Oliva Denaro Oliva Denaro

Oliva Denaro

Letteratura italiana

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È il 1960, Oliva Denaro ha quindici anni, abita in un paesino della Sicilia e fin da piccola sa - glielo ripete ossessivamente la madre - che «la femmina è una brocca, chi la rompe se la piglia». Le piace studiare e imparare parole difficili, correre «a scattafiato», copiare di nascosto su un quaderno i volti delle stelle del cinema (anche se i film non può andare a vederli, perché «fanno venire i grilli per la testa»), cercare le lumache con il padre, tirare pietre con la fionda a chi schernisce il suo amico Saro. Non le piace invece l'idea di avere «il marchese», perché da quel momento in poi queste cose non potrà più farle, e dovrà difendersi dai maschi per arrivare intatta al matrimonio. Quando il tacito sistema di oppressione femminile in cui vive la costringe ad accettare un abuso, Oliva si ribella e oppone il proprio diritto di scelta, pagando il prezzo di quel no. Viola Ardone sa trasformare magnificamente la Storia in storia raccontando le contraddizioni dell'amore, tra padri e figlie, tra madri e figlie, e l'ambiguità del desiderio, che lusinga e spaventa, soprattutto se è imposto con la forza. La sua scrittura scandaglia la violenza dei ruoli sociali, che riguarda tutti, uomini compresi. Se Oliva Denaro è un personaggio indimenticabile, quel suo padre silenzioso, che la lascia decidere, con tutto lo smarrimento che dover decidere implica per lei, è una delle figure maschili più toccanti della recente narrativa italiana.



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Oliva Denaro 2021-10-11 18:42:56 Bruno Izzo
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Bruno Izzo Opinione inserita da Bruno Izzo    11 Ottobre, 2021
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Femminile singolare

Oliva Denaro è una adolescente, poco più di una bambina, convintasi che, nel tempo e nei luoghi in cui si dipana la sua esistenza di ragazzina prima e giovinetta poi, il massimo che le è consentito senza vincoli sociali di sorta è esprimere una predilezione, una preferenza, una propensione, e niente altro: vive in un contesto tale che può tutt’al più dichiarare, in segreto ed esclusivamente a sé stessa, di essere “favorevole” o “non favorevole” ad una qualsiasi opzione di vita.
Un auspicio, forse, ma certo non la proclamazione di una decisione, una scelta, un indirizzo, una alternativa da intraprendere. Oliva è femmina, e come tale, sic et simpliciter, per semplice definizione, non appartiene a sé stessa. Da quando può ricordare, e cioè da sempre, si sente ripetere che il suo destino è già scritto dalla notte dei tempi, scolpito nella roccia, immutabile ed inevitabile perché predeterminato non dalla sua intelligenza, volontà, capacità ed opportunità che la vita offre, ma esclusivamente dal suo genere: quello femminile. Siamo nel 1960 a Martorana, piccolo ed in verità misero e depresso paesino della assolata provincia rurale siciliana, qui ed allora il termine “femmina” non è indicativo di genere, ma di ruolo: indica l’obbligata collocazione sociale, il livello inferiore e sottomesso alla Padronanza maschile. L’uomo non è un pari, un compagno, un marito, un padre, un fratello o che, è un Uomo, è padrone, è superiore, può prendere quando desidera e poi, magnanimamente, “riparare”.
E se qualcuna decide di non voler essere “riparata”? Di restare “un brocca rotta”?
Il titolo dell’ultimo romanzo della scrittrice napoletana Viola Ardone richiama subito, direttamente, senza se e senza ma, il nome della protagonista, come a dire che estrinseca immediatamente al lettore il cuore della storia: il racconto edificante della vita di una giovane donna, ed il suo contenuto ideale, costituito da autentici tesori di fermezza, coraggio e dignità, che insieme costituiscono un valore etico non altrimenti monetizzabile.
Capitali e significati ancora più pregiati perché eroici ed esemplari per i tempi ed i luoghi in cui si svolgono gli avvenimenti narrati.
Oliva Denaro è un fiore di donna appena sbocciato, ed insieme a lei qui si narra anche di altri petali del fiore, di altre donne, che nell’insieme costituiscono il sottofondo, il coro greco che fa da colonna sonora alla narrazione.
Risuonano perciò, a volte rauche, a volte stridule, talora cristalline o talaltra spezzate dalle lacrime, tante voci femminili, ad iniziare da Amalia, la madre di Olivia, arida ed aspra per le tante delusioni dell’esistenza, schiacciata dal peso del suo fardello di paure e timori ancestrali.
Segue la sorella Fortunata, costretta al silenzio sottomesso di chi ha confuso ingenuità, fragilità e cedevolezza per amore e passione; poi le amiche, le vicine di casa, le insegnanti, specie quelle davvero tali, come la maestra Rosaria, che educano e lasciano il segno tirando fuori il meglio degli allievi.
Ancora, si menzionano anche le compagne di scuola, e via dicendo altre compagne più importanti e formative, quelle solidali di vita, di consiglio, di supporto, di battaglia: Liliana, per esempio, o Maddalena Criscuolo…emana perciò dal libro un sentore di pluralismo al femminile.
Ma è solo una sensazione, un accenno, questa non è una storia di matriarcato, assolutamente: qui gli uomini ci sono, ed è vero, ritratti spesso nei loro tratti peggiori, maggiormente iniqui e detestabili, ma con qualche lieta eccezione, sorprendente e delicata, deliziosa, affettuosa, paterna e insospettabile.
In verità, qui il plurale non c’entra, questo è un testo declinato esclusivamente al femminile singolare, solo singolare, è la storia stessa del genere femminile che lo richiede, ogni donna si salva da sola, per prima cosa, e dopo tutte insieme.
Oliva perviene giovanissima, purtroppo attraverso un personale, e doloroso, itinerario di vita, all’assioma che, certamente, la solidarietà di genere va richiesta, procurata, ricercata, diffusa, elargita.
Battersi per l’autonomia delle scelte di una donna, e perché venga riconosciuto il loro valore di donna persona e non donna oggetto di angherie e sottomissione, è qualcosa di assolutamente indispensabile per una qualsiasi crescita civile.
Serve farlo però innanzitutto in prima persona, sacrificandosi, mettendosi in gioco, rischiando l’embargo, l’ostracismo, l’esilio, a costo di finire in una presunta “lista nera” nelle chiacchiere della gente, agli occhi dell’opinione pubblica.
Opinione pubblica maschile, ovviamente; quella che negava finanche dignità di lavoro alle donne:
“…E della donna che lavora, che ne pensate? …Qualcuno rideva dando di gomito al vicino, le poche femmine presenti guardavano per terra…”
Solo agire in prima persona conferisce efficacia all’impresa di cancellazione radicale di tutto quanto storto, arbitrario ed arrogante viene imposto dalla casta d’altro genere, spadroneggiante per motivi di tradizioni, usi e consuetudini di comodo, assolutamente infondati, fasulli, illegittimi, diffusi ad arte per opprimere, schiavizzare, vessare.
Spesso, se non sempre, utilizzando la forza fisica, la violenza per prevaricare.
L’input iniziale del cambiamento può essere solo e soltanto singolare: la forza delle donne di ribellarsi e battersi contro abusi, ingiustizie, violenze e vessazioni, di cui sono vittime dall’alba dei tempi, e che perdura ancora oggi come le cronache dimostrano, è sita nella durezza della catena, non di acciaio ma di diamante, che costituiscono legandosi tutte insieme, per resistere e lottare per il cambiamento, tutte sodali come una sola donna.
Tuttavia, ogni anello della catena stessa deve essere forgiato di quel materiale, della stessa tempra e robustezza, non si può permettere nemmeno ad uno solo di essi di avere composizione, forma, convinzione diversa. La rottura di una unità sconvolge l’intera architettura, ognuno perciò deve obbligatoriamente essere un singolo forte, non va mostrato nessun punto debole dove fare leva.
Il femminile singolare è d’obbligo, l’agire in prima persona è requisito essenziale: il totale lo fa la somma, se uno solo degli anelli tentenna, oscilla, non sa decidersi, non osa, allora salta, la catena si spezza, perde l’anello debole, poi sbanda per riallacciarsi, comunque il totale appare deficitario all’appello. Crea un precedente, semina dubbi, paure, incertezze, terreno fertile per la protervia maschile. Nessuna donna può essere lasciata indietro, le problematiche femminili le coinvolgono tutte indistintamente, ma le soluzioni iniziano necessariamente dalle singole reazioni di ribellione, per poi diffondersi a catena, letteralmente, e giungere a tutte.
“Oliva Denaro” è un bel libro, molto ben scritto, con uno stile descrittivo in prima persona, direi a voce alta, chiara, intonata, i pensieri della giovane protagonista riportano esattamente non solo quella che è e quella che diviene, quanto pensa e cosa desidera, le sue emozioni, le paure, le incertezze ed i faticosi distinguo, ma con accuratezza, direi con immediatezza visiva il testo riporta mirabilmente atmosfere, modi di dire e di essere dei tempi e dei luoghi in cui Oliva vive, soprattutto i capitoli riportano precisamente la mentalità corrente, lo stile di porsi tutto biecamente maschile in una società arcaica e medievale, crudele e opprimente per tutte quelle che hanno avuto ”il marchese”.
Il menarca per una giovane è allora una pesante linea di demarcazione, tra l’essere una “piccinina”, comunque un bimbo di rango inferiore, all’essere una “femmina”, un oggetto sottoposto all’unico arbitrio maschile.
“…Da quando sono diventata femmina, sto come sotto una tettoia durante un temporale: non mi allontano per non bagnarmi…”
Da qui, tutta una cappa di comportamenti assurdi ed obbligati che gravano sull’universo femminile, che soffocano la vitalità dell’esistenza femminile già alla nascita, al solo dichiarare l’appartenenza di genere. Perciò questo è, più di tanti reportage storici, un testo esemplare e educativo, delizioso da leggere perché ben costruito, con cura, con attenzione, soprattutto con un pudore, una discrezione, una riservatezza encomiabili; è una lettura scorrevole, piacevole, parla di crescita e maturazione, racconta di emancipazione e di dignità, esalta la giustizia, anche quando difetta la giurisprudenza.
Una storia che parla di amore, certo: ma amore quello vero, come inteso da una donna. Un sentimento intensamente affettivo, che si scambia, non si impone:
“…Chi ti vuole bene non ti strapazza, non ti intimorisce, non ti forza…”.
La vicenda narrata è romanzata, ma casi simili sono veramente accaduti; quindi, non è solo un racconto fine a sé stesso, questo è un testo che arricchisce, che spinge a riflettere, a porsi domande e soprattutto spiega la magnificenza del divenire storico dell’universo donna, ed il prezzo pagato, spropositato ma elargito senza esitare, data la posta in gioco.
Le battaglie delle donne per il riscatto della propria autonomia di vita sono state un’epopea eroica, degne di stima, di rispetto, di ammirazione, l’immedesimarsi induce in chiunque sentimenti affettivi fortissimi nei confronti delle protagoniste.
Credo che qualsiasi uomo con un minimo di onestà intellettuale dopo aver letto “Oliva Denaro”, si inginocchierà in un “woman lives matter”, un doveroso omaggio all’universo femminile.
Perché il problema non appartiene a loro, non è che le donne siano colpevoli di qualche cosa perchè magari vanno in giro con un abito troppo corto, troppo provocante, o che girino sole per strada, il problema appartiene a noi uomini che, vale tuttora per troppi di noi, non abbiamo ancora imparato, o non vogliamo imparare, di non avere alcun diritto di sfiorarle MALGRADO vadano in giro da sole e con gonne corte. Un problema tutto maschile, dipanato dal mondo femminile: non credo che esista altro di più eroico e assurdo insieme.
Ancora non si è spenta la gratitudine di tanti lettori nei confronti di Viola Ardone, per averci già in precedenza deliziati con la lettura di quel piccolo gioiello della recente narrativa italiana che è stato “Il treno dei bambini”: chi lo ha letto ricorderà quel romanzo di crescita e riscatto che vede protagonisti un bambino e sua madre. Anche qui troviamo una storia costruttiva di crescita e riscatto, che vede al centro stavolta una giovane e sua madre, e sua sorella, e le compagne, e le donne…
Ma sia chiaro, “Oliva Denaro” non è affatto una elegia del femminismo, anche se emergono nella scrittura caratteri predominanti tutti al femminile come tempra, fierezza, incisività, soprattutto intelligenza e esemplarità.
E gli uomini non sono tutti cattivi, ce ne sono tanti, e per fortuna sono tantissimi, che sono teneri, gentili, delicati, e servono…a cosa servono?
“…mi hai chiesto che cosa faccio. Questo faccio io…Se tu inciampi, io ti sorreggo.”
Viola Ardone ci offre una storia al femminile singolare, che prima diventa plurale per poi tornare all’unità, perché è la scelta del singolo che compie l’opera di aggregazione.
È un racconto di donne che tutte insieme si dannano per un percorso di crescita civile per tutte le appartenenti al genere, un discorso corale che infine, per logica conseguenza, porta ad un femminile singolare, perché le cose cambino serve l’impegno personale, lo sforzo individuale, la svolta effettuata in prima persona.
“…ci è voluto tempo, ci sono volute donne più combattive di me e tanti altri “NO” gridati più forti del mio, che si sono sommati al mio…”
Trattandosi di una storia di donne, tratta anche della controparte; perciò, è anche una storia della peggiore prevaricazione maschile, e quindi non si contano atti e atteggiamenti di alterigia, insolenza, tracotanza, e la logica violenza che ne deriva.
Sempre il più forte o presunto tale ricorre alla forza quando non si cede alle sue infondate pretese, non ha altri mezzi: per cui è anche un racconto violento. E però:
“…Ogni cosa viene per chi sa aspettare…”.
E lotta per quello in cui crede. Ed insieme ad altre riesce a far abrogare, e finalmente, una norma di legge assurda, abominevole, turpe ed abietta, portando alla definitiva chiusura delle “officine di riparazione”. Vincendo le proprie paure, perché le paure:
“…sono porte che esistono solo fino a quando non abbiamo il coraggio di attraversarle.”
Peccato che, ogni tanto, qualcuno ci prova, ancora oggi, a riaprire abusivamente certe officine, a ripristinare con un femminicidio certe storture.
Costoro vanno combattuti, sono peggio dei talebani, e serve farlo tutti insieme, uomini e donne.



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Oliva Denaro 2021-10-10 17:15:03 mariaangela
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mariaangela Opinione inserita da mariaangela    10 Ottobre, 2021
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“Se tu inciampi io ti sorreggo.”

Ho cominciato con riluttanza questo romanzo, perché non rientra tra i generi che preferisco e mai avrei pensato potessi appassionarmi così tanto alle vicende della famiglia Denaro. Con curiosità corro avanti nei brevissimi capitoli che si succedono, e costituiscono uno sprone al proseguire.

Anni ’60, Martorana, luogo di fantasia in Sicilia, e Oliva Denaro ha quindici anni.
Una famiglia umilissima, il fratello gemello Cosimino, la sorella più grande Fortunata, la mamma Amelia e il papà Salvo, contadino.
Le giornate trascorrono nelle continue raccomandazioni e divieti imposti dalla mamma perché “la femmina è una brocca, chi la rompe se la piglia.”

Oliva, brava a scuola, è combattuta tra la sua testa che vorrebbe pensare in autonomia e i vincoli imposti dal paese e dalle persone che lo abitano, che non sanno far altro che giudicare.

Questa mamma, così avida di sorrisi e carezze, ritorna a farle il bagno e asciugarla come quando era bambina, prendendosi cura di lei anche fisicamente. E’ una scena molto toccante con una narrazione perfetta, raccontandoci quel che vorremmo sapere. E’ lei a lavarle anche lo spirito. Perché una madre protegge. Sempre.

All'apparenza una famiglia “sfasciata”, dove ciascuno è per sé e una parla per tutti, pur essendo di umili origini e senza titoli di studio, capiscono che è il momento per Oliva di parlare e farsi sentire, e si ritrovano intorno alla tavola a mani aperte, come i cavalieri della tavola rotonda uniti in una unica decisione. Ci sono anche la fedele, amica Liliana e suo padre Antonino Calò.

“Cosa altro possiamo chiedere per i nostri figli, se non che un giorno ci superino senza vederci e passino oltre, diretti verso la loro strada?”

Mi commuovono gli slanci improvvisi di affetto e la solidarietà femminile e la forza di questa famiglia, la sua unione, che inizialmente non avevo sospettato.

L’arrivo di Maddalena, militante dell’Unione delle donne italiane, che offre il suo aiuto per migliorare la vita di tutte, ci fa avanzare di dieci anni in un attimo. Perché la storia di una donna non è mai solo la sua.

C’è il Sud e quel comunismo che aiuta i poveri e gli emarginati. La politica che va dagli ultimi e gli stende la mano.

Liliana, che passa ogni giorno dopo la scuola per confrontare i compiti che fa lei in classe e che Oliva ripete a casa.
Liliana è quell' amicizia unica e speciale che appariva così impossibile e ostacolata.

Oliva che ricomincia, come faceva un tempo, a condividere il silenzio con il padre all’alba, riprendendo ad andare in giro con lui per rane e lumache.
Il padre che le dice “quando si va per campi sconosciuti è meglio essere in due. Questo faccio io, se tu inciampi io ti sorreggo.”

E’ Natale e si prepara il cenone insieme, madre e figlia, senza rimproveri, lasciando stare le regole, lasciando fare, e anzi, sollevando ogni tanto gli occhi dai fornelli, la madre adesso sorride, con timidezza.

Ritorna pure Fortunata, tra quei complici di cose sapute e non denunciate. Finalmente di nuovo insieme.

Trascorrono gli anni, venti. I toni si sono addolciti, Maddalena corona il suo sogno di madre.

Si ritorna a Martorana, che nel frattempo è andata avanti da sola.

“Avevi ragione tu, papà: ogni cosa viene per chi sa aspettare.”

Non c’è rimasto più niente in paese, ma quella ragazzina che corre a scattafiato con gli zoccoletti ai piedi e i capelli spettinati, che disegnava di nascosto le divinità del cinema, è lontana ed ancora lì. Ma ora, tutti la salutano. Nessuno abbassa gli occhi, nessuno mormora.

Questo silenzioso padre ci viene raccontato tutto nel finale, ed è struggente… “pensavo di avere tre piantine deboli e ho scoperto nel mio campo tre alberi fruttuosi e resistenti. Anche dalla terra bruciata dal sale può rinascere la vita.”

Nei pensieri ritornano tutti, anche la maestra Rosaria tanto amata, e Saro, l’amico di una vita.

“Ti sei consegnata da sola. La libertà di scegliere. La possibilità di dover accettare un rifiuto.”

Il finale e le lacrime che porta con sé…poetico come mi aspettavo e non deludente affatto, è…il cerchio che finalmente si chiude. E non importa se è un finale semplice, forse ovvio, l’importante è che l’ovvio si avveri.

“Ho mantenuto la promessa che avevo fatto a lei. Liliana.”

Buone prossime letture.

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