Narrativa italiana Romanzi Il diavolo sulle colline
 

Il diavolo sulle colline Il diavolo sulle colline

Il diavolo sulle colline

Letteratura italiana

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Tre giovani amici lasciano la città per una vacanza nella campagna piemontese e qui, tra gite, incontri, scoperte e avventure sentono prepotente la tentazione di violare la norma, di superare il limite, nella ricerca del vizio che porterà il più inerme, il più giovane a pagare per tutti. Un romanzo di entusiasmi e passioni che ha coinvolto generazioni di lettori.

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Il diavolo sulle colline 2016-09-23 08:58:31 Romanziere
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Romanziere Opinione inserita da Romanziere    23 Settembre, 2016
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Due voci

Forse un libro sull’inevitabilità di essere uomini.
Da ragazzi, quando si dorme poco per paura di sprecare il tempo, c’è una voce che bussa. È la voce dell’animalità istintiva, la voce della Natura che l’uomo ha -a fatica- arginato, una voce primitiva che gli ricorda le sue origini animalesche.
All’inizio della storia i tre amici protagonisti del racconto urlano a loro volta incontro alla natura, nel buio, per farle sentire le proprie voci. Proprio su questo contrasto di voci naturali e voci sociali Pavese costruisce la propria narrazione simbolica. Egli scrive della collina come di un mare, indomabile anche quando appare domato. E se il vizio d’essere uomini si annida fin sul greppo, è possibile osservare da vicino questa paradossale dicotomia natura-società. Come tre Satiri i protagonisti ritornano alle viscere della natura, nudi si fondono ad essa, ma avvertono d’essere -in quanto uomini- inevitabilmente fuori posto. Pavese si serve di una triade per ritrarre la condizione umana nella transizione verso l’età adulta, triade con differenti gradi di separazione dalla nascente società del dopoguerra. Oreste come simbolo della campagna contadina ormai corrotta dalla città, Pieretto come sfrontato portatore dei valori logico-intellettuali, e l’Io-narrante come punto mediano della riflessione. In quest’ottica l’amicizia diviene un collante narrativo più che un tema contenutistico, e la triade diviene una trinità che assorbe su se stessa gli influssi naturali (della collina) e quelli sociali (della villa dei tormentati coniugi "mondani" Poli e Gabriella). Quel Diavolo sulla collina è l’uomo nella sua unitarietà (da Pavese frammentato in più personaggi), colui che da solo è riuscito a scacciarsi dallo stato di natura ottenendo l’inquietudine di un non-ritorno sorretto dalle catene della logica e della morale.

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Il diavolo sulle colline 2015-02-05 19:53:09 catcarlo
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catcarlo Opinione inserita da catcarlo    05 Febbraio, 2015
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Il diavolo sulle colline

Ritorno a Pavese dopo tanti anni e trovo che sono ancora vivi e giustificati i ricordi adolescenziali (o giù di lì) di stordenti estati piene degli umori della natura, di amicizie profonde come solo quelle giovanili sanno essere, di una scrittura classica eppure (un po') a sorpresa coinvolgente. Tre amici universitari trascorrono i mesi estivi a Torino sentendosi vivi soprattutto durante le scorribande notturne piene di chiacchiere e multiformi, per quanto lontane, tentazioni. la svolta improvvisa giunge quando, durate un'escursione - sempre di notte - sulle colline attorno alla città, incontrano Poli, un riccastro pieno di cocaina che è conosciuto alla lontana da uno di loro, Oreste, originario delle Langhe Il giovanotto è il rampollo debosciato di una famiglia abbiente e li trascina in una confusa giostra tra night e paesini appisolati in compagnia della sua matura amante. Quando il rapporto tra i due vira in tragedia, per i ragazzi pare tornare tutto alla normalità, incluso il programmato trasferimento in campagna da Oreste. Qui però, dopo una sorta di idillio agreste, le loro strade reincrociano quelle di Poli e della di lui moglie Gabriella: la convivenza nella villa di questi ultimi, tra nuove prospettive e vizi diffusi, segna la vita dei giovani, forse cambiandone la vita per sempre (almeno per uno di loro). E' evidente come il libro sia a tesi - la corruzione dei ricchi cittadini a confronto con una certa qual purezza della vita contadina - ma la capacità dello scrittore di descrivere in profondità le situazioni e gli stati d'animo consente di superare il problema (se è un problema) con facilità: solo nel finale, con la stereotipata rappresentazione degli amici di Poli, la forzatura iniza a farsi stridente. Tutto quello che vien prima invece affascina, seppur nella sua quotidiana semplicità: i giorni e le notti di Torino, inclusa la titubante escursione sul Po del narratore in compagnia di una ragazza, e l'inserimento nella realtà della famiglia di Oreste, con il padre in rapporto quasi simbiotico con la vigna, la madre in casa che si occupa di tutto quanto, la zia bigotta e la testarda coppia di cugini che vivono un po' selvatici sull'altro versante, ma fanno il vino buono. Tra un bicchiere e l'altro - la sobrietà non è la prima preoccupazione per nessuno - l'estate avvolge i tre protagonisti con la sua luce che acceca e le sensazioni lussureggianti che colpiscono gli altri sensi, nascondendo sotto la scorza della prorompente vitalità il disfacimento che aumenta conil passare dei giorni, giustificando almeno in parte i paragoni mortuari di Pieretto. Bene: tutto questo po' po' di roba - e di fuggita possiamo aggiungere le suggestioni alla Fitzgerald che scaturiscono dalla figura di Poli, assai probabili nell'americanista Pavese - è contenuto in poco più di centocinquanta pagine: a testimonianza della capacità dello scrittore di rendere un'immagine con poche, intense pennellate che vanno a creare un ritmo lento eppure implacabile nell'afferrare il lettore che sappia farsi coinvolgere.

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