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Cose più grandi di noi Cose più grandi di noi

Cose più grandi di noi

Letteratura italiana

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A Milano si respira un'aria feroce. Le Brigate Rosse stanno perdendo la loro battaglia contro lo Stato, e proprio per questo il cono d'ombra della violenza può raggiungere chiunque. Lo sa bene Marghe, che a diciotto anni esce dal carcere e trova suo padre ad aspettarla. Ha dovuto parlare, raccontare ai giudici quel poco che sapeva per ottenere gli arresti domiciliari che sconterà in un trilocale proprio davanti a casa. Affacciandosi alla finestra, Marghe intravede la tavola apparecchiata, la madre e la sorella che abitano la vita di tutti i giorni, e soprattutto Martino – lo stralunato fratello di quattordici anni – che, in un modo inaspettato e pericoloso, la tiene in contatto con il mondo esterno. Perché da sola con il padre nel nuovo appartamento, Marghe scopre di essere ancora prigioniera. Delle tre stanze che segnano il suo perimetro di libertà, di un conflitto con la madre che gli altri non capiscono, ma soprattutto di se stessa. Perché Marghe, travolta da cose più grandi di lei, ora ha addosso il marchio della traditrice. Giorgio Scianna torna a raccontare l'adolescenza come l'età più rivoluzionaria della vita. Questa volta il suo sguardo si concentra sul momento cruciale degli anni di piombo e sulla storia di una famiglia messa di fronte alla prova più dura. Iniziano gli anni Ottanta, l'aria sta cambiando: Milano lo sa, e lo sa bene anche Marghe, che quando esce dal carcere trova suo padre ad aspettarla. Come una bambina ubbidiente ha seguito il consiglio dell'avvocato, dissociandosi dal gruppo armato in cui si è trovata coinvolta quasi per caso. Ma la scarcerazione non è una liberazione: pur di uscire ha tradito tutti – compreso il suo Pietro, di cui ha perso le tracce – e ora non sa più chi è. E così, agli arresti domiciliari, scruta la casa di fronte, dove l'altra metà della sua famiglia continua a vivere.

Recensione della Redazione QLibri

 
Cose più grandi di noi 2019-04-29 15:55:05 Laura V.
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Laura V. Opinione inserita da Laura V.    29 Aprile, 2019
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Anni di piombo

Ha ragione lo scrittore statunitense Joe R. Lansdale quando scrive che Giorgio Scianna “è un maestro nel raccontare storie”. Anche a me, che ancora non conoscevo questo autore di Pavia, sono state sufficienti poche pagine per lasciarmi catturare dalla sua prosa e comprendere di trovarmi di fronte a un grande talento letterario dei nostri giorni.
Prosa decisamente scorrevole e molto accattivante, quella attraverso la quale Scianna dà vita a una trama che ha il merito di catturare il lettore già subito dopo l’incipit. Una scrittura che coinvolge facendo entrare a poco a poco in scena personaggi ottimamente caratterizzati e a cui, come ci si rende conto alla fine del libro, si finisce in un certo qual modo per affezionarsi. A partire da Marghe, la giovane protagonista di queste pagine, sulla cui testa sono cadute all’improvviso cose più grandi di lei, così come, di conseguenza, su tutta la sua famiglia.
Sullo sfondo della Milano dei primi anni Ottanta, città con tante ferite ancora aperte, si svolge la vicenda di Margherita Carpani, “una ragazzina che faceva cose da grandi”, che a diciotto anni ha già precisi ideali e uno sguardo ben attento alla realtà sociale attorno a sé e riflette sul fatto che il numero dei senza tetto per strada sia forse pari a quello delle case sfitte in città; padre medico e madre avvocato, un fratello adolescente, una sorella più grande e una vita come tante nel quartiere San Siro.

“Voleva solo comprendere come si potesse vivere in uno Stato dove lo Stato stesso metteva le bombe, come aveva fatto a Piazza Fontana, e che faceva le cariche contro gli operai delle fabbriche. Se c’era una lotta in corso non prenderne parte era sbagliato, vigliacco e sbagliato.”

Sono ancora i sanguinosi e laceranti anni di piombo, quando la guerra delle Brigate Rosse contro lo Stato viene intaccata dalla legge sui pentiti approvata dal Parlamento e dagli sconti di pena concessi pertanto ai brigatisti collaboratori che, agli occhi degli ex compagni di lotta, diventano senz’appello traditori infami. E tale etichetta, quella di “infame”, appunto, non sarà risparmiata nemmeno alla stessa Marghe dopo la scarcerazione da San Vittore e la riduzione della condanna agli arresti domiciliari ottenuta dissociandosi dal gruppo di appartenenza e fornendo relative informazioni. Era stata arrestata qualche mese prima davanti all’università con l’accusa di favoreggiamento ad attività terroristiche; la partecipazione a una decina di riunioni clandestine nei garage, la stampa di qualche volantino col ciclostile, l’essere sempre stata tenuta all’oscuro delle decisioni dei vertici e nessuna azione violenta compiuta in prima persona danno al suo “curriculum” da brigatista il valore del due di picche, sebbene pure per i fiancheggiatori siano previste pene detentive non certo di lieve entità. Il sofferto percorso interiore della ragazza, prima in carcere e poi tra le quattro mura del piccolo appartamento che il padre ha preso in affitto e predisposto per i suoi arresti domiciliari, è qualcosa di molto complesso e profondo che l’autore è riuscito a far emergere con grande maestria, rendendo nel contempo il personaggio di Marghe, a mio parere, davvero straordinario e indimenticabile. Perché sarà proprio questo suo percorso a indurla a maturare ulteriormente e a farsi carico di responsabilità che, soprattutto alla luce di un fatto improvviso e pericoloso, non potrà eludere.
Straordinaria anche la figura paterna, a tratti quasi commovente, che si prodiga per questa figlia che non si rassegna a perdere in nessun modo e che spesso si mostra fragile ed emotiva, a differenza di quella della moglie che riesce invece a mantenere un atteggiamento più razionale sconfinante in una apparente indifferenza; ma anche quest’ultima, infine, saprà rivelarsi profondamente umana nei propri sentimenti di madre. Particolarmente ben riuscito pure il personaggio di Martino, il fratello minore molto legato a Marghe, che, suo malgrado, da un certo momento in poi si ritroverà al centro di qualcosa capace di tenere il lettore per davvero col fiato sospeso.
Un bellissimo romanzo, un libro che, con delicatezza e coraggio, affronta sia il tema di quella fase di passaggio tra l’adolescenza e l’età adulta sia quello del terrorismo, mostrando come la violenza non sia mai la strada giusta da percorrere per combattere ingiustizie e realizzare grandi ideali, nemmeno negli anni più rivoluzionari della vita.

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Cose più grandi di noi 2019-06-11 09:42:43 Mian88
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Mian88 Opinione inserita da Mian88    11 Giugno, 2019
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Ieri e oggi

Arresti domiciliari. Un appartamento in via Dessiè di appena tre stanze, lei, Marghe, e Paolo Carpani, il padre. Una nuova forma di carcere, l’unica possibilità alla detenzione in piena regola. Il silenzio di quelle pareti color pesca, di quella nuova vita dettata dall’aver partecipato a delle attività terroristiche, o almeno di favoreggiamento. Ricominciare. Ricominciare quando sei una pentita, quando sei appellata dai tuoi stessi compagni quale “infame”. Quando ti senti tradita da tua madre, Anna, avvocato, che credi ti abbia fatto firmare quel verbale perché è una stronza, quando vuoi ritrattare, ma a che scopo? Con quale risultato? Un muro hai innalzato con lei perché talvolta è necessario avere un nemico, qualcuno a cui additare il proprio malessere. Prima di tutto, lo spazio. Uno spazio minimo che comunque è già più di quello in cui hai vissuto negli ultimi novanta giorni. Aria, sgombrare la mente, pensare. Vivere, andare avanti quando il passato ti attanaglia con le sue maglie e sembra imprigionarti. Pietro e quell’amore, quella inconsapevolezza che ti ha impedito di renderti conto che era diventato un orco che prova gusto a gambizzare e a manovrare una pistola, e poi Martino, quel fratello di quattro anni più giovane di te con cui sei in simbiosi come se foste gemelli, come se foste una cosa sola. Crescere. Combattere. Perché essere giovani non è fatto una passeggiata e rendersi conto di quel che sta accadendo, di come sopravvivere, di come restare a galla quando tutto sembra precipitare, non è affatto facile. Sara, l’altra sorella, relegata a una visione fatta di apparenza ma che in verità piange e soffre per quella nuova condizione di detenuta della consanguinea. E ancora Paolo, il padre medico che ha sempre un occhio di riguardo per i suoi pazienti, anche i terminali, a cui prescrive ricette su ricette di medicinali ma anche qualche buon succo di frutta perché fa sempre bene e Anna, una madre che cerca di fare il possibile ma che non riesce a farsi ascoltare, a dimostrarlo. Infine, l’atto. Quel gesto che ti apre gli occhi, che ti obbliga a far i conti con quell’associazione, che ti porta a interrogarti, perché non sai più chi sei ma sai anche che non vuoi essere un mostro. La consapevolezza dei propri errori perché «non si può cancellare tutto dando la colpa ai compagni… è sbagliato… è proprio sbagliato».

«Adesso Pietro era là fuori da qualche parte, i suoi compagni anche, in mezzo a ideali magnifici e azioni orribili. Loro erano sicuri di essere dalla parte giusta. Lei dov’era?»

Grazie a una prosa accattivante e magnetica è impossibile per il lettore restare indifferente a questo scritto che già dall’incipit cattura la sua attenzione per tenerla stretta in una maglia che non lascia mai, dall’inizio alla fine del componimento. Con “Cose più grandi di noi” siamo trasportati a cavallo del 1980 e per la precisione siamo in quei mesi che antecedono l’affermarsi di quella legge sul pentitismo che oggi ben conosciamo. Sino ad allora non esisteva un testo unico che regolasse la disciplina, bensì, sussistevano varie disposizioni sparse qua e là che regolavano alla meno peggio il fenomeno. Una decisione, questa di riunione ed elaborazione di una norma di legge, che ha diviso. Perché se da un lato lo Stato ha colpito dall’interno le stesse associazioni terroristiche e mafiose, dall’altro ha mosso le anime e il dolore di chi quelle stragi le aveva subite in un urlo silenzioso che non faceva altro che chiedere giustizia. La maestria dell’autore è anche questa: riuscire a far rivivere a chi legge il clima di quegli anni, farlo riflettere sul che cosa significava vivere con il terrorismo, con il che cosa significava vivere in un periodo storico incerto e dove regnava la paura dei malavitosi, delle persone comuni. Perché alla fine, sono davvero cose più grandi di noi e di cui adesso come allora è difficile parlare, è difficile raccontare, è difficile spiegare.
Tante le tematiche trattate in questo volume di appena 198 pagine che oltre che agli anni di piombo toccano aspetti quali i rapporti familiari, la crescita personale, il difficile passo che dall’adolescenza porta all’età adulta.
Un libro di quelli che si fanno divorare, che emoziona, che restano dentro e che non si dimenticano.


Di seguito le parole in nota di Giorgio Scianna:

«Avevo l’età di Marghe quando frequentavo il primo anno di giurisprudenza, e la legge sui pentiti era stata approva in Parlamento. Una mattina il docente di storia del diritto romano aveva interrotto la lezione e si era messo a urlare, tanta era la sua indignazione su quello che stava accadendo nel processo contro la brigata XXVIII marzo. […] In quella stessa università un altro docente non solo aveva condiviso il disegno normativo sugli sconti di pena per dissociati e pentiti, ma quella legge l’aveva proprio scritta. Insomma, i pentiti erano un male necessario, uomini coraggiosi oppure traditori infami a seconda di come si leggesse il loro contributo e la loro scelta. Non mi ricordo cosa pensassi io allora, credo che non riuscissi a capire come professori che dovevano darmi certezze sul diritto potessero avere idee così diverse sul significato della parola “giustizia”.
A distanza di tanti anni non so ancora come raccontare quella storia ai miei figli, credo davvero fossero cose più grandi di noi. Eppure c’è chi allora ha scelto. Ha scelto lo Stato, approvando una legge che metteva in libertà criminali responsabili di delitti orrendi, ma dando così una botta micidiale alle organizzazioni terroristiche. Hanno scelto i pentiti voltando le spalle ai loro compagni di lotta, ma salvando vite che potevano essere ancora calpestate. È una pagina che non può essere dimenticata. Se oggi siamo così – noi, i nostri figli e la giustizia di questo strano Paese – credo che, nel bene e nel male, lo dobbiamo a quegli anni e alle scelte terribili che qualcuno ha fatto.»

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