Narrativa straniera Romanzi L'amico ritrovato
 

L'amico ritrovato L'amico ritrovato

L'amico ritrovato

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Due ragazzi sedicenni frequentano la stessa scuola esclusiva. L'uno è figlio di un medico ebreo, l'altro è di ricca famiglia aristocratica. Tra loro nasce un'amicizia del cuore, un'intesa perfetta e magica. Un anno dopo, il loro legame è spezzato. Questo accade in Germania, nel 1933... Racconto di straordinaria finezza e suggestione.

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L'amico ritrovato 2019-01-01 19:56:54 Martina248
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Martina248 Opinione inserita da Martina248    01 Gennaio, 2019
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Lode all'amicizia e non solo

Era tempo che non mi capitava eppure mi sono ritrovata a piangere come una disperata leggendo questo libretto carico di verità e di durezza velata, raccontato con una finezza estrema.
Amicizia, Storia e ingiustizia si intersecano. Un ciclone invade senza che se ne possano accorgere un'amicizia pura, sincera, limpida. La storia universale e umana, per non dire disumana, schiaccia la storia personale di due ragazzi così intrinsecamente uguali e così esteriormente diversi.
Un libro che racconta la storia vista non da lontano, come grandi avvenimenti definiti e determinati, ma da vicino, dagli occhi delle persone che hanno visto la loro vita ribaltata da un giorno all'altro, dagli occhi di chi non poteva nemmeno immaginare la crudeltà e la spietatezza del genere umano. Un libro che fa nascere la paura oggi, perchè la storia ricorda come l'uomo sbagli sempre e non impari mai dai suoi errori. Un libro che racconta quanto l'uomo sia cieco, perché il ciclone, che ci sembra tanto lontano, che ha travolto Konradin e Hans potrebbe colpire noi, oggi, sotto altre mille forme.
E se, per il suo tono tenue in contrasto con l'immensa tragedia del '900, "L'amico ritrovato" non passerà alla storia per il suo sfondo storico sarà sicuramente ricordato come la più vera e sincera storia d'amicia: di un'amicizia alta e degna, orgogliosa e sincera ma soprattutto che sa darsi in tutto e per tutto perché la vera amicizia è pronta a dare ogni cosa:
"Sono convinto che non si trattasse di un'esagerazione e che non solo sarei stato pronto a morire per un amico, ma l'avrei fatto quasi con gioia".

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L'amico ritrovato 2018-08-26 06:43:06 viducoli
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viducoli Opinione inserita da viducoli    26 Agosto, 2018
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Un’opera minore che non ci aiuta a capire

'L’amico ritrovato' è senza dubbio l’opera più celebre di Fred Uhlman, autore tedesco naturalizzato britannico, sorta di scrittore dilettante (la sua professione principale essendo quella di avvocato) attivo nella seconda metà del secolo scorso.
Nato nel 1901 a Stoccarda in una agiata famiglia della borghesia ebraica, Uhlman lasciò la Germania pochi mesi dopo l’avvento al potere del nazismo, approdando dopo varie peripezie a Londra nel 1938, dove tra l’altro fondò una associazione culturale tedesca di cui fecero parte tra gli altri anche Oskar Kokoschka e Stefan Zweig, associazione da cui si discostò quando assunse connotati comunisti. Fu anche un apprezzato pittore e grande collezionista di arte africana. L’amico ritrovato uscì nel 1971, divenendo negli anni un piccolo classico della narrativa inerente il nazismo: è un breve romanzo, o meglio una lunga novella, primo capitolo della 'Trilogia del ritorno', comprendente anche 'Un’anima non vile' e 'Niente resurrezioni, per favor'e.
Va subito detto che il mio giudizio critico sull’opera è forse monco, perché essa andrebbe probabilmente letta e valutata insieme al secondo capitolo della trilogia, che narra le stesse vicende viste con gli occhi del secondo protagonista, Konradin von Hohenfels.
La novella narra dell’amicizia tra due ragazzi sedicenni nella Stoccarda del 1932: Hans Schwarz, figlio di un medico ebreo, e appunto Konradin von Hohenfels, giovane rampollo di una delle più nobili ed antiche famiglie tedesche. Hans, dietro il quale è facile scoprire l’autore, narra in prima persona della sua amicizia giovanile con Konradin, quando negli anni ‘60 ormai da decenni vive a New York essendo diventato un affermato avvocato.
Nel febbraio del 1932 Konradin entra nella classe del liceo frequentato da Hans. Entrambi i ragazzi sono timidi e non legano con gli altri compagni di classe, troppo rozzi o troppo affettati per suscitare il loro interesse. Hans è affascinato da ciò che Konradin rappresenta, dalla storia quasi millenaria della sua famiglia, e cerca di attirare in vari modi la sua attenzione: finalmente un giorno fanno insieme la strada verso casa e diventano amici, scoprendo di condividere la passione per il collezionismo di monete e reperti antichi. Per alcuni mesi i due ragazzi si limitano a vedersi a scuola, poi un giorno Hans invita Konradin a casa sua: mentre la madre di Hans accoglie l’amico del figlio con una spontanea tenerezza materna, il padre, veterano e decorato della prima guerra mondiale, si rende ridicolo trattando Konradin con un inopportuno cameratismo militaresco da cui traspare un evidente senso di inferiorità sociale e gerarchica nei confronti del rampollo della famiglia illustre.
Intanto sulla Germania si fanno sempre più cupe le nubi politiche, anche se a Stoccarda, vivace capitale del ricco e culturalmente avanzato Württemberg, la vita scorre apparentemente tranquilla e delle prevaricazioni naziste giungono solo echi attutiti. Anche nella famiglia di Hans sono convinti che il nazionalsocialismo rappresenti una malattia passeggera, e che il popolo di Schelling, Hölderlin, Hegel e Beethoven non possa cadere preda della barbarie nazista: Hans si sente ”prima svevo, poi tedesco e infine ebreo”, la sua famiglia è di fatto agnostica e come detto il padre ha combattuto valorosamente per la sua patria, senza mai sentire la sua origine ebraica come elemento di differenziazione sociale, tanto da disprezzare il movimento sionista.
Hans però nota che Konradin per lungo tempo non ricambia l’invito ad andare a casa sua, salutando sempre l’amico sulla soglia dell’arcigno palazzo Hohenfels; quando infine viene invitato dall’amico a entrarvi i genitori di Konradin sono assenti, e così pure le volte successive.
In quello che si può considerare il capitolo centrale della novella, Hans si reca a teatro con i suoi genitori, dove scorge Konradin con la famiglia, oggetto dell’attenzione generale: nel foyer Konradin, che sfila accanto ai genitori per salutare regalmente gli astanti, ignora Hans. Nella drammatica spiegazione tra i due che segue, Konradin confessa che sua madre, di origini polacche, odia gli ebrei, e che anche suo padre non vede di buon occhio la sua amicizia con Hans.
Gli eventi intanto precipitano: nel liceo arriva un professore antisemita, ed anche molti compagni iniziano a tormentare Hans in quanto ebreo. I genitori di Hans, ormai consci della gravità della situazione, ritirano il figlio dal liceo e nel gennaio del 1933 Hans parte per New York, dove potrà studiare e vivere presso alcuni parenti. Prima di partire riceve una lettera nella quale Konradin gli dice di aver aderito al nazismo come argine al comunismo, minimizzando ciò che sta accadendo agli ebrei.
Molti anni dopo Hans, ormai affermato professionista che ha fatto di tutto per dimenticare il suo passato, riceve a New York una richiesta di donazione da parte del suo vecchio liceo per l’erezione di un monumento funebre agli allievi morti in guerra, accompagnata dalla lista dei caduti. Dopo avere represso il primo istinto di gettare subito tutto nel cestino, Hans inizia a scorrere la lista, scoprendo che moltissimi suoi compagni di classe, compresi i nazisti della prima ora, sono morti: non ha però il coraggio di leggere cosa ne sia stato di Konradin, il cui tradimento gli fa ancora molto male al cuore. Finalmente l’occhio si posa sulla lettera H… e qui lascio al lettore di scoprire come termina la novella.
Nella sua brevissima introduzione all’edizione londinese del 1977, quella che decretò il successo internazionale de L’amico ritrovato, Arthur Koestler – scrittore e giornalista ungherese naturalizzato britannico dalla parabola umana e politica simile, benché molto più drammatica, a quella di Uhlman – definisce la novella dell’amico un capolavoro minore, specificando che l’aggettivo ”si riferisce alle dimensioni ridotte dell’opera”. Personalmente credo che l’aggettivo minore debba essere invece esteso al giudizio complessivo che si può dare della novella di Uhlman, sia per quanto concerne il suo contenuto sia per ciò che riguarda gli aspetti formali.
Ho ritrovato infatti in questa novella tutti i difetti che avevo riscontrato negli scritti di un altro scrittore tedesco di origini ebraiche costretto a fare drammaticamente i conti con il nazismo: Stefan Zweig - che peraltro come accennato Uhlman frequentò nei suoi primi anni londinesi - difetti aggravati da almeno due elementi: dal fatto che L’amico ritrovato sia stato scritto nel secondo dopoguerra, quando la riflessione sul nazismo, anche in ambito strettamente letterario, aveva già fornito prove di ben altro spessore, e dallo stile di scrittura di Uhlman, ancora più dimesso e piano (per non dire convenzionale) di quello del già moderato Zweig.
Al fondo della novella di Uhlman c’è infatti a mio avviso, analogamente a quanto accade in molte delle opere di Zweig, un’operazione di nostalgia per il mondo di ieri che si può comprendere solo tenendo presente il milieu sociale cui Uhlman/Hans apparteneva; vi ho scorto inoltre una sottile opera di rimozione delle cause del nazismo, che finisce per limitare fortemente la valenza complessiva dell’opera. Molte pagine sono spese per descrivere la dolcezza del territorio svevo, la vivacità culturale della Stoccarda dei primi anni ‘30, la dolce vita che vi si conduceva, fatta di teatri, musei e trattorie sulle colline di cui Uhlman ci descrive con puntiglio le specialità gastronomiche. Se da un punto di vista umano, considerato sia l’esilio cui l’autore fu costretto sia il fatto che quella Stoccarda fu di fatto rasa al suolo dalla guerra, la nostalgia che gronda dai primi capitoli del libro è comprensibile, non altrettanto si può dire riguardo alla sua oggettività. È infatti una nostalgia che tende a farci apparire Stoccarda e la Svevia come una sorta di isola felice in una Germania nella realtà attraversata da un drammatico scontro sociale e politico, iniziato con la sconfitta nella prima guerra mondiale, con le tremende condizioni di pace imposte dai vincitori e proseguito con la grande inflazione e quindi con i tragici effetti della crisi del ‘29, la disoccupazione di massa e le politiche di austerità del cancelliere Brüning. Di tutto questo non c’è traccia nel mondo ovattato di Hans, se non l’apparizione improvvisa di muri deturpati tanto dalle svastiche quanto dalla falce e martello, sorta di esposizione di una teoria degli opposti estremismi che non ci fa fare alcun passo in avanti nella comprensione di ciò che stava accadendo e che costituisce, come vedremo, a mio avviso una delle tesi di fondo dell’opera. Il nazismo è una malattia, che per di più viene da fuori, dalla Prussia, come emblematicamente rappresentato dal prussiano Herr Pompetzki, il nuovo professore di storia antisemita: da sottolineare che qui tra l’altro Uhlman compie (anche se non so dire quanto consapevolmente) una vera e propria operazione di rimozione, visto che la culla del nazismo non sono stati i freddi e lontani lidi baltici, ma la Baviera, assai più vicina geograficamente e culturalmente prossima al Württemberg.
Konradin von Hohenfels rappresenta, per Uhlman, il distillato di una storia millenaria fatta di gloria e di coraggio, che ci viene descritta analiticamente in uno dei primi capitoli, e che si affianca alla grande tradizione culturale tedesca, anch’essa oggetto di culto da parte del giovane Hans (per la verità accanto alla grande cultura europea). Anche rispetto agli Hohenfels e al loro retaggio storico il nazismo, di cui la novella coglie gli aspetti aberranti esclusivamente in relazione all’antisemitismo, è un fattore esterno: la prima nazista della famiglia è infatti emblematicamente la madre di Konradin, polacca, mentre il padre è più indifferente alla questione, e tradizionalmente solo preoccupato di mantenere alto il buon nome familiare. Quando poi Konradin scrive la lettera con la quale comunica ad Hans di essere diventato nazista si giustifica con la necessità di fermare il comunismo, e significativamente, a mio modo di vedere, Hans non commenta in alcun modo questa scelta, conferendole una sorta di legittimazione che ritroveremo nel finale. Traspare infatti, nei pochi passi esplicitamente politici della novella, una sostanziale equiparazione tra nazismo e comunismo, ad esempio quando Hans ricorda che la madre ”aveva troppo da fare per preoccuparsi dei nazisti, dei comunisti o di altra gente di quella risma”, locuzione che di fatto equipara i due opposti schieramenti.
In sostanza, ci dice Uhlman, esisteva una Germania colta e tollerante, della quale gli ebrei erano da secoli parte integrante, e di cui la Svevia era la punta di diamante. All’improvviso, non si sa bene perché, questa Germania felix fu infettata dai virus del nazismo e del comunismo, entrambi distruttivi seppure contrapposti, ed in qualche modo la società, anche nella sua parte più nobile, si trovò costretta a scegliere tra due mali assoluti, spesso senza rendersi conto del vero volto del nazismo, scoperto quando ormai sarà troppo tardi, come dimostra la vicenda di Konradin. Sappiamo invece come le cose siano andate in modo sostanzialmente diverso, e come le classi dominanti tedesche non si siano trovate a scegliere, ma abbiano attivamente sostenuto il nazismo come strumento per il superamento a destra della crisi e di annientamento del movimento operaio ai fini della conservazione dello status-quo economico, analogamente a quanto avvenuto in Italia una decina di anni prima.
Non sorprende quindi a conti fatti l’unanime entusiasmo con cui 'L’amico ritrovato' è stato accolto in occidente, entusiasmo del quale la quarta di copertina dell’edizione Feltrinelli da me letta dà conto citando fonti come il New Yorker, il Financial Times o Le Monde, ovvero il clou della stampa internazionale ufficiale, liberal o conservatrice: 'L’amico ritrovato' è infatti l’opera perfetta per acquietare le nostre coscienze borghesi, che ci permette di esecrare il nazismo senza fare davvero i conti con le vere cause della sua ascesa, cui non furono affatto estranee le classi dirigenti che più tardi, ma solo molto più tardi, gli si scagliarono contro per distruggerlo; anzi, va sottilmente più in là, ammiccando quasi ad una sua giustificazione di fondo, almeno iniziale, in funzione anticomunista, esattamente quella che sposarono quelle stesse classi dirigenti.
Resta da dire che anche dal punto di vista formale 'L’amico ritrovato' è un’opera minore: lo stile di scrittura di Uhlman è infatti come detto piatto e convenzionale e, a mio avviso, non riesce a trasmetterci appieno né l’atmosfera della Stoccarda anteguerra né le vere emozioni dei protagonisti, perdendosi a volte in descrizioni verbose (gli antenati di Konradin, le specialità culinarie di Stoccarda, gli oggetti delle collezioni dei due ragazzi): se da un lato la scrittura di Uhlman facilita la lettura (non per nulla Le Monde lo consiglia dai dodici anni in su) dall’altro è l’espressione formale della sensazione di superficialità che mi ha lasciato questa novella, tipica rappresentante di una buona parte della letteratura mainstream del secondo dopoguerra.

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L'amico ritrovato 2018-07-08 23:50:16 La Lettrice Raffinata
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La Lettrice Raffinata Opinione inserita da La Lettrice Raffinata    09 Luglio, 2018
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Ricordo dolceamaro

Ho più volte sentito definire questa novella come una lettura imprescindibile per il genere dei romanzi storici basati sul periodo della Seconda Guerra Mondiale, e più nel dettaglio dell’Olocausto. Terminata la lettura, posso finalmente dirmi pienamente d’accordo - ora con cognizione di causa.
Pur non brillando particolarmente per lessico o stile, questo volume è senza dubbio una delle maggiori e più forti testimonianze della Storia, e al contempo il racconto di un’amicizia tanto salda da sfidare le convenzioni sociali e lo stesso destino.
A qualcuno sembrerà stonato l’accenno alla testimonianza in un romanzo, ma è sufficiente leggere l’interessante introduzione a cura di Arthur Koestler per intuire più di qualche accenno autobiografico nell’opera di Uhlman.
La novella si concentra principalmente sulla Svevia dei primi anni ’30; in particolare, la storia inizia in un liceo dove Hans, figlio di uno stimato medico ebreo, incontrerà Konradin, erede di una nobile e ricca famiglia ariana.
I due ragazzi sono entrambi solitari e riservati, ma sentiranno subito una forte connessione che li porterà in poco tempo a diventare amici inseparabili, a discapito di ogni pronostico fatto dai loro compagni e, soprattutto, della volontà della famiglia di Konradin che disprezza gli ebrei e dimostra apertamente il proprio supporto al neonato governo nazionalsocialista guidato da Adolf Hitler.
Grazie all’amicizia di Hans, Konradin inizierà a porsi delle domande sulla sua fede, sia religiosa che politica; e se pure all’apparenza si manterrà fermo nei suoi principi originari, al lettore viene concesso di scoprire fino a che punto le parole dell’amico lo abbiano segnato.
Dal canto suo, anche Hans otterrà un importante insegnamento -essere fieri della propria famiglia e non temere il giudizio degli estranei-, ma forse sarà in grado di comprenderlo appieno solo anni più tardi.
Il romanzo ripercorre poi la partenza di Hans per quello che era allora un lido sicuro per gli ebrei europei, gli Stati Uniti, per poi concludersi con il ricongiungimento all’amico, promesso nel titolo.
Data la brevità del libro e il suo focus diretto al rapporto tra Hans e Konradin, ai personaggi secondari viene dato ben poco spazio. Nonostante ciò, il dottor Schwarz riesce a conquistare l’attenzione e l’affetto del lettore, distinguendosi per la fiera appartenenza allo Stato tedesco; e se inizialmente pare essere miope di fronte alle violenze contro gli altri ebrei, poi dimostra la sua lungimiranza. E uno straordinario coraggio.
Tra i due protagonisti invece, ho scoperto a poco a poco di preferire Konradin: sebbene la storia segua sempre il suo POV, Hans si rivela un mero narratore, mentre Konradin gioca un ruolo ben più attivo e affronta una difficile evoluzione, sempre in modo discreto ed onesto.
Per dei protagonisti tanto positivi ed apprezzabili dal lettore, Uhlman introduce una schiera di antagonisti di prim’ordine, a cominciare dagli immancabili bulli a scuola. Ben più pericoloso il ruolo giocato dalla madre di Konradin e dal loro insegnante di storia, deciso ad inculcare nelle giovani menti dei suoi allievi gli ideali di superiorità della razza ariana.
Il volume in sé non è un vero romanzo: per la sua brevità lo si può giustamente considerare una novella, ma più nel dettaglio è una serie di ricordi che il narratore ormai adulto ripercorre con la memoria. Questo si evidenzia maggiormente per la presenza di dettagli chiari solo in alcuni episodi e per la quasi totale assenza di dialoghi.
Come già accennato, l’autore propone uno stile abbastanza semplice; è però importante notare l’attenta scelta dei colori da usare nelle descrizioni. Con questo espediente, l’Uhlman pittore riesce a palesare la propria natura d’artista.
L’elemento che più mi ha affascinato nella novella è sicuramente il ritratto vivido e reale della vita a Stoccarda negli anni ’30, ma soprattutto la speciale percezione di quel momento storico e sociale filtrata attraverso gli occhi a volte ingenui, a volte fin troppo consapevoli, di un adolescente.

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L'amico ritrovato 2017-01-28 12:39:23 Antonella76
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Antonella76 Opinione inserita da Antonella76    28 Gennaio, 2017
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Piccolo e immenso



Sono tante le parole che possono essere usate per parlare della pagina più buia e triste della storia dell'umanità, eppure io ne ho davvero pochissime...
Lascio volentieri la parola ai libri.
Libri come questo, piccolissimi nell'aspetto, immensi nel contenuto.
Ogni volta penso di essere pronta, di essere ormai "corazzata"...ed ogni volta mi scopro fragilissima, impreparata ed impaurita.
Questo libro, come anche "Una bambina e basta" di Lia Levi, letto pochi giorni fa, non tocca con mano l'orrore dell'olocausto, ma lo sfiora...ce ne dà una visione "periferica", non entriamo dentro i campi di sterminio, non assistiamo direttamente alla ferocia della malvagità umana nella sua più riuscita realizzazione, ma non per questo ci scombussola di meno.
L'orrore è solo più sottinteso.
Il dolore è solo apparentemente "attutito" da un racconto genuinamente adolescenziale.
Eppure in queste poche, intense pagine, basta una parola, l'ultima del libro, a capovolgere tutto, a ridare un filo di luce e di speranza nel nero di un orrore inimmaginabile.
La gioia di scoprire di non essere stati completamente traditi da chi si è amato molto si scontra con l'amara consepevolezza che tale "sentimento ritrovato" sia comunque troppo troppo...tardivo.

"Bisogna fare attenzione prima di concedere la propria fiducia a un tedesco.
Come si fa ad essere certi che l'uomo con cui si sta parlando non abbia immerso le mani nel sangue dei vostri amici o dei vostri parenti?"

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L'amico ritrovato 2015-08-27 08:48:44 Giulia Lisa
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Giulia Lisa Opinione inserita da Giulia Lisa    27 Agosto, 2015
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Il gioiello di Fred Uhlman

Scrivere un romanzo sugli anni dell’olocausto potrà essere un’impresa notevole, ma condensare ciò che di più puro e commovente si possa immaginare in una smilza novella ambientata negli anni più atroci della storia umana, ha dell’impossibile.
Ebbene, Fred Uhlman ci riuscì.
Tutto ebbe inizio nella Germania degli anni trenta, a Stoccarda. Hans è un adolescente ebreo della media borghesia tedesca, piuttosto annoiato dalla solita vita e dalla solita gente. In classe non c’è nessuno che corrisponda alla sua idea romantica di amicizia, nessuno per cui dare volentieri la vita. C’era “il Caviale", un gruppetto di ragazzi dotti e simpatici fieri della propria superiorità intellettuale, gli aristocratici orgogliosi dei loro nomi e una serie interminabile di visi poco interessanti e dalle aspirazioni troppo pratiche.
Poi un giorno, senza preavviso, arrivò. Il sorriso appena accennato, lo sguardo vagamente altezzoso, i capelli dorati e quella naturale eleganza che ammutolì la classe intera. C’era qualcosa di diverso in lui, “non ricordo esattamente quando decisi che Konradin avrebbe dovuto diventare mio amico, ma non ebbi dubbi sul fatto che, prima o poi, lo sarebbe diventato.”
Ma come conquistare l’amicizia del ragazzo che, con estrema grazia, aveva già rifiutato quella del Caviale o degli aristocratici? Come far comprendere al discendente di una delle stirpi più nobili e antiche dell’intera Germania, di essere diverso da tutti gli altri e di meritare attenzione? Probabilmente si trattava di destino e infatti, neppure tre giorni dopo, sarà lo stesso Konradin ad avvicinarsi a lui e da quel momento iniziò tutto.
Sarà una di quelle rare amicizie che ogni uomo spera di ricevere dai suoi giorni, un idillio lungo una vita, ma Hans è un ragazzo ebreo e Konradin un nobile tedesco, nell’epoca in cui il mondò impazzì. Nonostante i tentativi di Konradin di nascondere più a lungo possibile la realtà, Hans scoprirà le tendenze antisemite della famiglia dell’amico. Konradin lo pregherà di non accusarlo per le colpe dei suoi genitori, per circostanze del tutto indipendenti dalla sua volontà e Hans non lo farà, ma entrambi i ragazzi lo sanno bene, sanno che la loro vita e la loro amicizia non sarà più la stessa.
Hans partirà per l’America, prima che sia troppo tardi, ma l’idea che Konradin possa aver preso parte a quegli orrori, lo tormenterà per il resto della sua vita.
La fine del romanzo, che lo consacra a vero e proprio capolavoro, svelerà ad Hans la sorte del suo amico, concedendogli, in un certo senso, di ritrovarlo.

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L'amico ritrovato 2015-06-22 21:50:24 Vita93
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Vita93 Opinione inserita da Vita93    22 Giugno, 2015
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Classico senza tempo

“ L’ amico ritrovato “ di Fred Uhlman è uno dei romanzi che spesso vengono fatti leggere agli studenti negli anni delle superiori, sicuramente uno dei pochi libri che tutti i ragazzi o quasi apprezzano.
Ciò sarà dovuto senza’ altro alla ridotta lunghezza dell’ opera, da considerare più una novella che un vero e proprio romanzo, ma gran parte del merito è da ricercare nella straordinaria varietà, complessità e universalità dei temi che l’ autore affronta in sole 92 pagine.

Hans Schwarz è un sedicenne di origine ebraica, vive a Stoccarda con il padre e la madre e passa le sue giornate immerso nella lettura o alla ricerca di antiche monete greche, è un ragazzo timido e sensibile ma orgoglioso.
Un giorno nella stessa classe di Hans arriva Konradin, coetaneo proveniente da un’ antica e aristocratica famiglia tedesca, che colpisce i compagni per la propria eleganza ed il portamento fiero e distaccato.
In realtà Hans scopre presto che anche Konradin è un ragazzo timido come lui, e tra i due nasce una profonda e sincera amicizia che in poco tempo lega i due adolescenti in maniera indissolubile, fino a che non si diffonde in tutta la Germania, Stoccarda compresa, l’ ideologia nazista portata avanti da Hitler, che trova accaniti seguaci proprio tra i membri della famiglia di Konradin.

Hans è narratore interno e onnisciente dell’ intera vicenda, dal momento che racconta avvenimenti passati sapendo già come si svolgeranno gli eventi.
Il tono è semplice ma allo stesso tempo colpisce per ricercatezza e accuratezza, e sono presenti sporadici riferimenti in lingua tedesca e latina.
Uhlman è maestro nella descrizione di Stoccarda, i cui viali, fiumi e odori si imprimono poeticamente nella mente del lettore grazie a rapidi e incisivi scorci paesaggistici che fanno da sfondo al racconto.
Il tema principale del romanzo, lo si intuisce già dal titolo, è l’ amicizia.
Hans è un portatore sano e contagioso di questo valore, ha una visione romantica dell’ amicizia, quando conosce Konradin sembra risvegliarsi da un torpore causato da anni di solitudine e timidezza.
E’ un’ amicizia che si muove a piccoli passi, che passa dai primi inevitabili momenti di imbarazzo e scoperta reciproca per poi esplodere in interminabili pomeriggi passati insieme a divertirsi e a riflettere.
Il lettore si immedesima subito nei protagonisti dal momento che molte delle nostre amicizie nate durante gli anni adolescenziali presentano le stesse caratteristiche.
“ L’ amico ritrovato “ ci ricorda quanto sia puro il sentimento dell’ amicizia, il sentimento più forte e totalizzante che un essere umano può provare insieme all’ amore.
E poi c’ è la Storia, quella studiata sui libri e di cui sappiamo purtroppo molto e che non dimenticheremo mai, che mette i bastoni fra le ruote ad Hans e a Konradin e a milioni di altre persone.
E ancora una volta, quando leggo storie che trattano gli anni della Seconda Guerra Mondiale, non è tanto la rabbia il sentimento che sento predominare, quanto lo stupore.
Mi stupisco sempre al solo pensiero di come certe idee di sterminio abbiano avuto tale seguito nella Germania degli anni ’30-’40, è un qualcosa di inspiegabile.
Come Hans, che quando a casa di Konradin vede un ritratto somigliante al volto di Hitler, tiene la cosa per sé e ingenuamente si vergogna per aver pensato anche solo per un istante che l’ amico potesse avere qualcosa a che fare con quel dittatore. Salvo poi ricredersi a tempo debito.

“Entrò nella mia vita nel febbraio del 1932 per non uscirne più “.

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L'amico ritrovato 2015-03-03 19:11:26 MAZZARELLA
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MAZZARELLA Opinione inserita da MAZZARELLA    03 Marzo, 2015
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L'amicizia

Ci sono dei legami che né il tempo né la distanza né la rabbia né il rancore possono scalfire. Uno di questi legami si chiama: Amicizia.
Nell’età dell’adolescenza la famiglia la si vede come un qualcosa distante anni luce da sé e l’amore è ancora qualcosa di irraggiungibile. All’età di 15 anni c’è solo una persona a cui si riesce a donare il proprio cuore e la propria anima: il migliore amico.
Non solo si è pronti a dare tutta la propria vita all’altra persona ma si desidera ardentemente che l’altra persona faccia altrettanto. La vita è fatta di sogni fragili soprattutto per gli adolescenti, ed il fatto di poterli condividere con un'altra persona, fortifica il proprio “io” e gli fornisce un senso di completezza.
Ecco su cosa si basa la storia di Hans e Konardin i due protagonisti di questo bellissimo libro: sulla nascita della loro amicizia sotto lo sfondo della seconda guerra mondiale. Con l’avvento del nazismo, l’odio cresceva e si diffondeva tra la gente, eppure delle anime immacolate e pure superavano anzi, ignoravano gli eventi che sovrastavano il cielo europeo. La loro amicizia aveva reso possibile che il cuore andasse oltre i pregiudizi, oltre l’odio, oltre il colore della pelle, ma soprattutto, oltre la razza.
Hans ebreo e Konardin di razza ariana non potevano essere più che diversi, eppure allo stesso tempo, più che uguali ed affiatati. All’inizio ognuno dei due aveva paura di non essere all’altezza delle aspettative dell’altro, quando in realtà, entrambi rappresentavano l’uno per l’altro la primavera per il presente, e la speranza per il futuro.
Una storia che oserei dire commovente e semplice allo stesso tempo, con un finale che fa restare letteralmente “a bocca aperta” e fa capire che l’amicizia, per quante discussioni e diversità di opinioni possa incontrare, se è vera, vive in eterno. L’amicizia di Hans e Konardin fa capire che anche nel buio infernale del nazismo, una luce di speranza mossa dalla caparbietà di cuori puri e dalla forza di volontà, porta alla vittoria del bene ed alla sconfitta del male. Soprattutto ci ricorda che, un amico non lo si perde mai: si è destinati sempre e comunque a ritrovarlo, anche se solo nel nostro cuore.

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L'amico ritrovato 2014-12-09 18:36:29 Valerio91
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Valerio91 Opinione inserita da Valerio91    09 Dicembre, 2014
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La densità d'un seme

Come racchiudere in poche pagine, in limitate parole, un’enorme profondità di significato? Credo che, se fosse ancora vivo, me lo farei volentieri spiegare da Fred Uhlman. Piccolo capolavoro di contenuti, “L’amico ritrovato” prende come pretesto il nazismo e l’antisemitismo per trattare svariati temi di grande profondità. Amicizia, pregiudizi e diseguaglianze razziali sullo sfondo di una Germania prenazista in tutti i suoi nascenti orrori. Sarà proprio questa Germania a ospitare l’amicizia tra Hans Schwarz, ebreo figlio di un medico, e Konradin Von Hohenfels, figlio di un conte tedesco, appartenente a una famiglia importantissima e dalle nobili origini.

Un piccolo seme può dar vita a un’enorme pianta. Un seme fu piantato da Hitler in innumerevoli cuori nella terribile prima metà del ventesimo secolo, trovando tanti terreni fertili per la crescita di una pianta malefica che ha oscurato il mondo per anni, con la sua ombra mortifera.
Un piccolo seme è quello che ha dato inizio all’amicizia tra Hans e Konradin, ragazzi così diversi sotto tanti aspetti all’occhio del cieco razzista, eppure così compatibili e legati da un affetto incommensurabile, che oltrepassa le barriere delle origini e che non conosce pregiudizi. Un amicizia indistruttibile fino a quando le infezioni morali dell’età adulta non si affacciano alla mente fanciullesca. Perché avrebbero dovuto considerarsi diversi? Cosa rendeva Hans inferiore a Konradin? I due giovani amici non ne erano a conoscenza, finché gli adulti, con la loro stupida e immotivata “saggezza” ed esperienza, non gli hanno reso nota una menzogna spacciata per solenne verità, creando divisione e dolore anche dove non ve n’è. Come se nel mondo non avessimo già abbastanza sofferenza, per cui v’era l’impellente bisogno di distruggere anche ciò che rende il mondo un posto migliore, come quell’amicizia spensierata tra quei giovani innocenti, in nome di ideali e pregiudizi senza capo né coda.
Semi maligni e semi benigni. Nonostante a prevalere siano i primi, nei cuori alberga ancora un fondo di speranza e di bontà, un terreno divino. Se il seme benigno riesce a trovare posto nella giusta parte del cuore, seppur piantato in compagnia della sua antitesi, riuscirà a prevalere. Sempre. Quel seme è lo stesso piantato da Hans nel cuore di Konradin, il seme piantato da un “piccolo” ebreo che riuscì a scalzare il seme piantato dal """"grande"""" Hitler. Sarà quel seme a farci piangere sui nostri orrori.

“Valgo quanto tutti i Von Hohenfels nel mondo. Nessuno ha il diritto di umiliarmi, te l’assicuro, re, principe o conte che sia.”

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L'amico ritrovato 2014-07-30 21:21:09 Mancini
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Mancini Opinione inserita da Mancini    30 Luglio, 2014
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Un'amicizia lunga una vita

Come un quadro dipinto con poche pennellate decise e dai colori saturi, così questo racconto riesce, in poche pagine, a raggiungere la sua completezza in una storia che ci regala sensazioni che ho trovato appaganti e profonde.
E del resto l'autore, Fred Uhlman, per un periodo della sua vita si è dovuto guadagnare da vivere proprio vendendo i suoi quadri, pur non essendo un pittore di professione, ma per necessità.
E di professione, a ben vedere, non è stato nemmeno uno scrittore perché nasceva avvocato.

Ma le vicende di una vita travagliata e una condizione disagiata quale l'appartenenza ad una famiglia ebrea in terra tedesca ai tempi del nazismo sono riuscite ad imprimere a questo "avvocato" una forza tale da fargli esprimere l'essenza di una vita di sofferenze in un piccolo capolavoro che pare debba rimanere per sempre nel panorama della letteratura mondiale.

Protagonista il sedicenne Hans, appartenente ad una famiglia tedesca di origine ebrea sempre vissuta in Germania e che sente vivamente, soprattutto nella figura di suo padre, il senso di appartenenza a quella terra, alla parte nobile di quella terra, patria di "Goethe e di Schiller, di Kant e di Beethoven".
Un'amicizia che d'improvviso esplode con il coetaneo Konradin, figlio di nobili, anch'essi legati visceralmente alla loro nazione, ma a quell'altra faccia, quella "nazionalista", quella marcia che stava prepotentemente costruendo se stessa per mano di un singolo che attirava folle e plagiava menti.
Se da una parte Hans si dimostra un libro aperto agli occhi del nuovo amico aprendogli la porte di casa e presentandolo alla propria famiglia orgoglioso di quell'amicizia, Konradin si mostra sempre un po' più riservato e distante tenendo lontana la sua famiglia da Hans.
Questi inizialmente non ne comprende il motivo che invece diventa manifesto durante un evento pubblico, in un teatro, dove Hans tragicamente intuisce quella enorme distanza tra la famiglia di Konradin e la propria, specchio del contrasto storico tra nazisti ed ebrei.
E il conseguente cambiamento di atteggiamento, il distacco del fidato amico Konradin fanno da chiusura temporanea del rapporto tra i due che in realtà non si rivedranno mai più, perché figli di ideologie troppo distanti.
Ma è alla fine, nelle ultime righe del racconto che Hans, ormai adulto e stabilitosi in un altro continente, leggendo uno stralcio di una comunicazione del vecchio Liceo frequentato da ragazzo, trova il senso di quell'amicizia che trent'anni prima sembrava essere terminata per una divergenza di idee.
È qui che quell'amico da "perduto" diventa "ritrovato"!
L'amico ritrovato si legge in poco meno di un paio d'ore e rimane nel cuore, immagino, per sempre.

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L'amico ritrovato 2013-07-21 21:40:53 Marco Caggese
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Marco Caggese Opinione inserita da Marco Caggese    21 Luglio, 2013
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Emozionarsi

Una perla. Questa è la sensazione che sento nei confronti di questa novella. Uhlman, con un minimalismo ed una discrezione inizialmente quasi spiazzanti, ha finito con il porre tutte le mille domanda che continuo a farmi da quando ho la ragione riguardo alla follia nazista. A questo autore bastano poche parole, poche descrizioni essenziali per colpire allo stomaco come un maglio. Quello che mi sconvolge è la dignità con la quale sono stati affrontati drammi infiniti.
Poche parole, interminabili emozioni.

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