Narrativa italiana Romanzi Cortile Nostalgia
 

Cortile Nostalgia Cortile Nostalgia

Cortile Nostalgia

Letteratura italiana

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A Palermo c'è una piazzetta abitata dalla magia, dove ogni notte sette fate, una chiù bedda di n'autra, rapiscono i passanti per condurli verso luoghi lontani e poi riportarli a casa, storditi dalla meraviglia, alle prime luci dell'alba. È in questo cortile che vive Mario Mancuso, nel cuore dell'Albergheria, tra le abbanniate dei mercanti di Ballarò e i rintocchi del campanile di Santa Chiara. Orfano, ha conosciuto solo l'affetto di zia Ninetta, che però lo abbandona al primo giro di vento, inseguendo i propri sogni. L'incontro con Melina è la sua occasione per ritrovare in una nuova famiglia il calore che il destino gli ha negato. Per lei, bella e infelice, quel ragazzo rappresenta la libertà da due genitori che l'hanno educata più alle privazioni che all'amore. Lo sposo però deve partire per Roma, dov'è stato assegnato come carabiniere semplice, così le nozze sono celebrate in fretta e furia, e con la stessa voracità vengono consumate. Forse soltanto un figlio può colmare la distanza tra marito e moglie, sempre in bilico tra tenerezza e passione; ed è così che nasce Maruzza. A legarli sarà una sottile nostalgia, la stessa che gli abitanti della piazzetta, di Paesi e colori diversi, curano ogni sera con i piatti cucinati dalla donna che tutti chiamano Mamma Africa e che sembra avere lo stesso dono delle sette fate.



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Cortile Nostalgia 2023-05-02 19:47:14 cesare giardini
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cesare giardini Opinione inserita da cesare giardini    02 Mag, 2023
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Un cortile, la vita di una città.

Palermo, città dai mille contrasti e dai mille colori: bella, pulsante, accogliente, protagonista con i suoi vicoli e le sue piazze di questo bel romanzo di Giuseppina Torregrossa, ambientato nei cosiddetti anni di piombo, tra il ’60 e l’80 del secolo scorso. E’ la storia piena di contrasti di una famiglia, alloggiata in un piccolo appartamento in un cortile dove tutti si conoscono, giudicano e sono giudicati, sperando sempre in una vita migliore. Lui è Mario, orfano, allevato da una zia premurosa e un po’ sventata, che l’abbandona per rincorrere un giovane mafioso, forse l’ultima occasione della sua vita. Lei, Melina, ha una famiglia severa: conosce Mario, a 16 anni lo sposa prima che lui parta, carabiniere, per Roma: torna per una licenza, lei resta incinta, nasce Maruzza . La bimba ha qualche problema (le vengono erroneamente diagnosticate prima una sindrome di Down, poi una poliomielite), ma cresce bene: madre e figlia soffrono per la lontananza del padre, ma una raccomandazione in alto loco del parroco del quartiere consente a Mario di conoscere addirittura Aldo Moro, che lo guiderà come un padre e faciliterà la sua destinazione a Palermo. La famiglia è riunita, ma covano dissensi: Melina è ancora giovane, si è maritata in fretta e furia, troppo presto, non vede miglioramenti nella sua vita e si consuma nelle faccende domestiche, mentre Mario vede spegnersi le illusioni in una vita migliore, si scontra con la moglie per i più futili motivi. Hanno lavatrice e TV, ma non basta: Maruzza intanto cresce, è uno spirito ribelle, non sopporta più le costrizioni di una famiglia all’antica e cerca nelle amicizie ( una suora dalle vedute moderne e ragazze dei circoli femministi) comprensione e sostegno. La vita continua: si succedono i governi Tambroni e Moro, sono riportati ampi stralci del pensiero di Moro, fautore di alleanze politiche più ampie per una maggiore solidarietà nazionale, ma i tumulti popolari non danno tregua, il sequestro e l’uccisione di Moro segnano il culmine di un periodo nefasto e turbolento. Tutto questo è riportato dall’autrice con commossa partecipazione, a testimonianza del particolare momento storico, contrassegnato anche dalle mosse occulte di una mafia mai domata e dal funesto terremoto del 1968.
Ma Palermo è anche altro. Aumenta l’afflusso di stranieri dai Paesi più poveri, il cortile dove vivono Mario e Melina ospita una nuova umanità, piena di risorse: su tutti mamma Africa, una donna che prepara cibi esotici, elargisce saggi consigli, ha una parola buona per tutti, cerca di ricreare nel cortile uno spirito di amicizia e collaborazione che si era gradatamente spento.
Sembra che Mario e Melina, di nuovo incinta, cerchino di ritrovare un legame che li unisca, un malore di Mario risveglia in Maruzza l’affetto per quel padre scorbutico, che forse la puniva severamente per eccesso d’amore: fatto sta che tutti si ritrovano in cattedrale alla Messa di Natale, palermitani e immigrati d’ogni Paese pronti con canti e cerimonie, a testimoniare una città che “tutti accoglie e tutti assiste, la mamma che tiene aperte le porte anche alla notte perché non si sa mai se qualcuno arriva; che tiene il fuoco acceso e una pentola a bollire perché non si sa mai se qualcuno ha fame; che ha sempre lenzuola pulite perché non si sa mai se qualcuno ha sonno; la mamma che capi la casa quantu voli u patruni. Palermo, la grande madre”.
Così finisce la storia. La storia di una famiglia e di una città, che la Torregrossa ha saputo rendere attraente con il suo stile sobrio e accattivante. Qualche lungaggine di troppo forse nella discussione sulle vicende politiche del tempo, ma l’atmosfera del “Cortile Nostalgia” è resa con la consapevolezza di chi conosce alla perfezione luoghi e persone e concorda pienamente con Carlo Verdone quando afferma (film “La grande bellezza”) che “la nostalgia è l’unico svago che ci resta per chi è diffidente verso il futuro”.
Nel cortile palermitano sembra quasi prendere corpo una nostalgia palpabile, nostalgia per un amore mai sbocciato appieno, nostalgia per ciò che si poteva fare e non si è fatto, nostalgia per terre lontane, amici, amori perduti: la vita scorre velata di malinconia, ma il lumicino della speranza è sempre acceso.



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Altre opere di Giuseppina Torregrossa.
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Cortile Nostalgia 2017-05-22 15:16:26 ornella donna
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ornella donna Opinione inserita da ornella donna    22 Mag, 2017
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Una nostalgica storia d'amore a Palermo.

Cortile nostalgia è il nuovo romanzo della scrittrice palermitana, che vive tra la Sicilia e Roma, Giuseppina Torregrossa, già autrice di libri di ampio successo come: L’assaggiatrice, Il conto delle minne, Manna e miele, ferro e fuoco, per citarne solo alcuni.
Mario Mancuso era nato a piazzetta delle Sette Fate in una casa a due piani con un piccolo giardino, opposta alla chieda di Santa Chiara, e sita nel cuore del quartiere palermitano dell’Albergheria, un quartiere “vuciazzaro”. Il piccolo, rimasto orfano all’età di tre anni, non ricordava nulla dei genitori, di lui si occupava zia Ninetta, l’unica della famiglia sopravvissuta al bombardamento del ’43, sorvegliata dallo sguardo vigile di don Gaetano. Infatti il parroco dell’Albergheria non si fidava di questa “fimmina” appassionata e lunatica, con movenze da diva del grande schermo, provocante su quei tacchi a spillo, che lanciava sguardi penetranti come coltelli. Così, quando Mario, gracilino, dal fisico delicato, compie tredici anni, Ninetta scompare. Lui rimasto solo, “in quella casa più vuota delle sue tasche, abbandona la scuola, e cincischia tutto il giorno, vagando per le strade di quartiere. Inizia a frequentare due bulletti del quartiere, Aranciu Pilusu e Taccitedda, con cui si divertiva a circoscrivere il territorio, andando alla costante ricerca di case abbandonate e luoghi sconosciuti. Ma all’Alberghiera la fanciullezza durava poco, e a quindici anni si era uomini fatti e finiti. Anche per loro, ben presto, si impone una scelta: o sbirro o mafioso. I due bulletti si misero, così, a servizio del potente Don Ciccio Rizzo, e cominciarono a smerciare sigarette di contrabbando. Mario scelse, invece, di fare il carabiniere, pensando che, in fondo, “un’altra vita è possibile”. Ma per raggiungere il suo obiettivo, il ragazzo doveva ottenere il diploma di terza media, e per questo si accordò con ‘u Professore, ovvero Pietro Scuderi, dalla cui finestra dello studio si potevano imparare i cosidetti “fatti della vita”.
Parallelamente in un altro quartiere, nel cuore della Giudecca, una ragazza bella, Melina Scimeca, sognava di rendersi economicamente indipendente dal padre, uomo meschino ed avaro. Finita la scuola dell’obbligo, era rimasta senza altra prospettiva se non il matrimonio. Ma…. Un giorno, andando a fare la spesa al mercato di Ballarò, incontra e conosce Mario che, immediatamente la chiede in sposa. Forse un po’ una follia, ma la cerimonia avviene in chiesa, dopodiche Mario parte per Roma, come carabiniere semplice. Una tenera nostalgia legava i due, per “un matrimonio celebrato, ma non consumato”. Ancora una volta l’autrice si conferma una abile tessitrice di storie, popolate da personaggi intriganti. E poi la Palermo colorata, vivida, che assomiglia ai dipinti di Guttuso, così reale e carnale, dove i mercati sono un pezzo dell’anima di questa straordinaria città, ricca di più culture. Questi sono gli ingredienti che fanno di questo romanzo un testo pieno di fascino e di maledizione. Un’ottima lettura.

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Consigliato a chi ha letto Giuseppina Torregrossa, Il figlio maschio, in particolare.
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