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Rossovermiglio
 
Rossovermiglio 2009-04-24 17:31:03 Arcangela Cammalleri
Voto medio 
 
3.0
Stile 
 
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Contenuto 
 
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Piacevolezza 
 
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Arcangela Cammalleri Opinione inserita da Arcangela Cammalleri    24 Aprile, 2009
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Rossovermiglio di Benedetta Cibrario

Torino 1928. La protagonista del romanzo, di cui non si sa il nome di battesimo, ha i contorni di un’eroina ottocentesca, bella, fragile, ancora imbavagliata dalle rigide etichette proprie, della sua classe sociale, l’aristocrazia piemontese, è spinta da una ribellione interiore in nuce non abbastanza forte da governare appieno la sua vita. Queste due antinomie solcheranno il suo percorso esistenziale che dalla adolescenza arriverà alla vecchiaia; circa un secolo di storia dal Fascismo alla Seconda Guerra Mondiale al Dopoguerra fino all’incirca ai giorni nostri, la Contessa vive questa età in bilico tra presente e passato. Un infelice matrimonio combinato prima e un amore con Trott, avventuriero e affascinante uomo dopo che alterna presenze estemporanee e assenze e silenzi prolungati.

Da Torino alla campagna senese, San Biagio, una fattoria abbandonata diverrà il suo buen retiro prima e la sua ragione di vita dopo. Con l’aiuto di Dino si trasformerà in una fiorente azienda vinicola che produrrà vini di grande qualità come il Lunediante e il Rossovermiglio, appunto il titolo del romanzo. Il finale a sorpresa sorprende il lettore e lascia un senso di sperdimento quando i sentimenti del cuore sono repressi esteriormente e la tempesta agita dall’interno abbattendo le certezze e le illusioni. Come la fiaba La bella addormentata nel bosco di Perrault che la scrittrice cita nella storia, la Contessa è addormentata da un incantesimo e il risveglio tardivo non può più modificare gli eventi. I personaggi sono emblematici di una certa classe sociale in cui arroccati nei loro privilegi di casta guardano la realtà dal loro “particolare” educati come sono senza passioni civili o politiche, serpeggia nei loro animi la paura che il mondo cambi e con esso il loro status. Interessante quello che dice un cugino della protagonista nell’attesa dell’esito del referendum del 1946: la paura che le cose cambino per i nobili i cui titoli diventeranno delle paroline in disuso, buone solo per raccontare le fiabe ai bambini, essi sanno conservare, non mutare. Un romanzo vivo, scritto con l’animo, denso di ricordi personali che diventano sociali e storici in un tutt’uno affascinante. Densa la scrittura come la terra vangata e strappata alla sterpaglia e ricondotta alla sua greve fertilità, incantevoli i paesaggi del Chianti, i colori della natura dipinti con amore e passione. Un bel romanzo che senza acclamare al capolavoro rispecchia le qualità artistico-espressive di una narratrice a tutto tondo.

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Consigliato a chi ha letto...
Storie di personaggi femminili che vivono storie famigliari intricate e dolorose
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