Narrativa italiana Romanzi La vita bugiarda degli adulti
 

La vita bugiarda degli adulti La vita bugiarda degli adulti

La vita bugiarda degli adulti

Letteratura italiana

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«Due anni prima di andarsene di casa mio padre disse a mia madre che ero molto brutta. La frase fu pronunciata sottovoce, nell’appartamento che, appena sposati, i miei genitori avevano acquistato al Rione Alto, in cima a San Giacomo dei Capri. Tutto - gli spazi di Napoli, la luce blu di un febbraio gelido, quelle parole - è rimasto fermo. Io invece sono scivolata via e continuo a scivolare anche adesso, dentro queste righe che vogliono darmi una storia mentre in effetti non sono niente, niente di mio, niente che sia davvero cominciato o sia davvero arrivato a compimento: solo un garbuglio che nessuno, nemmeno chi in questo momento sta scrivendo, sa se contiene il filo giusto di un racconto o è soltanto un dolore arruffato, senza redenzione».

Recensione della Redazione QLibri

 
La vita bugiarda degli adulti 2019-12-09 11:11:55 C.U.B.
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C.U.B. Opinione inserita da C.U.B.    09 Dicembre, 2019
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Vade retro

Giovanna allontanati, non dovresti ascoltare voci nascoste da porte socchiuse.
La bimba che sei stata sta sfuggendo. Domani sarai turbata, lacerata, confusa.
Annasperai in un passato impostore alla ricerca di radici, riflessa nello specchio l’immagine di colei che portava sul dorso la lettera scarlatta. Cosa e’ stato di noi e cosa ne sarà.
Il mondo degli adulti si dischiude veloce su un panorama di piccole e grandi bugie, dolore e delusione forgiano la donna che incarnerai.

Letta l’opera omnia di Ferrante, l’apprezzai quando eravamo in pochi, rispetto ad oggi.
Non sempre erano letture stellari, ma io l’amavo. Amavo l’elettricità. Le scosse che mi sferzavano ad ogni libro e con lei, con loro, io pure mi ferivo e crollavo e soffrivo e poi risorgevo e stavo meglio.
Una scrittrice verace, vitale, viva.
Poi quest’ultimo romanzo e mio malgrado devo constatare, di nuovo e con orrore, di quanto sia mortificante la differenza tra un autore famoso ma non glorioso, che scrive per passione e per virtù ed un autore che ha raggiunto un successo sfavillante e scrive per sfamare il momento propizio.

Esclusa la partenza briosa, il libro narra con uno stile piatto ed oltremodo ripetitivo una carrellata di luoghi comuni. I dialoghi sono di una banalita’ imbarazzante, i personaggi sono privi del taglio realistico per cui l’autrice mi era ben nota.
Napoli, che si presta alla prosa e alla poesia pure di un’analfabeta, qui trapela solo per un breve tratto di grigia periferia e poi e’ uno stradario arido ed asettico. Mancano l’arte, gli odori, i sapori, i rumori, i colori. Siamo a Napoli, senza Napoli.
Pruriginosi i profili delle donne che ne emergono, confinati in un mondo di poligamia maschile. Cornute e mazziate, perennemente ingannate, fragili, promiscue nell’accettare l’uomo condiviso, arrese al martirio di colombella abbandonata. Colte e non scolarizzate, egualmente esanimi sotto lo stesso cielo ombroso.

A meta’ strada tra un romanzetto per adolescenti e la trasposizione di un corposo fotoromanzo anni Novanta, si presta senz’altro benissimo quale copione per la prossima telenovela sudamericana in mondovisione.
Scritto dal Re Mida del momento, lascio l’uovo d’oro a chi apprezza il freddo metallo.
Io torno volpe per pollai, a stanare la letteratura che vive di esseri animati, di paglia e del tepore di un uovo che senza clamore, se ho fame, sa pure sfamarmi.

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La vita bugiarda degli adulti 2019-11-19 11:21:25 Mian88
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Mian88 Opinione inserita da Mian88    19 Novembre, 2019
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Bugie e verità

Il suo nome è Giovanna, detta Giannì, ed è nata il 3 giugno 1979, una data immediatamente successiva al giorno della Festa della Repubblica ma che di politico, nonostante la vittoria, al tempo della DC con il 38% dei consensi, non ha nulla a che vedere. E questo perché dietro il volto non particolarmente grazioso di questa adolescente che all’inizio dell’opera ha dodici anni e inizia a fronteggiare i primi problemi con la scuola, vi è la famiglia. Una famiglia che è fatta di felicità apparente, una famiglia in cui uno shock è sempre più prossimo e prende voce e campo dal paragone della figlia con la zia Vittoria da parte del padre.

«Perché mio padre aveva pronunciato quella frase, perché mia madre non l’aveva contraddetto con forza? Era stato un loro scontento dovuto ai brutti voti o un allarme che prescindeva dalla scuola, che durava chissà da quando? E lui, lui soprattutto, aveva pronunciato quelle brutte parole per un dispiacere momentaneo che gli avevo dato, o col suo sguardo acuto, di persona che sa e vede ogni cosa, aveva individuato da tempo i tratti di un mio guasto futuro, di un male che stava avanzando e che lo sconfortava e contro cui lui stesso non sapeva come comportarsi?»

Questa consapevolezza rivelata dal genitore più amato e idealizzato che per lei è sempre stato un idolo, un uomo con cui poter condividere emozioni e passioni, è un vero e proprio trauma. Essere per lei paragonata a quella parte della famiglia nota per essere composta da “sagome ululanti di disgustosa scompostezza” di dubbia apprezzabilità, è l'affronto peggiore. Cosa può fare allora Giannì se non mettersi alla ricerca di quella zia Vittoria così contestata e odiata? E una volta trovata, come resistere a quella fascinazione che colei, con i suoi modi popolari e così contrapposti alla vita borghese a cui era solita, sa palesare? Lei che vive al Pascone, la zona industriale, lei che vive a ridosso della povertà, lei che fa delle cose più comuni un prezioso tesoro, la conquistano così come tutta quella energia e quella vita, quella verità che va oltre le apparenze, quel sesso che non è un tabù. Per Giannì ha cioè inizio un viaggio verso l’età adulta. Ma qual è la prima cosa che effettivamente impara di questa nuova fase della vita la protagonista? Che spesso alla base dei rapporti vi è la bugia. Una bugia fatta di ipocrisia, di omissioni, di circostanze plasmate ad immagine e somiglianza della necessità del momento, di ricatti spesso impliciti eppure lancinanti, di appartenenze che di fatto soventemente non ci appartengono davvero.
Ed ecco che quel mondo a cui tanto era orgogliosa di appartenere e quei legami di cui era tanto fiera, quelle figure che tanto aveva idealizzato, si sgretolano. Giovanna cambia, muta le proprie inclinazioni, lascia quella strada spiegata per lei, lascia gli studi, abbraccia usi e costumi diversi da quelli conosciuti, cede alle attenzioni di Corrado, eppure, eppure, non smette mai di cercarsi. Persiste ad essere alla propria ricerca, persiste a cercare quel posto nel mondo che la possa accogliere o che possa completare quel puzzle in cui quei tasselli non vogliono proprio combaciare, cerca, con l’ansia e l’inquietudine di una persona privata delle sue certezze e dei propri punti fermi, quel qualcosa che nel mondo sia vero e non solo frutto di un costrutto, di un artefatto. Lo troverà questo qualcosa? L’incontro con Roberto porterà l’opera ad un livello ulteriormente successivo, un ulteriore piano che insieme ad altri elementi e personaggi che si susseguono conducono ad un epilogo che porta la ragazza ad abbracciare in un suo personalissimo modo l’età adulta e che al contempo ha quella forza disturbante che lascia interdetti, che sa scuotere, portare a riflessioni il conoscitore, che sa disturbare.
E così la Ferrante arriva. Sdubbia, fa arrabbiare, si fa rileggere, incuriosisce con lo spazio di quell’ignoto e con quelle domande che un po’ tutti ci siamo posti e a cui tutti abbiamo cercato – o stiamo ancora cercando – risposte, scrolla, sconquassa. Ma non accontenta il lettore con un libro studiato ad hoc. Questo è un testo libero, che trasuda dell’autrice, che è intriso di lei, che ha tutta l’impronta de “L’amica geniale”, ma non è studiato a tavolino per far contento chi legge o per offrirgli un prodotto. È un libro che rivendica il suo essere libero, il suo essere pagina scritta, il suo contenere emozioni contrastanti, forti e stratificate, il suo voler essere volutamente complesso, il suo voler essere totalmente e completamente se stesso. Anche se può far storcere il naso, anche se può far titubare, anche se può far soffrire. Anche se non è un libro positivo, anche se mancano totalmente spiragli di luce, anche se lascia perplessità, anche se tanti sono i punti interrogativi. Ecco perché è un romanzo pienamente riuscito.

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La vita bugiarda degli adulti 2019-11-18 10:55:49 Claudia Falcone
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Claudia Falcone Opinione inserita da Claudia Falcone    18 Novembre, 2019
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La vita bugiarda di tutti noi

Comincio col dire che questa recensione che ho provato a scrivere contiene spoiler sulla trama.
Ci ho messo qualche ora a metabolizzare il finale de "La vita bugiarda degli adulti", e in generale ad elaborare delle riflessioni su questo libro che prendessero una qualche forma; perchè il nuovo romanzo di Elena Ferrante, lo ammetto, qualche perplessità me l'ha lasciata, ma poi ho capito che dipendeva principalmente dal fatto che si tratta di un romanzo tutt'altro che facile, tutt'altro che piacevole o rassicurante, di certo mai-in nessuna delle sue 300 e passa pagine-consolatorio.
Questo romanzo è il racconto, doloroso e tratti disturbante, del passaggio di una ragazzina dall'infanzia verso l'età adulta.
La trama è abbastanza scarna, eppure allo stesso tempo difficile da riassumere: Giovanna, che all'inizio del romanzo ha 12 anni, proprio nel momento in cui nella sua famiglia sta per scoppiare la bomba della separazione dei suoi genitori, legata alla scoperta di una relazione extraconiugale che il padre aveva da lunghissimo tempo, si avvicina a sua zia Vittoria, sorella di suo padre e da sempre "pecora nera" della famiglia, scoprendo un mondo totalmente diverso dal suo, quello della Napoli popolare, e scoprendo a ritroso, e pezzo dopo pezzo, anche tutta la storia della sua famiglia.
Comincia così il viaggio tutto interiore di Giovanna. L'immagine dei suoi genitori, amatissimi, e in particolare di suo padre, quasi idealizzato, si disgrega, e con essa tutto il mondo al quale Giovanna è appartenuta fino a quel momento: la Napoli del Vomero, il mondo borghese, fatto di studi, letture, discussioni colte, ateismo, ideali. Scoprendo la doppia vita di suo padre, e in parallelo anche quella di Mariano e Costanza, a cui la storia della sua famiglia si lega indissolubilmente, Giovanna scopre a poco a poco anche ipocrisie e falsità del mondo a cui era sempre stata orgogliosa di appartenere. Dall'altra parte c'è il mondo di zia Vittoria, la Napoli bassa, nella quale ci sembra di riconoscere il rione di Elena e Lila, affollato di quegli stessi personaggi popolari, collerici, violenti eppure carichi di sentimenti, di umanità, di amore. Inizialmente, spinta anche e soprattutto dalla voglia di ribellarsi alla sua famiglia, Giovanna vede in questo nuovo mondo qualcosa di vero in cui vuole trovare posto, comincia a frequentare Vittoria, Margherita e tutti gli altri personaggi che popolano questa realtà e alle cui storie si intreccerà la sua vita: Corrado, Giuliana, Tonino, Rosario. Il tempo passa e Giovanna scopre in sè un fondo di cattiveria, di bassezza, che anzichè rifiutare fa diventare, per una certa fase del suo percorso, l'aspetto preponderante di se stessa: smette di studiare, indossa abiti volgari, cede alle iniziative sessuali di Corrado. Tuttavia Giovanna, nel corso del romanzo, cambia continuamente, è continuamente alla ricerca di una identità, di trovare il proprio posto in un mondo che finalmente la rappresenti e la accolga; cerca, con inquietudine e disperazione, qualcosa che sia vero, e che duri nel tempo, che non le si riveli poi in tutta la sua meschinità. Oscilla continuamente tra il mondo di su, quello di via San Giacomo dei Capri, abitato da sua madre, caduta in depressione dopo la separazione e che tuttavia non riesce a liberarsi psicologicamente da suo marito, ma anche da Costanza, dalle sue amiche d'infanzia Angela e Ida, e il mondo di giù, quello di zia Vittoria, affollato da personaggi rozzi, alcuni dei quali violenti, ai quali tuttavia Giovanna finisce per legarsi. Finchè non conosce Roberto, ulteriore tappa nella sua educazione sentimentale, forse l'unico personaggio interamente positivo del romanzo e privo di quella ambivalenza che caratterizza tutti gli altri; Roberto aiuta Giovanna a conoscere se stessa, le dà fiducia e le fa (ri)scoprire la parte migliore di sè, eppure Giovanna sa che non potrà mai averlo nè essere amata da lui nè avere con lui quella condivisione totale, sincera, che lei cerca disperatamente e di cui disperatamente ha bisogno. Così, ancora una volta, va avanti, si evolve, e la Ferrante ci conduce così al finale, che è brusco, spiazzante, forse affrettato, eppure ha un senso. Alla fine Giovanna decide di dare un taglio netto con la sua infanzia, e lo fa in un modo crudele verso se stessa, ma lei sceglie così di cominciare la sua vita adulta, in un modo che sia suo e diverso da tutti gli adulti che conosce. Che poi è quello che tutti desideravamo da ragazzi: essere degli adulti diversi da quelli che conoscevamo.
Il romanzo, quindi, è sì un romanzo di formazione, ed in particolare un romanzo che racconta il passaggio di una ragazzina attraverso l'adolescenza. Il punto di vista è esclusivamente femminile, e ancora una volta nell'animo femminile la Ferrante indaga, scava, racconta, fino alle sue pieghe più intime e nascoste.
Un altro tema, però, a mio parere, è preponderante nel libro, ed è l'ambivalenza che ciascuno di noi si porta dentro, il rapporto con il male, quel groviglio di meschinità che ciascuno di noi, in fondo, nasconde dietro all'immagine "borghese", ordinata, socialmente accettabile che ci sentiamo costretti a dare di noi stessi. Tutti i personaggi di questo romanzo sono personaggi estremamente complessi, nessuno è mai totalmente positivo o totalmente negativo, nemmeno il padre di Giovanna. Anche i personaggi apparentemente secondari, come quello di Tonino o di Giuliana, si scoprono pian piano: quelli che sembrano buoni, semplici, puri, rivelano poi un lato di sè quasi più "animale", ma anche fatto di insicurezze, fragilità, bisogno d'essere amati. La contrapposizione iniziale fra la Napoli borghese e quella popolare si fa via via, nel corso del romanzo, meno marcata; nessun personaggio è completamente colpevole, nessuno è completamente innocente; sono tutti, in fondo, divisi in due. E quindi sì, forse in questo romanzo c'è una critica alle ipocrisie della società borghese, ma c'è in realtà, a mio parere, un viaggio nell'animo umano che è molto più ampio.
Tra gli aspetti che mi hanno lasciato perplessa, oltre al finale, c'è il fatto che in questo libro manchino completamente spiragli positivi. Se ne L'amica geniale c'era, sempre e comunque malgrado numerosi alti e bassi, il legame profondo, vero, fra Lila e Lenù, a dare sempre un senso alla storia ed in qualche modo a rassicurare il lettore, in questo romanzo non ci sono appigli positivi: ogni volta che Giovanna compie una fase nuova del proprio percorso di crescita, prova ad avvicinarsi ad un mondo, quello le si disgrega davanti, torna la disillusione. Così anche l'iniziazione sessuale di Giovanna ( e delle sue amiche) è raccontata solo attraverso episodi negativi.
In questo senso, forse, la Ferrante torna un po' alla narrazione pre-tetralogia, torna a raccontare verità scomode, realtà disturbanti (si pensi a L'amore molesto che racconta di fatto di un abuso, o a La figlia oscura, che parla in maniera tutt'altro che idilliaca dei rapporti madre-figlia); forse per questo la Ferrante può non piacere, perchè ci racconta verità su noi stessi che noi stessi facciamo difficoltà a capire, ad accettare. Ne La vita bugiarda degli adulti ritroviamo però anche molto del mondo de L'amica geniale: quel modo di narrare, quei personaggi, quella descrizione della Napoli più profonda, è un qualcosa che non si può non riconoscere anche qui.
Insomma, non aspettatevi un romanzo piacevole (a parte per lo stile, che secondo me resta bellissimo e scorrevole): questo romanzo, in alcuni passaggi, fa letteralmente male. Eppure, non dovrebbe essere compito della letteratura, anche, darci uno scossone, un pugno nello stomaco, farci scoprire verità su noi stessi e sulla nostra vita che da soli non siamo in grado di capire?
Nel dibattito sulla Ferrante, e su quanto sia, secondo il parere di molti, sopravvalutata e spinta dall'ondata di marketing che ha accompagnato la tetralogia, la serie tv ecc, io mi schiero dalla parte di coloro che pensano che, al di là e ben oltre tutto questo, e fermo restando che la letteratura è anche, fondamentalmente, una questione di gusto personale, la scrittura della Ferrante sia qualcosa di estremamente potente, e che la sua presenza così "ingombrante" nel panorama culturale italiano, a fronte di una identità sconosciuta eppure tanto chiacchierata, sia assolutamente meritata.

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