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Tre camere a Manhattan Tre camere a Manhattan

Tre camere a Manhattan

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Due sconosciuti si incontrano nella notte newyorkese e tra loro scoppia una fulminea passione. Protagonisti sono un uomo e una donna irrimediabilmente soli, non più giovanissimi, ciascuno con un matrimonio rovinoso alle spalle e con figli che non vedono da molto tempo. Simenon, in questo romantico capolavoro ambientato nella più romantica delle città moderne, si rivela un maestro della psicologia amorosa, un conoscitore sapiente di tutte le sue ambiguità più profonde ma anche dei suoi trionfi più folgoranti.



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Tre camere a Manhattan 2020-12-12 10:03:03 silvia t
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silvia t Opinione inserita da silvia t    12 Dicembre, 2020
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Tre camere a Manhattan

Ho appena finito di leggere tre camere a Manhattan di Simenon

Qualcosa in questo titolo non mi ha convinto.

All’inizio non riuscivo a capire che cosa fosse: ho pensato che esperienze personali di vita passata mi avessero condizionata nel giudizio e che quindi non fosse del tutto oggettivo.

Quel continuo seguire, controllare, indagare, quella gelosia patologica quel bisogno incredibile di possesso da parte del protagonista mi avevano creato un disagio pressoché continuo una difficoltà nella lettura che rasentava quasi il dolore fisico, ma poi una volta finito e lasciato decantare ho capito,  c’era qualcosa che non mi piaceva di questo libro ed era la superficialità dei sentimenti, quel bisogno incredibile di voler vivere qualcosa che in realtà non esisteva

Allora ho lasciato passare qualche altro giorno e ho continuato a riflettere, ho continuato ad analizzare i personaggi, le situazioni, l’intensità della scrittura di Simenon che raramente ha raggiunto questi livelli, ma non nel senso classico del termine, non come forza nella descrizione e nella caratterizzazione dei personaggi, bensì come forza dell’idea; dell’idea di amore, dell’idea di innamoramento romantico, un amore che può tutto, un amore che cancella il passato che scrive il presente che immagina il futuro, un amore che solo con la forza che gli appartiene può decidere una vita, può decidere di dare una svolta, può decidere di cambiare le persone.

Era questo quello che non mi piaceva e non riuscivo a comprendere, perché così lontano da quella realtà da quella forza che mi solito Simenon  mette nei suoi romanzi.

Allora ho capito.

Ho capito che cosa ci voleva dire, ho capito che era proprio questo quello ci voleva trasmettere e l’unico modo per poterlo fare in modo così forte ed efficace era proprio quello di renderlo posticcio.

Un amore nato per caso in un bar, con uno sguardo, con una donna nè bella né brutta, né affascinante né indifferente, una donna normale una donna con i suoi problemi una donna chiaramente vera.

Un uomo, stessa cosa, con i suoi problemi con la sua vissuta o con la sua con vita difficile, un attore, non a caso, e così il romanzo va avanti; va avanti in questa ricerca spasmodica di bisogno da colmare di un amore a cui si vuole fortemente credere a cui si deve credere, per smettere di soffrire e devo dire che alla fine una volta compreso questo, una volta analizzata questa chiave di lettura il romanzo diviene molto interessante: grazie alla caratterizzazione scelta da Simenon, non riusciamo mai a conoscere fino in fondo, non riusciamo mai attraverso un abile gioco di specchi a conoscere la loro reale essenza, sappiamo solo che hanno bisogno l’uno dell’altro sappiamo  che solo l’uno nell’altro potranno sopravvivere e così sarà.

Lascia una tristezza infinita, un pezzo di realtà ben impacchettata, ma che lascia intravedere l’abisso di solitudine in cui si può precipitare.

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Tre camere a Manhattan 2019-08-02 12:21:34 zonauefa
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zonauefa Opinione inserita da zonauefa    02 Agosto, 2019
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new York New York . . .

Un uomo e una donna, dal tormentato passato e dall’incerto futuro si incontrano per caso a New York . . . camminate, bar, notte, e poi tre stanze.
Nessun supereroe, nessuna avvenenza particolare, amore che nasce contrastato da dubbi, iniziali reticenze e gelosie, qualche sospetto, camminando per le strade di New York fermandosi poi in tre diverse stanze
Stavolta non si parla di crimini, ma di amore e solitudine, è Simenon conosce bene i turbamenti presenti nell’animo umano, è c’è sempre una cappa di mistero che avvolge la storia, che non rende mai chiara del tutto durante la narrazione quale sarà il destino di questo amore e dei due protagonisti
Il ritmo rimane comunque sempre un po' lento e contrariamente a molti non lo reputo uno dei migliori Simenon

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Tre camere a Manhattan 2016-04-06 04:45:43 siti
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siti Opinione inserita da siti    06 Aprile, 2016
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"Su, camminiamo..."

Opera del periodo americano, romanzo sull’amore passionale e sull’amore sentimentale. Datato 26 gennaio 1946, scorre parallelo a vicende sentimentali appartenenti alla biografia dell’autore. Restituisce una visione a tutto tondo del complicato legame d’amore, ne sviscera l’aspetto sensuale e di pari passo quello cerebrale in ottica prettamente maschile anche se non mancano incursioni nell’universo emotivo femminile.

L’ambientazione newyorkese , geometria urbana e visione di interni concentrata nelle tre camere del titolo, è funzionale a descrivere esistenze sregolate, imbevute di solitudine, culminanti nell’incontro casuale e del tutto fortuito di Francois /Frank e Catherine/Kay. Lui, attore quarantottenne francese, marito e padre, estromesso dal consorzio umano per un capriccio della moglie che lo abbandona per un ragazzo giovane; lei quasi trentatré anni, ex moglie di un uomo facoltoso, in giro per la città ad abbordare uomini, ad acchiappare in modo insulso il senso della sua esistenza. Si ritrova improvvisamente estromessa non solo dalla vita ma anche da un’abitazione.

Sei mesi non sono bastati a Frank per ricostruirsi un’esistenza, il sentimento dell’abbandono lo ha reso bilioso e incapace di ritrovarsi. Quando il destino gli fa incontrare Kay, attraverso lei matura consapevolezza della sua solitudine e superando in pochissimo tempo le tappe caratterizzati ogni frequentazione amorosa che lentamente scivola in legame di coppia, si concede ad un nuovo legame d’amore. Abbandona resistenze, diventa leggero, ridicolo perfino, esce dalla realtà ed entra in uno spazio che è circoscritto alle tre camere ( quella d’albergo a rappresentare la componente erotica pura, quella dove vive a rappresentare l’intimità e la quotidianità di una coppia, quella dove viveva Kay a significare l’importanza dell’eros maturo, consapevole, indissolubilmente legato all’amore) e alle strade della città.
Il camminare la notte rappresenta però il loro primo spazio vitale utile a dare realtà e consistenza al legame che si sta concretizzando e che permetterà ai due il reintegro sociale.
Romanzo ricco di spunti di riflessione, lineare nello stile, riconosciuto tra i migliori del belga, mi lascia perplessa , insoddisfatta, insterilita a livello emotivo. Semplicemente non tocca le mie corde emotive che mai hanno vibrato in questa lettura.

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Tre camere a Manhattan 2016-02-21 15:59:57 Riccardo76
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Riccardo76 Opinione inserita da Riccardo76    21 Febbraio, 2016
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Un incontro

La solitudine che conduce le vite in un vicolo cieco e le spegne con lentezza, fino a quando una piccolissima e debole luce ridona speranza. L’incontro di due anime doloranti e solitarie, con un recente passato difficile, può essere quella luce che dona una lieve speranza di rinascita. La storia di un amore nato per caso, per caso poi coltivato quasi in maniera distaccata, come a voler semplicemente contrastare quell’angosciante senso di vuoto dato dall’abbandono.
Alcune notti passate in giro per New York, nei pub, in locali a bere e vivere la città romantica in maniera spensierata, quasi catturati da una corda che non lascia scampo, il sesso inizialmente vuoto, meccanico ma solo in apparenza, come uno scalpello che fatica a scalfire il marmo di cui Kay e Francois si sono vestiti per sopportare le loro vite complicate e tristi.
Così un colpo di martello dopo l’altro eliminano ogni frammento di marmo in accesso, materiale che ricopre la bellezza dell’opera d’arte che già vive al suo interno, chiede solo di essere scoperta e riportata alla luce. Lei una donna senza troppe qualità, lui un attore, forse anche bravo, ma troppo chiuso in sé stesso e depresso per poter dimostrare il suo potenziale ancora una volta.
Un romanzo molto bello sull’amore, sul destino delle persone che forse altro non è che la giusta conseguenza di ogni nostra scelta, di ogni nostra azione. Un romanzo sulla rinascita, una storia che ci insegna che nulla è mai completamente perso per sempre e a quasi tutto c’è un rimedio. Molto intensa e piacevole la caratterizzazione dei personaggi, non sono supereroi perfetti e infallibili, non si tratta di una storia d’amore da romanzi harmony. Kay e Francois sono persone normali in un periodo difficile, forse non si piacciono poi molto fisicamente e sicuramente non apprezzano tutte le sfumature dei loro caratteri. Proprio in questo sta la grandezza di questa storia, nel dirci che ad un certo punto della vita ci si accorge, se si è fortunati, che non è possibile resistere a quella forza che esplode dentro di noi, e manda in frantumi tutti i nostri preconcetti, le nostre convinzioni, le nostre idee. Simenon ci tiene su una corda fino alla fine senza descriverci particolati colpi di scena, ci racconta un amore talmente intenso da stravolgere tutto, un amore che da più importanza alla bellezza di osservare insieme dalla finestra un sarto alle prese con il suo lavoro quotidiano, piuttosto che ad una notte passata a fare l’amore. Aspettare una chiamata o una lettera come un bambino aspetta Gesù bambino la notte di Natale, un sentimento puro senza segreti senza più quel guscio di marmo che ci copre pesantemente e non ci lascia vivere.

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Tre camere a Manhattan 2011-12-29 12:14:41 C.U.B.
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C.U.B. Opinione inserita da C.U.B.    29 Dicembre, 2011
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MANHATTAN, un amore in bianco e nero.

Manhattan, 1946.
Lei e' Kay, lui e' Francois.
Lei non e' piu' giovanissima, lei non e' bellissima,lei non ha un lavoro, lei non sa fare nulla, lei e' sola.
Lui e' un attore francese, lui e' famoso nel suo Paese, lui ha 46 anni, lui e' affascinante, lui e' solo.
Manhattan, gennaio 1946.
Aria di New York, violenta e tranquilla sregolatezza.
Sono le 3 di mattina e in uno squallido bar , due individui, un uomo e una donna si trovano casualmente seduti allo stesso bancone.
Si guardano , non si vogliono, si cercano, si parlano, si attraggono, si respingono. Sono soli, entrambi.
Doveva forse essere solo una notte di sregolatezze, di tabacco, di whisky, di sesso occasionale.
Invece abbiamo appena osservato l'alba di una grande passione, di un grande amore, di una grande gelosia, di un grande turbamento, di un grande dolore, di una grande felicita'.
Simenon crea e disfa , ti imbocca di amore e poi ti sfama ad odio, ti assopisce di carezze e ti sveglia a pugni in pieno volto, ti ammalia con l'imprevedibilita' dell'affetto e ti sveglia con la crudezza del tradimento.

Georges che cosa stai scrivendo ? Georges basta questa non e' una partita a scacchi - ho contestato seria e decisa a Simenon.
E lui mi ha risposto, con voce grave e sussurrata : " Chérie, credi che il gioco degli scacchi sia meno intrigato del gioco dell'amore ?"
Che potevo rispondere ? Ho smesso di giudicare. Ho ricominciato a leggere, a farmi trasportare.

Perche' TRE CAMERE A MANHATTAN non e' solo il racconto di una passione improvvisa, di un amore che sfida e annulla le regole del tempo.
Qui in pochi giorni nasce cresce muore lotta ringhia perdona ricuce si consolida quello che puo' succedere in anni, normalmente.
Perche' questo autore , come gia' scrissi per iL TRENO, possiede un'invidiabile eleganza di scrittura.
Ogni amplesso , anche il piu' insignificante non e' merce , e' un soffio sulla nuca.
Perche' leggere questo libro e' sedersi accanto a una donna, che fuma una sigaretta imprimendo sul filtro il rosso vivido delle sue labbra, che ti guarda negli occhi e fa scivolare la pelliccia sulle spalle nude scoprendo un abito da sera di seta nera.
Che barcollando su tacchi troppo alti , siede accavallando lunghe gambe in calze autoreggenti di seta chiara, smagliate.
E ' camminare per le strade di Manhattan, coi bar fumosi, i cinema dalle luci violastre, la musica di Broadway all'orizzonte e quel grande orologio di Central Station che scandisce i minuti.
Incrociare sotto la pioggia un attore di mezza eta', un impermeabile beige col collo alzato, un cappello nero a coprire capelli brizzolati , dai cui lati scendono rivoli di pioggia sul pavimento scuro, nero come la notte, la notte di Manhattan.

Buona lettura.


- Negli anni '90, Mia Martini canto' una splendida canzone, a mio avviso, si chiama "Gli uomini non cambiano".
Ieri finendo il romanzo non riuscivo a levarmela dalla testa.
LO so , nulla c'entra con una New York anni '40, ma leggete il libro...IO ne ho fatto la sua colonna sonora.
Bellissima e disperata e innamorata. -

http://www.youtube.com/watch?v=g1nrmqM0XWY





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