Le braci Le braci

Le braci

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Dopo quarantun anni due uomini, che da giovani sono stati inseparabili, tornano a incontrarsi in un castello ai piedi dei Carpazi. Uno ha passato quei decenni in Estremo Oriente, l’altro non si è mosso dalla sua proprietà. Ma entrambi hanno vissuto in attesa di quel momento. Null’altro contava, per loro. Perché condividono un segreto che possiede una forza singolare. Tutto converge verso un «duello senza spade» – e ben più crudele. Tra loro, nell’ombra, il fantasma di una donna. E il lettore sente la tensione salire, riga dopo riga, fino all’insostenibile.

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Le braci 2019-02-11 08:23:27 kafka62
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kafka62 Opinione inserita da kafka62    11 Febbraio, 2019
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UN THRILLER FILOSOFICO

C’è nella lettura de “Le braci” un non so che di avvincente, di ammaliante, e nel contempo un sentimento opposto di frustrazione, di attese insoddisfatte, di promesse non mantenute, quasi come se l’ossimoro fosse il segno distintivo di questo romanzo dallo stile ottocentesco ma scritto nel 1940, dall’impianto teatrale ma in cui dei tre protagonisti uno è defunto ormai da decenni e il secondo rimane in silenzio per tutto il tempo, lasciando al terzo il compito di intessere un finto dialogo che in realtà è un lunghissimo monologo-confessione. E dunque qual è la chiave di lettura di questo libro strano e misterioso, quale il motivo del suo originalissimo fascino? Conviene partire dalla cornice della storia. Due vecchi amici di infanzia e di gioventù, legati in passato da un rapporto così esclusivo e totalizzante da ricordare quello leggendario tra Castore e Polluce, si ritrovano nello sperduto castello del primo per un’ultima serata insieme, ben quarantuno anni dopo che il secondo era sparito senza preavviso e senza spiegazioni per andare a vivere lontanissimo dalla sua patria, ai Tropici. Il primo, un facoltoso generale in pensione di nome Heinrich, aspetta da anni questa occasione per portare a termine una vendetta a lungo meditata (ma senza spargimento di sangue: una rivoltella appare per un istante, ma viene prontamente rinchiusa in un cassetto) e riesumare un segreto il cui solo depositario è l’amico Konrad, anche lui un ex ufficiale ma con aspirazioni più umanistiche che militari. L’intreccio viene sapientemente impostato dall’autore come un thriller: quarantuno anni prima è avvenuto qualcosa che ha determinato una frattura insanabile in una esistenza fino ad allora apparentemente armoniosa e che ha fatto precipitare gli eventi verso esiti imprevedibilmente drammatici. Piano piano, centellinati pagina dopo pagina nel corso di un interminabile faccia a faccia a lume di candela, emergono dal passato i dettagli: c’è una battuta di caccia alle prime luci dell’alba in cui Heinrich ha l’intuizione che l’amico sia sul punto di ucciderlo sparandogli alle spalle, c’è la sconcertante scoperta della improvvisa partenza di Konrad, c’è lo strano comportamento della moglie di Heinrich (Krisztina) che lascia intravedere un rapporto segreto e non propriamente platonico tra lei e Konrad. Intorno a questo nucleo di eventi che si sviluppa in poche ore si dipana una implacabile ricerca di ragioni e di motivazioni, nel presupposto che i fatti non possano esaurire la complessità di quanto è accaduto. Se di thriller si può parlare, quindi, è solo in una accezione meramente psicologica. La verità da scoprire non è infatti il tradimento della moglie o il mancato omicidio dell’amico, che Heinrich dà per scontati, ma le ragioni sottostanti, le cause profonde e sotterranee, le intenzioni mai rivelate.
Ma è qui che l’originale thriller di Marai vira e prende sorprendentemente un’altra direzione: infatti, dopo che al termine di una lunghissima requisitoria, disincantata e priva di animosità ma ugualmente implacabile, in cui, come in un processo, ha rievocato i fatti principali, rammentato le circostanze accessorie e dettagliato le tesi accusatorie, Heinrich si accinge finalmente, dopo più di cento pagine, a formulare la domanda decisiva che – a detta sua – è stata l’unica ragione che gli ha permesso di sopravvivere, e dopo che ha perfino deciso di distruggere le testimonianze esistenti (il diario di Krisztina gettato nel fuoco del camino) per affidarsi esclusivamente alla confessione di Konrad, questi sceglie di non rispondere e, alle prime luci dell’alba, inopinatamente, si accomiata dall’amico, presumibilmente per l’ultima volta, lasciando intatto il suo segreto. E’ comprensibile lo sconcerto del lettore: alle soglie di una verità a lungo fatta intravedere dall’autore, quasi afferrata con l’apparizione di un diario in cui la moglie defunta aveva affidato ogni pensiero più intimo, quando infine si tratta di ascoltare la voce stessa di chi ha vissuto gli eventi narrati in prima persona, e di cui si possono immaginare le difficoltà con cui ha attraversato una Europa sconvolta dalla seconda guerra mondiale per consegnare all’amico (perché altrimenti sarebbe venuto fino a lì?) la sua interpretazione autentica e definitiva, ecco che tutto implausibilmente svanisce, lasciando un comprensibile senso di amaro in bocca. E’ a questo punto evidente che il senso del libro va cercato altrove, in una direzione più astratta e metafisica. In questione non è più la verità di Heinrich, Konrad e Krisztina, ma la Verità tout court, o meglio la possibilità stessa di accedere a una qualche verità assoluta. L’enigmatico finale de “Le braci” mi sembra che risponda a questo quesito filosofico in maniera estremamente scettica e pessimistica. Se una possibilità esiste che l’uomo riesca ad afferrare la verità nel corso della sua vita, essa si situa proprio nel suo momento estremo e conclusivo, vale a dire la morte (“L’uomo comprende il mondo un po’ alla volta e poi muore”). La morte è la risposta definitiva che l’uomo può dare di fronte al tribunale del mondo, l’attestazione di innocenza che lo assolve, ancorché fuori tempo massimo, quando ormai non serve più a nulla, nel processo che la vita ha intentato contro di lui. E’ per questo che “Le braci” si sviluppa nella forma di un lunghissimo monologo (dalla parte introduttiva lo stacca anche un diverso uso dei tempi verbali nelle poche parti in cui è usata la terza persona dello scrittore – il presente anziché il passato remoto): esso non è tanto (o non è solo) un processo intentato da Heinrich all’amico fedifrago e traditore per conoscere una qualche verità (in fondo “tutto accade sempre per il motivo e nel modo esatto in cui è stato possibile che accadesse”, questa è l’unica tautologica verità possibile), bensì un processo intentato principalmente a se stesso, per scoprire la colpa recondita, il peccato originale che lo ha fatto sopravvivere a Krisztina, la quale è stata invece redenta dalla morte (“Chiunque sopravviva a qualcuno commette un tradimento”, afferma il protagonista, e quindi è – kafkianamente – colpevole). Ed è per questo, anche, che Heinrich accoglie il rifiuto di Konrad a rispondergli con indifferenza, anzi quasi con soddisfazione. Se l’eventualità dell’incontro con l’amico era l’unica ragione che lo avesse tenuto in vita, ora che esso si è avverato Heinrich può finalmente morire e, a sua volta, discolparsi per l’eternità. Lo stesso destino di Marai, suicidatosi con un colpo di pistola nel 1989 e solo successivamente riscoperto dalla critica la quale, dopo un immeritato oblio, lo ha gratificato di una solida gloria postuma, sembra beffardamente avallare questa mia tesi.

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Le braci 2017-11-02 23:22:08 Vincenzo1972
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Vincenzo1972 Opinione inserita da Vincenzo1972    03 Novembre, 2017
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Ogni vera passione è senza speranza

C'è una potente forza evocativa in questo romanzo dello scrittore ungherese Sandor Marai: 'le parole sono importanti' dirà uno dei due protagonisti, niente di più vero, soprattutto se quelle parole - pur nel 'silenzio' della lettura - fanno rumore, destano l'attenzione di chi legge e ne sollecitano l'immaginazione, come se agissero su un meccanismo nella mente che apre un sipario svelando scenografie così vivide e realistiche da sentirsi quasi parte di esse.
Ci si ritrova così a passeggiare tra le strade di Vienna, nel periodo in cui l'impero austro-ungarico era ancora nel pieno del suo splendore, e nelle orecchie le note irriverenti dei valzer nei locali che animano la vita notturna della città o quelle più sobrie dei pianoforti nei cafè sparsi per il centro.
O ci si lascia avvolgere dalla nebbia mattutina che ricopre come un manto i cortili dell'accademia militare, nascondendo all'occhio i viali alberati del vicino castello di Schönbrunn; quella stessa accademia dove Henrik e Konrad si sono conosciuti quando erano ancora bambini e dove hanno trascorso la loro adolescenza, educati alla nobile arte della guerra e all'obbedienza incondizionata verso la patria e l'imperatore.
Ma tra tutte, l'immagine più suggestiva, quella che rimane impressa a lungo negli occhi di chi legge, anche perchè copre buona parte di tutto il romanzo, si svolge nel salotto della dimora dell'ormai anziano generale Henrik dove, seduti su due poltrone dinanzi al fuoco crepitante di un camino, lui e Konrad ripercorrono con la memoria gli eventi occorsi tanto tempo prima, 41 anni per la precisione, sino al giorno in cui dopo una battuta di caccia proprio nel bosco intorno a quel castello, Konrad fugge per chissà dove abbandonando tutto e tutti.
Ora i due uomini si ritrovano l'uno dinanzi all'altro per il resoconto finale, per far emergere la verità, perchè quella fuga improvvisa ed inaspettata di Konrad ha cambiato la vita non solo dei due uomini ma anche di Krisztina, moglie di Henrik.
Krisztina purtroppo non c'è più, è morta qualche anno dopo la fuga di Konrad; ma anche se fosse viva, non è da lei che Henrik vuole la verità, una verità che già immagina, palesata dalla ragione ma rifiutata ed allontanata dal cuore.
E' il suo amico Konrad che gli deve delle spiegazioni, è un suo diritto, in nome di quell'amicizia che li ha resi inseparabili per tanti anni, un vincolo che sembrava più forte di qualsiasi legame di parentela, inviolabile nella sua sacralità.
"La loro amicizia era seria e silenziosa come tutti i grandi sentimenti destinati a durare una vita intera."
Ma quel giorno qualcosa si è spezzato in quel legame e, ancora peggio, si è portato dietro come una valanga tutto ciò che nella vita di Henrik sembrava ben ancorato ad un punto fermo, consolidato, eterno come sperava fosse il suo amore verso Krisztina.
E' stato il suo orgoglio, forse, l'eccessiva sicurezza di sè, l'istintiva risolutezza e presunzione, ereditario retaggio delle sue origini nobiliari, che l'hanno reso cieco e sordo ai segnali provenienti dal mondo in cui viveva, dalle persone a lui più vicine.
Poi invece è stato sufficiente il rumore attutito proveniente della canna di un fucile alle sue spalle durante una battuta di caccia ad aprire il baratro sotto i suoi piedi.
Ed era Konrad che impugnava quel fucile, da cui nessun colpo è stato mai sparato; ma 'non si pecca solo mediante le azioni, bensì mediante l'intenzione che ci spinge a compiere determinate azioni. L'intenzione è tutto'.
Anzi l'intenzione è più importante dell'azione, perchè l'azione è una semplice conseguenza che si esplicita nei fatti, ma la verità è nell'intenzione: 'Il fatto della tua fuga è facile da stabilire, il suo motivo no. Puoi credermi se ti dico che in questi quarantun anni ho preso in esame tutte le ipotesi che potessero aiutarmi a capire il perchè di quel tuo passo incomprensibile. Ma nessuna di esse mi ha fornito una risposta. Questa può darmela soltanto la verità.'
L'immagine dei due uomini che così si ritrovano uno di fronte all'altro è descritta dall'autore in modo sublime, una prosa vivace, ricca di eleganti metafore che spesso regalano momenti di inaspettata poesia.
Sullo sfondo il fuoco delle candele e del camino, all'inizio caldo, scoppiettante, ardente come il falò di sentimenti che sino a quel momento bruciavano nel cuore di Henrik: rabbia, sete di vendetta ma anche sconforto, solitudine e profonda amarezza.
E come il fuoco brucia durante la notte sprigionando tutta la sua energia, allo stesso modo Henrik libera i suoi pensieri, a lungo repressi in attesa di quel momento, di quell'incontro faccia a faccia.
Già, perchè in fondo Henrik non necessita di parole, per lui sono sufficienti i gesti, le espressioni del volto, persino i silenzi di Konrad per intuire la verità tanto temuta; Henrik ha già le risposte a tutte le sue domande, sembra un lungo monologo il suo, ma sono domande che dovevano essere fatte ad alta voce e non più soffocate nel suo cuore.
"La cosa peggiore è soffocare in sè le passioni che la solitudine ha accumulato dentro. Chi fa così non fugge da nessuna parte, non ammazza nessuno. Allora cosa fa? Vive, aspetta, mantiene l'ordine nella sua esistenza.
Aspetta e basta. Aspetta il giorno o l'ora in cui potrà discutere ancora una volta di tutto ciò che lo ha costretto alla solitudine con colui o con coloro che lo hanno ridotto in quella condizione."
Ma ora cosa gli rimane? Niente. Polvere, cenere.
Ha atteso per ben 41 anni quel momento, ha perso il suo migliore amico che vigliaccamente è fuggito ai Tropici, ha perso la moglie amata e si è rinchiuso nella solitudine del suo castello, tenuto in vita solo dal desiderio di scoprire un giorno la verità.
E la verità emergerà, lentamente, parola dopo parola, ricordo dopo ricordo: 'Tu mi odiavi.'
Ma ora che la vita di entrambi volge ormai al termine quale importanza può più avere?
"Il fuoco purificatore del tempo ha eliminato dalla memoria ogni traccia di collera."
E dagli stoppini anneriti si leva il fumo delle candele ormai spente.

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Le braci 2017-08-17 13:15:06 Mian88
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Mian88 Opinione inserita da Mian88    17 Agosto, 2017
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Ceneri

«Il generale la osservava incuriosito, col busto ancora proteso. Le due vite fluivano assieme, con lo stesso lento ritmo vitale dei corpi molto anziani. Si conoscevano a fondo, più di quanto si conoscano madre e figlio, più di due coniugi. La comunione che univa i loro corpi era più intima di qualsiasi altro vincolo. Forse a causa del latte. Forse perché Nini era stata la prima a vedere il generale nell’attimo della sua nascita, coperto del sangue impuro in cui vengono al mondo gli uomini. Forse a causa dei settantacinque anni che avevano trascorso insieme, sotto lo stesso tetto, mangiando lo stesso cibo, respirando la stessa aria stantia della casa, con la stessa vista sugli alberi davanti alle finestre – avevano condiviso ogni cosa. Nessuna parola poteva definire il loro rapporto. Non erano né fratelli né amanti. Esiste qualcosa di diverso, e se ne rendevano oscuratamente conto. Esiste una fratellanza particolare che è più stretta e profonda di quella che unisce i gemelli nell’utero materno. La vita aveva mescolato i loro giorni e le loro notti, ciascuno dei due era consapevole del corpo e dei sogni dell’altro» p. 20

La vendetta. E’ soltanto per merito di questa che Henrik è ancora vivo. E adesso che Konrad ha scritto, è giunto il momento di assaporarne ogni aspetto, ogni gusto e retrogusto. La loro è un’amicizia che dura sin dalla nascita, è un sentimento indissolubile, che va oltre il canonico legame di sangue. Eppure, per quanto vicini, i due, non potrebbero essere più diversi. Differenti sono le origini sociali, differenti sono le disponibilità economiche, differenti sono i caratteri. Ed allora, com’è possibile, che essi siano al contempo così affini, così indivisibili, così uniti? E perché, ancora, quel legame si è rotto? Cosa è accaduto per far si che Henrik abbia aspettato ben quarantuno anni per la resa dei conti? Perché Konrad all’improvviso scompare senza dare spiegazioni e notizie? Perché il generale è sempre stato così certo del fatto che prima o poi questo sarebbe tornato per affrontare quei silenzi, quel “non detto” che a lungo è stato covato?
Un salone, la luce fioca delle candele, un camino, due poltrone, un buon vino. Tutto è come allora, eppure, nulla in realtà è come quei quarantuno lustri ormai trascorsi. Un confronto? Così dovrebbe essere, di fatto, un monologo composto di tante domande e di tante non risposte. Ad ogni conclusione si giunge per ragionamento, per logica, per mezzo di quei silenzi che non diventano mai parola. L’interlocutore non fa altro che assentire, sorseggiare la bevanda, abbandonarsi al flusso dei ricordi. Ieri e oggi. Chi eravamo e chi siamo.
Ed è così che Sandor Marai dona al lettore un elaborato che, con il suo lento incedere, offre emozioni che passano per memorie, asti, orgogli, amore, amicizia, umanità, sete di verità. Ancora ci sono la simbiosi con il pensiero e la mente dei protagonisti, la lealtà, il tradimento, e le braci. Le braci di quel volumetto che ormai è cenere, è bagliore fioco. E i due vecchi osservano; la scrittura di Krisztina è ormai polvere.
Caratterizzato da una prosa lineare ma articolata, da uno stile narrativo elegante, raffinato, ricercato che si articola tra ricordi, rimorsi e rimpianti, “Le braci” è un volume che si compone pian piano, è un puzzle in cui ogni pezzo si incunea e posiziona nella giusta casella. E’ semplicemente un capolavoro.

«Ma come tutti i baci umani anche questo, alla sua maniera tenera e grottesca, è la risposta a una domanda che non è possibile affidare le parole.»

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Le braci 2017-04-06 18:17:11 enricocaramuscio
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enricocaramuscio Opinione inserita da enricocaramuscio    06 Aprile, 2017
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Un mucchietto di braci

"Tutti sono scomparsi; che senso può avere, a questo punto, la vendetta?... Ecco la domanda che leggo nei tuoi occhi. E io ti rispondo con questa sola parola: vendetta! È stata lei a tenermi in vita, in tempo di pace e in tempo di guerra, nei quarantun anni trascorsi, è grazie a lei che non mi sono ucciso, non sono stato ucciso e non ho ucciso - così, almeno, ha voluto il destino. Adesso la vendetta è arrivata, come ho sempre desiderato. La vendetta consiste semplicemente nel fatto che sei venuto da me, attraversando il mondo in guerra e i mari infestati di mine, sei venuto fin qui, sul luogo del tuo misfatto, per rispondermi, per chiarire a entrambi la verità. Ecco qual è la mia vendetta. E adesso mi risponderai". Superbo nella prosa, affascinante nei contenuti, elegante nel lento incedere del racconto, Sandor Marai ci delizia con una storia delicata e seducente, incentrata sui sentimenti preponderanti dell'animo umano: l'amicizia, l'amore, l'orgoglio. Il racconto parte sornione, procede adagio tirando fuori ricordi, aneddoti, avvenimenti che, come piccole tessere, pian piano compongono quel mosaico che ci permette di capire. Ma capire cosa? Capire chi sono Henrik e Konrad e cosa c'è dietro l'amicizia che li lega. Un sentimento indissolubile, disinteressato, che irradia una luce mansueta, che non chiede soccorso e non esige sacrifici. Due esseri così diversi per carattere, origini sociali e disponibilità economiche, eppure incredibilmente affini, uniti, indivisibili. Capire perché Konrad scompare all'improvviso senza dare spiegazioni, senza dare più notizie, senza che l'altro si aspettasse neanche lontanamente un simile gesto. Capire perché Henrik lo abbia aspettato per quarantun anni, sicuro che l'amico sarebbe tornato e che ci sarebbe stata l'inevitabile resa dei conti. Ed eccoci qua con i due amici, in un salone illuminato dalla luce fioca delle candele e scaldato dal fuoco di un camino, accomodati in poltrona a sorseggiare del buon vino. Ad ogni sorso una domanda, un sospetto, un perché. Più che un confronto è un monologo, Henrik parla, sciorina ipotesi, fa domande e si risponde da solo. Konrad ascolta, annuisce, scuote la testa, tace. Ma i suoi non sono normali silenzi, sono delle vere e proprie risposte. La matassa si dipana, la situazione è ormai chiara, come spesso accade quando due amici si separano c'è di mezzo una donna. Ma c'è anche altro. C'è tutto ciò che ci si può aspettare da un buon libro. Ci sono le emozioni che ogni riga sa infondere nell'animo del lettore. C'è il gusto dolce e amaro dei ricordi. C'è la capacità di entrare nella mente dei protagonisti. Ci sono la vita e la morte, l'amore e l'amicizia, la lealtà e il tradimento. E infine ci sono le braci. "Con gesto lento butta il sottile volumetto nella brace. La brace si arroventa con bagliori foschi, accoglie la sua vittima e risucchia pian piano, fumando, la materia del libro, mentre dalla cenere si levano minuscole fiammelle. I due vecchi le osservano immobili, il fuoco si anima, sembra quasi che si rallegri per quella preda imprevista, ansima, scintilla, la fiamma balza verso l'alto fondendo la ceralacca del sigillo, e il velluto giallo brucia emanando un fumo denso e acre. Una mano invisibile sembra sfogliare le pagine color avorio; d'improvviso tra le fiamme appare la scrittura di Krisztina - le lettere aguzze e sottili vergate un tempo sulla carta da una mano ormai diventata polvere -, poi subito tutto si scompone e si dissolve in cenere come la mano che un tempo riempì quei fogli. Presto non rimane che un mucchietto di braci lucide e nere, come un pezzo di raso del colore del lutto".

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Le braci 2017-03-09 14:34:27 resme94
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resme94 Opinione inserita da resme94    09 Marzo, 2017
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Braci è un libro breve, ma intenso.
L'inizio lento lascia scettici e fa pensare di abbondare il libro.
Ma la scrittura accattivante e le ottime recensioni mi hanno portata ad insistere.
La storia è incentrata sull'amicizia di Henrik e Conrad.
Due ragazzi con famiglie totalmente opposte, eppure con un forte legame che li unisce.
Ad un certo punto, le loro strade si separano e si rivedono dopo quarantun anni.
Il mistero del loro allontanamento avvolge tutto il romanzo e sarà svelato man mano.
Verso la metà, la vicenda prende vita e le tessere del puzzle s'incastrano.
Un ottimo lavoro, questo di Sandor Ramai, se non fosse troppo prolisso in alcune parti.
Questo, personalmente, ha diminuito il suo valore.


"Nell’intimo era rimasta selvaggia e indomabile: tutto ciò che le avevo dato io, un patrimonio, una posizione sociale, per lei contava ben poco, le importava unicamente salvaguardare quell’indipendenza interiore che formava la sua personalità più autentica e di cui non voleva cedere la benché minima parte al mondo in cui l’avevo introdotta."

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Le braci 2016-11-29 17:35:45 68
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68 Opinione inserita da 68    29 Novembre, 2016
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Quale verità e quale destino?

...." Perché me lo domandi? Sai bene che è così ". È la fine di una lunga notte, vissuta tra attesa, ombre, ricordi, quesiti irrisolti e certezze da verificare, una notte attesa da quarantuno anni, che ha ricongiunto due uomini ormai al tramonto, la cui profonda amicizia era stata strappata e sepolta da un vuoto improvviso.
Un mistero tuttora irrisolto, una resa dei conti, un ultimo duello ( tra parole e silenzi ) al calare della notte e della vita, un dubbio atroce e l' idea di una possibile menzogna.
Eppure erano stati così vicini, in gioventù, pur nella propria diversità, stretti da un legame forte, unico, quasi fossero gemelli monozigoti.
Henrik e Konrad, l' uno ricco, estroverso, pragmatico, sicuro di se', dentro la vita, l' altro sensibile, con animo artistico, musicale, letterario, uniti da studi comuni, dalla dedizione all' arma e per vocazione e semplicemente per mestiere.
Quell' amicizia disinteressata, seria e silenziosa ( nel senso più vero ) quanto fatale e delicata, era un sentimento difficile da preservare, a fronte di una realtà futura occultata da ruoli, maschere e circostanze della vita.
Konrad è partito o forse scappato quarantuno anni prima, d' improvviso, senza un perché, quasi fosse un ladro, ha viaggiato per il mondo in compagnia dei propri ricordi, Henrik invece è rimasto, dedito alla carriera, macerato da un atroce dubbio e da un desiderio di verità e di vendetta.
Tra loro una donna, amata, adorata, condivisa, poi solo silenzio ed attesa. L' oggi non riserva piu' niente, se non un orgoglio ferito.
Henrik accoglie il vecchio amico nel proprio castello dando inizio ad un lungo monologo e ad una rappresentazione scenica che avrebbe come fine la ricerca di un senso ed un desiderio di vendetta di cui si è alimentato negli anni.
Il film della memoria ritorna, implacabile, un' attenta ricostruzione dei fatti, ed una vita vissuta in attesa di questo momento. Parole, parole, parole, di fronte a lui Konrad, un mistero inquietante, qualche cenno del capo, poche sillabe strappate ad un silenzio protratto.
Attorno una enorme casa silente e quei mobili grandi e massicci che custodiscono e si animano di ricordi. Ma sono i dettagli a fissare la materia essenziale dei ricordi, i fatti marginali non esistono, mentre in noi nasce e cresce il dubbio.
Quale senso ha la scoperta della verità, oggi, laddove il presente è cambiato, le circostanze mutate, come la storia, e noi stessi siamo giunti all' epilogo dell' esistenza?
Quale senso si cela in quell' orgoglio ferito e nella possibile vendetta, ed a favore di chi se non di noi stessi, abbandonati da tempo dall' amore della nostra vita? E che cos'è la passione, un desiderio di amore rivolto a qualcuno, buono o cattivo che sia, o per la vita nella propria interezza?
Nessuna risposta, perché risposta non c'è o non è necessaria. Spesso nominiamo l' amore e la passione, in realtà parliamo di noi e dei nostri sentimenti feriti.
Henrik e Konrad sono sopravvissuti al proprio ideale d' amore che li ha spinti a tradire, partire, restare, persino a desiderare di uccidere. Hanno scatenato un' assurda lotta intestina che beffardamente e crudelmente aveva già perso lo scopo primario, l' oggetto del proprio desiderio.
E, per assurdo, l' unico tradimento compiuto ed imperdonabile ha riguardato l' amore agognato.
In fondo sono uniti indissolubilmente dal proprio destino, in vita ed in morte, il mondo vissuto si è spento e quello nuovo non ha piu' senso.
Entrambi sono stati degli esseri spregevoli, orgogliosi, vili, petulanti, ed al tempo stesso muti. Hanno abbandonato il proprio amore partendo, con la semplice noncuranza ed il silenzio, commettendo un crimine per il quale non c'è pena, se non quella più grande, il logorio ed il tormento della coscienza ed il rimpianto della memoria.
Ancora una volta Marai scruta e scava in modo unico nell' animo umano guidandoci in un percorso crudo ed essenziale ma terribilmente vero e profondo. È una voce interiore che parla, così viva e presente, in cerca di una verità spogliata di apparenza e puro personalismo.
È un percorso di autoanalisi, autocritico, che diviene un thriller psicologico e svela, inesorabilmente e con un velo melanconico, una verità inoppugnabile ma terribilmente attuale ed universale.
Si parla dell' impossibilità di amare e di " vivere " come conseguenza di uno sguardo ristretto e parziale, il nostro, guidato da pulsioni egoistiche, da astrazioni immotivate e senso del possesso, da desiderio delirante, talvolta patologico, che nulla ha da spartire con il " bene " e l' amore verso l' altro, e, di rimando, verso noi stessi.

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Le braci 2016-08-07 20:06:48 Antonella76
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Antonella76 Opinione inserita da Antonella76    07 Agosto, 2016
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Le candele bruciano fino in fondo...



Esistono dei libri di cui si parla tanto, che sembra tutti abbiano letto (tranne te), di cui hai sentito così tanti pareri (positivi e negativi) che, alla fine, sei quasi convinto di averli letti anche tu...ma non è così, non li hai letti. Purtroppo.
Questo libro, per me, è uno di quelli.
Sta lì da anni, lo guardo per un attimo, godo del bellissimo dipinto di Klimt in copertina, ma passo sempre oltre...fino al giorno in cui parlando con un'amica, mi sento rivolgere la fatidica domanda: "Non hai letto "Le braci"????"...e lì capisco che è arrivato il momento anche per me, che non posso più rimandare.
E quindi eccomi qui...pronta a rispondere a quella domanda: "Sí, ho letto "Le braci"...e me ne sono innamorata".
Di cosa? Dei personaggi? Della storia? Della scrittura?...non lo so...
So solo che sono stata completamente travolta dalle parole con la forza di un fiume in piena, così tante riflessioni, una dopo l'altra, da non darti neanche il tempo di metabolizzarle, da lasciarti un po' stordita.
Bisognerebbe avere la forza di fermarsi ad ogni pagina, chiudere il libro, pensarci su un paio di giorni, e poi andare avanti di un'altra pagina, chiudere...e così via.
Ma è impossibile...Marai fa in modo che s'inneschi una sorta di tensione emotiva che ti spinge a leggere, a sapere...perché tutto ruota intorno all'attesa di una "risposta".
Non voglio parlare di ciò che racconta il libro, finirei col dire che tratta il tema dell'amicizia tradita fra due uomini, di una sorta di resa dei conti aspettata per ben 41 anni...ma sarebbe riduttivo, non è così, è molto molto di più.
Il tema dell'amicizia fa da trampolino di lancio ad una marea di pensieri sulla vita, sul tempo dell'attesa, sull'infedeltà, sulla verità intesa non come lucida esposizione dei fatti, ma come motivazione, sulla colpa e soprattutto sulla sua intenzionalità, sull'orgoglio, sul coraggio, sul labile confine fra odio e amore, sulla vecchiaia, sulla morte...
Questo libro non si presta affatto a riassunti semplicistici, è troppo profonda la portata dei suoi contenuti...ed io non posso e non voglio, ma soprattutto non sono in grado di discernere a dovere...e poi perché? perche dovrei farlo se l'ha già fatto lui (Màrai) in modo meraviglioso?
Credo che la mia mente continuerà a girare intorno a queste pagine per lungo tempo...è una di quelle letture che continua a vivere in te anche dopo averla terminata, anzi, forse in questo caso "inizia" a parlarti e a scavare solo dopo aver chiuso il libro, perché prima sei troppo frastornato, ubriaco di parole...

"Le candele bruciano fino in fondo"...questo è il titolo originale del romanzo, che trovo affascinante, altamente simbolico e forse ancora più adeguato alle parole che vi sono scritte dentro.


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Le braci 2016-04-29 14:09:43 siti
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siti Opinione inserita da siti    29 Aprile, 2016
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L'inutilità del perchè

Il romanzo vive di un respiro narrativo condensato in recupero memorialistico e staticità narrativa. Nulla di nuovo accade se non l’evento che porta a innescare la scena e ciò basta per fa sì che tutto accada e che tutto si risolva dopo un’attesa di quarantun anni. Capire ciò che è stato non è affar da trattare, il focus è rappresentato non dagli eventi in sé ma dagli effetti che hanno prodotto. È come assistere ad un duello che non vede né vinto né vincitore. Una patta tremenda ma necessaria.

Un complotto fallito di una coppia di amanti? Una fuga solitaria? Il peso dell’inganno? La volontà di preservare, per quanto ancora possibile, un’amicizia?

Henrik e Konrad sono ormai due candele consunte: quanto la loro luce è riuscita a dare? Quanto il loro lento ardere ha prodotto? La metafora è richiamata da un titolo molto esplicito ( "bruciare le candele fino in fondo") che in traduzione si è lasciato cadere per focalizzare l’attenzione sulle braci che rappresentano il residuo delle passioni ormai sopite, il fuoco che divora una verità tanto attesa ma che non serve ormai svelare.
Konrad aveva lasciato l’amico e sua moglie in modo improvviso, senza preavviso. La sua partenza confermava un tradimento coniugale siglando la sospensione di un’amicizia antica e consolidata, nonché la cristallizzazione del tempo. I due amici continuano la loro esistenza, Krisztina muore dopo otto anni, persi marito e amante per sempre, il mondo, implacabile, muta d’aspetto: la prima guerra mondiale cancella l’impero, modifica i confini, fa tramontare un mondo che non ha più ragione di esistere. È infine in atto la seconda guerra mondiale. La vita è trascorsa, il mondo non le è necessario, l’esistenza è in fondo il nostro universo, è la piega che le facciamo assumere. Il nostro piccolo mondo è contenuto nel cuore, nell’anima, nelle passioni, nelle inclinazioni; a noi il compito di viverle con equilibrio: il cuore segnerà il passo, ciò che rimarrà sarà il sunto della nostra esperienza di vita.
Romanzo di facile lettura dallo stile limpido e terso, intenso nel contenuto originale e nella struttura, ha richiamato in me, in una estrema sintesi “Quel che resta del giorno” , “Il mondo di ieri” e le belle pagine di Roth .

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Le braci 2015-09-04 18:09:10 Riccardo76
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Riccardo76 Opinione inserita da Riccardo76    04 Settembre, 2015
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La piena percezione dell'amicizia

Superlativo.

Un trattato filosofico sull'amicizia sotto forma di romanzo, una storia eccezionale come eccezionale è la vera amicizia, un sentimento talmente forte da essere una delle più nobili forme d’amore.
Il Romanzo di Marai è favoloso, ritengo sia uno dei più bei romanzi che io abbia mai letto. La storia di due amici che si perdono e si ritrovano, scritta con uno stile pulito ed equilibrato, semplice e piacevolissimo.
In tempi in cui tutto viene diluito e reso più tenue, anche l’amore e i sentimenti più nobili rischiano di diventare routine e normalità, la lettura di questo romanzo ci riporta alla dimensione naturale e più intima dell’Amicizia. Una storia che mi ha fatto riflettere su diversi aspetti della mia vita, mi ha fatto tornare all'infanzia, alle amicizie di un tempo, agli amici che ho perso di vista e a quelli che purtroppo non sono più con me. Mi ha aperto gli occhi sui rapporti e, con un po’ di “tristezza”, mi a fatto capire che sentimenti così intensi e veri sono sempre più rari, almeno per quanto mi riguarda.

La parte iniziale è una introduzione al contesto, una descrizione abbastanza particolareggiata degli ambienti, l’autore si sofferma sui dettagli e durante la parte centrale fa capire il perché i dettagli siano così importanti. Un crescendo di tensione fino alla fine, magistralmente tenuto in piedi da una tecnica narrativa eccezionale, un lungo dialogo più simile ad un monologo, scritto quasi come se fosse un continuo flusso di coscienza, ben organizzato e particolareggiato. La chiave di volta di questo dialogo è, a parer mio, sublime e straordinario, Marai descrive i pochi secondi di un evento, accaduto quarantuno anni prima, come se stesse utilizzando una lente di ingrandimento del tempo. Quei pochi secondi si espandono e noi percepiamo un intero universo di sentimenti, respiriamo l’essenza di tutta la storia, vediamo ogni singolo dettaglio, in una parola: Eccezionale.
Dopo aver letto questo passaggio ho avuta una piena percezione di tutto quello che mi circondava in quel momento, è stato come entrare in un’altra dimensione, una specie di sveglia emotiva, non riuscivo a staccarmi dalla lettura, è stata una sensazione bellissima.
L’attesa lunga una vita, l’attesa di quello che avrebbe potuto distruggere tutto diventa per paradosso l’unica ragione dell’intera esistenza, il senso unico e profondo dell’amicizia, la vita stessa.
Non trovo altri aggettivi per definire questo capolavoro di altissima Letteratura.

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Le braci 2015-07-14 15:24:19 Anna_Reads
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Anna_Reads Opinione inserita da Anna_Reads    14 Luglio, 2015
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Boring.

SPOILER (?)

Premessa.
So che ha riscosso pareri più che entusiasti nella quasi totalità dei miei amici lettori, non di meno il mio giudizio è fortemente negativo. Sempre sul libro, ovviamente, mai sull'autore o i suoi lettori.

Romanzo iniziato e finito in una giornata. In genere, quando un romanzo di circa 200 pagine si legge un in giorno, vuol dire che il lavoro è stato piuttosto blando. Condizioni veramente ottimali.
Ci sono altre due cose che possono spiegare una lettura in un tempo così breve (per i miei standard, si intende):
1. Lettura assolutamente coinvolgente che “ti prende” tanto da impedirti di abbandonarla.
2. Lettura vischiosa ed irritante che ti costringe a finirla quanto prima, scrivere la recensione e non sentirne mai più parlare.
Ahimè (è proprio il caso di dirlo) sono decisamente orientata verso il punto 2.
La storia ci narra di due amici ormai anziani che si rivedono dopo 41 anni. Inseparabili fin dall’infanzia, si sono drammaticamente lasciati 41 anni prima, senza spiegazioni e senza saluti. L’autore adombra che vi siano un “segreto” e una risposta da dare che hanno atteso tutto questo tempo. Viene descritto il punto di vista di uno dei due “amici”, Henrik, che dopo la separazione ha continuato ad essere un soldato dell’Impero Austriaco ed ha sempre vissuto nel natio Castello dei Carpazi.
L’altro amico – Konrad – ha invece vissuto, in tutti questi anni, fra Londra e “i Tropici”.
Si allude anche alla presenza – sia nel segreto che nella domanda – della giovane moglie di Henrik, Krisztina.
Krisztina che è morta (anzi, “ha deciso” di ammalarsi e morire) 8 anni dopo la sparizione di Konrad e che, dalla sparizione in poi, non ha più visto (né ha più parlato) con il marito.
Hum.
Mumble mumble.
Due amici inseparabili, la moglie di uno dei due, brusca separazione, coniugi che non si parlano più, turpe segreto e domandone finale…
Ok, non è necessario fare una scappata a Baker Street, per interpellare Sherlock Holmes sulla faccenda. Lui, lei l’altro. È abbastanza chiaro.
Il triangolo, sì, l’avevo considerato.
E va anche bene.
Il punto non è la geometria; si possono scrivere bellissime storie, partendo dal “banale” triangolo (e da qualsiasi altra figura geometrica).
Basta caratterizzare bene i personaggi e inserirli in una storia che funziona.
Qui partiamo abbastanza bene, descrivendo l’infanzia di Henrik (ho amato particolarmente l’estate in Bretagna, temo per mie derive emotive) ed accennando alla storia d’amore dei suoi genitori.
Si adombra il tema centrale: ci sono persone – come Henrik e suo padre – fatte in un certo modo ed altre – Konrad, la madre di Henrik, Krisztina – che sono “diverse”.
Ma questo essere “diverse” non viene mai raccontato, al lettore. Questo essere “diversi” viene sempre detto e mai raccontato, né tanto meno vissuto.
Anche questo non è necessariamente un difetto. Ci sono scrittori geniali che con un’immagine e una suggestione riescono a rendere la complessità di personaggi e persino di categorie umane.
Marai ci prova.
Descrive l’esecuzione a 4 mani della Fantaisie Polonaise di Chopin (https://www.youtube.com/watch?v=ge1uw3UjoUQ) da parte di Konrad e della madre di Henrik:
“Era come se tutte le cose vecchie ed ammuffite, sepolte da tempo nei cuori umani, ricominciassero a vivere, come se nel cuore di ogni essere si annidasse un ritmo mortale che, ad un certo punto della vita, potrebbe mettersi a pulsare con implacabile violenza. Gli ascoltatori pazienti (sono Henrik suo padre) compresero che la musica rappresentava un pericolo.”
Il “demone” della musica rende diversi ed “inquieti” Konrad, Krisztina e la madre di Henrik.
Chopin era mezzo francese e mezzo polacco. La madre di Henrik è francese. La madre di Konrad era polacca… spiegata la diversità e morto lì il discorso.
Vabbe’.
Siamo speranzosi. Magari Marai non ci descrive i diversi, ma farà un lavoro encomiabile nel descriverci gli “uguali”. Sarebbe anche una scelta insolita e di certo interessante. Sappiamo tutto di Tristano e Isotta, ma qualcosa in più su Re Marco e Isotta dalle Bianche Mani, magari…
Speranze vane.
Gli “uguali” sono nello specifico quelli che si identificano e realizzano nel loro essere soldati dell’Impero (non a caso Henrik e il padre son di solito definiti con il loro grado: generale, il primo, ufficiale di guardia, il secondo) e, più in generale, quelli che aderiscono con precisione e gioia al loro destino (la balia Nini). Fine.
Vabbe’.
Magari me li inserisci in un plot spettacolare.
Anche qui il tentativo c’è.
I due ex-inseparabili si rivedono dopo 41 anni.
Konrad annuncia la sua visita.
Henrik prepara scrupolosamente la scena, mettendo in atto una replica perfetta dell’ultimo incontro avuto – in quello stesso castello – 41 anni prima.
Konrad arriva, i due si danno la mano, cenano.
Konrad – che è stato lontano – ragguaglia velocemente Henrik sulla sua vita ai Tropici. Henrik fa lo stesso con la sua vita.
Viene posta la questione della domanda.
E la domanda viene formulata.
Per circa 100 pagine.
Di monologo.
Di Henrik.
Quando finalmente la domanda viene formulata (“Krisztina sapeva che quella mattina, durante la caccia, avevi voluto uccidermi?”) e Konrad fa tanto di cercare di aprire la bocca e di rispondere, Henrik lo blocca.
Ha formulato male la domanda.
Henrik si prende una decina di pagine e riformula: “Krisztina sapeva che quella mattina nel bosco tu avevi intenzione di uccidermi?” (riformulazione che sarebbe riduttivo definire fondamentale, in effetti).
Konrad si avvale della facoltà di non rispondere.
“Va bene” replica Henrik.
Seconda domanda: “Cosa abbiamo guadagnato con il nostro orgoglio e la nostra presunzione? (…) non credi che non saremo vissuti invano poiché abbiamo provato questa passione?”
“Perché me lo domandi? – replica tranquillamente l’ospite (Konrad) – sai bene che è così.”

Capisco che messa così suoni quanto meno irrispettoso, però il mio primo impulso è stato osservare che potevano anche telefonarsi a casa e non tediare (me) per complessive 170 pagine di nulla (o di molto poco).
Ammetto di non essere una maratoneta della logica astratta, e, specialmente quando sto leggendo un romanzo, non mi vada di incartarmi in speculazioni filosofiche gesuitiche. Ammetto anche di avere una marcata insofferenza per lo psicologismo e tutti i costi e per le descrizione delle microscopiche variazioni cromatiche degli stati d’animo dei personaggi. Preferisco dedurle da sola dalle loro azioni.
Detto questo, però… mi è parso davvero troppo…poco.
Questo romanzo mi ha ricordato in maniera singolare “Lettera di una sconosciuta” di Zweig. A parte il numero 41 ricorrente, l’ambientazione, Vienna a prevalere è proprio questa sensazione vischiosa di incompiutezza e vacuità.
Vischiosa vacuità.

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