Piccole donne Piccole donne

Piccole donne

Letteratura straniera

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La storia è incentrata su quattro sorelle, Amy, Jo, Meg e Beth che vivono con la madre e la domestica, mentre il padre è al fronte a combatte la Guerra di Secessione. La guerra fa da sfondo, in primo piano ci sono le avventure e disavventure delle quattro ragazze. Le sorelle sono molto unite e grazie alla loro solida amicizia, al modo semplice di affrontare le giornate godendo delle piccole cose quotidiane, riescono a non soccombere alle difficoltà che si presentano. La spensieratezza che c’è in casa viene, però, messa a dura prova da vari eventi, arriva la notizia della malattia del padre, la madre è costretta a partire e poi anche Beth cade malata. Ed è proprio in queste fasi negative che le ragazze mostrano la bellezza e la solidità del loro rapporto, nonostante la diversità del loro carattere e del modo di affrontare i problemi.

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Piccole donne 2020-01-13 12:25:10 Tomoko
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Tomoko Opinione inserita da Tomoko    13 Gennaio, 2020
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Piccole donne grandi avventure

Quattro ragazze diverse l’una dall’altra ma con in comune un grande cuore.
Il romanzo ha come protagoniste quattro sorelle: Beth, Jo, Amy e Meg.
Il libro, sviluppato in piccoli capitoli, racconta delle loro vicende, ognuna delle quali contenente una morale. Proprio per questo secondo me è adatto per ragazze in fase adolescenziale. Le sorelle, sempre assieme alla loro preziosa e coscienziosa mamma, affrontano vari problemi, come dividere il pranzo di Natale con una famiglia più povera, il padre partito per la guerra, i primi amori.
Avrei tanto voluto consigliare questo libro alla me diciottenne per farne bagaglio di crescita. Ebbene sì non biasimatemi, purtroppo l’ho letto solo oggi. Meglio tardi che mai!

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Piccole donne 2018-12-24 18:11:45 Cathy
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Cathy Opinione inserita da Cathy    24 Dicembre, 2018
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Il gioco del pellegrino

«Natale non sarà Natale senza regali», brontola Josephine March, detta Jo, quindici anni, secondogenita di quattro sorelle. Eh già, Natale senza regali. C'è davvero ben poco per cui stare allegri. Un tempo i March erano ricchi, poi il capofamiglia, un reverendo appassionato di altruismo e di filosofia, ha perso tutto per aiutare un amico in difficoltà. Meg, Jo, Beth ed Amy sono costrette a lavorare per aiutare i loro genitori e ora che il padre è partito per la Guerra di Secessione contro gli stati del Sud, la signora March non vuole che le ragazze sprechino denaro per acquistare doni mentre al fronte i soldati patiscono dure rinunce. Le quattro sorelle sono rassegnate a trascorrere il Natale senza ricevere i bei guanti nuovi desiderati dall’elegante Meg, né il libro che l’aspirante scrittrice Jo vorrebbe tanto per sé, né gli spartiti per il pianoforte che la dolce e timida Beth ama tanto suonare o le matite da disegno di cui la vanitosa e viziata Amy avrebbe proprio bisogno.
La mattina di Natale, però, al risveglio, le aspetta una sorpresa: ciascuna trova al cuscino un dono della madre, un piccolo libro che racconta la storia del pellegrino, un gioco che le sorelle March amavano da fare da bambine, quando indossavano un cappello, prendevano un bastone e una sacca da viaggio e attraversavano il giardino e la casa da cima a fondo fingendo di essere quattro piccoli pellegrini che attraverso prove, peripezie e pericoli di ogni genere giungevano infine in un regno incantato di pace e felicità. Meg, Jo, Beth ed Amy sono ormai troppo grandi per giocare, ma scoprono che in realtà quello del pellegrino è un gioco che si gioca per tutta la vita: superare ostacoli e avversità, migliorare se stessi e tentare di raggiungere il proprio piccolo paradiso personale è il percorso compiuto da ogni essere umano che aspiri a crescere, ovunque e in qualunque momento. Ha inizio così il cammino delle “piccole donne” di casa March, che tra bisticci, avventure, lacrime, risate e nuove amicizie si affacciano alla vita e conquistano la felicità, quell’idolo misterioso che per tutti, in ogni tempo e in ogni luogo, è la stella che guida il cammino della vita.
"Piccole donne", pubblicato dalla Alcott nel 1868 e composto su ispirazione parzialmente autobiografica, è considerato all’unanimità il capolavoro dell’autrice, eguagliato solo dal suo sequel, "Piccole donne crescono", mentre i romanzi successivi della saga della famiglia March, "Piccoli uomini" e "I ragazzi di Jo", si attestano a un livello decisamente inferiore. Il romanzo rientra nel filone della children’s literature, che comprende, ad esempio, le opere di Frances Hodgson Burnett, Lucy Maud Montgomery e di una miriade di altri autori e autrici che sarebbe impossibile ricordare uno per uno. Alcuni di questi romanzi sono ben più noti di altri e continuano ad essere stampati, letti e amati a un secolo e più di distanza dalla loro prima apparizione, non solo da bambini e bambine, ma da lettori e lettrici di ogni età, e "Piccole donne" è uno di essi, capace di rivolgersi a ogni nuova generazione con forza, freschezza e fascino intatti. Eppure si ha la sensazione che negli ultimi decenni stia cominciando a passare di moda e in fondo è legittimo chiedersi se negli anni Duemila valga ancora la pena, per una ragazzina, di leggere la storia di Meg, Jo, Beth ed Amy, tutte perfettamente scolpite nell’aspetto così come nel carattere, meravigliosamente umane con i loro difetti e le loro difficoltà, cariche di sogni e ambizioni per il futuro.
Al contrario di come potrebbe apparire a una lettura superficiale, le protagoniste di "Piccole donne" non rientrano nello stereotipo femminile che vuole la donna relegata esclusivamente al ruolo di moglie e madre. Chi di loro abbraccia questo destino senza cercare altro nella vita, lo fa perché lo desidera e non perché è l’unica strada possibile. Louisa May Alcott, in fondo, è una femminista e attraverso il meraviglioso personaggio della signora March, madre affettuosa e intelligente, esorta le ragazze del suo tempo a non limitarsi a cercare un marito, ma a seguire le proprie inclinazioni, realizzare se stesse attraverso il lavoro, ottenere l’indipendenza economica, vedere il mondo, conservare sempre la propria dignità, scegliere un compagno senza calcoli economici o di convenienza, ma per amore, in piena libertà e consapevolezza. Al di là del sottofondo moraleggiante e rigorosamente cristiano, due aspetti inevitabili in un romanzo per signorine di metà Ottocento, "Piccole donne" trasmette un’idea di identità femminile tutt’altro che arcaica e forse sta qui la risposta più profonda alla domanda “Perché leggere ancora questo romanzo?”. Se l’importanza del lavoro, dell’indipendenza e del ruolo femminile nella società è un messaggio fondamentale nel 1868, quando la lotta delle donne per i propri diritti è iniziata da poco, lo è altrettanto nel XXI secolo, in un mondo che, nonostante gli enormi passi avanti compiuti, continua a favorire poco le donne e per certi versi sembra sul punto di compiere un’involuzione. Anche per le ragazze del 2018, come per quelle del 1868, leggere un romanzo come Piccole donne può essere un ulteriore, valido stimolo per comprendere da dove siamo partite, cosa è stato ottenuto e quanta strada resta ancora da compiere.
Ma la problematicità della condizione femminile, espressa soprattutto da Jo, che continuamente desidera quello che, in quanto donna, non può avere, ed è destinata a diventare una vera e propria icona letteraria, non è l’unico elemento su cui la Alcott vuole far riflettere le lettrici dell’epoca. L’etica del lavoro e del perdono, l’importanza della dignità e dell’onestà, la difesa dei buoni valori del passato trascurati dalla società moderna, sono elementi altrettanto importanti, eppure la narrazione non è mai pesante, noiosa o didascalica: l’autrice evita accuratamente i precetti e il dogmatismo che caratterizzano buona parte della letteratura per fanciulle del tempo e traduce i suoi ammaestramenti in avventure concrete e divertenti, narrate con uno stile fresco e vivace, che diventano altrettante lezioni di vita e possono essere comprese nel profondo o semplicemente gustate in superficie, tra lacrime e risate. Lo scopo didattico del romanzo, quindi, non guasta il fascino e l’incanto del piccolo mondo al femminile di casa March, con un unico, adorabile intruso, il vicino di casa Laurie, che con il suo fascino, la passionalità e l’intelligenza brillante si unisce alla dolce e riflessiva Meg, alla testarda e vivace Jo, alla timida e generosa Beth e alla capricciosa e ambiziosa Amy nella schiera dei migliori personaggi della letteratura per ragazzi di tutti i tempi.
Perché leggere ancora "Piccole donne", dunque? Perché è una storia senza tempo che sa parlare al cuore dei lettori oggi come ieri e che se non continuerà a farlo anche in futuro sarà una piccola, ma triste perdita. "Piccole donne", in fondo, è semplicemente un bel romanzo e in quanto tale non ha bisogno di altre motivazioni per essere letto.

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Piccole donne 2014-05-23 05:56:22 Portoro
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Portoro Opinione inserita da Portoro    23 Mag, 2014
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Appunti su Alcott

I.

Interrompo Alcott, a pagina 30, allarmato dagli elementi pedagogici che pur m’aspettavo e dai continui solleciti alla rinuncia intesa quale supremo atto d’amore – pedagogia o educazione civica dei sentimenti che destina così al martirio il povero cittadino abbiente. L’episodio natalizio, con la parata d’innocenti piccole donne che sotto la guida della madre-gendarme sfilano verso la casa dei vicini pezzenti (i quali, in barba alla miseria, proliferano) è davvero crudele – s’apre qui una tremenda forbice tra una formazione individuale sana e il rovinarsi sociologico mutuato dalla cristianità masochista.
L’imprinting a cui Alcott sottopone il lettore è l’immagine di un continuo annullamento dei propri bisogni in tributo a valori più alti, il petulante differimento di qualsiasi soddisfazione personale a vantaggio di un paradiso che subentrerà poi, a ricompensa e/o indennizzo. La stessa Jo, ribelle, si muove nell’ambito di questo dogma anzitutto materno, perlomeno in tutto il primo capitolo, sebbene il padre, cappellano in guerra, sia una legge che nell’assentarsi dalla vita famigliare ha trovato nella moglie un prete supplente impareggiabile: Casa March è una gendarmeria del cuore.
Ne sono stupito per due ordini di motivi: il primo è il carattere esplicito di una vera e propria catechesi della rinuncia, ma in termini così immediati da rasentare il terrorismo – non ho letto il Cuore di De Amicis, e non trascuro una certa bava nazionalista tipica dell’Ottocento unitario, tanto in Italia e in Germania quanto negli Stati Uniti, dove la Guerra di Secessione rappresentava un pretesto ideale per il solito monoteismo welfare alla romana, un Dio che sostanzia il proprio ente in qualcosa tra Robin Hood e l’Inps; il secondo è la mia esperienza personale, laddove gli errori di generosità, bisogna ammetterlo, sono un derivato culturale cristiano-cattolico: sono, in altre parole, una manifestazione d’imbecillità indotta, acquisita.

II.

Gli indizi di una liaison tra Meg e Laurie sono tre: i primi due si ricavano da quanto Jo rivela subito dopo aver scoperto il “premio” per la rinuncia mattutina, col paradiso dolciario inviato da Mr. Laurence, il cui nipote è «in gamba», anche se «Meg fa tanto la sostenuta» e non vuole che gli si rivolga la parola; più sotto, riferendo della restituzione della gatta (il gineceo esteso perfino al regno animale), è ancora Jo a raccontare di aver chiacchierato col giovanotto, «di cricket e di altri giochi, ma poi, quando [egli] ha visto che arrivava Meg, se n’è andato». Se la sorella maggiore è il baluardo, la security sulle minori, i suoi interventi non sono tanto riconducibili alla protettività quanto a un debole, che in certi ambienti ingessati è tradito appunto dall’ostilità, da un reciproco tener la distanza. Più che protettiva Meg appare dunque incuriosita – e in termini narratologici quella di Alcott è una finta. In chiusura di capitolo si legge ancora «È la prima volta che ricevo un bouquet: come è bello!» disse Meg guardando i suoi fiori.
La liaison s’instaura poi nel secondo capitolo, durante la festa, ma tra Laurie e Jo, di fatto proseguendo gli approcci di cui s’era letto nel primo capitolo.

Il motivo dei fiori è l’ennesimo pretesto per rilanciare la bellezza della povertà; anzi, la miseria quale unico presupposto della gioia più autentica. La purezza è vista nell’essenzialità, nello scheletro, in quanto ridotto ai minimi termini – così le rose di Beth, già appassite, son più care a Mrs March di quei fiori freschi. È inteso: non perché regalate dalla figlia, ma poiché vizze, perdenti rispetto all’omaggio di Mr. Laurence.
Va da sé che su uno sfondo pallido e malaticcio i colori staccano meglio, i contrasti vivono se l’humus è un’agonia. Quindi la spontanea esuberanza della fanciullezza avvalora i disastri politici di un tracollo imputabile soltanto agli adulti: i genitori che fanno la guerra, per esempio... Immessa senza colpa in contesti menomati, in spenti focolari bellici, la fanciullezza col suo portato dovrebbe riscattarli, anzi, transvalutarli – per rendere accettabile la miseria, la si elegge a valore massimo, la si rende desiderabile. Così l’arte d’arrangiarsi, l’inventiva di camuffare una toppa, l’illusionismo degli imbrogli per decoro, coi guanti invertiti e la strategia dello stare al muro per nascondere la bruciatura in Jo, o il ballare in scarpe troppo strette fino a slogarsi una caviglia in Meg: questo martirio della felicità a denti stretti, questo partir volontari al fronte della partecipazione sociale sarebbe il divertimento che le grandi dame, così vincenti, si perdono...
Qui c’è già, oltre all’incentivo evangelico degli ultimi che saranno i primi, una retorica della sopportazione, esercizio femminile al dolore, allenamento, apprendistato d’una sofferenza costitutiva che Alcott rappresenta col piglio agguerrito e civico di chi erige il monumento alla donna: ma assecondando quel tipico maschilismo allestito da madri, nonne, vecchie zie: la gendarmeria della grazia asservita ai maschi giudici, ma vessata (anche) dai tribunali femminili della concorrenza; l’imperativo categorico dell’acchiappo che sopporta lacerazioni e piaghe in tributo a una buona riuscita, a un’apprezzabilità di fondo, e che dia per riscontro una proposta di matrimonio vantaggiosa, un buon partito insomma...
È interessantissimo, tanto più nei preparativi di Jo e Meg, quando si esplicita un lavorio paradossale che mira alla naturalezza; un elaborato acqua & sapone che non tramonterà mai, fermo restando il presupposto idealistico per cui una moglie la si sceglierà col metro della purezza dimessa, di una semplicità plagiabile e controllabile, mentre il sofisticato, il fashion, pertiene all’intrattenitrice sessuale.
Il moralismo ottocentesco quindi eleva nella donna tutti quei valori di passività e di bassezza canina che la rendono innocua, supina e/o prona a una volontà mascolina di mero dominio; e la disponibilità sessuale che anche Alcott teorizza è così ricambiata col sovvenzionamento matrimoniale, diventa moneta di scambio per trovar posto in società.
In questo senso, si profila ancora una retorica dell’attesa – i preparativi, il tempo necessario affinché il tempo... maturi. L’esempio della seta, che alle piccole donne è proibita dal gendarme, è molto indicativo: supponendo che il popeline loro concesso sia un tessuto più spesso, più resistente, si metaforizza l’imene e un processo d’avvicinamento alla deflorazione: la seta in tal senso è l’approdo, un esser pronte.

III.

Il vero nemico è sempre dentro, poiché fuori è il prossimo, da amare a tutti i costi. Il polimorfismo della colpa agisce quindi dall’interno e sanziona, impietoso, qualsiasi rivendicazione, speranza di miglioramento o desiderio. Da questa colpa gendarme che tarpa il volo prima ancora che spicchi, ognuno dei personaggi tenta di ribellarsi, anelando al movimento, di fatto però ritornando ogni volta alla staticità sociale cooperativa, e nazionale, su cui vigila la madre.
Il conflitto interiore pacifica un senso di contrarietà esterno, di ingiustizia, di sperequazione: inchioda il cittadino alla croce del quietismo collaborante, altruistico, patriottico. Meg, che raccoglie l’eredità civettuola della Alcott, è attratta dai lussi, rimpiange i tempi d’oro prima che suo padre, il cappellano matto, dilapidasse i risparmi d’una vita per tentare di salvare un amico... Questo senso di decadimento è il massimo dell’immoralità, poiché all’indecenza dell’atto desiderante in sé s’aggiunge quello sporco oggetto, quella meta (la ricchezza, il lusso) che distrugge la felicità.
Se Jo non esita nella diagnosi (spiegando a Meg che «Tu sei frustrata e oggi per di più sei furiosa perché non puoi vivere nella bambagia. Povera cara! Aspetta che io faccia fortuna e poi vedrai che potrai spassartela tra carrozze, gelati, scarpine [...]») al contempo offre già alla sorella una soluzione, quel provvedere mafioso nella misura in cui i membri della famiglia non smettono mai d’esserlo, per diventar individui autosufficienti, e i problemi individuali restano per sempre collettivi, una Cosa Nostra...
Questa solidarietà è il primo anello della catena umanitaria, politica, che forgia il popolo nella sua unità monoteistica, confederata. In questa direzione la propaganda della Alcott non è nemmeno troppo... occulta – gli interventi diretti, di sottolineatura, sono irruzioni: «La povera Meg si lamentava di rado ma in certi momenti l’ingiustizia di tutto ciò la riempiva di un senso di amarezza e di rivolta contro il mondo intero, perché non aveva ancora capito quanto era ricca, ricca di quei valori che da soli bastano a rendere la vita felice.»
Lo stesso vale per Jo che, verificatosi il crack e richiesta in adozione dalla zia ricca, è trattenuta in seno all’unità di famiglia, ché «Ricchi o poveri resteremo uniti e insieme saremo felici». Quanto abbia fatto presa questo messaggio, di sanità e coesione famigliare, quali innegabili vantaggi comporti tutt’oggi, ma quanto intervenga anche nell’eziologia della cultura politica, anzitutto, è un’ovvietà.
Si deve però registrare il castigo puntualissimo quando si finisce al di fuori di quel seminato; i King, per esempio, colpevoli di esser ricchi, hanno i loro grattacapi e il figlio grande ne ha combinata una così grossa che suo padre lo caccia di casa, cioè dall’Eden, poiché «ha disonorato la famiglia»; Meg, che presta servizio da istitutrice, non se ne rallegra, ma certo impara da questo una lezione.
Lo stesso gendarme materno ne impartisce – ben attenta, la Alcott, a inoculare nel moralismo lo stesso germe che dia una parvenza di vaccino alla continuativa morale della favola: «Mami sei stata molto furba a rivolgere le nostre storie contro di noi e a propinarci una bella predica al posto di una favoletta» esclamò Meg.



IV.

C’è una didattica sottesa nella letteratura dell’Ottocento il cui obbiettivo precipuo è il conseguimento dell’obbedienza: restar costretti, lettori, nello status di figli anzitutto, in una monocromia di cittadinanza, nazionalità e fede; parametri dai quali ricavare un’identità oggettiva e commisurabile – e quindi collocabile in gerarchia.
Il processo inizia in famiglia, col genitore cerbero funzionario dello Stato e viceparroco che vien appunto consacrato dall’alto della politica, collusa in duumvirato col clero: un genitore da onorare secondo il noto quarto comandamento. Va notato che il patriarcato ottocentesco e il romanzo di propaganda diventano i principali vettori di ideali nazionalisti pesantissimi da cui germineranno tanto gli stati centrali d’impianto borghese, nella seconda metà dell’Ottocento, quanto i fascismi reazionari fallocratici d’inizio Novecento; tanto i ribellismi della boheme pidocchiosa e della scapigliatura quanto i pruriginosi sedicenti operai dell’università sessantottina: nasce tutto da un papà barbuto dalla voce tonante.
La Mrs March che osanna la patria vergognandosi di aver dato soltanto il proprio marito, a differenza di quel vecchio signore che, senza lamentarsi, aveva già offerto in olocausto quattro figli (due avendoli perduti, uno essendo rimasto prigioniero, l’ultimo ferito e «ricoverato in condizioni molto gravi all’ospedale di Washington»), è la medesima signora che potrebbe sostare in un ballatoio per riepilogare l’ultima orazione di Mussolini, il bel Duce.
L’obbedienza è un continuo sottostare al potere superiore – purché questo avvenga assecondando il cuore, quindi credendo nella propria inferiorità ancor prima che nella superiorità di chi è al comando. È fondamentale, per esempio, che le sorelle March non sentano nella madre l’autorità costrittiva e repressiva, ma al contrario l’autorevolezza liberale di un angelo che le guarda e saluta dalla finestra – obbedire non significa adeguarsi controvoglia, ma voler compiacere il superiore, il modello di riferimento; e magari dar grandi leccate di culo. Da qui ne consegue un generale abbassamento d’aspettative, un generico appiattimento degli impulsi, un volontario lasciarsi intruppare nella virtù, nello scanzonato platonismo dei soldati in trincea, indotti a morire col sorriso sulle labbra, felici dell’azzeramento individuale che lavora e crepa per gioco di squadra.
Questa miseria che si crogiola nello zero, ha bisogno di precisi cliché – coi ricchi che vanno incontro al disastro, e che immancabilmente son dei parvenu, e siccome anche gli americani lo erano rispetto agli inglesi, e rispetto a un’idea di nazionalità, si pareggiano i conti col puro innatismo della nobiltà d’animo: così Alcott, per mezzo di Meg, descrive i Moffat: «Percepì, senza sapere spiegarsi il perché, che non erano molto colti né molto intelligenti e che tutti gli ori di cui si circondavano non riuscivano che in parte a nascondere la loro innata rozzezza».
Lo sfarzo è dunque una volgare mascherata – nella misura in cui, tra piume e orpelli, snatura l’Io più autentico, le nude mura dell’anima, il viso candido di quella che dovrà restar più a lungo possibile una bambina, ché «le conviene». Il losco ricorso alla convenienza, nel genitore che si preoccupa del figlio, è già un campanello d’allarme: Mrs March ha paura, teme come nient’altro il mutamento, il crescere della piccola donna che poi corrisponde alla sua maturità sessuale, alla configurazione di una libido consapevole. Perciò si desessualizza in modo sistematico qualsiasi contesto di relazione che per sua natura è già sessuale; tanto la recita natalizia, col suo intreccio, quanto il primo pomeriggio tra Laurie e Jo, Alcott si precipita a definirli «innocenti» – e quanto a Jo, sarebbe una ragazza senza «strane fantasie», proprio la scrittrice delle magnifiche quattro, strana per eccellenza...
Certo se il baricentro identificativo è proprio in Jo, alter ego prediletto dell’autrice e amministratrice delegata dell’irruenza (è un Es messo a dieta, un impeto che sembra aver a disposizione una stanza da fracassare, ma soltanto quella: c’è già un regolamento, una disciplina); il super Io è il gendarme Mrs March, una specie di filosofa della ristrettezza che mortifica qualsiasi residuo di sano appetito filiale, cosicché ognuna delle ragazzine abbia garantito il proprio fardello di colpa, mentre l’unico obbiettivo da loro perseguito, giorno per giorno, è l’innocenza: oltre al danno, la beffa.
«Mrs March guardò Meg, più graziosa che mai nell’abito da giorno di percalle, con i riccioli che le ricadevano sulla fronte e l’aria molto femminile, mentre era intenta a cucire al suo tavolino da lavoro disseminato di spolette bianche disposte in bell’ordine; così, ben lontana dal pensiero che attraversava la mente della madre, procedeva cantando nel suo lavoro mentre le sue dita volavano e la sua mente si perdeva in fantasie infantili, innocenti e fresche come le violette che portava in vita, a quella vista Mrs March sorrise contenta.»


V.

Piccole Donne si conclude col trionfo dell’amore – l’affermarsi di questa malattia che infine si accetta per ineluttabilità. Si manifesta, non a caso, come una sindrome che il gendarme Mrs March osserva con «sguardo penetrante» nello smagrire e nell’emotivo esacerbarsi della figlia maggiore, Meg, oramai avviata al corrompersi di natura e alla scoperta del piffero, che subito bisogna dirottare al sacro talamo prima che imputtanisca in vagabondaggi sperimentali o prove d’orchestra.
Questa intimità privata, ma resa al pubblico di una radiologia famigliare che vede tutto o a cui nulla può sfuggire, nemmeno la più minuscola macchia sulla lastra funebre della sessualità puritana, è il sintomo di un incontrastato dominio genitoriale, il succube conformistico rimettersi alla volontà dei padri superiori: lo stesso Brooke, da uomo d’onore qual è, contatta i coniugi March, in quel di Washington, prima ancora di sondare il gradimento della signorina Meg: era l’uso, questo...
Il controllo poliziesco, la sorveglianza che tanto ricorda, seppur oltreoceano, la marcatura stretta del Sud, assume pieghe ridicole: la povera Jo che col fidanzamento perde l’amata sorella, scivola nella delazione, nello spionaggio puro: “Salita di corsa al piano di sopra per raggiungere i familiari, fece trasalire i due convalescenti esclamando con aria tragica: «Presto, scendete giù! John Brooke si comporta in modo sconveniente e Meg lo lascia fare!»
Mr e Mrs March lasciarono in gran fretta la stanza […]”

Il senso di colpa troneggia anche qui, poiché sposarsi (nella storica, tremenda identificazione col primo rapporto sessuale) significa abbandonare i propri vecchi al loro destino – è un «fardello» anche questo. Ogni minima turbativa dell’equilibrio su cui hanno operato i genitori in anni e anni di sacrifici, ogni minimo spostamento dai tracciati filiali subordinati, è traumatico, violento.
La stessa prigione in cui si ritrova il giovane Laurence rispetto allo zio – è Jo che avvisa l’amico: «Come tu stesso hai detto, non c’è nessun altro che gli stia vicino con amore e, se tu te ne andassi senza il suo permesso, per tutta la vita avresti il rimorso di averlo abbandonato. Non scoraggiarti e se farai il tuo dovere senza mordere il freno avrai la tua ricompensa […]».

Lo stereotipo ribelle di un Laurie è alimentato proprio da questa retorica che ha in sé già il vaccino: nel romanzo si parla spessissimo, in termini d’insofferenza, di prediche – Alcott pretende così di scongiurare la verità di un meccanismo, di una pedagogia martellante, ma affidandolo all’esempio immediato del castigo, di una punizione che non tarda a cader sulla testa dei negligenti... Addirittura, quando le sorelle avanti-March!, dopo la settimana trascorsa a sgobbare in assenza del gendarme (volata al capezzale del cappellano), pensano a rilassarsi, fottendosene degli Hummel, ai quali avevano già devoluto la colazione di Natale, subito si paga dazio. La piccola Beth, pur sollecitando l’intervento delle sorelle maggiori («Meg vorrei che andassi a vedere gli Hummel, sai che la mamma ci ha raccomandato di non dimenticarli»), alla fine, già contagiata dalla scarlattina, marca visita e l’assenza delle March comporta per direttissima la morte del piccolo tedesco infetto e il calvario della stessa Beth, la più promessa, d’altronde, alla morte.
Disadattata – perfino Alcott ne definisce «patologica» la timidezza – la sua virtù incondizionata e cristologica, il suo aver scelto i deboli, tanto col cottolengo di bambole storpie quanto col povero Frank, il ragazzo zoppo, è un racket di sentimentalismo degli umili. Rassegnata, felice per il sol fatto di respirare e poter raccattare rifiuti da salvare al tristo destino della pattumiera, Beth ricorda agli altri, ai vivi, quant’è sozzo vivere e desiderar qualcosa per sé stessi. Nella sua rassegnazione c’è già un candidarsi alla prematura scomparsa, come sulla tetra scia della nipotina di Mr Laurence, pianista defunta il cui pianoforte mausoleo suona come un’investitura.
Perciò in termini narratologici se morte vi sarà in Piccole Donne crescono, sarà Beth a uscire di scena: in punta di piedi, certo...

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Piccole donne 2014-01-14 10:59:42 Veronica
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Opinione inserita da Veronica    14 Gennaio, 2014

Un libro senza tempo

Niente da dire, è il libro senza cui non potrei vivere! L'autrice ha trovato l'essenza della famiglia, con le sue difficoltà e i suoi momenti di felicità. Sinceramente sono innamorata del personaggio di Jo, una ragazza dal cuore enorme ma che ha paura che qualcuno glielo spezzi... Il rapporto tra le sorelle è descritto meravigliosamente. La storia non ha età. Possiamo ambientarla anche ai giorni nostri e non perderebbe il suo significato! Nella lista dei libri migliori questo ha il primo posto! Leggendolo si capiscono molte cose sulla famiglia e anche su noi stessi. La Alcott ha azzeccato in pieno la psicologia dei personaggi. 10 e lode!

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Piccole donne 2013-12-07 13:56:24 mia77
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mia77 Opinione inserita da mia77    07 Dicembre, 2013
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Piccole donne di Louisa May Alcott

Eccomi qui: non potevo esimermi dal recensire questo libro, semplicemente meraviglioso!
Mi ricordo quando da bambina prendevo la mia bicicletta e con il vento fra i capelli correvo in biblioteca, con la mia tessera di carta che mi dava il diritto di scegliere qualsiasi libro io volessi. Che sensazione: era uno degli unici posti dove mi potevo recare sola. Mi sentivo quasi la padrona del mondo... Una delle mie prima letture è stato proprio questo romanzo, che mi ha permesso di immedesimarmi un pò in ciascuna delle sorelle March: Amy per la vena artistica che ci distingueva, Meg per la timidezza che da piccola faceva parte di me, Beth per il giudizio, ma soprattutto adoravo la spavalda Jo ( quella che in segreto avrei voluto essere). La loro era una famiglia tutta al femminile ( il loro padre era al fronte per la guerra), capitanata da una mamma che lasciava libere le figlie di fare le proprie esperienze, osservandole e vegliandole da lontano. Bellissimo il legame fra le componenti di questa famiglia, che si aiutano a vicenda senza soccombere ai problemi che devono affrontare e senza abbattersi. Scritto quasi 150 anni fa, lo ritengo bellissimo da leggere e da far leggere, soprattutto come romanzo di formazione.

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Piccole donne 2013-08-04 18:11:00 Pia Sgarbossa
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Pia Sgarbossa Opinione inserita da Pia Sgarbossa    04 Agosto, 2013
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TANTE PERLE per una COLLANA PREZIOSA DI SAGGEZZA.

Louisa May Alcott conosce profondamente l'animo umano, in particolare quello femminile.
La famiglia che ci propone vive negli Stati Uniti durante lo scoppio della Secessione, ma potrebbe essere in ogni dove, in qualsiasi tempo.
In ciascuna delle quattro figlie, con delle proprie specifiche e diverse caratteristiche, ogni bambina , ragazza o donna si può riconoscere: la romantica Meg, la ribelle Jo, la tenera Amy o la timida piccola Beth.
Durante la narrazione le vai via via conoscendo e te ne affezioni.
Nell'arco di un anno di tempo , assistiamo nell'evolversi di tante esperienze ricche di sentimenti e di insegnamenti preziosi.
Ogni capitolo va letto con attenzione; ogni storia narrata diventa un buon motivo di riflessione.
E' la vita la vera protagonista, che va vissuta con coraggio e ottimismo, che va presa di petto, che va esplorata e affrontata con una guida matura e con uno slancio di entusiasmo.
Ho apprezzato i consigli e la modalità educativa della madre: bellissima l'idea di regalare alle figlie un libricino con indicate dei saggi consigli di vita, scritti da lei stessa.
Ma tutto il libro si presta a dare adeguati suggerimenti e validi insegnamenti che reputo assai utili per qualsiasi educatore: il valore della famiglia, l'affetto tra i familiari, l'amicizia,l'amore,il sacrificio,lo sconforto, la solidarietà, l'inadeguatezza,la diversità, le tentazioni,la salute, la malattia...
Da piccola non sono riuscita a leggere questo libro perchè lo reputai troppo corposo per me. Ora che sono adulta ,rileggendolo ho scoperto che la caratteristica della corposità è rimasta invariata, in quanto ho dovuto leggerlo con tempi dilatati per poter assimilare al meglio le meraviglie "educative" che offre.
Ringrazio e mi complimento con le amiche Anna Maria Balzano, Francesca (Glicine), Rose e Sharma, per le quali "Piccole donne" rappresenta il ricordo di lettura più caro legato alla loro infanzia.
Concludo col rammarico di non essere riuscita a leggerlo da piccola, o che non mi fosse stato letto da qualcuno; è per questo che ne caldeggio la lettura da parte degli insegnanti , ma in particolare dei genitori perchè ho la convinzione che potrebbe rivelarsi un buon strumento e supporto nell'opera quotidiana educativa, perchè offre davvero tanti spunti per parlare e confrontarsi con i figli e infonde una gran speranza , lanciando un messaggio che sa di sole, sorrisi e parole gentili.
UNICA PECCA: ritenere il caffè e il vino due bevande somministrabili al mondo dell'infanzia...
Buona lettura a grandi e piccini...femmine o maschi...insomma a tutti !
Pia

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A tutti !!!
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Piccole donne 2012-10-14 09:08:36 tiziana84
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tiziana84 Opinione inserita da tiziana84    14 Ottobre, 2012
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Una di noi in ciascuna di loro

E' stato il primo libro che ho letto. Avevo 7 anni, più di vent'anni fa.
Manca un tassello nella vita di ogni donna, se non ci si è immedesimate almenno una volta, in una delle sorelle March. Io mi sentivo Amy, la più piccola, vanitosa e irriverente. Stetti una notte con una molletta da bucato sul naso, per imitarla. Inutile dire che non ebbi mai il nasino alla francese.
Quando passeggio con mia nipote, entro sempre in una libreria. Spero che un giorno afferri un bel libro e insista per farselo comprare, al posto dell'ennesimo album delle pricipesse. La letteratura per ragazzi oggi è grandiosa: quelle copertine sfavillanti, quei titoli accattivanti, mi fanno venir voglia di tornare bambina. Ai miei tempi era molto più ridotta: Piccole Donne, Il giardino segreto, Pollyanna, Tom Sawyer, per i più avventurieri Salgari o Verne, per i più sprovveduti (che non sapevano a cosa andavano incontro) Libro Cuore e i Ragazzi della via Paal. I romanzi dei nostri tempi non sempre avevano il lieto fine. Lasciavano il magone quando riponevi il libro sul comodino ma anche la il senso di serenità e la consapevolezza della nostra fortuna, quando mamma spegneva la tua bajour.
Non è una recensione questa, forse più una riflessione che rivolgo alle mamme e alle zie: lasciate che nelle menti delle vostre bambine, oltre a fatine svolazzanti, ammiccanti e fashion, ci sia posto anche per una ragazza che, seduta alla scrittoio, pensa a cosa farà da grande.

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Piccole donne 2012-06-10 18:59:31 ramona balan
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ramona balan Opinione inserita da ramona balan    10 Giugno, 2012
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Un classico intramontabile

La trama è ambientata negli Stati Uniti durante la guerra di Seccessione. Protagonista della storia è la famiglia March, che a causa della guerra si sono notevolmente impoveriti. Quest’ ultima fa da sfondo alle vicende delle quattro sorelle March che dividono il loro tempo tra le faccende domenstiche e mille pomeriggi
dati agli svaghi dell’ epoca: pattinare sul ghiaccio, balli (sebbene le sorelle non siano proprio aristocratiche), giri sul calesse, letture e una moltitudine di uscite nella campagna circostante alla loro abitazione. Nel romanzo vengono descritti più ambienti suggestivi: oltre la sconfinata campagna, l’ autrice descrive in
modo accurato la grande e benestante abitazione dei Laurence: famiglia composta dal nonno e il nipotino con i quali le ragazze faranno amicizia e instaureranno un rapporto di amicizia. Molto accurata è anche la descrizione della città nella quale si reca un giorno Jo: al lettore viene restituita l’ immaggine di un luogo frizzante, ricco dei profumi dei grandi mercati.

Questo è un pilastro della letteratura che trasmette innumerevoli valori: la solida amicizia che lega le quattro sorelle, il piacere e la gioia per le piccole cose quotidiane. Infatti nonostante le brutte vicende come ad esempio la malattia del padre, le ragazze riescono a rafforzare sempre di più il loro rapporto e cercano di
superare le difficoltà insieme, nonostante le grosse differenze caratteriali. Viene trattato anche il tema del sacrificio, quando ad esempio all’ inizio della narrazaione le ragazze vogliono rinunciare ai propri risparmi per poter comperare un dono natalizio per la madre, o ancora quando Jo, spinta da un incredibile coraggio
rinuncia ai suoi bellissimi capelli per poterli vendere in cambio di soldi. Inoltre vengono trattati i temi della solidarietà, la stima e il rispetto per le proprie attitudini.

La narrazione della Alcott è asciutta ed esenziale e il linguaggio è semplice e molto scorrevole. Mi è piaciuto moltissimo leggere quest’ opera perchè mi ha fatto riscoprire l’ essenza di un epoca trascorsa, dove le ragazze, mie coetanee, erano così gentili e ben educate. Concordo pienamente con chi reputa il romanzo della Alcott un classico, assolutamente da tenere nella propria biblioteca. Sono rimasta affascinata dalle caratterizzazioni delle protagoniste descritte con molta semplicità e sobrietà.
Quello che mi è piaciuto di più è che l’ autrice non attinge al banale, anzi, tutte le peripezie che le ragazze passano, hanno un fine morale.

Proprio perchè è un pilastro importante della letteratura e per il linguaggio semplice, questa incredibile storia può essere letta da tutti. In particolare la consiglierei ai bambini piccoli, per poter porre un confronto tra le due epoche: al tempo serviva poco per divertirsi e star bene e l’ importante era l’ unità del nucleo famigliare.
Ma come ogni classico, ogni persona, di ogni età può interpretare in modo diverso e personale questo libro.

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Piccole donne 2012-05-03 16:26:59 mariaangela
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mariaangela Opinione inserita da mariaangela    03 Mag, 2012
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un romanzo semplicemente meraviglioso

Che dire che non sia già stato detto nelle altre recensioni....in fondo è proprio tutto vero anche per me.
Primo libro in assoluto letto, e poichè non mi è bastato l'ho letto nuovamente e ancora riletto. Esistono romanzi nella vita di ciascuno che segnano il tuo cammino o quello che vorresti il tuo cammino diventasse. "Piccole donne" per me è tutto questo ed altro ancora; e non riesco ad esprimerlo. Ancora oggi a distanza di tanti anni ricordo perfettamente le sensazioni e le forti emozioni, la stanza con il pianoforte, la famiglia riunita in cucina, la soffitta...il viso di tutta la famiglia quando jo torna con i capelli corti...
E' davvero magnifico, non riesco a dire quanto sia ben scritto, trascinante; è un dovere scolastico leggerlo. E' come ascoltare "Stairway to Heaven" dei Led Zeppelin o "Angie" dei The Rolling Stones o... insomma quelle poesie che ti entrano nel cuore e non ne escono mai più. Non pensare che ormai sia passata l'età per leggerlo, anzi ritieniti fortunato di poterlo ancora scoprire.
Ti fa compagnia per sempre.

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Piccole donne 2012-03-08 10:43:55 C l a r a
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C l a r a Opinione inserita da C l a r a    08 Marzo, 2012
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Alzi la mano chi da bambina non era Jo March!?

Quanto appassionante è stato, nell’infanzia, questo romanzo delle quattro sorelle diverse per aspetto, attitudini, interessi e caratteristiche psicologiche, che insieme crescono, lavorano, studiano, bisticciano, e si riappacificano vanno ai balli pur essendo (quasi) povere, si innamorano, sognano e qualcuno di questi sogni lo riescono anche a realizzare!
Jo irruente e vivace, Meg posata e dolce, la frivola e creativa Amy, la tenera e fragile Beth: insomma una lettura al femminile, un' analisi a tutto tondo del mondo delle donne e del loro processo di crescita.

Lo scopo della mia recensione non è certo quello di dare una valutazione o svelare la trama, conosciuta ai più, di questo classico per i più piccoli; in questo giorno speciale per noi donne voglio invece esaltare, quella che per me è stata (ed è ancora) una piccola eroina che mi sono portata dentro e che ha lasciato in me una traccia indelebile...

Alzi la mano chi da bambina non voleva essere Jo March?!
La ragazzina ribelle e un po’ maschiaccio che sbatteva i piedi a terra e si ribellava alla decisione della madre di festeggiare il Natale un po’ in sordina, mi aveva conquistato all’istante.
Avevo 6 anni e mezzo, sapevo leggere e seduta sulle gambe di nonna restavo immobile per ore, completamente assorbita e affascinata dalle avventure della famiglia March.
Il mio sogno era essere esattamente come Jo, a dire il vero da bimbetta le assomigliavo abbastanza, ma non avevo la battuta pronta come lei e la sua grinta nell’affrontare ogni situazione; ero leggermente più dolce e timida.
Mi sono immedesimata in lei quasi completamente, mi sorprendevo a sognare ad occhi aperti, di vivere le sue avventure e a sognare come lei l'America.

Sono passati anni ovviamente, ma se, oggi mi chiedessero chi mi ha influenzato durante l' infanzia, oltre alla vicinanza costante della mia adorata nonna, io dico proprio lei: Jo March.
Questa non è probabilmente una buona recensione, forse è più un piccolo sfogo personale, però è la mia occasione per farvi gli auguri attraverso una piccola (grande) donna.
FESTEGGIAMO e FESTEGGIAMOCI...
In nome di quelle donne che nel 1917 sono riuscite a spodestare lo zar in Russia con le loro manifestazioni.
In nome di chi ha combattuto per il nostro diritto di voto.
In nome di chi ha perso la vita lottando per i nostri diritti.
Festeggiamo la nostra forza!

BUON 8 MARZO A TUTTE!


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