravità. Sull’altro piatto della bilancia abbiamo invece il concetto di "leggerezza" che può anche diventare insostenibile, indesiderabile (come nel caso di Sabina, una delle co-protagoniste dell’opera). La stessa vita tra l’altro può definirsi leggera ed effimera, un’opportunità che svanisce velocemente (“la storia è leggera al pari delle singole vite umane, insostenibilmente leggera, leggera come una piuma, come la polvere che turbina nell’aria, come qualcosa che domani non ci sarà più”). Per Kundera infatti “Il tempo umano non ruota in cerchio ma avanza veloce in linea retta. E’ per questo che l’uomo non può essere felice, perché la felicità è desiderio di ripetizione”. L'uomo è perenemmente alla ricerca di quegli elementi di rottura in grado di rendere la sua vita unica e indimenticabile, ma come riuscire a cogliere le sollecitazioni della vita? Come distinguere il banale da ciò che non lo è ? Per Kundera la spiegazione sta in qualche modo nella casualità perchè "Soltanto il caso può apparirci come un messaggio. Ciò che avviene per necessità, ciò che è atteso, che si ripete ogni giorno, tutto ciò è muto".

Un libro che allo stesso tempo credo possa definirsi un'opera enciclopedica per la portata di concetti che contiene. Al di sopra di tutto e di tutti Kundera ci appare come il narratore onniscente che racconta la vita attraverso i suoi personaggi, ed allo stesso tempo svela il legame personale con la sua opera in quanto "I personaggi del mio romanzo sono le mie proprie possibilità che non si sono realizzate. Per questo voglio bene a tutti allo stesso modo e tutti allo stesso modo mi spaventano: ciascuno di essi ha superato un confine che io ho solo aggirato".

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L'insostenibile leggerezza dell'essere 2019-05-23 10:28:44 archeomari
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archeomari Opinione inserita da archeomari    23 Mag, 2019
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INDIMENTICABILE

Questa è una recensione molto tardiva di un libro letto questo autunno, lasciato sul comodino, di cui ho letto e riletto più volte i passaggi che mi hanno colpita maggiormente. È uno dei libri, come dice qualcuno, della vita: uno di quelli che non devono mancare nel nostro bagaglio di letture.
Sono stata attirata dalla copertina, color carta da zucchero, e soprattutto perché era da tempo che avrei voluto leggerlo.
Non è per tutti: è necessario avere una certa maturità di letture e di esperienze di vita per poterlo capire fino in fondo ed apprezzarne la grandezza e la profondità.
Ogni sua parte è densa di delicatezza, di lirismo, alternati ad una trama sapientemente intrecciata da una parte e dall’altra della composizione.
Il romanzo si ambienta tra Praga e Zurigo, i personaggi principali sono Tomaš, un medico, la moglie Tereza e Sabina, l’amante “storica” di Tomaš, la femme fatale di tutta la storia.
È un libro composito e complesso, perché oltre ad una trama, abbastanza lineare, ci sono profondità di riflessione dei vari personaggi, le loro manie, i loro conflitti psicologici, riflessioni sulla vita, sulla libertà di parola, sull’importanza di avere una propria integra dignità.
Dolcissima e tenera l’immagine di Tereza che si presenta a casa di Tomaš, dopo essersi visti una volta sola, e viene paragonata ad un neonato inerme abbandonato dentro ad una cesta in balia della corrente di un fiume. Lei amerà Tomaš e soffrirà per i suoi continui tradimenti; lui amerà Tereza, sentirà per lei un amore profondo, indissolubile, si sentirà responsabile della propria felicità al punto da rinunciare anche ad un prestigioso posto di lavoro, ma...l’attrazione per le belle donne è più forte.
D’altronde:
“Fare l’amore con una donna e dormire con una donna sono due passioni non solo diverse, ma quasi opposte. L’amore non si manifesta con il desiderio di fare l’amore (...) ma col desiderio di dormire insieme”, l’autore sostiene infatti che
“Legare l’amore al sesso è stata una delle trovate più bizzarre del Creatore”

Prima di Tereza, Tomaš non aveva mai dormito con una donna e né lo farà dopo il matrimonio. Non ha neppure mai dormito con Sabina, che nel romanzo è l’unica che raggiunge l’insostenibile leggerezza dell’essere. Una volta perso il papà, che rappresentava la convenzione da trasgredire, una volta che Praga è stata invasa dai comunisti, trovandosi anche senza patria, Sabina non ha nessun ideale, nessuna persona da tradire.
Per essere pesanti, tra le altre cose, è necessaria la compassione: il nostro dolore non è mai più pesante di quello che proviamo insieme ad un altro, verso un altro, al posto di un altro, dice Kundera. Quindi Sabina, ormai sola, una volta che l’ultima sua tresca amorosa è stata rivelata alla rivale, è veramente leggerissima, senza nessun peso, senza radici che la tengano ancorata in un determinato posto, senza il peso della compassione, senza il peso della vita.
Interessantissima la riflessione sull’unicità della nostra vita
“ Non esiste alcun modo di stabilire quale decisione sia la migliore, perché non esiste alcun termine di paragone. L’uomo vive ogni cosa subito, per la prima volta, senza preparazioni. Come un attore che entra in scena senza avere mai provato. Ma che valore può avere la vita se la prima prova è già la vita stessa? Per questo la vita somiglia sempre ad uno schizzo. Ma nemmeno “schizzo” è la parola giusta, perché uno schizzo è sempre un abbozzo di qualcosa, la preparazione di un quadro, mentre lo schizzo che è la nostra vita è uno schizzo di nulla, un abbozzo senza quadro”.
È un concetto ribadito più volte all’interno dell’opera. Il lirismo dell’opera consiste non soltanto nelle immagini, ma anche nella ripetizione di alcuni concetti e di alcune immagini, che ricordano un po’ le abitudini degli antichi cantori, gli aedi. Vi invito a leggere con attenzione le pagine in cui Kundera parla della magia delle coincidenze, dell’amore e della fedeltà del cane verso il padrone, dell’amore paragonato ad una composizione musicale a due che, a seconda del grado di maturità di ciascuno, delle sue esperienze, avrà diversi risultati. Vi invito a soffermarvi sulle pagine dedicate alla bombetta di Sabina...qualcuno di voi avrà visto il film, qualcun altro come me, non l’avrà visto e sarà stato più fortunato, perché non è tanto la storia quella che ti segna, ma lo stile, la bravura di Kundera. In fondo la trama non è particolarmente dinamica e sconvolgente, ma lo sono le riflessioni, il modo unico, e sottolineo, unico, di questo autore di imprimere in noi certe sensazioni.

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consigliato a chi vuole scoprire un libro unico nello stile, profondo e denso di riflessioni sulla vita.
Non è voluminoso, ma si gusta a sorsi.
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L'insostenibile leggerezza dell'essere 2018-12-28 18:30:32 Mian88
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Mian88 Opinione inserita da Mian88    28 Dicembre, 2018
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Io individuo nell'infinità dell'anima

Classe 1982, pubblicato per la prima volta in Francia nel 1984 e in Repubblica Ceca soltanto 17 anni dopo, “L’insostenibile leggerezza dell’essere” è un elaborato polifonico ambientato nella primavera di Praga e in quel periodo storico precedente all’imminente invasione sovietica. È un testo ricco di spunti di riflessione che si pone come precursore di una nuova interpretazione del romanzo psicologico e che, di conseguenza, si propone altresì quale primo tentativo di superamento dello stesso. Il primo elemento a riprova di detto assunto è il fatto che Kundera non utilizzi le caratteristiche interiori dei personaggi per psicanalizzarli e rispondere esclusivamente alla domanda del “dove comincia e dove finisce l’io” (propria di questo filone narrativo negli anni del Novecento), quanto, al contrario, per soppesare pure tutte quelle questioni che solo in apparenza fanno da contorno. Lo stesso proverbio tedesco “Einmal ist Keinmal” sottolinea come le scelte compiute durante nell’arco di una vita siano irrilevanti se paragonate con la vita stessa. Appaiono pertanto leggere rispetto a quel cercare significati, paradossalmente insostenibili, e dunque pesanti. Privilegiando dunque l’identità dell’io rispetto all’infinito dell’anima, vengono scinte le prospettive, le riflessioni, le analisi che capitolo dopo capitolo si dipanano in quella dualità data dal trinomio anima-corpo-leggerezza dell’esistenza.
Tutto ciò avviene mediante una trama che ha quale protagonista risvolti politici, geografici e storici nonché deviazioni, amore, errori, tradimenti e anche mancate corrispondenze. A dar voce a detta stratificata narrazione ambientata nella realtà dell’Europa dell’Est degli anni ’60 abbiamo i protagonisti Tereza e Tomáš ma anche Franz e Marie-Claude, Sabine e tutte le donne amanti, gli uomini spia, gli animali da affezione che si susseguono battuta dopo battuta.
Così, il lettore si trova letteralmente catapultato in mix di microcosmi individuali amplificati dalla pluricosmicità dei macrocosmi e quindi in una serie di rapporti umani che sono inevitabilmente intrecciati e condizionati dalle censure, dal potere, dal regime dittatoriale che la società impone. Ogni individuo è un modello, il suo io è emblema di un comportamento, di uno schema politico, di una concezione dell’esistenza e di quella leggerezza che cela la pesantezza e di quella pesantezza che sembra voler essere obliata dalla leggerezza.
Il sesso, ancora, in ogni veste e forma assunta, dal goduto al nascosto, al mancato, all’ignorato, è il mezzo con cui si realizza il potere perché si tramuta in espressione dell’individualità, dell’anima, della libertà, della dignità, del rispetto.
Di contro alle critiche al comunismo e all’evidenziazione del come diffidenza e paura siano condicio sine qua non alla base della sua pianificazione e impostazione, veramente interessanti, e ottimo spunto di riflessione, sono le pagine dedicate alla libertà individuale del popolo, del pensiero, della fede politica, dell’estetismo, dell’affettività, della completezza e incompletezza dell’essere.
Dal punto di vista stilistico lo scrittore è geniale nell’interpretare il ruolo del perfetto burattinaio e nel descrivere, ricomponendo come un puzzle le voci che magistralmente si alternano, quella ricerca propria di ogni suo primo attore. Quasi come se fosse una ballata, quasi come se ogni periodo fosse intercorso da un andamento musicale perfettamente cadenzato, ogni voce oscilla tra leggerezza e pesantezza, dimostrando una fervida attrazione verso quella voragine, quel baratro che è l’autodistruzione, il venir meno di quella vita di per sì così in bilico e così priva di equilibri e certezze. Nemico sempre più accorto, tangibile e inarrestabile di questa pesantezza è il kitsch che mira ad eliminare tutto quel che nell’esistenza è inammissibile privilegiando soltanto l’estetismo e non l’eticità e dunque arrivando ad escludere quale possibile soluzione sia la realtà occidentale che orientale, sia cioè l’universo americano che quello sovietico. La penna del romanziere, scorre rapida tra le mani dell’avido conoscitore, che tra metafore, filosofeggiare, meditare e erudizione narrativa, si sente complice di quelle vicende che sente a sé vicine e proprie, grazie a quell’uso forse non poetico ma efficace, del termine scurrile.
Ma quindi, cosa significa vivere nella pesantezza? Cosa significa vivere nella leggerezza? Quale tra le due è la retta via da intraprendere? Come scegliere di vivere nella pesantezza se ciò significa sottostare al Kitsh mentre opporsi a questo significa abbracciare quella insostenibile leggerezza dell’essere? Che non ci sia soluzione? Che non ci sia felicità per l’uomo? Che l’uomo non possa essere felice? Che l’uomo non sia il padrone di alcunché a differenza di quel che crede? Che i valori siano divenuti talmente esigui e labili da far sì che il mondo sia diventato talmente tanto leggero che a nulla vale far rivalere i propri ideali e la propria moralità? Che non vi sia altra possibilità innanzi a questo forte richiamo della meditazione? Perché l’equilibrio non è naturale, è un qualcosa che deve essere autoimposto e tutto è devoluto solo alla responsabilità di chi decide di vivere e nel come decide di vivere. Quanto davvero vanità e forza si sfiorano, uniscono e separano? Quanto nella quotidianità dell’esistenza la scelta rappresenta l’equilibrio tra passione e ragione? Come si può, ancora, affermare l’assolutezza di un equilibrio quando un equilibrio permanente non esiste perché tutto è sempre in discussione tanto che ogni atto deve sempre indossare un nuovo volto, una nuova maschera? E perché, nonostante tutto, si persiste a credere, sperare, gioire, lottare, amare e soffrire? Quanto la libertà è davvero possibilità di scelta?
Questo e molto altro è “L’insostenibile leggerezza dell’essere”, uno scritto che resta dentro a chi lo legge per ogni suo aspetto controverso e meditativo e che richiede tempo anche per una sua pur provvisoria recensione, basti pensare che la sottoscritta ci ha messo soltanto dieci mesi ad arrivare ad una prima valutazione e che confessa essere ancora nel dubbio non avendo ancora totalmente chiare le idee sulla totalità del suo contenuto.

«Ma questa volta non era riuscito a padroneggiarsi quando, nel bel mezzo della notte, aveva ripreso tutt’a un tratto piena coscienza. Chissà da quali stanze tornava! Chissà con quali fantasmi aveva lottato! Quando aveva visto che era a casa e aveva riconosciuto le persone a lui più vicine, non aveva resistito al desiderio di condividere con loro la sua terribile gioia, la gioia del ritorno e della rinascita» p. 306

«L’amore tra l’uomo e il cane è idilliaco. In esso non ci sono né conflitti né scene strazianti, in esso non c’è evoluzione. Karenin circondava Tereza e Tomas con la propria vita fondata sulla ripetizione e si attendeva da loro la stessa cosa» p. 320

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L'insostenibile leggerezza dell'essere 2018-09-10 11:28:07 Ginevrosità
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Ginevrosità Opinione inserita da Ginevrosità    10 Settembre, 2018
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Unico nel suo stile

Non prediligo i romanzi riguardanti la guerra, o che comunque abbiano anche un vago sfondo di conflitto, povertà e miseria. E questo non perché sono posh, ma credo che questa mia selezione derivi da un capriccio: i romanzi di guerra sono ovviamente tristi, perché penso alle morti reali che la guerra ha comportato e comporta. Il punto è che per me un romanzo non può iniziare con l'essere ovviamente triste o ovviamente felice, per il semplice fatto che non cerco un "ovviamente" in un romanzo. Insomma, deve sorprendermi.
"L'insostenibile leggerezza dell'essere" è stata l'eccezione che ha permesso di discostarmi da quel mio assurdo capriccio.
Insomma, la guerra in Boemia è diventata un palco sul quale i personaggi (sono almeno tre quelli importanti) si muovono, agiscono, pensano, cercano il loro posto nel mondo per evadere e stare meglio, com'è naturale per l'uomo. Tuttavia dal "Kitsch" non si scappa, nemmeno se Sabina parte per l'America e Tomas e Tereza vanno a vivere in campagna, perché la guerra e il Kitsch, una volta conosciuti, ti segnano a vita.
La questione però non è tragica come sembra, perché c'è amore nel romanzo, c'è soprattutto voglia di vivere ed esprimersi, c'è il tentativo di cambiare le cose, c'è la voglia da parte dei personaggi di pace (dai demoni della guerra certo, ma anche quelli che hanno dentro) e felicità. E poi c'è l'autore, fantastico, un po' disilluso, che si ostina a seguire le loro storie, inseguendo un senso, fornendo spiegazioni sul peso delle scelte dei personaggi e le loro altrettanto pesanti emozioni.
E' proprio il pensiero dichiarato dell'autore la chiave della svolta che mi ha permesso di andare avanti nelle pagine, fino alla fine. Tra tutti i personaggi è lui il mio preferito se possibile, per la sincerità della scrittura, è riuscito a raggiungermi molto più degli altri, e tutt'ora sono in bilico sul sospetto che sia stata questa l'intenzione di Kundera.
Lo stile è difficile per me da definire, direi comprensibile in primis, ma guai a saltare accidentalmente una proposizione, nel giro di pochi secondi si rischia di non capirci niente e occorre riprendere dall'esatto punto in cui la concentrazione aveva lasciato a piedi la lettura. Per me, quest'ultimo è un gran bel complimento sullo stile, in quanto significa che i concetti, anche se ripresi più volte all'interno del romanzo, non sono mai ripetitivi, ma ogni volta viene aggiunto qualcosa di nuovo che permette di vederci chiaro.
La trama è stata apprezzata per quanto mi riguarda, non certo amata alla follia, ma lo posso accettare alla luce del fatto che i personaggi sono caratterizzati tanto da essere memorabili: i sogni di Tereza fondati sulla realtà, Sabina e la sua dimensione artistica "influenzata", Tomas e il sesso con tante donne. Tutti sono speciali a loro modo, indipendentemente dal corso degli eventi. E anche questo è un complimento, se vogliamo.

Questo era il primo romanzo di Kundera che ho letto, devo assolutamente selezionarne un altro per inquadrare lo stile che mi è piaciuto molto, e avere delle conferme. Cosa consigliate

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L'insostenibile leggerezza dell'essere 2018-06-01 09:57:57 kafka62
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kafka62 Opinione inserita da kafka62    01 Giugno, 2018
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UN INTRIGANTE ROMANZO POLIFONICO

“L’insostenibile leggerezza dell’essere”, uno dei maggiori casi letterari degli anni ottanta del secolo scorso, si propone come un ambizioso tentativo di superamento del cosiddetto romanzo psicologico. Fin dalle prime pagine, lo scrittore boemo non nasconde che i suoi personaggi “non nascono da un corpo materno, bensì da una situazione, da una frase, da una metafora contenente come in un guscio una possibilità umana fondamentale”, ed in questa considerazione, in apparenza secondaria, sono contenuti secondo me i principi fondamentali dell’arte kunderiana. La rivendicazione della natura fittizia dei personaggi significa soprattutto questo: che a Kundera non interessa scandagliare la loro vita interiore (in più di un’occasione, egli mostra addirittura di non essere a parte di tutti i meccanismi psicologici che li muovono), bensì servirsi di essi per rispondere ad altre domande che non quella classica su cui si impernia tutto il romanzo psicologico del Novecento, “dove comincia e dove finisce l’io?”. Ciò non vuol dire che Kundera intende privare i suoi personaggi di una vita interiore, ma solo che di fronte al problema dell’insondabile infinito dell’anima e a quello dell’incertezza dell’identità dell’io, egli sceglie di privilegiare il secondo. Si legga ad esempio il quarto capitolo, nel corso del quale Tereza si ferma davanti a uno specchio e inizia una lunga serie di riflessioni: se il suo naso le si allungasse di un millimetro al giorno, dopo quanti giorni il suo viso sarebbe diventato diverso? E se le varie parti del suo corpo avessero cominciato a ingrossare e a rimpicciolire in modo da togliere ogni somiglianza con la figura che ora ha di fronte, sarebbe stata ancora lei? E se, nonostante tutto, la sua anima, dentro, sarebbe sempre la stessa, allora che rapporto c’è tra lei e il suo corpo? Il suo corpo ha diritto al nome “Tereza”? E se non ne ha diritto, a che cosa si riferisce quel nome? Solo a qualcosa di incorporeo, di intangibile? Queste domande esprimono una problematica fondamentale per Tereza, vale a dire il dissidio tra l’anima e il corpo, il cui tema ritorna ossessivamente nelle pagine che la riguardano. Per Tomas, l’altro protagonista, il problema essenziale è invece quello della leggerezza dell’esistenza in un mondo in cui non c’è eterno ritorno. “La vita che scompare una volta per sempre, che non ritorna – afferma Kundera all’inizio del romanzo – è simile a un’ombra, è priva di peso, è morta già in precedenza e, sia stata essa terribile, bella o splendida, quel terrore, quello splendore, quella bellezza non significano nulla… (C’è una) profonda perversione morale… in un mondo fondato essenzialmente sull’inesistenza del ritorno, perché in un mondo simile tutto è già perdonato e quindi tutto è cinicamente permesso”.
Dualità anima – corpo e leggerezza dell’esistenza sono due tra i tanti motivi che percorrono il romanzo e che costituiscono i concetti-chiave mediante i quali i suoi personaggi si relazionano al mondo. Con questo sistema, Kundera si sforza di definire per ogni personaggio il suo codice esistenziale: non attraverso l’esame della sua vita interiore, ma andando in fondo alla sua problematica esistenziale, questo è il modo non-psicologico di Kundera di cogliere l’io. Appare perciò in tutta evidenza la lontananza dell’”Insostenibile leggerezza dell’essere” sia dal romanzo ottocentesco sia da quello del secolo scorso. Le motivazioni psicologiche, l’aspetto fisico ed il passato dei personaggi, cioè gli elementi imprescindibili attorno ai quali ruotavano i romanzi tradizionali, sono qui presi in considerazione solo nei limiti in cui essi costituiscono i temi fondamentali delle loro vite: così, ad esempio, mentre nulla ci viene detto dell’aspetto di Tomas, l’autore si sofferma a descrivere con cura i seni di Tereza, perché la problematica del corpo, come ho fatto notare più sopra, rappresenta uno dei motivi di cui Tereza è formata; per fare un secondo esempio, il passato di Tomas e di Franz rimane oscuro, mentre di quello di Tereza e di Sabina viene detto parecchio, per il motivo che la situazione familiare da cui Tereza proviene è basilare per capire a fondo le sue parole-chiave, come la vertigine o la debolezza (“a volte ho l’impressione che la sua vita non sia stata che un prolungamento della vita della madre, un po’ come la corsa di una palla sul biliardo è il prolungamento del movimento del braccio del giocatore”), allo stesso modo in cui le esperienze giovanili di Sabina a diretto contatto con il brutale e violento conformismo del mondo comunista spiegano la sua originalità ed il suo bisogno disperato di intimità. Gli stessi avvenimenti storici che punteggiano il romanzo (il ’68 cecoslovacco, l’invasione del paese da parte dell’esercito russo, la forzata normalizzazione degli anni seguenti) interessano Kundera solo in quanto sono potenzialmente adatti a creare per i personaggi situazioni esistenziali rivelatrici. In questo senso, la situazione storica non è più uno sfondo sul quale si svolgono le situazioni umane, ma è essa stessa una situazione umana (come quando l’umiliazione di Dubcek che boccheggia e balbetta nel suo discorso alla nazione si trasforma nella debolezza di Tereza nei confronti dei tradimenti di Tomas).
Siamo in grado a questo punto di affrontare un aspetto fondamentale dell’arte kunderiana, la filosofia. A molti lettori Kundera pare eccessivamente didascalico e pedagogico, con quella sua smania di sillogizzare in continuazione su tutto ciò che narra. Anche se non sempre gli riesce di sfuggire ai rischi della pedanteria e della banalità, il Kundera-filosofo non è per nulla inferiore al Kundera-narratore, soprattutto alla luce di una importante considerazione: le riflessioni filosofiche o pseudo-filosofiche del romanzo (come quelle sull’eterno ritorno già citate in precedenza e quelle sul kitsch che costituiscono l’ossatura del bellissimo sesto capitolo) non sono affatto delle colte ma sostanzialmente inutili digressioni con le quali l’autore, interrompendo il naturale flusso della narrazione, si propone narcisisticamente di esibire la propria abilità dialettica, ma sono un’ideale cornice che permette di decifrare meglio il codice esistenziale dei personaggi.
Tanti altri motivi stilistici percorrono “L’insostenibile leggerezza dell’essere”, dall’abbondanza di simbolismi e di riferimenti onirici (che talvolta, come nel sogno dell’esecuzione sulla collina di Petrin, richiamano le pagine di alcuni racconti kafkiani) all’andamento musicale del romanzo (ad esempio, all’atmosfera brutale e concitata del sesto capitolo, contraddistinto da un fortissimo e prestissimo, fa seguito l’atmosfera calma e malinconica del settimo capitolo, caratterizzato da un pianissimo e adagio). La caratteristica che salta in maniera più evidente agli occhi è però la sua polifonia: nel romanzo vi sono quattro personaggi principali e Kundera sceglie di seguirli separatamente, singolarmente, in modo che nel capitolo dedicato a uno di essi si possano conoscere solo i pensieri e le emozioni di questi e non degli altri. Questo modo di procedere, anche se dà un’impressione di apparente frammentarietà, consente in realtà allo scrittore di mantenere un notevole distacco critico e di evidenziare, sfuggendo a qualsiasi rigidità tematica, la profonda diversità dei protagonisti, che neppure il fragile minimo comun denominatore del sesso riesce a superare. Credo anzi che proprio nella reciproca diversità risiede la loro esemplarità, la loro capacità di stagliarsi con straordinaria concretezza e vividezza nella nostra mente. Vediamoli in rapidissima successione. Tomas è un chirurgo famoso e dongiovanni, il quale, continuamente oppresso da un senso di impotente incertezza di fronte alle angosciose alternative della vita, viene spinto ad agire (o a non agire) volta a volta dal fatalismo, dalla compassione e dai rimorsi piuttosto che dalle proprie convinzioni morali; Tereza, la sua compagna, è dal canto suo una ragazza che, fuggita dallo squallido e volgare mondo della sua infanzia, mobilita tutte le proprie forze per fare del suo amore per Tomas un qualcosa di sublime, in grado di smentire la degradante dualità di corpo e anima; Sabina è invece un personaggio originale e anticonformista il quale, dopo aver tradito la famiglia e il comunismo, non è più capace di fermarsi sull’inebriante ma infelice strada dei tradimenti; Franz, infine, è una figura di intellettuale nobile e coraggioso, ma ingenuo e idealista, che Kundera vede come il simbolo della beffarda vanità della Grande Marcia verso l’avvenire.
E’ vano tentare di riassumere la trama dei rapporti che legano tra loro i quattro personaggi: una molteplicità di invisibili fili volta a volta li avvicina o li allontana, li fa casualmente incontrare per poi altrettanto accidentalmente separarli. Quello che conta, all’interno di quel complicato quadrilatero di storie individuali in cui tutto incessantemente varia, è scoprire qual è il motivo conduttore, il tema portante. Questo motivo lo troviamo contenuto già nell’enigmatico e bellissimo titolo, che si imprime nella memoria come una frase musicale. Al contrario di Italo Calvino, che nelle sue recenti Lezioni americane propone la leggerezza come un valore da salvaguardare, Kundera sceglie senza mezzi termini la pesantezza: “Ma davvero la pesantezza è terribile e la leggerezza meravigliosa? […] Quanto più il fardello è pesante, tanto più la nostra vita è vicina alla terra, tanto più è reale e autentica. Al contrario, l’assenza assoluta di un fardello fa sì che l’uomo diventi più leggero dell’aria, prenda il volo verso l’alto, si allontani dalla terra, diventi solo a metà reale e i suoi movimenti siano tanto liberi quanto privi di significato”. I personaggi del romanzo non sono però capaci di schierarsi coerentemente a favore di questa opzione e oscillano problematicamente, sia pure con diverse gradazioni, tra la leggerezza e la pesantezza. In realtà, la loro lotta per dare un senso “pesante” alla vita è in ogni istante contrastata da una fascinosa vertigine, da una stordente attrazione verso l’abisso, che è allo stesso tempo inconscio desiderio di autodistruzione (così è per Tomas, il quale, per non ritrattare le idee politiche espresse anni addietro in un articolo giornalistico, è indotto ad abbandonare la professione medica) ed “ebbrezza della debolezza” (così è invece per Tereza, la quale, per punirsi della sua incapacità di conservare la fedeltà di Tomas, umilia il proprio corpo in una avvilente avventura erotica). D’altra parte, vivere nel segno della pesantezza è continuamente minacciato da un subdolo ed insinuante nemico, il kitsch, che, inarrestabile, sta dilagando come un’epidemia nel mondo. Alla base del kitsch sta una fede fondamentale, che Kundera chiama “accordo categorico con l’essere” ma potrebbe essere parimenti definita come una fiducia aprioristica e incondizionata nella vita. Questo ideale, estetico prima ancora che etico, si regge sulla negazione e sulla eliminazione di tutto ciò che nell’esistenza umana è essenzialmente inaccettabile (Kundera prende spunto, guarda caso, da considerazioni provocatoriamente scatologiche, ma non tarda ad estenderle al comunismo, che si fonda su un forzato e imprescindibile accordo collettivo da cui sono obbligatoriamente banditi l’individualismo, il dubbio e l’ironia). Il kitsch rende pateticamente illusori sia l’ideale della Grande Marcia della sinistra europea (“questo inebriante cammino verso la fratellanza, l’uguaglianza, la giustizia, la felicità”) sia quello dell’american way of life inneggiante ai valori tradizionali e alla lotta contro il pericolo rosso.
Credo che Kundera abbia toccato in queste pagine uno dei tasti più dolenti della nostra era: il kitsch, questo ridicolo e ineliminabile retaggio sentimentale che al cinema ci fa commuovere quando assistiamo a scene in cui lui pensa che lei non lo ami più, lei pensa la stessa cosa di lui e alla fine cadono uno tra le braccia dell’altra in un tripudio di lacrime, che nelle patinate immagini degli spot televisivi assume l’immagine di un tranquillo, dolce e armonioso focolare domestico, dove regnano una madre amorevole e un padre saggio, che nei manifesti delle campagne elettorali inneggia alla solidarietà e al progresso civile, il kitsch dicevo, questo cancro incistatosi profondamente nella nostra società, è entrato in noi fino a divenire parte integrante della condizione umana. Esso ci accompagna fino alla morte, nella morte anzi trova la sua più grande consacrazione (“Prima di essere dimenticati, verremo trasformati in kitsch. Il kitsch è la stazione di passaggio tra l’essere e l’oblio”). Nell’”Insostenibile leggerezza dell’essere” c’è un personaggio che rifiuta sdegnosamente il kitsch e si proclama apertamente suo acerrimo nemico: è Sabina. Non è un caso, a mio avviso, che Sabina sia anche il personaggio più doloroso e sofferto di tutto il romanzo. La sua scelta di stare dall’altra parte, di tradire genitori, patria e amante, di non scendere a compromessi con nessuno, di sfuggire insomma al kitsch nel quale la gente vuole trasformare la sua vita, ha fatto intorno a lei il vuoto: la sua vita si è trasformata (anche fisicamente, con i progressivi trasferimenti in Svizzera, in Francia e in America) in una corsa in linea retta, affannosa, verso il vuoto, fino alla decisione finale di farsi cremare, cioè di morire nel segno della leggerezza.
Le conclusioni di Kundera sono agghiaccianti: vivere nella pesantezza significa sottostare all’ambigua e pericolosa seduzione del kitsch (in questo senso devono intendersi il candido e quasi infantile idealismo di Franz e la nostalgia dell’idillio di Tereza), ma opporsi al kitsch porta solamente all’insostenibile leggerezza dell’essere. Sembra non esserci alcuna soluzione a questa insolubile aporia. Il mondo di Kundera è un mondo in cui il disegno della Creazione non è quello di rendere gli uomini felici. Kundera percepisce tutto ciò con straordinaria chiarezza e, con l’arma del sarcasmo e dello sberleffo, stronca la stupida e vanagloriosa convinzione dell’uomo di essere il “signore e padrone della natura”, affermando che i poli dell’esistenza umana si sono avvicinati fin quasi a toccarsi, che non c’è più differenza tra il sublime e l’infimo, che il mondo è diventato infinitamente leggero e a nulla vale gettare sul piatto della bilancia l’irrisorio e futile peso dei propri ideali e dei propri imperativi morali.

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L'insostenibile leggerezza dell'essere 2017-09-02 13:00:45 Maria Fazio
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Maria Fazio Opinione inserita da Maria Fazio    02 Settembre, 2017
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Un libro che parla d'amore e di scelte che segnano

L’insostenibile leggerezza dell’essere è rimasto su uno scaffale per anni, finchè un bel giorno mi è capitato il titolo sotto gli occhi e ho cominciato a leggerlo.

Era il momento di leggerlo!

É un libro leggero, come il suo stesso titolo, le cui parole hanno la capacità di risuonare dentro, come se Kundera le avesse scritte per ogni singolo lettore.

I personaggi che animano questa storia: Tomáš , Tereza , Sabina , Franz , seguono ognuno il proprio percorso d vita, ma i percorsi si incrociano, si mescolano come ingredienti di una pietanza, si confondono come foglie nel vento d’autunno, ed esprimono emozioni dense, che sono simili a quelle di ogni essere umano.
Di che cosa racconta questo romanzo? Dell’amore.

Amore verso un ideale, amore romantico, amore tradito, amore verso la propria missione di vita, amore verso sè stessi, e persino amore verso un animale.

Un libro che parla del senso diverso che ogni essre umano attribuisce alle parole che incontra, che descrive il fondamento inevitabile dei fraintendimenti.Parole, che nascono con un senso comune ma che si modificano, di volta in volta, conseguentemente all’esperienza di chi le ha vissute.

Un libro che parla di quanto sia difficile o facile portare avanti le proprie scelte nel momento in cui ogni scelta non consente ripensamenti. Perchè il presente ci obbliga a non sapere che cosa sarebbe cambiato “se” la decisione fosse stata diversa.

La vita è una. Una sola. I personaggi di questo romanzo rappresentano ognuno una propria scelta, estrema, irrevocabile, che segna un tragitto ben definito, tracciato con vernice indelebile.

Un romanzo profondo, variopinto. Un romanzo che ricerca la felicità nella capacità di rendersi liberi dai condizionamenti delle proprie stesse convinzioni.

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L'insostenibile leggerezza dell'essere 2015-10-04 19:47:46 siti
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siti Opinione inserita da siti    04 Ottobre, 2015
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Il valzer delle attribuzioni

Una persona che non mi conosce e che il caso ha voluto farmi incontrare, facendo scattare un’immediata simpatia e cordialità reciproca, mi ha regalato due libri. Il primo è stato una sua raccolta di poesie, l’altro “L’insostenibile leggerezza dell’essere”. La dedica del primo recitava: “...hai un’aria da insostenibile leggerezza dell’essere”. Quando gli ho confidato di non averlo mai letto, ha provveduto a regalarmelo benché gli avessi detto di possederne due copie.
Ma allora cosa significava quell’affermazione corredata da tale citazione letteraria?
Non lo so e certo la lettura del libro non aiuta a leggere una percezione che però mi aggrada cucirmi addosso. Sarà l’accostamento dei termini INSOSTENIBILE e LEGGEREZZA? Sarà l’attribuzione di pesantezza insita nell’aggettivo? Sarà la rinnovata verve semantica che quell’accostamento produce nel concetto di leggerezza? Mi piace, mi è sempre piaciuto questo titolo anche grazie a Venditti che lo amplificò in musica negli anni ’90 quando l’eco del libro scritto nell’82 e pubblicato in Italia nell’84 era ancora forte. In realtà non si è mai spenta, il titolo tuttora molto conosciuto, l’opera gode di numerose ristampe e viene letta. Certo la lettura nel 2015 produce effetti, presumo, notevolmente distanti da quelli che ne hanno siglato il successo negli anni ’80 e presumo ancora che questo sia dovuto all’effetto del tempo e al mutato scenario storico-politico. In un presente in cui Boemia è sinonimo di una Praga rivalutata dal punto di vista turistico e da cui si può percepire il fantasma della sua storia attraverso le famose finestre del castello o di fronte alla lapide di Jan Palach, se non si è vissuta l’epoca è allora difficile ritrovarla. Se non si è cresciuti con le ideologie politiche ma in assenza di ideologie e in presenza di tanta pseudo- politica, è complicato trovare aderenze.

L’opera però è lì e la sua contestualizzazione storica è necessaria. La stessa biografia di Kundera è un invito. Nato nel ’29, è stato emarginato nel ’48, riabilitato nel ’56 e di nuovo allontanato dal partito comunista quando prese parte alla “primavera di Praga” . Perse il lavoro per questo fatto e dal ’75 risiede in Francia. Gli eventi della sua vita coincidono con quelli delle esistenze dei protagonisti del romanzo: Franz e Thomas, Sabine e Teresa, due uomini e due donne, aldilà dei loro intrecci amorosi. Così li vedo, non tanto coppie. Tomas ama Teresa ma incontra Sabine, Franz ama Sabine ma lei si allontana da lui.
C’è l’invasione, c’ è l’esilio volontario e c’è il rientro nella patria assediata, c’è la ricerca di identità, di un valore, di una collocazione come cittadino, come uomo, come essere. Il libro è diviso in sette sezioni che progressivamente hanno prodotto in me un valzer di attribuzioni.
Partita da una attribuzione di pesantezza tematica e concettuale, mi sono dovuta ricredere: è falsa. In itinere si è formata l’impressione (trova ampia ed esplicita conferma nella sezione quinta) che l’opera sia basata sull’attribuzione di leggerezza alla Storia, mentre cercavo di capire se dare a mia volta un’attribuzione di piacevolezza. E qui arrivo: l’opera è bella, secondo il mio gusto, la mia predisposizione personale, la mia formazione.
Ondeggiando su assunti filosofici di immediato recupero mnemonico, con uno stile trasognato e una forte influenza onirica, nonché con una lieve e piacevole connotazione erotica, presenta una serie di riflessioni sull’amore, sul dovere, sulla libertà, sull’esclusività dell’esistenza. Cresce lentamente raggiungendo i vertici del suo climax ascendente nelle ultime sezioni - più connotate dal punto di vista storico e umano- laddove le prime apparivano più incentrate su volgari intrecci sessuali.
Il suo valore, a mio avviso, è nella riflessione puntuale e precisa che porta a fare sul rapporto d’amore e sui sentimenti dell’animo umano. Si conferma insomma l’interesse dell’autore per la tematica già abilmente indagata in “Amori ridicoli” di molto precedente.
Ho un’aria da insostenibile leggerezza dell’essere?
Forse sì, come tutti del resto.

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L'insostenibile leggerezza dell'essere 2015-07-27 14:25:41 mia77
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mia77 Opinione inserita da mia77    27 Luglio, 2015
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L'insostenibile leggerezza dell'essere di Milan Ku

È uno dei libri dei quali ho sempre rimandato la lettura, perché pensavo ostico, pesante o difficile. Invece l'ho trovato interessante, completo e coinvolgente. È un romanzo d'amore, ma al contempo storico e filosofico. Parla del l'eterno ritorno nietzchiano e della sua pesantezza, della ciclicità del tempo, della leggerezza e, nel contempo, pesantezza dell'amore e dei sentimenti. In primo piano la coppia Tomás - Tereza, con la forza dell'uno e la debolezza dell'altra, l'infedeltà del corpo dell'uno contro la fedeltà dell'altra (almeno per buona parte del romanzo), che diventa fedeltà di sentimenti da parte di entrambi. Tomás che aveva sempre voluto solo amicizie erotiche, capitola di fronte alla "debole" Tereza, che trascorre la vita rosa dalla gelosia per i rapporti sessuali del marito con un'infinità di donne, che frequenta al di fuori del loro matrimonio (questa gelosia della moglie è il fardello più pesante che Tomás deve sopportare per tutta la vita). Ma questo suo restare conforme al suo modo di essere (libero e infedele) è una delle cose per le quali Tereza si innamora di Tomás, anziché di chiunque altro. Una Tereza resa tale dalla madre che l'ha cresciuta e dalle condizioni in cui è stata messa al mondo. Tereza è andata da Tomas per fuggire dal mondo della madre, dove tutti i corpi erano uguali, affinché il suo corpo diventasse unico e insostituibile ed invece ha trovato un uomo che ha bisogno del corpo di molte per vivere una vita soddisfacente, un uomo al quale il corpo della moglie non basta. Questo causa in lei una sensazione di impotenza, dalla quale nasce la vertigine ( "Chi tende continuamente verso l'alto deve aspettarsi prima o poi di essere colto dalla vertigine. La vertigine è qualcosa di diverso dalla paura di cadere. È la voce del vuoto sotto di noi che ci attira, che ci alletta, è il desiderio di cadere, dal quale ci difendiamo con paura" e ancora " l'ottenebrante irresistibile desiderio di cadere. La potremmo anche chiamare ebbrezza della debolezza"). Una moglie così debole, da costringerlo a emigrare e a trasferirsi più di una volta, per allontanarlo dalle ipotetiche amanti e che, verso alla fine del romanzo, riflettendo fra sé e sé capisce di aver approfittato per tutta la vita della propria debolezza ai danni del marito. Mentre tutti siamo portati a vedere nella forza il carnefice e nella debolezza la vittima innocente, Tereza si rende conto che nel loro caso è stato tutto il contrario.
Oltre alla storia d'amore di Tomás e Tereza vediamo anche la piccola storia fra Sabina e Franz, che però ritengo molto meno importante e significativa. A fare da sfondo La Boemia, la Svizzera, la città e i paesi rurali.
È un libro profondo e interessante, del quale consiglio la lettura a tutti.
Alcune frasi rappresentative:
"... Ma il letto comune rimaneva il simbolo del matrimonio, e i simboli, come sappiamo, sono intoccabili"
" tradire significa uscire dai ranghi e partire verso l'ignoto";
"Il fiume scorre da sempre e le vicende degli uomini si svolgono sulla riva. Si svolgono per essere dimenticate il giorno dopo è perché il fiume scorra oltre";
"Tomás non è ossessionato dalle donne, ma da quello che in ciascuna di esse c'è di inimmaginabile, in altre parole, è ossessionato da quel milionesimo di diversità che distingue una donna dalle altre donne" e ancora "solo nella sessualità il milionesimo di diversità si presenta come qualcosa di prezioso perché è inaccessibile pubblicamente e bisogna conquistarlo" e infine " non era il desiderio del piacere sessuale (il piacere era un'aggiunta, una sorta di premio), bensì il desiderio di impadronirsi del mondo, ciò che lo spingeva a inseguire le donne";
"Einmal ist keinmal": quello che avviene una volta sola, è come se non fosse mai accaduto. La storia è leggera al pari delle singole vite umane, insostenibilmente leggera, leggera come una piuma, come qualcosa che domani non ci sarà più.

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L'insostenibile leggerezza dell'essere 2015-02-19 11:17:37 FrankMoles
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FrankMoles Opinione inserita da FrankMoles    19 Febbraio, 2015
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Soltanto il caso ci parla

"Soltanto il caso può apparirci come un messaggio. Ciò che avviene per necessità, ciò che è atteso, che si ripete ogni giorno, tutto ciò è muto. Soltanto il caso ci parla."
Grazie all'assurdo concatenarsi di sei banalissime coincidenze, le differenti vite di Tereza, donna semplice e interiormente contrastata per infami retaggi d'infanzia, e di Tomas, affermato medico e impietoso tombeur des femmes, si incontrano, dando origine a un amore segnato dal paradosso: fino a che punto il caso può chiamarsi destino? Fino a che punto ciò che è doveva essere così e non altrimenti? Il peso della necessità mette in subbuglio due vite in cui non è facile trovare un senso, se non quel "Es Muss Sein" ("così deve essere"), che Tomas fin dall'inizio si ripete. Ma il valore della necessità verrà riconosciuto solo nel momento in cui sarà stata sperimentata l'insostenibile leggerezza dell'essere, quel pervasivo sentore di vacuità che accompagna ogni uomo sospeso nella ricerca di un equilibrio tra l'inesorabilità del caso e la volontà di dar forma e significato alla propria vita. Una vita evanescente, dominata dalla kierkegaardiana impossibilità di scegliere, poichè scegliere implica conoscere e confrontare, il che è in netto contrasto con l'unicità della vita: "Einmal est Keinmal", ciò che è accaduto una sola volta è come se non fosse mai accaduto. Riferendosi a Nietzsche, Kundera nell'incipit scrive: "Il mito dell'eterno ritorno afferma, per negazione, che la vita che scompare una volta per sempre, che non ritorna, è simile a un'ombra, è priva di peso, è morta già in precedenza, e che, sia stata essa terribile, bella o splendida, quel terrore, quello splendore, quella bellezza non significano nulla." Di qui l'aporetica lotta tra il pesante e il leggero, meravigliosamente espressa dal titolo stesso del romanzo, tra scelta e volontà, mirabilmente enfatizzata dal richiamo al celebre mito di Edipo. In un'opera ad elevatissimo tasso di filosofia, l'autore mostra come la lotta dell'io individuale con l'apparente linearità e necessità casuale che lo circondano si traduce in una molteplicità di atteggiamenti (tutti riconducibili alla personalità di Kundera stesso) su cui nessuno è nella posizione di esprimere un giudizio di assoluto valore. Non c'è giusto e non c'è sbagliato, c'è solo l'umano.

"La storia è leggera al pari delle singole vite umane, insostenibilmente leggera, leggera come una piuma, come la polvere che turbina nell'aria, come qualcosa che domani non ci sarà più." Mi servo di questa frase per agganciare l'altro tema che nel romanzo rimane sempre a far da sfondo alla vicenda. Praga, 1968: infuriano le lotte al comunismo che si concluderanno nella cosiddetta "Primavera di Praga". Impossibile per l'autore esimersi da un confronto con l'attualità, verso cui, con estrema coerenza, non si esprime alcun giudizio di condanna: i comunisti sono convinti di essere nel giusto tanto quanto i suoi oppositori. Cosa dunque permette all'uomo di elevarsi al di sopra dell'insostenibile leggerezza dell'essere, che si estende da una dimensione personale a una sociale? "Il vero antagonista del kitsch totalitario è l'uomo che pone delle domande. Una domanda è come un coltello che squarcia la tela di un fondale dipinto per permetterci di dare un'occhiata a ciò che si nasconde dietro." Solo ed esclusivamente il pensiero abbiamo come strumento in grado di aprirci la via verso il senso e verso la verità, rendendo evidente il profondo segreto dell'Es Muss Sein.

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