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Norwegian Wood
 
Norwegian Wood 2014-01-30 23:31:45 Rollo Tommasi
Voto medio 
 
2.8
Stile 
 
4.0
Contenuto 
 
3.0
Piacevolezza 
 
2.0
Rollo Tommasi Opinione inserita da Rollo Tommasi    31 Gennaio, 2014
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Qualcuno ne rimase ferito...

“Alla fine, stringendomi forte, Naoko lanciò un urlo. Non avevo mai sentito nell'orgasmo un urlo così triste.“

“Non ci sono molte figlie che si metterebbero nude, con le gambe aperte, di fronte alla foto del padre morto“.

Due ritratti istantanei di due donne profondamente diverse: Naoko e Midori.
Che tornano alla mente di Toru Watanabe, 37enne, quando nella pancia dell'aereo appena atterrato si diffondono le note agrodolci di “Norvegian wood”, canzone dei Beatles che sembra strizzare l'occhio alla musica folk. Per lui, passeggero giunto a destinazione, quella melodia è una serie di ricordi che riaffiorano... e lo riportano ad un altro viaggio, più lungo e contorto.

Un inizio del libro ben calibrato, oltre che mirabilmente sintetico, che permette al protagonista di tornare ai suoi 18-20 anni d'età, quando i riti della scuola superiore e le sue pesantezze, la conoscenza del sesso e i primi tentativi di indipendenza economica, esaurivano quasi tutto il suo tempo e le sue preoccupazioni.
Evitando di tornare sulla trama – illustrata in modo chiaro ed esauriente da varie recensioni che precedono – va detto subito che “Norvegian wood” non appartiene alla vena “surreale” di Murakami (“Kafka sulla spiaggia”, “1Q84”, etc.) ma si pone sulla sponda opposta, quella che privilegia l'indagine interiore... In questo caso, le emozioni e le motivazioni di ragazze e ragazzi che stanno tramutandosi in donne e uomini.
Così vengono a galla personaggi caratterizzati da storie in qualche modo estreme, da traumi, da percorsi di vita dolorosi: la maggior parte dei quali, se si dovesse utilizzare un termine oggi in voga, evidenzia una personalità “borderline”. Come, d'altronde, i personaggi responsabili di questi traumi, che Murakami fa emergere dai racconti di chi è ancora in vita, come fossero spiriti irrequieti che continuano a vagare nei ricordi altrui.
La storia stessa, nel corso delle pagine, si fa “borderline”. Ma, in qualche modo, appare “mancare il bersaglio”.
Non nella deriva di alcuni personaggi che ha termine con il suicidio... La cultura giapponese è intrisa di questa problematica (se nella mentalità occidentale il suicidio viene ricondotto all'incapacità di reggere l'esistenza, in Oriente – e in Giappone in particolare – esso ha un significato più complesso, potendo assumere perfino la valenza di estremo atto di recupero della propria dignità).
Nemmeno è un problema di credibilità del protagonista. E' vero che Toru Watanabe può sembrare, nel suo incedere, quasi abulico, ma non per questo diventa un personaggio irreale: il suo carattere meditativo e accondiscendente non è liquidabile come unico nel suo genere; e che sia funzionale al racconto lo dimostra lo stesso scrittore, quando fa dire di Toru, all'amico Nagasawa: “Guarda sempre tutto con distacco”.
Quanto all'ulteriore critica avanzata in precedenti opinioni, sull'inverosimiglianza delle azioni compiute da alcuni personaggi del libro, essa sembra in parte motivata... ma l'affermazione è comunque soggettiva e potrebbe incontrare dissensi.

Riesco a spiegare le mie perplessità su questo libro solo raffrontandolo con quello che, nello stesso solco “intimista”, si pone come immediatamente successivo tra i romanzi di Murakami Haruki: “A sud del confine, ad ovest del sole”.
Mentre “Norvegian wood” è circoscritto, come detto, ad un'età precisa (quella post-adolescenziale), la successiva opera, pubblicata a qualche anno di distanza, ha il sapore del definitivo bilancio personale ed esistenziale (il protagonista racconta circa 40 anni della sua vita). In essa, l'autore conquista l'attenzione di chi legge disseminando nella storia dei “vuoti” temporali, soprattutto nell'esistenza delle donne che ruotano attorno al protagonista: in tal modo, al loro “ritornare” nel corso del racconto, questi personaggi portano con sé (e con la propria evoluzione) un alone di “non svelato” che cattura, e rende l'universalità della storia molto più percepibile (l'immedesimazione del lettore nei fatti cui assiste è ritenuta fondamentale per il successo di un libro).
Il nucleo di “Norvegian wood” mi appare invece racchiuso in una delle ultime lettere di Reiko (l'amica e “custode” di Naoko) a Toru: “Ogni cosa segue comunque il suo corso, e per quanto uno possa fare del suo meglio, a volte è impossibile evitare che qualcuno rimanga ferito. E' la vita”. Tuttavia il romanzo sembra seguire questo assunto per una via poco intuitiva... perciò meno aperta alla “condivisione” da parte di chi legge.
Tocca, però, prendere atto che questo è il romanzo di Murakami Haruki che gli è valso la definitiva fama, e all'opinione di qualcuno secondo cui è un romanzo da leggere intorno ai vent'anni, la stessa età dei suoi protagonisti...
… Allora sono io che rimango ferito, perché indietro non posso tornare...

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Commenti

4 risultati - visualizzati 1 - 4
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La frase che hai citato alla fine non mi sembra che brilli per originalità. Se il nucleo del romanzo è questo meglio passare oltre :-)
SARY
31 Gennaio, 2014
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Una recensione dettagliata, bravo!
In risposta ad un precedente commento
Rollo Tommasi
01 Febbraio, 2014
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Si, sono d'accordo con te sulla frase. Poi ci può anche stare il renderla, nel complesso, con originalità. Sul passare oltre, non so dirti: in realtà non ho consigliato nè sconsigliato la lettura. A molti, come dicevo, questo libro è piaciuto.
In risposta ad un precedente commento
Rollo Tommasi
01 Febbraio, 2014
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Grazie, Sary
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