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Letteratura italiana

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All’alba di un giorno d’estate, dopo una notte insonne, il ventinovesimo compleanno segna per Carmelo Hayez il punto più basso di una depressione. Arriva pure la notizia del suicidio dell’amico Maradona. Carmelo, promessa mancata del calcio, entra in piena crisi; gli infiniti studi di cinematografia, un padre deluso, la relazione corrosiva con una matura attrice in disarmo, le inclinazioni incestuose per la cugina. Non serve il tentativo di sublimare una sessualità compulsiva realizzando video artistici, nemmeno la precaria collaborazione con un autotrasportatore pregiudicato e lettore di San Paolo. Tutto degenera quando lui si convince che è in atto un’epidemia. Lasciare una Cagliari afosa e appestata, per riparare nella Valle Hermosa dove Bebi (capitano della squadra dilettantesca cui Carmelo ha costretto il suo talento) gestisce un agriturismo, potrebbe essere una via d’uscita. Ma lì inizia un percorso controverso, una serie di nuove inimmaginabili peripezie.



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Portoro 2020-09-07 18:13:38 siti
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siti Opinione inserita da siti    07 Settembre, 2020
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Come una venatura preziosa

Terza pubblicazione per l’ormai consolidato autore sardo che, dopo aver esordito con “Carta, forbice, sasso. Memorie senza raccordo”(2016) e aver guadagnato un posto presso la casa editrice isolana ”Il Maestrale” pubblicando “A tie solu bramu”(2018) , conferma la sua collaborazione con il massimo rappresentante editoriale in terra sarda ma soprattutto le sue innegabili capacità di scrittura. Che Giulio Neri sia un buon scrittore, eclettico, versatile, colto, è indubbio, come lo è il fatto che la sua scrittura sia immediatamente riconoscibile, attraversata com’è da motivi ricorrenti, eppure questo scritto compie un balzo avanti rispetto ai precedenti. Totalmente o quasi sgravato da sovrastrutture narrative complesse - cronologie a ritroso, compresenza di piani narrativi multipli, pluralità di voci narranti, registri stilistici vari, ricorso a molteplici tipologie di scrittura: diario, memoriale, scambio epistolare - il romanzo si presenta asciutto, lineare e perfino brioso, attraversato da un’ilarità che copre la vasta gamma capace di suscitare un sorriso per condurre alla risata, passando dal rispecchiamento in una realtà regionale, ma ancora meglio gravitante tra Cagliari e Vallermosa, virando verso il riso amaro che solo una vena grottesca azzeccata può suscitare.
Tutto ruota intorno al personaggio di Carmelo Hayez, un ventinovenne fallito e in piena deriva esistenziale, sull’orlo di un delirio che lo conduce a proteggersi con una maschera antismog, convinto che la sua Cagliari sia appestata. Un uomo in embrione, un ragazzotto ingabbiato, un indolente capace di mettersi in fila accanto a Zeno, un voyeur che trascina una relazione con una donna matura che lo sfrutta e dalla quale tutti i suoi cari cercano di allontanarlo mentre nutre simpatie sessuali per sua cugina. Il sesso infatti è il suo più grande cruccio, lo specchio del suo fallimento, del suo essere inconcludente. Ha un’unica fortuna il nostro caro antieroe, è ben voluto da tanti e pur tra molteplici traversie, comprese quelle che un’ampia ellissi accenna soltanto, compirà il suo percorso di crescita e di rieducazione soprattutto sentimentale. Un romanzo che ha la capacità di raccontare l’universo emotivo maschile, di rappresentare i moti dell’animo quando questo è squassato e basterebbe solo un braccio per scendere il nostro milione di scale.

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Portoro 2020-02-09 21:35:07 Cristina72
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Cristina72 Opinione inserita da Cristina72    09 Febbraio, 2020
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Buio e oro

A chi può interessare la vita di un cretino?
Di sicuro, quella di Carmelo Hayez, ventinovenne cagliaritano, ribattezzato a torto o a ragione “Cretinhayez” dai suoi concittadini, attira subito l’attenzione di chi si appresta a leggerla.
L' ironia, che già dalle prime battute trasforma in farsa una serie di drammi, ne alleggerisce la portata e dà una marcia in più ad una prosa schietta ed efficace.
Quella di Carmelo è l’esistenza di un giovane depresso e sovrappeso, carico, si direbbe, di promesse non mantenute: calciatore fallito, eterno laureando, cinefilo con vaghe ambizioni di regista e sceneggiatore.
Tra echi kafkiani e camusiani (la sua stanza, gabbia-rifugio, la città invasa da topi, scarafaggi e virus intestinali), Hayez si muove in un ambiente familiare claustrofobico e condiscendente, costellato di buone intenzioni e miseri risultati. Una miseria, la sua, che pulsa di energia andata a male, di sensualità che degenera in dipendenza - dalla pornografia prima, dall’eroina poi - in balìa di “pensieri circolari” e di due amanti nevrotiche. Queste ultime, detentrici di verità crude e necessarie, saranno pietre miliari nella sua educazione sentimentale, mentre gli amici – figure maschili piuttosto ambigue, ma solide – aiuteranno Carmelo a rimettersi in piedi.
Seguire il percorso accidentato di un perdente è sempre in qualche modo catartico nella misura in cui il lettore simpatizza col personaggio: una volta toccato il fondo, accade a volte di scorgere una qualche possibilità di redenzione, screziature luminose che punteggiano il buio, imperscrutabili disegni che svelano un senso di profondità mai immaginato, all'insegna di un nuovo ordine spazio-temporale.
Come nella Via Lattea, o nei quadri di un pittore d’avanguardia, o nel Portoro, marmo scuro venato d'oro:
"Se il cielo degli uomini era iniziato nella notte fra i pianeti, il Portoro lo avrebbe raccontato, anche nel percorso a ritroso di chi muore: non lapide, ma finestra aperta".
Portoro è un romanzo a più strati, semplice e sofisticato per contenuti e linguaggio, come i personaggi che lo popolano.
Respingente in certi passaggi, ma mai volgare, decisamente romantico in altri, ma mai stucchevole, è uno spaccato di vita portata avanti alla meno peggio, che si finisce per osservare sospendendo ogni giudizio.

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