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Se volessimo parlare di fatti, dovremmo dire che in Morte a credito Céline racconta l'antefatto del Viaggio al termine della notte, cioè gli anni della sua vita (della vita del suo personaggio, del suo alter ego narrativo) dall'infanzia sino all'immediata vigilia dell'evento che segna l'inizio del primo romanzo, cioè la partenza, come giovanissimo volontario, per l'avventura massacro della prima guerra mondiale. Ma il fatto decisivo è che in Morte a credito, anzi da Morte a credito in poi, non ci sono più fatti: Céline non espone non riferisce, non "racconta" più; vive e fa vivere al lettore, pure situazioni, puri blocchi di materia temporale, dall'interno del loro stesso accadere, in una sorta di presente perpetuo, di "presa diretta" che abolisce qualsiasi distanza psicologica tra l'evocato e l'evocazione, tra l'esistere della voce e ciò che la voce fa esistere. L'"io narrante" si è interamente trasformato e dissolto, insomma, in "io lirico".



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Morte a credito 2020-01-28 07:00:02 enricocaramuscio
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enricocaramuscio Opinione inserita da enricocaramuscio    28 Gennaio, 2020
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Il mondo attraverso gli occhi di Celine

"Eccoci qui, ancora soli. C'è un'inerzia, in tutto questo, una pesantezza, una tristezza... Fra poco sarò vecchio. E la sarà finita, una buona volta. Gente n'è venuta tanta, in camera mia. Tutti han detto qualcosa. Mica m'han detto gran che. Se ne sono andati. Si son fatti vecchi, miserabili e torpidi, ciascuno in un suo cantuccio di mondo". In un delirio di febbre, il dottore dei poveri Ferdinand Bardamu, adulto e stanco alter ego dell'autore, già protagonista del "Viaggio al termine della notte", ripercorre le tappe della sua esistenza dall'infanzia alla vigilia dell'arruolamento in vista della partenza per il fronte della Prima Guerra Mondiale. Un racconto spietato, crudo, incalzante, in una Parigi di inizio Novecento che non è quella fastosa degli Champs-Élysées, né quella bohemien dei salotti artistici, tanto meno quella della moda o dell'alta cucina. Della capitale francese Celine ci fa conoscere i peggiori sobborghi, le strade sporche di immondizia ed escrementi, le topaie in cui sono stipate intere famiglie, la violenza domestica e quella della strada, la miseria materiale e la povertà morale. Una scrittura viscerale, schietta, volgare fino al punto da apparire feroce, che l'autore fa sembrare quasi indispensabile per rendere al meglio il dolore dei reietti, la rabbia dei diseredati, la complessità della vita di chi ha mangiato oggi ma non è certo di poterlo fare anche domani, di chi finora è sfuggito alla falce del tristo mietitore ma non sa per quanto tempo ancora riuscirà a farla franca. Angoscia, viltà, rimpianti, una fame che genera invidie, un'ignoranza che porta sangue, una paura che sfocia in odio verso tutti. Il mondo visto attraverso gli occhi di Celine è un mondo cattivo, spietato, in cui ogni minimo barlume di speranza viene troncato sul nascere, ogni possibilità di riscatto muore prima ancora di manifestarsi. "Soltanto una cosa, al Passage, avevamo in comune nella nostra famiglia, l'angoscia della pagnotta. Un'angoscia enorme. Fin dal mio primo vagito, io l'ho sentita... Me l'avevan subito rifilata addosso... N'eravamo posseduti tutti quanti, nessuno escluso, in casa nostra. L'anima, per noi, era la tremarella. In ogni stanza, la paura di non farcela trasudava dalle pareti.. Per lei ogni boccone lo ingozzavamo giù di traverso, soffiavamo i pasti in un baleno, facevamo " gambe in spalla " nelle nostre corse, zigzagavamo come pulci da un quartiere all'altro di Parigi, da Place Maubert all'Étoile, col panico del sequestro, la paura della pigione, dell'uomo del gaz, con l'assillo delle tasse... Mai ebbi il tempo di nettarmi il sedere tanto bisognava andar di prescia". Il piccolo Ferdinand, ribelle, sporco, poco sveglio, passa da un insuccesso scolastico ad un fallimento lavorativo, da una delusione inflitta ai genitori alla crescente consapevolezza di essere un buono a nulla, il tutto con il menefreghismo del bulletto, il distacco del nichilista, la rassegnazione del disilluso. Intorno a lui ruotano personaggi grotteschi, vere e proprie caricature,  rappresentanti di una variegata struttura sociale accomunata da quanto di peggio può risiedere nell'animo umano. Eppure, su questa tela dove dominano i colori più scuri della disperazione, del male di vivere, dello sporco interiore ed esteriore, Celine, con la sfrontatezza del suo spregiudicato pennello, riesce ad inserire qualche schizzo di redenzione, qualche tocco di luce, qualche lampo di umanità. "Siam provvisori, questo è vero, ma io ho già provvisorieggiato abbastanza per la mia dignità. Ecco i barconi... Essi han tutti un cuore, oggi. Batte grosso grosso e burbanzoso nella buia eco delle arcate. E' quanto basta. lo mi disintegro. Non mi lamento più. Ma il gioco non deve continuare. A lasciarsi trascinar via dalle cose, per mal combinate che le troviamo, ci sarebbe da morir di poesia".


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