Narrativa straniera Romanzi Le fedeltà invisibili
 

Le fedeltà invisibili Le fedeltà invisibili

Le fedeltà invisibili

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Cosa succede se le fragilità dei genitori ricadono sulla vita dei figli? Come può un bambino non restare fedele all'amore per la madre e il padre, malgrado ogni errore, malgrado ogni mancanza? E quando una situazione famigliare complicata rischia di esplodere e diventare un dramma? Théo ha dodici anni e i suoi genitori sono separati. Nella madre brucia un rancore cieco per l'ex marito e non fa che denigrarlo di fronte al figlio. Il padre è un uomo distrutto; lasciato dalla nuova compagna ha perso il lavoro, si è lasciato andare e vive in uno stato di abbandono. Mathis è l'unico amico di Théo. Insieme iniziano a bere di nascosto superalcolici durante le ore di scuola. Cécile è la madre di Mathis, è preoccupata dell'amicizia di suo figlio con quel bambino pieno di problemi - ma ancora di più è sconvolta dallo scoprire che suo marito di notte, su internet, dà sfogo ai suoi demoni di rancore e di rabbia. Hélène è l'insegnante di scienze di Théo e Mathis, il suo passato è segnato in modo indelebile dalle violenze paterne, che l'hanno portata a non poter avere figli. È lei la prima ad accorgersi dei problemi di Théo e a cercare di avvisare la scuola e la famiglia, ma nessuno la prende sul serio: agli occhi di tutti sembra solo che abbia maturato una malsana ossessione per quei due ragazzini.

Recensione della Redazione QLibri

 
Le fedeltà invisibili 2018-05-12 11:32:31 Valerio91
Voto medio 
 
4.3
Stile 
 
4.0
Contenuto 
 
3.0
Piacevolezza 
 
5.0
Valerio91 Opinione inserita da Valerio91    12 Mag, 2018
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Ma l'autrice non sapeva come concludere?

Ho dato a questo romanzo un ottimo voto, ma vi assicuro che avrebbe potuto essere facilmente più alto, se non fosse per qualcosa che traspare già dal titolo della mia recensione. Ma ne parlerò tra poco.
Cominciamo dallo stile dell'autrice, che mi ha stupito molto: avvincente come un thriller, ti cattura dalla prima all'ultima pagina e scorre che è un piacere. L'ho letto in due tre ore, pensate un po' voi, anche se è comunque un libro breve, neanche 140 pagine.
L'autrice riesce a caratterizzare molto bene i suoi personaggi, donando agli adulti (con una psicologia più sviluppata) una narrazione in prima persona, e ai bambini (più acerbi) una narrazione in terza. Forse i genitori di Théo si comportano in maniera un po' troppo inverosimile, ma è una cosa su cui si può sorvolare, perché la De Vigan riesce a essere profonda e a rendere alla perfezione i rapporti tra i vari attori della storia che, principalmente, sono bambini, genitori e insegnanti. È un quadro reso molto bene, devo ammettere.
Ma allora vi starete chiedendo, perché quei voti al contenuto e allo stile? Devo ammettere che allo stile ero tentato di dare 5 e al contenuto 4, fino a che non ho letto l'ultima pagina; o forse anche prima, quando mi sono reso conto di quanto fosse impossibile, in così poche pagine, chiudere il cerchio aperto dalla scrittrice. Un finale aperto può essere assolutamente efficace quando l'autore è bravo a impregnarlo di significati nascosti, a scatenare riflessioni nel lettore e portarlo a concluderlo nella sua mente. Questa conclusione, purtroppo, è talmente brusca e immotivata che fa perdere punti a un romanzo che avrebbe potuto essere bellissimo. Ci sono tratti psicologici non portati a termine, situazioni interrotte bruscamente e che non vedranno conclusione (a meno di un sequel? Ma mi pare assurdo, per un libro così breve), indagini psicologiche che avrebbero potuto scavare molto più in profondità ma che invece si fermano a metà strada, donando la sensazione che l'autrice non sapesse come andare avanti. Il motivo deve essere questo, a meno che nella sua mente, con questo finale aperto, l'autrice sperasse di scatenare l'immaginazione di cui ho parlato poco fa. Mi dispiace dirlo, ma credo che si sia sopravvalutata, nonostante sia molto brava.

La storia si concentra su quattro personaggi in particolare: il piccolo Théo, che vive una situazione familiare molto brutta, con due genitori separati e in condizioni psicologiche disastrate, completamente concentrati su loro stessi e quasi indifferenti alla loro creatura; il piccolo Mathis, migliore amico di Théo, suo complice in un gioco molto pericoloso che ha a che fare con l'assunzione di alcool; l'insegnante dei due ragazzini, Hélène, con un infanzia dura alle spalle, l'unica a percepire la condizione disastrata in cui riversa Théo; la madre di Mathis, alle prese anche lei coi ricordi di un'infanzia difficile e un presente che lo è altrettanto.
Un quadro non molto allegro, direi, e che non fa altro che peggiorare di pagina in pagina.
È molto interessante come l'autrice tesse i rapporti tra i vari personaggi, questi quattro in particolare. È molto brava a gestirne le azioni in base alla loro personalità particolare, senza mai farli apparire incoerenti né forzati, portando avanti una storia tragica in cui si spera possa esserci un barlume di speranza, ma che non fa altro che sprofondare nell'oblio più profondo. Mi sarebbe piaciuto sapere se questo oblio sarebbe stato definitivo o se, alla fine del tunnel, ci sarebbe stata una luce.
L'autrice ha sprecato un'occasione per scrivere un libro che potesse essere di grande valore; è un libro comunque piacevole da leggere, bello, ma si avverte comunque la sensazione dell'occasione sprecata.
Peccato.

"Le fedeltà invisibili. Sono fili che ci legano ad altri, ai vivi come ai morti, sono promesse che abbiamo sussurrato e di cui non riconosciamo l'eco, lealtà silenziose, sono contratti per lo più stipulati con noi stessi, parole d'ordine accetate senza averle comprese, debiti che custodiamo nei recessi della memoria."

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