Narrativa italiana Romanzi Annalena Bilsini
 

Annalena Bilsini Annalena Bilsini

Annalena Bilsini

Letteratura italiana

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Si narra la storia di Annalena Bilsini, vedova dalla numerosa prole e del tentativo della famiglia contadina di elevarsi dalla condizione di miseria in cui è precipitata a causa della indolenza della generazione precedente.Costruita attorno alla figura della protagonista, in cui il conflitto interiore dettato dall'alternanza di desiderio e disinganno risente di ascendenze filosofiche di stampo schopenhaueriano, la narrazione esula dall'attesa ambientazione sarda e, tra le anse fluviali della pianura padana, «dischiude la Sardegna al mondo e il mondo alla Sardegna» accostando con maestria alle usuali istanze morali le moderne riflessioni sui rivolgimenti sociali imposti dalla storia.



Recensione della Redazione QLibri

 
Annalena Bilsini 2015-01-13 21:34:22 silvia t
Voto medio 
 
3.3
Stile 
 
4.0
Contenuto 
 
3.0
Piacevolezza 
 
3.0
silvia t Opinione inserita da silvia t    13 Gennaio, 2015
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Annalena Bolsini

Annalena ha cinque figli e un marito morto, una famiglia numerosa da mantenere e tanta speranza nel cuore.
Romanzo della Deledda scritto subito dopo l'assegnazione del premio Nobel, romanzo che non riesce ad emozionare come altri, neppure dopo giorni dalla sua lettura.
Sembra quasi che cambiando l'ambientazione cambi anche l'atmosfera, come se da quella penna, intrisa di emozione quando descrive la sua Sardegna, divenisse arida e priva di anima lontano da essa.
Il soggetto del racconto è molto simile ad altri: il figlio maggiore torna in licenza e finisce con l'innamorarsi di chi non deve.
Da qui una serie di eventi si susseguono riproponendo i temi cari alla Deledda, il senso di colpa soprattutto.
Lo stile è molto fresco, moderno e riesce in questo modo a sopperire ad una mancanza di ritmo e vivacità nella trama.
Ciò per cui questo romanzo, di sicuro non il migliore dell'autrice, rimane importante è il tema del lavoro e di quanto esso possa essere importante nella vita di ognuno.
Il fulcro della storia sembra essere questo aspetto della vita della famiglia.
Se in "La chiesa della solitudine" il tema di fondo sarà la malattia e in "Elias Portolou" era la tentazione e l'assenza di forza di volontà, qui la dedizione e l'abnegazione alla terra prende il sopravvento, quasi a voler dare un lieto fine a "I malavoglia" raccogliendo quel piccolo barlume di speranza che Verga cerca di far scorgere al lettore.
Se letto in quest'ottica il romanzo appare ancora più moderno e più attuale, proponendo un tema non privo, ancora oggi, di una forza evocativa potente.
Il lavoro è qui inteso davvero come qualcosa di nobilitante e salvifico, qualcosa per cui sudare e in cui credere, in cui sperare e per cui pregare, il succedersi delle stagioni, la sua importanza nella buona riuscita del accolto vengono descritte con una forza evocativa che manca del tutto alle vicende umane, quasi a voler rendere universale la componente naturalistica del mondo, ma non quella umana, come se la Deledda potesse descrivere e raffigurare l'Umanità solo descrivendo la sua Sardegna ed e perdesse quella capacità, così dolce nella sua schiettezza quando i personaggi descritti appartengono al continente.
Una Deledda diversa, più fredda, un romanzo meno riuscito, ma comunque piacevole.

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