Narrativa straniera Romanzi Una vita come tante
 

Una vita come tante Una vita come tante

Una vita come tante

Letteratura straniera

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In una New York fervida e sontuosa vivono quattro ragazzi, ex compagni di college, che da sempre sono stati vicini l'uno all'altro. Si sono trasferiti nella metropoli da una cittadina del New England, e all'inizio sono sostenuti solo dalla loro amicizia e dall'ambizione. Willem, dall'animo gentile, vuole fare l'attore. JB, scaltro e a volte crudele, insegue un accesso al mondo dell'arte. Malcolm è un architetto frustrato in uno studio prestigioso. Jude, avvocato brillante e di enigmatica riservatezza, è il loro centro di gravità. Nei suoi riguardi l'affetto e la solidarietà prendono una piega differente, per lui i ragazzi hanno una cura particolare, una sensibilità speciale e tormentata, perché la sua vita sempre oscilla tra la luce del riscatto e il baratro dell'autodistruzione. Intorno a Jude, al suo passato, alla sua lotta per conquistarsi un futuro, si plasmano campi di forze e tensioni, lealtà e tradimenti, sogni e disperazione. E la sua storia diventa una disamina, magnifica e perturbante, della crudeltà umana e del potere taumaturgico dell'amicizia.



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Una vita come tante 2020-10-27 07:24:49 68
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68 Opinione inserita da 68    27 Ottobre, 2020
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Il volto tumefatto della vita

Jude, oggi avvocato di successo, da decenni è affranto da un vortice di insensatezza, dolore e sofferenza, da un reiterato autolesionismo, da un vuoto dell’animo, e a niente sono servite le premure degli amici di sempre (JB, Malcolm, Willem ), sin dall’epoca del college, di un padre adottivo amabile e amorevole ( Harold ), ne’ le cure di un medico sensibile e attento ( Andy ).
Le tormentate e masochistiche stagioni del protagonista sono l’epicentro di un lunghissimo romanzo che, servendosi di una certa fluidità narrativa, svela un’ inimmaginabile crudeltà autoimposta, un presente e un passato nebulosi celati ai più, un dolore vivido che continua a lacerarne corpo e mente, l’assenza di autostima e voglia di vivere, la certezza di un peccato originario che ha trasformato la sua vita in una condanna, un destino perverso in bilico tra la vita e la morte che prevede una fine certa, inequivocabile, già scritta.
Quanto nel cuore di una esistenza apparentemente ricca, piena, vivace, il passato ritorna, puntuale, vivido, sommergendo presente e futuro, quanto la solitudine emotiva e sentimentale è segnata sulla propria pelle e necessaria, quanto il farsi del male può essere l’unica fonte di vita, epicentro di un non sense che tutto avvolge?
Attorno a Jude il brusio della vita e della metropoli, il talento artistico degli amici, più o meno indirizzato a un futuro radioso, un lavoro che lo soddisfa, dentro di se’ l’impossibilità di amare, potere e denaro dissolti al cospetto di una vita preclusa in attesa di altro.
Ci sono così tanti argomenti di cui non ha parlato, neppure alle persone più care, con l’impressione di non avere le parole giuste per farlo, ha provato a scrivere, ma non sa neppure come parlare a se’ stesso di se’.
Vive ogni istante all’ interno di un senso di inadeguatezza, si sente sporco, deforme, non amato, ricoperto da una colpa cucitagli addosso da chi in passato lo ha ripetutamente ferito e violato, luoghi e persone incise nel proprio animo e sulla proprio corpo, un io obbrobrioso e artefatto onnipresente, la condanna alla fuga, da se’ prima che dagli altri.
Questo male di vivere ne annienta momenti, incontri, amicizie, la possibilità di un amore, accarezzando l’idea faticosa di pagine nuove, uniche, perché’, inevitabilmente, tutto ricade nell’ incubo di un inganno, in un’ essenza che supera la semplice malattia, fisica e mentale, le stigmate di ferite autoinferte cucite addosso.
È allora che tutto pare confondersi, estraniarsi, dissolversi, bene e male un unicuum, il masochismo riprende, scorre un fiume di sangue e una barriera separa di nuovo il protagonista dal mondo.
Sarà la forza di un amore costruito sulla presenza e fiducia nell’altro, illimitata, qualitativa, graduale, un’ affinità elettiva nata da una forte amicizia, senza forzature, inganni, secondi fini, a scardinare l’ impossibile, restituendo un nuovo volto, la possibilità del cambiamento, l’accettarsi per quello che si è, la gioia di vivere ed amare. Ci saranno momenti di felicità, sorrisi, progetti, speranze, nascosto faticosamente il fantasma di un passato ancora presente.
Si può convivere con il dolore, controllarlo, sedarlo, circoscriverlo, assaporare qualcosa di più grande, ma non si può lottare contro un destino infausto. È allora che la fine è inevitabile, la vita inaccettabile, ogni rimedio fallimentare, nonostante le apparenze. E’ allora che tutto ritorna all’origine, le risposte svaniscono e il senso insensato ritorna, giorni irrimediabilmente vuoti senza un domani.
Un lunghissimo romanzo che scuote nel profondo la sensibilità del lettore, spingendosi dentro e oltre i confini di una semplice vita. Bene e male, anima e corpo, arte e vita, un lungo percorso esistenziale, la profondità e insondabilita’ del dolore e della malattia, il silenzio e la voce delle relazioni e dei sentimenti, la grandezza di un amore illimitato e atemporale, la difficile ricerca di un senso.
Ci addentriamo in un cammino di dubbi e incertezze, un’ angosciosa presenza che scava nel profondo, restituendoci, attraverso una forte carnalità onnipresente, un senso di essenza spirituale che pare di volta in volta predominare e soccombere, tracciando e delineando i contorni di un protagonista vivido e sfuggente, rabbioso e struggente, teneramente assorto e atrocemente inserito nel cuore dell’esistenza.

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Una vita come tante 2020-07-04 20:07:52 bluenote76
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bluenote76 Opinione inserita da bluenote76    04 Luglio, 2020
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Avrei fatto volentieri a meno di questa lettura

Questo romanzo è accompagnato da un coro pressoché unanime di elogi sperticati da parte della critica mondiale il che induce sempre al sospetto.Al termine della sfibrante lettura delle oltre mille pagine del tomone, credo di poter dire che il sospetto di cui sopra era fondato e che l'entusiasmo dei recensori dipenda quasi esclusivamente dal solito meccanismo per il quale viene fatto prevalere un pre-giudizio di tipo "politico" rispetto a quello estetico, che dovrebbe invece essere proprio di un'opera artistica; si giudica, secondo tale criterio, un romanzo per ciò che dice, non per come lo dice; perciò se tu scrivi "il grande romanzo gay che New York aspettava", non puoi che ricevere encomi, elogi e pacche sulle spalle (e vendere un sacco). Scusate ma secondo me un romanzo non deve essere né gay, ne etero né quel che volete: deve essere un buon romanzo, punto. Di "romanzi gay", ne sono stati già scritti a iosa (senza risalire troppo nel tempo, e restando ai contemporanei, mi vengono in mente alcune opere di David Levitt ed Edmund White) che sono migliori di questo. Hanya Yanagihara ha messo su carta una serie infinita di banalità, di situazioni francamente inverosimili e di luoghi comuni che manderanno in deliquio le facilmente estasiabili vestali del politicamente corretto e pochi altri, e creato personaggi davvero poco credibili perché troppo uniformi e sempre uguali a sé stessi nonostante l'opera li analizzi nel corso del tempo. Perciò il romanzo fallisce dal punto di vista estetico e il ricorrere a categorie extra artistiche è solo un giochino già visto e rivisto che ha finito per annoiarmi terribilmente; a dirla tutta, come rivendicazione di orgoglio gay funzionano molto meglio i vecchi video clip dei Village People degli anni '80, che poi hanno il vantaggio di durare pochi minuti.

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Una vita come tante 2020-03-17 11:31:47 DanySanny
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DanySanny Opinione inserita da DanySanny    17 Marzo, 2020
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Un dolore che non ha fine

Brevi, inevitabili spoiler.

Questo è uno di quei libri che meriterebbero, in copertina, una fascetta con scritto “maneggiare con cura”. Questa è un recensione difficile perché uscire dal mondo di “Una vita come tante”, un mondo che lascia stremati, esangui, quasi annichiliti, è compito durissimo per il lettore su cui le pagina abbiano inciso cicatrici a ogni frase. La vera domanda cui si deve rispondere prima di intraprendere la lettura delle oltre mille pagine di questo libro è: quanto dolore possiamo sopportare? Perché Hanya Yanaghihara sprofonda quanto più possibile nelle pieghe laceranti dell’abuso, della sopraffazione, dell’autolesionismo e costantemente, quasi stregata da una maledizione, la coazione a ripetere, a perseverare nel male, ci ricorda che l’uomo può amare, certo, ma anche e, soprattutto, ferire, massacrare, uccidere.
“Una vita come tante” è la storia di quattro amici, che la scrittrice segue dal college all’età adulta, in quarant’anni delle loro vite che si dilatano nei continui ricordi, nei tentacoli aggrovigliati di un passato che non lascia scampo. C’è JB, artista ambizioso, Malcom, aspirante architetto, Willem, bellissimo e seducente, cameriere prima, attore poi e alla fine, anzi, soprattutto, Jude. Questo romanzo in fondo potrebbe intitolarsi “Vita di Jude”: fragile, delicato, quasi potesse rompersi fra le mani; Jude che vuole diventare avvocato e che pure frequenta un corso di matematica pura, Jude che non crede in se stesso, che cammina con difficoltà, immobilizzato a volte da attacchi quasi convulsivi che lo pugnalano in ogni parte del corpo. Jude che porta sempre e solo le maniche lunghe, per nascondere i tagli che si fa sulle braccia, lembi di pelle percorse da una trame infinita di cicatrice, pezzi di carne che si staccano quando non sa controllare quel dolore che pure pensa essere la propria colpa da espiare. Jude, silenzioso e geloso dei suoi segreti, dei suoi misteri, Jude, che sùbito intuiamo, ha subìto qualcosa di atroce da bambino. Preparatevi, respirate, se non siete pronti chiudete questo libro, perché quello che riserverà progressivamente sarà il corpo di Jude bruciato, frustato da bambino, in monastero, violentato dai monaci; sarà lo stesso corpo costretto da un uomo a prostituirsi con uomini o gruppi di uomini nei motel degli Stati Uniti, un uomo che diceva di amare questo bambino di otto o nove anni; e ancora sarà lui a essere rapito, seviziato e stuprato da uno psichiatra, investito dalla sua auto, dopo essere fuggito ancora da altri abusi terribili, quelli nell’orfanotrofio. Ecco se resistete a questo, a questo corpo su cui il destino si è accanito, su questo bambino a cui hanno tolto tutto, forse non siete ancora pronti: perché c’è altro dolore da affrontare, quello dell’autolesionismo, quello della vittima che si sente colpevole, quello di Jude che anche se ricco, di successo, anche se ha trovato una nuova famiglia, penserà sempre di non meritare nulla, di dover obbedire alla bontà rara degli altri, a cedere, a mentire, a lasciarsi prendere dalla fame, stordito dal dolore alle gambe sempre più feroce, inebetito da un abbraccio, trepidante per un bacio. Jude che non saprò mai se è etero o omosessuale, perché “fin da piccolo ho conosciuto solo gli uomini”, più grandi, più sporchi, più disgustosi; Jude che avrà paura del sesso, del contatto con un corpo, Jude che non riuscirà più ad avere un’erezione e non perché è stato investito, ma perché per lui non c’è più niente che possa essere salvato. E se anche siete pronti a tutto questo, se anche vi sentite in grado di sopportare per mille pagine di sofferenza, sappiate che non c’è mai fine, che la tragedia si annida ovunque e che all’orizzonte ci sono, nonostante qualche luce, altre morti, altri abusi, altre malattie.

Ho provato a sintetizzare la storia, con qualche concessione di più alla trama, perché questo non è un libro adatto a tutti, anzi forse solo a pochi. Hanya Yanaghihara ha delle evidenti lacune tecniche: gestire un libro così lungo che fluttua perennemente tra passato e presente, da più punti di vista (quello dei quattro amici, ma anche di altri comprimari), crea qualche problema non solo nell’uso dei verbi, che talora barcollano nell’alternanza di imperfetto, passato remoto e presente, ma anche nella gestione delle anticipazioni e dei flashback, generando un tempo zoppicante, ferito com’è anche da improvvise ellissi che spostano l’attenzione di anni nel giro di poche righe. E, a dirla tutta, nessuna frase di questo libro, presa isolatamente, merita forse troppa attenzione, nel senso che lo stile è molto piano, non gode di nessuna variazione particolare, di nessun guizzo. E anzi ho trovato quasi sgradevole che una storia tanto dolorosa come quella di Jude sia stata dilazionata e frammentata per creare un po’ di suspense, come fosse un giallo o una spystory qualunque. Eppure c’è qualcosa in quello che viene narrato, nella vivida rappresentazione dei corpi e dei personaggi, nell’inarrestabile trasporto sentimentale che annulla il tempo della lettura e fa bere pagine su pagine, che rende questo libro imperfetto un ingranaggio emotivo inarrestabile, capace com’è di demolire punto per punto ogni speranza residua, di lasciare, dopo la fine, solo un campo devastato e sterminato di sbigottimento, dolore, tristezza. E dunque per quanto il lettore provi a mantenersi oggettivo, le pagine della Yanaghihara lo costringono ad ammettere che molto raramente ha provato, nel leggere qualcosa, lo stesso tremore, la stessa compartecipazione, la stessa violenta identificazione con i personaggi. Vi confesso che ho letto questo libro tenendo in una mano il libro e con l’altra attorcigliandomi i capelli, tanto era la tensione che stavo accumulando e che non riuscivo in altro modo a manifestare.

Non so se riuscirei a rileggerlo, troppo dolore anche per me, eppure mi resta una commozione tanto pura e vera che non posso esimermi dal consigliarlo. Chiudo soltanto sottolineando come oggi ci sia molta attenzione, con ogni ragione, alla violenza sulle donne e sui bambini, ma che spesso dimentichiamo la violenza sui ragazzi, magari quelli un po’ troppo esili, un po’ troppo efebici, troppo aggredibili, quelli che qualcuno gode ancora di più nello sporcare, nello sfregiare, nel possedere. Succede purtroppo ogni giorno, anche se in modo più sottile e infidamente meno fisico di quanto accade a Jude, ma questo non lo rende meno doloroso.

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Una vita come tante 2018-04-18 12:49:33 AsiaD
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AsiaD Opinione inserita da AsiaD    18 Aprile, 2018
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RESISTERE ALLA VITA

Non nascondo che mentre scrivo di questo lungo e incredibile romanzo ho un nodo alla gola che non va via perché la storia di Jude e dei suoi fedelissimi amici è un pugno allo stomaco, non lascia scappatoie e prima di iniziare a leggere bisogna essere consapevoli che si sarà travolti. Il titolo “Una vita come tante” o ancora meglio forse il titolo originario “A little life” è quanto di più lontano, volutamente lontano, dalla vita di Jude che arriva all’età adulta fragile e insicuro , in perenne lotta con se stesso non credendo che ci possa essere al mondo qualcuno che lo possa amare ESATTAMENTE per quello che è; dissimula, nasconde, si nasconde dietro la sua incredibile competenza di avvocato perché è lì, nelle aule di tribunale l’unico luogo dove invece emerge, è trionfo e senza scrupoli. Chi lo approccia sul mondo del lavoro non immaginerebbe minimamente della fragilità che nasconde.
Ripercorrendo tramite flashback, e tramite le voci che si alternano, l’intensa vita di Jude, conosciamo tutti i personaggi che lo accompagnano e lo sostengono nei momenti più bui; l’amore filiale, l’amore amico, l’amore profondo di un compagno, non c’è che dire è un romanzo d’Amore, ma non inteso come racconto smielato di una storia d’amore ma come celebrazione del puro sentimento dell’Amore che salva, o tenta di salvare, senza seconde e torbide motivazioni, ma al contrario sfidando tutte le più logiche motivazioni che porterebbero lontano. Jude purtroppo non si rende forse conto di quanto Amore lo circonda, perché il dolore e i segni di un passato mai passato che porta fuori a ricordarglielo, ma soprattutto dentro di se, sono troppo profondi, radicalizzati, un tumore aggressivo che resiste ad ogni terapia, alle volte sembra essere sconfitto, ma è lì latente che nel momento magari più sereno torna a bussare alla porta. E’ un romanzo di lotta, di voglia di farcela.
Lo hanno definito un romanzo bandiera del mondo gay, probabilmente perché nel romanzo è centrale la storia di un amore omosessuale, ma risulta molto riduttivo perché il fatto che Jude sia innamorato di un uomo diventa totalmente secondario, qui si racconta l’Amore senza distinzioni di sesso, Yanagihara ti trascina così prepotentemente nel racconto che il dettaglio sulle scelte sessuali dei protagonisti perde di ogni significato; quello che probabilmente può essere interessante è far avvicinare il lettore proprio al valore dell’Amore in sé senza identificazione di regole precostituite, che siano legami di sangue o scelte sessuali più o meno controverse. L’Amore vince sempre? Senza fare spoiler non reputo questo un romanzo di speranza, probabilmente questo aspetto è uno di quelli che lo rende maggiormente interessante, più reale da un certo punto di vista (anche se spero vivamente che la realtà sia un po’ meno dura) perché non c’è il tentativo forzato di voler ricomporre un puzzle, ma si lascia andare la storia semplicemente come deve andare.
E’ difficile scrivere un romanzo così lungo e mantenere l’attenzione e la passione del lettore costante per tutto il viaggio, ma Yanagihara qui ci riesce benissimo. L’ho amato e tanto e lo consiglio fortemente quando si ha l’animo giusto per affrontarlo.

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