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L'Ulisse di Joyce è un'opera fondamentale del Novecento letterario europeo. Il romanzo rovescia il canone epico della tradizione, raccontando non il destino di un eroe, ma la giornata comune di un uomo moderno nelle sue peregrinazioni quotidiane. Un'odissea dentro la realtà di ogni giorno che sa aprire, per squarci e discese nell'abisso psichico dei personaggi, porte sulla verità di ogni uomo.


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Ulisse 2020-05-22 17:08:28 siti
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siti Opinione inserita da siti    22 Mag, 2020
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Multiforme esperienza di lettura

Straordinaria opera d’arte, trascende le forme, oltrepassa il contenuto, nutrendosi in modo parossistico , paradossalmente, di forma e di contenuto. Risolvo il paradosso: è un romanzo corposo per numero di pagine ma ha come oggetto una sola giornata, il 16 giugno del 1904, che sia un romanzo poi , in senso stretto, non è nemmeno affermabile, pare essere più un catalogo di forme letterarie, e di contro, è un corposo concentrato di una moltitudine di contenuti che oltre ad attestare l’impressionante ricchezza culturale del suo autore, mette a dura prova il lettore, il quale può solo sentirsi un minimo appagato quando rinviene, senza l’ausilio dell’apparato critico, un rimando a lui noto. Senza pensare a quelli strettamente legati al qui e ora che li ha generati e che si perdono in un metatesto dato dall’intrecciarsi di slang, tradizione popolare, substrato culturale che solo un dublinese dei primi del Novecento potrebbe cogliere. Opera multiforme, si è detto, ma soprattutto contenitore e naturale proseguimento di altre tradizioni letterarie, derivanti da contesti storici e culturali che, pur rappresentando un continuum naturale, sono prodotti letterari unici e inimitabili; eppure qui presenti e rivitalizzati e perpetuati, se mai ce ne fosse bisogno. La triade rappresentata da Omero, Dante, Shaekespeare; per dire la più macroscopica. Un filo conduttore poi, eterno leit motiv, di matrice musicale, non tanto l’opera mozartiana, quanto il suo libretto, la sua parte testuale, Da Ponte e il suo “vorrei e non vorrei” o “là ci darem la mano”, un motivo sensuale a sfondo mefistofelico; un richiamo circolare a quel plot narrativo apparentemente esile che potrebbe farci accostare Il Don Giovanni di tanta tradizione letteraria , e non solo musicale, al nostro caro Bloom o al suo antagonista, dipende dall’angolatura con la quale si osserva la vicenda; Leopold, uomo tradito- traditore al tempo stesso Don Giovanni e Masetto. Ci si perde, vedete: parlarne e indagarne un aspetto specifico, porta, a spirale, a coinvolgere l’insieme. Altra particolarità di questo simil labirinto è invece la linearità dei personaggi, dei loro percorsi materiali nel tessuto urbano, una perfetta geometria, non conosco i luoghi, ma a me hanno richiamato una fitta rete di assi perpendicolari l‘uno all’altro, in un tessuto viario che richiama i personaggi, li accoglie e li fa vivere. È il romanzo della presa diretta, della rappresentazione del pensiero e insieme della materialità più bieca del corpo, rappresentato anch’esso e in tutte le sue funzioni. È inverosimile ridurlo, questo non romanzo, al flusso di coscienza, credetemi è molto più presente nella scrittura della Woolf che in queste pagine, certo che quando lo incontri ti lascia senza respiro, ma è penalizzante farlo rispetto alle geniali battute e alle altrettanto vivide didascalie del testo teatrale contenuto nella sezione quindicesima , prima che si apra la terza parte dell’opera o alla musicalità che sprigionano le onomatopee all’inizio dell’undicesima sezione, quasi a richiamare “La pioggia nel pineto” di dannunziana memoria, anteriore tra l’altro alla composizione di quest’opera. È inoltre, a mio avviso, anche la parte di un tutto che pare evolversi e che è bene conoscere; certo sarebbe opportuno, visti i richiami intertestuali leggere prima nell’ordine” Gente di Dublino” e “Dedalus” proseguendo, superato “Ulisse”, con l’illeggibile “Finnegans Wake”; mi rammarico di non aver letto prima la raccolta di racconti mentre la conoscenza di “Dedalus” mi ha supportata meglio. Eh sì, perché questo è un libro che necessita di supporto, ne era ben consapevole il suo autore tanto da fornire i necessari strumenti dell’esegesi approdati negli schemi Linati e Gorman. Insomma non si è lasciati soli e nonostante la fatica accompagni alcuni passaggi è indubbiamente un’opera magnetica. Personalmente l’ho letta con viva curiosità, senza pretese di completezza, focalizzandomi sugli aspetti che meglio mi parlavano: la storia di Irlanda, il Don Giovanni e l’inguaribile Bloom, l’imperfezione fatta persona e la snervante attesa dell’assenza più sentita, quella di Molly. Buona lettura e lo sarà sicuramente.

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Ulisse 2020-05-09 10:35:51 Elspa_2973
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Elspa_2973 Opinione inserita da Elspa_2973    09 Mag, 2020
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L’arte per l’arte

Ho approcciato e abbandonato l’Ulisse ventenne, sempre riposto in un luogo visibile, a memento. Oggi a distanza di quasi 30 anni leggendo nell’autobuografia di Peggy Guggenheim l’ adorazione con la quale Samuel Beckett lo venerava, tanto da ridursi a fargli da quasi segretario, il brulichio di intelletto e arte del periodo surrealista, il costante richiamo a Froid, mi sono riavvicinata con rispetto e timore riverenziale a un mito più che a uno scrittore. Centinaia di libri sono stati scritti sull’Ulisse, sicuramente critiche eccelse. Certo è che l’uomo capace di variare stile letterario ad ogni episodio e farlo proprio tanto da cambiare quasi il suo modo di creare il pensiero per me va oltre il genio letterario. Una base possente di cultura, ma anche un profondo sentire con un registro maschile e femminile. L’episodio Circe è surrealismo puro, leggerlo è guardare un quadro di Dalì. L’episodio Penelope è Penelope, è profondamente donna. Adoro leggere ma leggere Joyce è la sublimazione del leggere. Immersi nella sua mente si rimane incantati e neanche la diffusa complessità di alcuni episodi riesce a far riacquistare nel lettore un minimo distacco. Joyce non si legge in lui ci si immerge e la storia diventa secondaria, l’azione quasi scompare, lui scrive dipinge psicoanalizza suona e canta. È l’apoteosi dell’arte per l’arte. Metto 5 stelle ma sappiate che per me non ha paragoni.

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Ulisse 2019-03-20 12:48:38 Molly Bloom
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Molly Bloom Opinione inserita da Molly Bloom    20 Marzo, 2019
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Scuola di lettura

Cari amici lettori, faccio parte anch'io da quella piccola parte che ha superato la prova del fuoco anche se in realtà il testo più ostico della letteratura mondiale è un altro. Non starò ad analizzare un libro che ancora oggi da filo da torcere ai critici letterari, lascio questo lavoro a loro, io sono solo una semplice lettrice e quindi cercherò solo di invogliarvi a leggerlo testimoniandovi la mia esperienza.
Per me è stata una lettura rivoluzionaria già dalle prime pagine e mi ha letteralmente spiazzata. E' stato anche la prima che ho letto il flusso di coscienza, è stata un po' dura all'inizio perché non riuscivo a capirle il meccanismo e quindi cercavo sempre un aiuto dal parte del narratore assente, infatti, ho dovuto rileggere il terzo capitolo, Proteo, più volte.

La trama è assente, il libro descrive una giornata di quasi 24 ore vissuta da diversi personaggi a Dublino, e con tutto ciò che essa comporta, incluse le azioni quotidiane dei bisogni personali, fisiologici e intimi. Il parallelismo con l'Odissea, al di là degli aspetti letterari, io l'ho interpretato come la difficoltà della vita quotidiana, che è una battaglia ed un viaggio in cui possiamo vincere/perdere o smarrirci/ritrovarci. Ci sono giornate felici, che trascorrono in un baleno, e poi ci sono giornate difficili, piene di pensieri, preoccupazioni, frustrazioni, che sembrano non passare mai. Ecco, secondo me Joyce descrive proprio una di queste giornate, in cui le brevi giornate gioiose appaiono solo come ricordi. I personaggi sono tutti negativi, forse Molly, la moglie di Bloom è l'unica che vive la vita come viene e se la gode, nel suo monologo finale pare quasi che lei abbia capito tutto. Anche se compare solo in due capitoli, all'inizio (Calypso) e alla fine (Penelope), sembra che tutto ruoti attorno a lei, tramite i pensieri di Bloom. Spesso si fa riferimento al suo tradimento con Boylan, del quale il marito (e non solo) ne era a conoscenza e se ne rammaricava ma nello stesso tempo sapeva che non era ne il primo ne l'ultimo, Molly lo aveva già tradito in passato e continuerà a farlo: (domanda riferita a Bloom) "Se avesse sorriso perché avrebbe sorriso? Nel riflettere che chiunque vi acceda immagini di essere il primo a farlo mentre è sempre l'ultimo di una serie successiva, ognuno immaginandosi di essere il primo, l'ultimo, l'unico e il solo, mentre, non è né il primo, né l'ultimo, né l'unico, né il solo in una serie che comincia e si ripete all'infinito."......ma non è forse vero nella vita di tutti i giorni? Anche Bloom sembra avere una storia platonica con una certa Martha, ma non riesce a distrarlo o dargli soddisfazione, per lui Molly è l'unica donna che ama e alla fine del libro, anche lei si riappacifica con il marito, ripassando mentalmente le promesse "Sì lo voglio", perché in fondo lui è l'unico che la capisce e la vede come un fiore. Qui vorrei sottolineare che spesso nel libro si fa riferimento al lato femminile di Bloom, nel capitolo Circe addirittura è vestito da donna e partorisce, che secondo me è indice appunto di sensibilità, che Molly apprezza. Nello stesso tempo però, per ritornare alla serie infinita di amanti, Molly ha già pensato al suo prossimo amante: Stephan. Anche lui è un personaggio negativo, frustrato della sua condizione, il bardo del romanzo. Come insegnante è un disastro e come scrittore ancora da sbocciare, un personaggio che ancora deve trovare la sua strada. Nel romanzo, insieme a Bloom sono i punti cardinali che descrivono l'Odissea, Bloom è Ulisse e Stephan è Telemaco. Infatti, Bloom lo vede come suo figlio, "sostituto" del piccolo Rudy, morto prematuramente. Ci sono anche personaggi "assenti", nel senso che non compaiono materialmente nel libro ma compaiono invece di frequente nei pensieri dei personaggi, come appunto Rudy, Milly (figlia di Bloom), Rudolphe Bloom (padre suicida di Bloom), la madre di Stephan, Martha, per citare tra quelli più frequenti.

La cosa sorprendente di questo libro è anche la struttura dei capitoli e lo stile narrativo che viene utilizzato. Ogni capitolo è scritto in un modo diverso dall'altro. L'inizio è leggero, classica narrazione, per poi andare man mano a cambiare in base allo stato fisico dei personaggi, come un camaleonte, che alla fine, anche il libro in se assomiglia ad una persona che trascorre una giornata. C'è il capitolo Ade, cupo, soffocante che descrive la morte; poi c'è Eolo, che descrive il lavoro di Bloom e ti sembra di essere catapultato in un ufficio open space con telefoni che squillano, fogli che svolazzano, notizie, persone che entrano ed escono; c'è il capitolo Sirene, tutto onomatopeico, che è una musica unica, e dove l'autore gioca con il linguaggio in mille modi; Il capitolo Armenti del sole, scritto in moltissimi stili letterali; Circe, il delirio assoluto per evidenziare l'ubriachezza dei personaggi per arrivare al penultimo capitolo dove c'è talmente tanta spossatezza che la narrazione non continua più attraverso i personaggio ma il tutto viene esposto da un interrogatorio ?domanda-risposta, tra due soggetti sconosciuti...immagino che chi da le risposte sia il narratore, molto distaccato dalla ?storia però, come se fosse stanco pure lui, dando le risposte in modo automatico, preciso e senza alcun sentimento.

Il linguaggio del libro invece è molto vario, oltre ai giochi di parole come dicevo prima, è molto graduale, va dalla poesia e dalla sensibilità per arrivare alla volgarità più disgustosa, quindi preparatevi a sentire di tutto, Joyce non ha limiti nel stupire il lettore.

Tanto di cappello all'autore per la sua vastissima cultura, infatti il libro è tempestato di riferimenti letterari e simboli, e per la sua originalità. E' stata una lettura che sicuramente non dimenticherò, una lettura che mi ha fatto commuovere, mi ha fatto ridere e soprattutto mi ha stupito per la sua genialità. Per me è stato come entrare in un ciclone, ti scombussola e rovescia tutti i tuoi concetti letterari, facendo dalla banalità, dalla mediocrità, dal volgare e dall'indicibile un capolavoro.

Per finire vi lascio con le sue parole:

"Trovi le mie parole oscure. L'oscurità è nella nostra anime, non credi? Più flautata. Le nostre anime, ferite di vergogna per i peccati, aggrappate a noi ancor di più, una donna aggrappata al suo amante, sempre più."













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Ci sono moltissime letture consigliate come propedeutiche ma per esperienza propria se si ha la serietà e l'impegno di seguire la guida con le note presente nel libro si viene ugualmente appagati. Inoltre è una buona scuola per i lettore: letto Ulisse puoi leggere di tutto.
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Ulisse 2018-12-17 07:34:35 kafka62
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kafka62 Opinione inserita da kafka62    17 Dicembre, 2018
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L'ODISSEA DUBLINESE DI JOYCE

Ricordo di avere letto un giorno la dichiarazione, fatta tra il serio e il faceto (credo che l’autore fosse Woody Allen), che per riuscire a leggere l’”Ulisse” di Joyce bisognerebbe essere nientemeno che Dio. L’iperbolica opinione corrisponde alla fama, ampiamente condivisa dal pubblico, dell’”Ulisse” come del libro più difficile mai scritto al mondo. La cosa non è del tutto vera (nella mia esperienza di lettore posso dire di avere trovato più ostiche opere come “La morte di Virgilio” di Broch o “La terra desolata” di Eliot) e dovrebbe essere corretta se non altro perché rischia di allontanare molte persone dalla lettura di un romanzo il quale, oltre a essere un caposaldo dell’arte di tutti i tempi (anche i detrattori di Joyce non possono non convenire sul fatto che, come la pittura con gli impressionisti o la musica con Stravinskij, la letteratura moderna inizia proprio con l’”Ulisse”), è anche un libro capace di dare un notevole piacere estetico. Certo, lo stream of consciousness con cui si esprimono sovente i personaggi è indubbiamente disagevole per chi non è sufficientemente allenato, e i molteplici riferimenti culturali e intertestuali sono difficilmente comprensibili senza un adeguato supporto critico, ma in primo luogo non si può ridurre tutto il romanzo al solo flusso di coscienza (questo è l’”Ulisse” spiegato agli studenti dei nostri licei, anche se è certo la novità stilistica che risalta di più a un primo sguardo), e in secondo luogo la maggior parte delle edizioni odierne sono accompagnate da agili ed esaurienti guide alla lettura che agevolano non poco il lettore. Pertanto il tour de force con cui Joyce racconta in 740 pagine fitte fitte ventiquattr’ore della vita dei due protagonisti (a occhio e croce trenta pagine all’ora, mezza pagina a minuto) deve essere visto con meno pregiudizi, in una ottica più matura, più “umana” verrebbe da dire.
La prima cosa che mi sembra opportuno rimarcare è che l’”Ulisse” è connotato dalla mancanza di avvenimenti importanti. Se si provasse a riassumere l’intero romanzo in poche frasi ci si accorgerebbe che, nonostante la sua mole, ne è sufficiente non più di una manciata, perché, a parte l’incessante deambulare dei protagonisti per le vie di Dublino, il continuo incrociarsi delle loro traiettorie e alcuni sporadici episodi salienti (l’aggressione subita da Bloom ad opera del Cittadino, la rissa tra Stephen ubriaco e i due soldati fuori del bordello di Bella Cohen), non succede in esso nulla di memorabile, e il parallelo con l’”Odissea” omerica, poema denso di eventi e di azione, sembra messo lì apposta per essere ironicamente rovesciato, tanto è labile e risibile (là la vicenda dura venti anni, qui solo ventiquattro ore; là il protagonista è un eroe che passa attraverso mille peripezie e, rientrato in patria, riconquista la sua donna e il suo regno sconfiggendo acerrimi nemici, qui è un uomo medio, prudente e calcolatore, frustrato nelle proprie ambizioni e il cui approdo finale è un letto coniugale dove poche ore prima si è consumato un ignominioso tradimento). In “Ulisse” sull’essenziale domina l’inessenziale, sul materiale il mentale, sull’oggettivo il soggettivo (e, da un punto di vista più specificatamente narrativo, sul climax l’anticlimax). E’ questa la prima delle tante rivoluzionarie novità apportate da Joyce: la realtà esterna scompare quasi di fronte ai pensieri dei personaggi, l’univocità del mondo si dissolve davanti alla visione deformante di un occhio che è sempre meno quello dell’autore e che assomiglia invece al prismatico, caleidoscopico organo della vista di un insetto, in cui le cose si rifrangono in tanti frammenti parziali per ricomporsi faticosamente in una fragile unità fatta della sommatoria di una infinità di addendi. Conseguenza di ciò è la moltiplicazione arbitraria dei punti di vista narrativi, tanto è vero che alcuni episodi (vedi “Il Ciclope” e “Le Simplegadi”) vedono l’alternarsi di narratori del tutto secondari alla vicenda.
Leopold Bloom e Stephen Dedalus sono all’inizio, come i tanti personaggi che incrociano la loro giornata, dei meri fogli bianchi che si riempiono gradualmente di informazioni psicologiche e caratteriali, all’inizio insufficienti e poi via via sempre più esaurienti ed essenziali. Essi – e questa è la seconda grande novità dell’”Ulisse” – si costruiscono da sé, poco alla volta, a differenza dei personaggi di un romanzo tradizionale, che sono già definiti a priori all’inizio del libro e che le storie che essi vivono arricchiscono solo esteriormente, senza intaccare il loro status inalterabile, assegnato loro dall’autore una volta per tutte. L’interesse dei romanzi del passato sta nel vedere come i personaggi interagiscono reciprocamente, in relazione a quello che la storia fa loro succedere, quello dell’”Ulisse” (e dei tanti romanzi che hanno seguito i suoi insegnamenti) nel vedere come ciascun personaggio evolve a partire da un punto x della sua vita, senza che al lettore sia dato conoscere nulla di ciò che lo ha preceduto (è un po’ quello che accade nella vita quando incontriamo per la prima volta qualcuno di cui ci è sconosciuto il passato). Da questo punto di vista, lo stream of consciousness, più che un virtuosismo fine a se stesso, è un elemento fondamentale nell’architettura dell’opera, consentendo un collegamento in tempo reale con l’interiorità del personaggio e permettendo di fare a meno del contributo, spesso insopportabilmente invadente, dell’autore onnisciente e demiurgo. Il “flusso di coscienza” è un susseguirsi quasi indifferenziato di impressioni, di ricordi, di riflessioni, di cui la realtà esteriore è spesso l’origine, ma che in alcuni casi (basti pensare al grandioso monologo notturno di Molly) può fare a meno di qualsiasi contingenza esterna. Di fronte a questo “corpus” imponente, disomogeneo e apparentemente casuale di informazioni, il lettore è chiamato (ed è questa probabilmente la causa prima della scarsa popolarità dell’opera) ad una stimolante, benché faticosa, attività di selezione, filtro, decifrazione e reinterpretazione, per cercare di comporre un quadro il più possibile coerente del personaggio: insomma un comportamento ben poco passivo (se confrontato con quello a cui la vecchia narrativa lo aveva abituato), che fa del lettore quasi un secondo – e non meno determinante – autore.
Nel magma di pensieri che compaiono ondivaghi nella mente dei personaggi, è difficile, ma non impossibile trovare dei leit-motiv, delle tematiche ricorrenti. Il principale è forse quello della paternità: i due personaggi di Bloom e di Dedalus che per tutto il libro vediamo sfiorarsi, e alla fine della giornata incontrarsi e lungamente discorrere, riflettono una parallela ricerca (sia pur sfociante in un parziale insuccesso) del figlio da parte del primo (il quale anni prima aveva perso il primogenito a pochi giorni dalla nascita) e del padre da parte del secondo (in fuga dalla sua famiglia d’origine). Ma accanto a questo, altri motivi percorrono il romanzo: la morte (Bloom partecipa al funerale di un conoscente e ricorda spesso il suicidio del padre, Dedalus ha appena perso la madre), il sesso (il tradimento di Molly, le curiosità sessuali di Bloom, l’episodio di scopofilia sulla spiaggia), la religione (le considerazioni critiche nei confronti delle Chiese anglicana e cattolica da parte dell’ateo Stephen e dell’ebreo Bloom), la condizione dell’artista nella società (l’ambizione di Stephen, intellettuale spigoloso e incapace di scendere a compromessi, di scrivere un’opera memorabile e le delusioni che ne conseguono), l’Irlanda oppressa (i personaggi di Haynes e di Deasy, i ricordi di O’Connell, di Parnell e di altri patrioti irlandesi, l’episodio del “Ciclope”).
Un discorso a parte bisogna poi fare a proposito di Dublino, la città in cui è ambientato “Ulisse”: con i suoi luoghi minuziosamente citati (il libro andrebbe letto con la carta topografica davanti agli occhi per apprezzare meglio le deambulanti peregrinazioni dei suoi personaggi), con i suoi ambienti descritti con impietoso realismo, con i suoi mille personaggi che attraversano la scena magari solo per poche battute (e nel capitolo delle “Simplegadi” questo approccio assume contorni addirittura virtuosistici), la capitale irlandese appare, più ancora di Bloom e di Dedalus, il vero protagonista del romanzo, al punto che “Ulisse”, non certo per lo stile o per l’impianto narrativo ma per il consapevole utilizzo di questa caleidoscopica prospettiva, può essere considerato come un legittimo seguito di “Gente di Dublino”.
Arriviamo infine a parlare della parte più squisitamente letteraria di “Ulisse”. “Ulisse” richiama fin dal titolo l’”Odissea” e Joyce, pur in forma – come si è già visto più sopra - ironica e quasi parodistica, si è costantemente preoccupato di assegnare ad ogni episodio un equivalente omerico (in alcuni casi evidente, come nelle “Sirene” e nel “Ciclope”, in altri invece difficilmente ravvisabile, come nelle “Simplegadi” o in “Scilla e Cariddi”). Ma il parallelismo con l’”Odissea” non è l’unico, perché per esempio nel penultimo capitolo, riepilogando la giornata di Bloom, Joyce la scandisce secondo i rituali del calendario liturgico ebraico (dal sacrificio mattutino dei rognoni all’olocausto dell’alterco con il Cittadino, dal rito di Onan della masturbazione sulla spiaggia all’apocalittica visita al bordello). A queste citazioni per così dire strutturali se ne accompagnano molte altre più estemporanee, ma non meno importanti nell’economia dell’opera. L’”Ulisse” abbonda ad esempio di citazioni (dalla Bibbia e soprattutto da Shakespeare) e di riferimenti storici e letterari. Per mezzo di essi, Joyce mostra di possedere una prodigiosa consapevolezza del retroterra socio-storico-culturale della sua opera, inserendola, sia pure come elemento di rottura, in un continuum che egli fa risalire fino agli albori della letteratura. E’ emblematico a questo proposito il grandioso tour de force con cui, nelle “Mandrie del Sole”, lo scrittore ripercorre tutti gli stili che si sono avvicendati nella letteratura inglese, dal medioevo su su fino al XIX secolo, riproducendoli con virtuosistica capacità mimetica.
Il pastiche è usato con molta abilità da Joyce, che ne intuisce le potenzialità grottesche e dissacratorie. Ad esempio, tutta la prima parte di “Nausicaa” è scritta alla stregua di un romanzetto rosa, svelando impietosamente il velleitario romanticismo di cui è permeato l’adolescenziale animo di Gerty. Il culmine di questa apparentemente anacronistica operazione si ha nel “Ciclope”, in cui i fatti più o meno insignificanti che si succedono vengono contrappuntati da intermezzi dal tono solenne e serioso, di volta in volta epico, biblico, giornalistico, pseudoscientifico o notarile, o ancora facenti il verso a una conversazione galante, a un poemetto alessandrino, a una cronaca sportiva o a un romanzo d’avventure medioevale, con effetti in ogni caso fortemente parodistici. La varietà dei registri stilistici è del resto una costante di “Ulisse”, in cui ogni capitolo è profondamente diverso da tutti gli altri: in un crescendo spregiudicato e strepitoso, Joyce usa ora la narrazione tradizionale (assai poco per la verità), ora i dialoghi, ora il monologo interiore; ora struttura l’episodio alla stregua di una fuga musicale, ora nei termini di un’allucinazione fantasmagorica, ora come se si trattasse di un questionario a domanda e risposta. Il tono cambia in continuazione, ma Joyce è molto bravo a modularlo in conformità alla tipologia di ciascun episodio: in “Eolo”, ambientato nella redazione di un quotidiano, predomina la retorica giornalistica; in “Scilla e Cariddi”, che si svolge all’interno di una biblioteca, è invece la dialettica a farla da padrona; nei “Lestrigoni”, Bloom che pasteggia con il Borgogna si lascia andare a un monologo rilassato e inventivo, dove si intrecciano gola e sensualità. Anche il linguaggio si adatta alla perfezione a queste innovazioni, liberandosi completamente della sintassi ortodossa (dalla punteggiatura alla struttura grammaticale delle frasi) e concedendosi libertà prima inimmaginabili, grazie a un ampio uso di termini onomatopeici, di neologismi, di frasi spezzate, ecc. Partendo da una base tutto sommato tradizionale (i precedenti romanzi, “Dedalus” e “Gente di Dublino”), James Joyce riesce così a far compiere, nel campo della letteratura, un’autentica rivoluzione copernicana, con un’unica, epocale, ineguagliabile opera, che per grandiosità ed importanza può essere paragonata alla “Commedia” di Dante e ai capolavori omerici.

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"La signora Dalloway" di Virginia Woolf
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Ulisse 2016-06-12 11:31:17 MollyPoldy
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MollyPoldy Opinione inserita da MollyPoldy    12 Giugno, 2016
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Viaggio alla scoperta di sé

“Ulysses” fu pubblicato nel 1922 a Parigi, essendo stato rifiutato da numerosi editori a causa della sua ‘oscenità’; in Inghilterra, infatti, verrà pubblicato solo a partire dal 1936. Joyce si rifà, per la stesura del romanzo, all’Odissea di Omero; egli utilizza il modello epico per sottolineare la mancanza di eroismo, ideali, amore e fede nel mondo moderno. L’opera, infatti, è stata scritta durante gli anni del primo dopoguerra; anni durante i quali l’autore ha avuto modo di riflettere sulla natura della crudeltà umana. La struttura epica diventa, quindi, uno specchio in cui riflettere la rovina del mondo moderno. Un’altra caratteristica importante del romanzo è l’utilizzo del ‘flusso di coscienza’ (stream-of-consciousness), che permette all’autore di riprodurre il caotico fluire dei pensieri umani. L’opera risulta divisa in tre sezioni, per un totale di diciotto capitoli (ognuno dei quali è il corrispettivo di uno dei libri dell’Odissea). La trama si svolge nell’arco di un solo giorno-16 giugno,1904- e narra, in particolare, le vicende di tre comuni abitanti di Dublino: Leopold Bloom, Molly Bloom e Stephen Dedalus. Leopold è l’Ulisse dell’opera; ciò che gli accade, però, è tutt’altro che eroico. Egli lavora come agente pubblicitario e vaga per Dublino finendo, al termine della giornata, in un bordello; lì, incontrerà Stephen Dedalus e deciderà di portarlo a casa con sé. Stephen è un giovane sensibile con ambizioni letterarie, frustrato, però, dalla provinciale vita irlandese. Egli, inoltre, è alla ricerca di una figura paterna sostitutiva che, alla fine, trova in Bloom; Stephen, infatti, rappresenta Telemaco (il figlio di Ulisse).Se Stephen è la figura centrale della prima parte del romanzo e Bloom della seconda, il personaggio centrale della terza parte non puo’ che essere Molly Bloom. Ella è la Penelope dell’opera ma, a differenza di quest’ultima , è tutt’altro che fedele al proprio marito. Il romanzo termina con il suo famoso ‘flusso di coscienza’, climax delle fantasie erotiche di Molly ed apice di questa difficile tecnica narrativa. L’opera tocca i più vari temi, come: la paternità, la moralità, l’amore, il patriottismo, il tempo…; non mancano, inoltre, riferimenti a svariate opere letterarie e vari autori, fra cui Shakespeare. Un’ultima caratteristica importante è, senza dubbio, la musicalità dell’opera; la parola stessa assume il valore di vera e propria nota musicale. L’Ulisse rappresenta un lungo viaggio alla scoperta di sé, un’avventura che vale la pena vivere.
“[…] yes I said yes I will Yes.”

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Ulisse 2015-11-15 18:04:26 annamariabalzano43
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annamariabalzano43 Opinione inserita da annamariabalzano43    15 Novembre, 2015
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Epica del XX secolo

L’Ulisse di James Joyce fu pubblicato nel 1922 ed è universalmente riconosciuto come l’opera che ha determinato una svolta rivoluzionaria nella storia della letteratura.
Il romanzo è diviso in tre parti e ogni parte è a sua volta diviso in episodi. Tre è anche il numero dei personaggi principali, Leopold Bloom, Stephan Dedalus, Molly Bloom intorno ai quali ruota la storia.
La vicenda si svolge nel giro di ventiquattr'ore e inizia il mattino del 16 giugno 1904.
Joyce ricorre al mito per la struttura del romanzo. I titoli degli episodi sono infatti esplicitamente tratti dall’Odissea: Lotofagi, Ade, Lestrigoni, Scilla e Cariddi, e così via. Ma il mito non è solo il mezzo per procedere in una narrazione in costante movimento, esso viene usato da Joyce per scomporre e ricomporre una realtà, la realtà del mondo che lo circonda e in cui l’artista stenta a riconoscersi e a collocarsi. È un mondo mediocre quello che Joyce vuole rappresentare, il mondo del piccolo borghese ebreo, che si sente emarginato. É la Dublino dei primi del novecento. E qui viene rappresentato il dramma dell’intellettuale, Stephan Dedalus, che si è allontanato da casa, che ha rifiutato la figura paterna ed é partito alla ricerca di una figura sostitutiva. E l’incontro con Leopold Bloom lo porta a stabilire con l’uomo un rapporto filiale. Bloom, che ha perso un figlio naturale, accoglie Stephan come Ulisse accolse Telemaco. Un viaggio picaresco attraverso gli ambienti più diversificati unisce i due e ne evidenzia i limiti e le attese. La ricerca di Dedalus e Bloom è il tentativo di dare un senso alla vita. Si sente costantemente la presenza dell’Amleto di Shakespeare, nella drammaticità dei personaggi. Ricca di umanità è la figura di Molly Bloom, che rappresenta la sensualità, il lato più fisico dell’umanità rappresentata da Joyce. Ai tre protagonisti solamente l’autore concede di esprimersi con lo “stream of consciousness”, il flusso di coscienza. Pur dichiarandosi contrario a ogni forma espressiva che potesse far riferimento alla psicanalisi, Joyce ne fa ampiamente uso in questi monologhi che mettono in luce il pensiero conscio e inconscio del personaggio.
Saranno uno Stephan e un Leopold diversi quelli che ritroveremo alla fine del romanzo. L’esperienza di una giornata ricca di emozioni ha costituito la crescita dei due personaggi: Dedalus ha acquisito una parte della sensualità di Bloom, mentre Bloom ha maturato una parte di quella sensibilità tipica dell’intellettuale. Il messaggio positivo in una rappresentazione sostanzialmente negativa è affidato a Molly, che non a caso ricorda la Moll Flanders di Defoe, che conclude il suo monologo con un “Yes, Yes, Yes”, che testimonia la sua presa di coscienza e l’accettazione della vita, nella sua totalità.
È proprio l’intento di dare una rappresentazione oggettiva della realtà, che spinge l’autore a usare linguaggi diversi, stili appropriati agli ambienti rappresentati e descritti e ciò costituisce sicuramente una novità determinante nella tecnica narrativa del novecento.

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Ulisse 2014-08-20 20:42:00 pupa
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pupa Opinione inserita da pupa    20 Agosto, 2014
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Bloom

Dopo attenta lettura, esclusivamente in poltrona di casa ho finalmente terminato un romanzo che reputo corale e dove il ruolo del protagonista è diviso tra diversi personaggi. Pensavo d’aver tra le mani un autore quale un Thackeray, un Eliot, un Flaubert o un Zola, invece era proprio James Joyce col suo Ulisse. Per me è stata vera emozione affrontare l’opera così complessa e ricca di elementi che ha cambiato il corso della storia della letteratura del Novecento. Aiutato dapprima da una propedeutica ricerca iniziale sul cotesto storico, l’autore, le peripezie che ha subito la traduzione italiana, il flusso di coscienza, ecc., mi sono immerso per mesi dedicando un bel po’ del mio tempo libero. Avevo una traduzione classica, quella di Giulio De Angelis con la guida alla lettura di Giorgio Melchiorri che senza le loro indicazioni sarei sicuramente finita in una confusione totale.
Mi sono trovata, sin da subito, in una specie di contenitore di vita quotidiana, d’altronde Joyce è un prodotto dell’epoca vittoriana e ne usa e trasforma gli artifici stilistici; in questo caso la tradizione del romanzo corale gli permette di allargare lo spettro della narrazione trasformando però il coro in una dissonanza di voci, come avviene negli episodi di Ade, Eolo, o Rocce Erranti. Mi è parsa che la struttura del romanzo sia molto simile all’impaginazione di un quotidiano dove accanto al titolo principale d’apertura si trovano le notizie più diverse, dalla cronaca locale allo sport, dall’economia alla politica, dalle svariate rubriche alla noiosa e ripetitiva pubblicità dai colori e dalle forme più svariate e Joyce in questo, credo abbia cercato di riprodurre la simultaneità nella struttura corale del suo “Ulisse”. In quest’ottica narrativa ogni sezione ha propria dignità romanzesca, tutti i personaggi, anche i minori, compongono e completano il romanzo, rappresentano aspetti inespressi del protagonista.
È romanzo, quindi, costituito per blocchi di episodi autonomi che da molteplici punti di vista, tutti diversi e tutti sovrapponibili, colgono il protagonista durante una sua giornata dublinese precisamente il 16 giugno 1904. Il romanzo stilisticamente è devastante ed al tempo stesso disorienta perché spesse volte non fa capire i colloqui e chi effettivamente parli: si confondono i diversi punti di vista ed inoltre tutte le voci, compresenti e contraddittorie, sono sviluppate in parallelo anziché attorno ad un fulcro principale. Si ha, inoltre, la percezione di differenti quartieri di Dublino attraversati dal protagonista e dal suo alter ego ed anch’io, a volte, ho avvertito la sensazione d’essere in una città diversa a causa delle deviazioni fisiche o divagazioni dal tema principale. Non accade niente di clamoroso e proprio in questa normalità Joyce ha rappresentato un Ulisse epico, nevrotico, tradisce e viene tradito in una città che non sente sua. Come se la normalità, anche quella più insignificante e con i suoi riti quotidiani, entrasse nell’epica. Come se Joyce volesse guardare al microscopio l’infinito che c’è nel finito delle cose; è forse la definitiva chiusura di una plurisecolare esperienza espressiva, di cui rappresenta il sigillo ed il superamento al contempo.

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Ulisse 2013-01-07 16:59:07 silvia t
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silvia t Opinione inserita da silvia t    07 Gennaio, 2013
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Ulisse

Quali motivazioni sottendono la lettura de L'Ulisse di Joyce? Nel mio caso il desiderio di dimostrare a me stessa che sarei stata capace di raccogliere, vincendo, questa sfida. Il percorso è stato lungo e difficile, ma alla fine posso affermare di essere più ricca, sotto tutti i punti di vista. L'Ulisse di Joyce è una di quelle opere che cambia la vita di colui che ne viene a contatto; la letteratura contemporanea assume un sapore diverso, tutto sa di già letto; qualunque schema, stile e sperimentazione di scrittura è qui presente e perfetta. Joyce ha assorbito la letteratura prodotta fino ad allora e l'ha processata, maneggiata ed ha generato qualcosa di nuovo ed irripetibile, ha condensato in un unico libro la Scrittura. Durante questa giornata dublinese non accadono avvenimenti eccezionali, non si ha a che fare con protagonisti fuori dal comune, ma è la normalità di una vita mediocre e squallida nella sua quotidianità a divenire potente e unica, i pensieri, quasi tutti rappresentati come un fluire senza fine, di Bloom sono il nostro unico mezzo per comprendere la realtà che c'è intorno per gran parte del libro; ma il narratore cambia di continuo, senza alcun preavviso e questo ci consente di poter vedere la realtà attraverso altri pensieri che rendono via via più comprensibile, come il realizzarsi di un puzzle, il nostro quadro d'insieme; come una vertigine passiamo dai pensieri di un'adolescente bramosa di conoscere il mondo alla fantastica visione della città dall'alto, capitolo, a mio avviso, secondo solo al conclusivo monologo di Molly per bellezza e vivace originalità, in cui incontriamo gran parte dei personaggi e sembra di sentire gli odori, i rumori, i colori di ogni angolo, di ogni strada, senza che nessun oggetto venga descritto. La maestria di Joyce è davvero senza fine e dimostra di riuscire a trasmettere, pur utilizzando molti virtuosismi, l'infinita ignoranza che alberga in ognuno di noi; una marea montante di citazioni: della storia irlandese, di Shakespeare, di lirica, di pittura e chissà quante altre che mi sono sfuggite nonostante la guida alla lettura. Sembra impossibile, ma una volta concluso si ha l'impressione di aver solo iniziato a scavare un tunnel e che la luce sia ancora lontana, ma un'energia sconosciuta riverbera quella voglia di sfida che ha animato l'inizio della lettura in un circolo virtuoso che, forse, non avrà mai fine.

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