Narrativa italiana Romanzi Il quinto stato
 

Il quinto stato Il quinto stato

Il quinto stato

Letteratura italiana

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L'epopea degli umili della campagna veneta, travolti in un vortice di fame, sesso, paura, fede, amore e morte. «E' un libro di immagini sulla vita sociale di un paese, scritto nella chiave linguistica di chi, essendo uno scrittore colto ma trovandosi a dover raccontare l'Inferno, usa lo stesso linguaggio dei dannati.» Luigi Baldacci. «Grottesco e crudo, inconsueto e disagevole. Un romanzo che sul piano fantastico e linguistico dà la frequenza di emozioni dei libri maturati in tutta una vita.» Walter Pedullà.



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Il quinto stato 2013-10-16 07:39:00 Renzo Montagnoli
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Renzo Montagnoli Opinione inserita da Renzo Montagnoli    16 Ottobre, 2013
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Com’era la civiltà contadina

“ Nei campi dei Frati si trova il cimitero col quale comincia il paese di San Marco, e il cimitero consiste in un quarto di campo che per ora non è coltivato ma è lasciato lì per le tombe, e le tombe si distinguono per i piccoli rialzi di terra smossa nella quale son piantati dei fiori da morto. Il cimitero non è recintato e così i morti è come se non avessero una sede obbligata, e infatti la loro presenza la si sente massiccia e ingombrante un po’ dovunque, tanto che mio padre ci raccontava al focolare che uno dei nostri antenati passando di notte davanti al cimitero sentì qualcuno piangere e disperarsi ma guardando bene non vide nessuno anche se c’era luna grande, e poiché il pianto gli s’avvicinava tanto che ormai gli era a un passo, per lo spavento si fece il segno della croce per arrestarlo e disse:>. Ma ormai era troppo tardi, il pianto gli era addosso anzi era come se glielo versassero dentro le orecchie, e allora l’antenato buttò via il tabarro e scappò saltando i fossi e le siepi, piombò in casa, sprangò la porta, e subito sentì come un tonfo contro di essa: certo doveva trattarsi di un’anima del purgatorio o dell’Inferno, comunque arsa nel fuoco, perché al mattino dopo aprendo la porta vi scoprì l’impronta bruciacchiata di due ossa incrociate.”




Il quinto stato è il primo romanzo pubblicato da Ferdinando Camon, lo è in assoluto, ma anche quale primo scritto di un ciclo, da lui definito Ciclo degli Ultimi (gli altri sono La vita eterna e Un altare per la madre), destinato a quello che era una civiltà da non molto tempo scomparsa, quella contadina.
La sua è una testimonianza diretta in quanto figlio di contadini, cresciuto in quell’ambiente, da cui poi è emigrato, grazie agli studi, prima che tutto finisse, prima che una società immobile da secoli fosse spazzata via, quasi in un lampo, sostituita da una vera e propria industria della terra, in cui la presenza, precedentemente pressoché totale del lavoro manuale, è stata cancellata dal ricorso alle macchine, da sistemi di produzione ben diversi da quelli in passato utilizzati per millenni. È un po’ ciò che è avvenuto con il passaggio dall’attività artigiana a quella industriale, dalla produzione singola o quasi a quella in grande serie, ma nel caso della campagna si è verificato un cambiamento più radicale del modo di vivere e di essere di colui che coltiva la terra, perché, a differenza dell’artigiano che poteva trarre beneficio da continue innovazioni tecnologiche, il sistema produttivo era rimasto pressoché inalterato nei secoli. Per quanto io - ma ero ancora bambino - abbia potuto vedere questo mondo oggi estinto, ho ritratto più che altro impressioni, poiché non ne ero parte, provenendo dalla città. Nel leggere questo libro mi sono reso conto di quanto inesatte fossero le mie conclusioni fondate su queste sensazioni, di quanto apparisse ridicolo un mio certo senso di superiorità con cui relegavo i contadini, benché parenti anche stretti, al rango di esseri alla periferia di un mondo, il mio, che appariva moderno, privo di pregiudizi, fondato su calcoli razionali e su una materialità che sembravano destinare l’umanità a un futuro paradisiaco. Insomma, sentivo lontani i contadini, quasi parti di un’altra società che non era cresciuta e si era evoluta come la mia. Il quinto stato mi ha aperto gli occhi, ha squarciato un velo di pregiudizio di cui dovrei provar vergogna, perché non mi è più possibile riparare, perché quelle genti non esistono più, morte e sepolte a causa dell’avanzata età, oppure letteralmente trasformate, e spesso con un processo assai rapido, in netto contrasto con l’immobilismo di secoli.
Camon sa ben descrivere quel mondo, con un linguaggio, che senza scendere al loro, non è il nostro corrente, ma un abile artificio in cui il ricorso alla parola, anche dialettale, consente al lettore di calarsi meglio nell’ ambiente, in un’atmosfera unica e irripetibile.
Uomini e donne che si sfiancano dalla mattina alla sera a lavorare quella terra che al contempo amano e odiano, arature lunghe avvalendosi come traino del bue, un paesaggio piatto, assolato d’estate, brumoso in inverno, i cui abitanti si muovono e si agitano da millenni, con una ripetitività tale che il futuro si può identificare benissimo con il presente e con il passato. C’è una religiosità che promana da quel legame con la natura, in un intreccio con un cristianesimo permeato di superstizioni, di antichi riti una volta forse condotti da sciamani e più avanti invece da preti. I concetti stessi di famiglia e di proprietà risultano atavici, anche se non per questo errati, con curiosità del tutto particolari, come i rituali consentiti per il corteggiamento, quelli per il matrimonio, come l’inveterata abitudine di attribuire ai nati i nomi di avi defunti che con il tempo svilupperanno le stesse malattie di chi han preso il nome.
E’ un mondo popolato di spiriti, anzi in cui la presenza del diavolo è costante, in cui pertanto il ricorso all’esorcista è assai frequente, un mondo che a prima vista potrebbe sembrare quello dell’antica Arcadia, con la quiete dei campi, le lente processioni per reclamare la pioggia o per evitare la grandine, ma è anche un mondo di grandi odi e di grandi amori, un mondo estremo, in cui violenze bestiali si accompagnano a grandi slanci di solidarietà, una società chiusa in un vago concetto di paese, i cui abitanti tutti si conoscono, si guardano spesso in cagnesco, ma anche si aiutano.
Ci sono volute forse la guerra, la seconda, le violenze dell’occupante tedesco, le distruzioni e poi l’immancabile ricostruzione, con lo sviluppo industriale, a minare questa immobilità e come un coccio troppo vecchio la civiltà contadina ha cominciato a incrinarsi, con i giovani attirati irresistibilmente dalla città, dal lavoro nell’industria, meno pesante di quello dei campi, e poi, più velocemente di quanto non si pensi, il vaso si è rotto, perché chi è rimasto a lavorare la terra ha dovuto, in mancanza di braccia, ricorrere alle macchine, ha dovuto scoprire nuove colture e nuovi metodi di coltivazione, gli è stato necessario programmare, investire, diventando così un vero e proprio imprenditore.
La mentalità poco a poco è cambiata, mantenendo tuttavia qualche tratto di quella vecchia, tenendo sempre ben in evidenza il diavolo, quell’entità oscura che rappresenta il male in noi tutti, anche nei santi. Sì, l’esorcista non è sparito, ma ora contro la grandine si usano i cannoni, contro la siccità l’irrigazione artificiale e la famiglia, ormai di numero ridotto, non è più legata alla stretta gerarchia del tempo andato. Gli odi sono diventati inimicizie e la solidarietà si limita per lo più a poche parole di circostanza.
Com’è lontano il mondo in cui trascorse la sua giovinezza Camon, ma come appare vicino leggendo il suo libro, come si avverte la fatica del duro lavoro, l’emozione che accompagna la narrazione quando si parla di una giovinetta ospitata a seguito della famosa alluvione del Po del 1951, quel contatto con una cittadina che apriva l’allora giovane scrittore a un’altra realtà, sconosciuta e pertanto mitizzata. Ecco allora che s’incrina un modo di vivere immutabile, si sogna una vita diversa e quindi comincia, dapprima lenta, l’erosione di una civiltà; sono pagine intense di quello che non si può chiamare romanzo, ma quasi una confessione, il ricordo, con una punta di rimpianto, di ciò che era e poi sparì.
Il libro è molto bello, con più di una pagina in cui emerge una vena poetica sincera senza essere accorata, con tante figure, molte senza un nome, in quanto emblematiche di un certo modo di vivere, ma che destano curiosità, anche simpatia, immagini indistinte, ombre ormai relegate a memoria per chi scrive e a esemplari protagonisti di una società scomparsa per il fortunato lettore che vorrà scoprire radici ormai per sempre sepolte.

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La vita eterna, di Ferdinando Camon; Un altare per la madre, di Ferdinando Camon.
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