Narrativa italiana Romanzi Le otto montagne
 

Le otto montagne Le otto montagne

Le otto montagne

Letteratura italiana

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Pietro è un ragazzino di città, solitario e un po' scontroso. La madre lavora in un consultorio di periferia, e farsi carico degli altri è il suo talento. Il padre è un chimico, un uomo ombroso e affascinante, che torna a casa ogni sera dal lavoro carico di rabbia. I genitori di Pietro sono uniti da una passione comune, fondativa: in montagna si sono conosciuti, innamorati, si sono addirittura sposati ai piedi delle Tre Cime di Lavaredo. La montagna li ha uniti da sempre, anche nella tragedia, e l'orizzonte lineare di Milano li riempie ora di rimpianto e nostalgia. Quando scoprono il paesino di Grana, ai piedi del Monte Rosa, sentono di aver trovato il posto giusto: Pietro trascorrerà tutte le estati in quel luogo "chiuso a monte da creste grigio ferro e a valle da una rupe che ne ostacola l'accesso" ma attraversato da un torrente che lo incanta dal primo momento. E li, ad aspettarlo, c'è Bruno, capelli biondo canapa e collo bruciato dal sole: ha la sua stessa età ma invece di essere in vacanza si occupa del pascolo delle vacche. Iniziano così estati di esplorazioni e scoperte, tra le case abbandonate, il mulino e i sentieri più aspri. Sono anche gli anni in cui Pietro inizia a camminare con suo padre, "la cosa più simile a un'educazione che abbia ricevuto da lui". Perché la montagna è un sapere, un vero e proprio modo di respirare, e sarà il suo lascito più vero: "Eccola li, la mia eredità: una parete di roccia, neve, un mucchio di sassi squadrati, un pino". Un'eredità che dopo tanti anni lo riavvicinerà a Bruno.

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Le otto montagne 2019-04-02 19:11:22 Lyda
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Lyda Opinione inserita da Lyda    02 Aprile, 2019
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La vita, tutta in un viottolo di montagna.

Dice l'autore che quando scriveva questo libro e la gente gli chiedeva di cosa parlasse, la risposta era sempre “Di due amici e una montagna”
Certo, è vero, c'è la montagna e c'è l'amicizia tra due bambini che travalica i decenni. Cognetti però pecca di troppa umiltà, sintesi o umorismo perché dietro a queste righe c'è molto, molto di più. Esempio, un padre audace, impulsivo, irrequieto e forse un po' ingombrante. Ma sempre un padre che, senza troppo parlare, insegna al figlio che la montagna in pratica è la vita, bellissima e da affrontare senza timori o titubanze. Insomma, gli insegna ad aver fiducia nelle proprie forze, la migliore catechesi che un genitore può offrire.
“Mio padre aveva il suo modo di andare in montagna. Poco incline alla meditazione, tutto caparbietà e spavalderia. Saliva senza dosare le forze, sempre in gara con qualcuno o qualcosa, e dove il sentiero gli pareva lungo tagliava per la linea di massima pendenza. Con lui era vietato fermarsi...”
E' questo l'incipit del romanzo. Non che sia trascendentale, di quelli da memoria, ma definisce bene il passo di una bella storia, di sicura impronta autobiografica.
E poi c'è la madre, affatto solitaria come il marito. Una che, come generalmente le donne, attutisce i colpi e viene incontro, ama senza riserve e si prende cura dei suoi cari con mille attenzioni e molta pazienza. E' un personaggio importante nella prima parte (di un certo sapore sono i racconti dei mesi estivi che il protagonista-bambino trascorre alla baita sopra il paese di Grana, da solo con lei) ma che in seguito sfuma sino a divenire un satellite nella successiva narrazione, al contrario della figura paterna che resta impregnata come sudore in ogni riga scritta, in ogni scalata e in ogni vetta, pure al di fuori di quelle del comprensorio alpino. Da grande Pietro inizierà a viaggiare in Oriente e a scalare montagne ben più alte (Nepal, Himalaya) sebbene il gruppo del Monte Rosa con l'alpeggio e il montanaro Bruno, suo grande amico d'infanzia, rimarranno i perni principali di un'esistenza solitaria e un po' scontrosa, a cui tornare ad ogni occasione buona.
Il romanzo percorre trent'anni di vita offrendo numerosi spunti di riflessione soprattutto nell'ambito dei rapporti interpersonali. C'è un punto in cui Pietro, ripensando al padre ormai morto, spiega che quest'ultimo quando aveva gli scarponi ai piedi e lo zaino in spalla, davanti ai canaloni zeppi di neve tardiva, “Diceva così: che l'estate cancella i ricordi proprio come scioglie la neve, ma il ghiacciaio è la neve degli inverni lontani, è un ricordo d'inverno che non vuole essere dimenticato.”
E ancora, riguardo a un'altra esperienza di fatica sul viottolo tra rupi e creste, “Un uomo con due baffi bianchi mi raccontò che per lui era un modo di ripensare alla sua vita. Era come se, attaccando lo stesso vecchio sentiero una volta all'anno, si addentrasse tra i ricordi e risalisse il corso della propria memoria.”
Qua, a mio parere, ognuno avrà uno spunto per dare, o almeno tentare di dare le proprie personali risposte a domande cardine dell'esistenza, considerando il sentiero che sale sù, pieno di curve, pericoli e panorami mozzafiato, una lettura di indubbia chiave metaforica. Ed è certo, la prossima volta che faticherò su qualche cima 'delle mie' (non ho la pretesa dei 3000 ma, insomma, se la cavano anche le 'mie' creste marmoree preferite) ripenserò con piacere ad un altro indottrinamento che ho appreso da questo libro, “Se il punto in cui ti immergi in un fiume è il presente, allora il passato è l'acqua che ti ha superato, quella che va verso il basso, dove non c'è più niente per te. Mentre il futuro è l'acqua che scende dall'alto, portando pericoli e sorprese. Il passato è a valle, il futuro è a monte. Qualunque cosa sia il destino, abita nelle montagne che abbiamo sopra la testa.”
Buona lettura.

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Le otto montagne 2018-09-13 12:11:33 pierpaolo valfrè
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pierpaolo valfrè Opinione inserita da pierpaolo valfrè    13 Settembre, 2018
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Attrazione fatale

Ho letto, o meglio, ascoltato in audiolibro (prima esperienza che faccio di questo tipo) Le otto montagne di Paolo Cognetti e mi è piaciuto molto.
L’attrazione fatale a cui mi riferisco nel titolo è ovviamente per la montagna, dominatrice fredda, eterna e assoluta del romanzo, rispetto alla quale tutte le vicende umane sono insignificanti e passeggere.
E di umane vicende si occupa molto Cognetti nella sua storia, soffermandosi in particolare su due temi che ricorrono abbastanza frequentemente nella letteratura di tutti i tempi e di tutte le latitudini: il rapporto padri e figli (con la scoperta tardiva del padre) e l’amicizia fraterna, il sodalizio spirituale di una vita.
Cognetti ha uno stile semplice e lineare eppure, complice anche la bella lettura che ho ascoltato, in diversi punti mi ha davvero emozionato. Lo avevo già conosciuto con “Il ragazzo selvatico”, ma quest’opera successiva, vincitrice del Premio Strega 2017 è indubbiamente più completa e matura.
Nel suo blog Cognetti racconta che la storia gli è cresciuta tra le mani in modo spontaneo e naturale, ma a me sembra che la forza, la spinta propulsiva, il magnetismo che cattura il lettore fino alla fine senza cedimenti anche nei passaggi un po’ più “costruiti”, sia tutto nella prima parte, che ho trovato davvero magica.
Consiglio questo libro soprattutto a chi storce il naso al solo sentire nominare la montagna, associandola all’idea di noia e monotonia. Io credo che non vi annoierete affatto e se i ghiacciai, i laghi, i torrenti, “l’odore di stalla, fieno, latte cagliato, terra umida e fumo di legna” non fossero sufficienti a smuovere alcunché nel vostro animo cittadino, potrete sempre intrattenervi con riflessioni da perfetto “flâneur”, del tipo: davvero , o ancora, esistono persone che non possono sottrarsi al destino che hanno ricevuto con il sangue, l’educazione, la terra che hanno calpestato da bambini? C’è qualcosa per cui siamo nati e da cui dobbiamo farci guidare non tanto per essere felici, ma semplicemente per essere noi stessi? Se il mondo fosse fatto di otto montagne che circondano un monte altissimo, lo si conosce e capisce meglio salendo in cima alla vetta più alta o facendo il giro delle altre otto? E dal punto in cui ti trovi, in un torrente, il futuro è a valle, verso cui scorre l’acqua, o a monte, alle tue spalle?
Vi lascio il piacere di cercare le vostre personali risposte, ma sull’ultima domanda vi anticipo la risposta dell’autore:
“Se il punto in cui ti immergi in un fiume è il presente, allora il passato è l’acqua che ti ha superato, quella che va verso il basso e dove non c’è più niente per te, mentre il futuro è l’acqua che scende dall’alto, portando pericoli e sorprese. Il passato è a valle, il futuro è a monte. Qualunque cosa sia il destino, abita nelle montagne che abbiamo sopra la testa.”

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Le otto montagne 2018-08-29 07:25:15 siti
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siti Opinione inserita da siti    29 Agosto, 2018
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Come un mandala

Libro dall’indubbia matrice autobiografica al sapor di montagna, non lascia indifferenti tutti coloro che la amano o la praticano direttamente o indirettamente. Chi scrive abita in una pianura, la più estesa della Sardegna, Il Campidano, nel mezzo appunto, Il Medio Campidano, e la montagna è entrata nella sua vita attraverso la mediazione del suo uomo, prima il ragazzo dell’adolescenza poi il marito della faticosa vita adulta. Lui la pratica con più passione, è la sua passione come la mia è leggere, e io ne capisco di montagna quanto lui delle mie letture: qualche volta ci rimane avviluppato con un ingombro fisico, i libri per casa sparsi, altre volte con le suggestioni di lettura che entrano nel quotidiano delle conversazioni funzionali, quelle del comune vivere, altre ancora quando le nostre letture, per una strana alchimia si incrociano. Ed è stata la volta di Cognetti, lui ha acquistato il libro, io l’ho letto per prima. L’ho divorato perché si legge d’un colpo e la montagna è rientrata nella mia vita. Dopo le prime escursioni per le cale del nostro Supramonte di Baunei, dopo qualche incursione nel più vicino Linas, dopo i primi approcci con le Alpi, Trentino , Valle d’Aosta e le Orobie lombarde, dopo il Tirolo austriaco, dopo i resoconti più fotografici che orali dal Makalu, dal Masnatu e da altre regioni nepalesi, con alle pareti di casa mandala o ritratti di maternità/serenità coi volti felici di madri e figli, mi ritrovo a condividere tutto il contenuto di questo bel libro, io nel basso del Medio Campidano.
Sensazioni di camminata, ambienti che si susseguono, preferenze tra il bosco o la nuda roccia, fatica, malessere, pace, silenzio, rigenerazione .... il fissare l’ambiente che si vive pochi giorni all’anno e non pensare che l’inverno lo trasfigura rendendolo irriconoscibile. Il verde e il bianco, i prati o la neve, l’andare e lo stare, la vacanza, la vita quotidiana. La montagna è dura, non ci sono dubbi, per chi la disturba in vacanza, come capita a me, ma ancora di più per chi ci è nato e ci vive. Eppure, proprio questo legame con la Terra di appartenenza la rende così preziosa per chi ci è nato e per chi ne ha ricevuto l’imprinting frequentandola da piccolo. Ci si ritorna, sempre. Questo libro racconta dunque la storia di un andare e tornare per la montagna seguendo le direttici primarie di due cittadini: un padre e un figlio, ognuno con le sue ragioni. In mezzo, il restare ostinato di chi ci è sempre stato, un giovane montanaro accolto, di traverso, nella famiglia cittadina durante le sue permanenze estive nel territorio che gli appartiene e che gli altri attraversano. Movimento, in fondo di questo si tratta, all’ombra della metafora che nutre la storia delle otto montagne (niente a che vedere con una lista di cime scalate): quale linea seguire? Quale percorso di vita? Seguendo la direttrice verticale o quella circolare. Ognuno persegue il proprio cammino, nessuno è avulso dall’errore, tutti portano alla meta, la propria. Buona lettura.

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Le otto montagne 2018-05-09 12:43:04 p.luperini
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p.luperini Opinione inserita da p.luperini    09 Mag, 2018
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LA MONTAGNA VIVA

Sullo sfondo di una montagna viva Cognetti affronta tanti temi che travolgono il lettore e non lo fanno smettere di leggere: l'amicizia trentennale di due uomini che pur provenienti da esperienze di vita diverse condividono gli stessi valori; l'amore paterno visto dagli occhi del figlio prima bambino e poi adulto; l'amore per la natura che premia donando emozioni ma che punisce quando non la rispetti.
E' una storia, ben scritta, che ti fa vivere la montagna proprio con gli occhi del montanaro tanto da farti pensare in certi momenti che possa essere il miglior luogo dove poter vivere.
Sono intense le descrizioni della fauna montana, sembra di vederli gli stambecchi e sembra di sentire i campanacci delle mucche nell'alpeggio e si è disgustati dai corvi che stanno depredando la carcassa di una trota ancora viva. Questa è la montagna viva.

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Le otto montagne 2018-03-03 16:06:42 Renzo Montagnoli
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Renzo Montagnoli Opinione inserita da Renzo Montagnoli    03 Marzo, 2018
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Crescere insieme

Ammetto di aver affrontato un po’ prevenuto la lettura di questo libro, a causa delle delusioni che ho provato con non pochi altri testi premiati allo Strega. Prevenuto sì, ma non pregiudizialmente avverso, anche perché l’idea che si parlasse della montagna, che così tanto amo, mi stimolava ed è perciò con interesse che ho proceduto nella lettura, che dopo le prime pagine è divenuta avvincente grazie a un incipit che, pur senza essere trascendentale, già confermava le mie aspettative. Le otto montagne, nonostante il titolo, non è un libro sulla montagna, che peraltro è il palcoscenico in cui si misurano gli attori, è la storia invece di due ragazzi, Pietro il cittadino e Bruno il montanaro, che crescono insieme, così diversi e al tempo stesso così uguali; diversi ho detto, eppure uguali, perché le loro anime denotano un’affinità che quasi li fa sembrare fratelli. Il primo è soggiogato da un padre che vede nelle escursioni in montagna una continua sfida con se stesso, il secondo è già svezzato da una vita dura e di fatica, con un genitore violento e per nulla paterno, in un confronto fra una piccola borghesia che può permettersi anche le vacanze sui monti e un sottoproletariato, in cui ferie è un termine sconosciuto. Finiranno con il crescere insieme, sia pure nel breve periodo delle vacanze estive, in un’amicizia che li cementerà per tutta la vita. Assieme affronteranno le escursioni fra panorami talmente belli e così ben descritti che fanno venire le lacrime agli occhi; non sarà tuttavia sempre così, perché trascorsa la pubertà ognuno andrà per la sua strada, Bruno sempre legato intimamente alla montagna, Pietro a cercare un suo percorso, un senso da dare alla vita. Sarà la morte improvvisa del padre di Pietro a riavvicinarli, a farli sentire un unico individuo e insieme cercheranno di dare una svolta alle loro vite: Bruno sempre legato alla sua montagna, Pietro in giro per altre montagne, nel lontano Nepal; qui gli giungerà una tragica notizia, che preferisco non svelare per rispetto di chi leggerà, ma che è la indovinata conclusione di un’opera senz’altro convincente. Mi limito, pertanto, a dire che Pietro continuerà a cercare lo scopo della sua esistenza, probabilmente su e giù per altre montagne, quello scopo che Bruno ha da tempo e definitivamente trovato.
Il romanzo è scritto benissimo, con uno stile per niente ampolloso, ma nemmeno scarno, venato sovente da una malinconica nota poetica; in sé non sembrerebbe particolarmente degno di nota, ma, come mi era capitato per Stoner, tutti gli equilibri strutturali sono stati raggiunti con un’apparente facilità che stupisce ed entusiasma il lettore, ora accompagnato dal sottofondo del rumore di un ruscello alpino, ora immerso nel silenzio delle alte cime.
Le otto montagne è senz’altro un bel romanzo, una di quelle opere che, pur non facendo gridare al capolavoro, lasciano al termine della lettura completamente soddisfatti e, ciò che più conta, pervasi da un grande senso di serenità.

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Le otto montagne 2018-02-17 15:00:28 Vincenzo1972
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Vincenzo1972 Opinione inserita da Vincenzo1972    17 Febbraio, 2018
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Voglio andare a vivere in montagna..

Pietro, protagonista di questo romanzo con cui Cognetti ha vinto il premio Strega 2017, è un montanaro.
Non di nascita, però, essendo vissuto a Milano dove i suoi genitori, dopo il matrimonio celebrato in una chiesetta ai piedi delle tre cime di Lavaredo, si erano trasferiti per motivi di lavoro .. un montanaro acquisito, potremmo dire, perchè ereditando dal padre e dalla madre l'amore per la montagna non ha mai sentito come sua la casa in città; i viali, le strade ingombre di gente ed intrise di aria affumicata dai gas di scarico delle automobili gli sono praticamente sconosciute, nonostante le percorra ogni giorno: perchè la città è come una gabbia per lui, da cui non vede l'ora di fuggire, per raggiungere quel mondo che a malapena intravede dal suo appartamento al settimo piano quando il cielo è più terso, il profilo imponente e signorile della catena alpina, la montagna.
'Poi in certi rari giorni di vento, in autunno o in primavera, in fondo ai viali di Milano comparivano le montagne. Succedeva dopo una curva, sopra un cavalcavia, all'improvviso, e gli occhi dei miei genitori, senza bisogno che uno indicasse all'altra, correvano subito lì. Le cime erano bianche, il cielo insolitamente azzurro, una sensazione di miracolo.'
Il sentimento che Pietro nutre per la montagna non è solo amore, è qualcosa di più forte, di vitale: allontanarlo dalla montagna sarebbe come togliere un pesce dal suo mare e costringerlo a vivere tra le pareti scarne di un acquario. Soffrirebbe come soffre il padre quando certe notti 'non ne poteva più, si alzava dal letto, spalancava la finestra come se volesse insultare la città, intimarle il silenzio'.
Per questo motivo Pietro letteralmente rinasce ogni volta che, terminata la scuola e col sopraggiungere dell'estate, si trasferisce a Grana, un paesino sperduto sulle pendici del Grenon (nomi fittizi di luoghi reali probabilmente localizzati tra i monti della Val d'Aosta), dove i suoi genitori hanno acquistato una piccola abitazione, modesta, poco spaziosa, ma che sarà per Pietro la custodia dei suoi ricordi più belli.
Non solo belli, in realtà, anche ricordi di momenti più tristi, che portano dietro amarezza e rimpianti; pur sempre, tuttavia, ricordi indelebili, sedimentati nell'anima così come gli antichi ghiacciai sono divenuti ormai epidermide delle montagne su cui si sono formati e non si disperdono come neve fresca all'arrivo della primavera.
Ricordi di luoghi, di paesaggi in cui la montagna domina incontrastata, con la sua imponenza regale sovrasta le valli e gli uomini che le abitano.
Ed è comprensibile il senso di meraviglia che travolge chi giunge al suo cospetto per la prima volta, è immenso lo spettacolo che si mostra dinanzi agli occhi di chi, invece, è nato e vissuto in città.
E' una continua scoperta, ogni angolo, ogni sentiero nasconde colori, suoni, immagini sempre diversi che, soprattutto nella stagione calda, inebriano i sensi e svuotano mente ed anima di tutto ciò che pesa, che preoccupa: è come se il corpo ricevesse una trasfusione di pace e serenità.
Con l'autunno poi la montagna rivela l'altra sua faccia, quella più austera, inesorabile: un dualismo che riflette in un certo senso l'alternanza tra luce ed ombra, bene e male, principio universale ed antico che governa la vita dell'uomo e del cosmo.
'Le nuvole nascondevano le montagne alla vista e toglievano volume alle cose, ma anche in una mattinata del genere riuscivo a cogliere la bellezza di quel posto. Una bellezza cupa, aspra, che non infondeva pace ma piuttosto forza, e un pò d'angoscia. La bellezza dell'inverso.'
E la montagna non è semplice testimone, osservatrice passiva ed inerte della vita che scorre tra le sue valli e lungo i suoi pendii: la montagna inevitabilmente forgia il carattere, la personalità di chi ci dimora, impone le sue regole e le sue condizioni, irremovibili, che piacciano o no.
Lo sa bene Bruno, che a differenza di Pietro, sulla montagna è nato e cresciuto; la montagna è stata la sua scuola, non tra i banchi di una classe ma tra i pascoli sorvegliando il gregge o nell'alpeggio dove aiuta lo zio nel suo lavoro di montanaro.
La montagna diventa il loro anello di congiunzione, suggella la nascita di un rapporto di amicizia tra i due ragazzini che sopravviverà al tempo e agli anni quasi ereditando la granitica resistenza della montagna stessa.
Un'amicizia capace di rimanere silente per nove mesi l'anno e rianimarsi d'estate quanto Pietro torna in montagna con i suoi genitori ed ogni volta che rivede Bruno è come se fosse trascorso solo un giorno dall'ultima volta, come se non si fossero mai allontanati.
Ciò che conta per loro è avventurarsi nuovamente tra sentieri inesplorati, tra le macerie di mulini abbandonati e rocce impervie su cui arrampicarsi.
Un'amicizia sana, pura, inattaccabile, scevra da qualsiasi forma di invidia e gelosia, nonostante l'indole differente dei due ragazzi che comunque vivono in contesti sociali e familiari alquanto eterogenei.
Anzi sarà proprio tramite Bruno che Pietro riuscirà negli anni a rivalutare il rapporto con suo padre comprendendo meglio alcuni aspetti del suo carattere ed alcuni atteggiamenti che, da ragazzo, gli sembravano a volte ostili nei suoi confronti: capirà che quello era solo il suo modo di volergli bene, di educarlo, trasmettendogli il suo stesso amore per la montagna che non è solo una semplice passione ma una palestra di vita:

-Guarda quel torrente, lo vedi? - disse.
-Facciamo finta che l'acqua sia il tempo che scorre. Se qui dove siamo noi è il presente, da quale parte pensi sia il futuro?
Ci pensai. Questa sembrava facile. Diedi la risposta più ovvia: -Il futuro è dove va l'acqua, giù per di là.
-Sbagliato, -decretò mio padre. -Per fortuna-.
Cominciai a capire un fatto, e cioè che tutte le cose, per un pesce di fiume, vengono da monte: insetti, rami, foglie, qualsiasi cosa. Per questo guarda verso l'alto, in attesa di ciò che deve arrivare. Se il punto in cui ti immergi in un fiume è il presente, pensai, allora il passato è l'acqua che ti ha superato, quella che va verso il basso e dove non c'è più niente per te, mentre il futuro è l'acqua che scende dall'alto, portando pericoli e sorprese. Il passato è a valle, il futuro a monte.
Qualunque cosa sia il destino, abita nelle montagne che abbiamo sopra la testa.

Da questo punto di vista, l'opera di Cognetti può essere considerata un romanzo di formazione: con un linguaggio limpido, pulito, evocativo ma mai ampolloso anche quando si sofferma nelle descrizioni paesaggistiche, l'autore racconta una storia di fantasia ma che senza difficoltà ognuno di noi può percepire come reale, perchè le sensazioni, le riflessioni del giovane Pietro sono esternate con tale naturalezza e spontaneità, senza la minima forzatura, che il lettore può riconoscerle come proprie, quasi fossero autobiografiche.
E' la storia di Pietro che da bambino diventa uomo senza mai abbandonare il richiamo della montagna, seguendo le orme del suo amico Bruno e di suo padre ma senza lasciarsi soggiogare dal loro istintivo atteggiamento di sfida verso la montagna: sfida alimentata dal desiderio di dominarla, o raggiungendo le vette più alte ed inesplorate o illudendosi, come Bruno, di poter costruire una casa ed una famiglia in un ambiente che per gran parte dell'anno diventa ostile e poco vivibile.
Una filosofia di vita ben condensata nel mandala di origine asiatica che rappresenta il mondo con un monte altissimo al centro, il Sumeru, ed intorno otto montagne, meno imponenti, e circondate da otto mari: c'è chi tra gli uomini, con ostinazione e forse anche superbia, tenta di raggiungere la vetta del monte Sumeru e chi invece, con maggiore consapevolezza dei propri limiti, preferisce vagare tra le otto montagne alla ricerca di una propria identità.

"E' sulle cime che andiamo. Scendiamo solo quando arriviamo dove non si può più salire."

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a chi ama la montagna
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Le otto montagne 2018-01-13 10:09:18 kafka62
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kafka62 Opinione inserita da kafka62    13 Gennaio, 2018
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MONTAGNA MAESTRA DI SOLITUDINE

Da amante della montagna quale sono confesso di avere avuto qualche iniziale titubanza a prendere in mano il libro di Paolo Cognetti, temendo di vedere inesorabilmente deluse le mie alte aspettative. Invece la fatica e l’euforia delle salite, la ruvida umanità dei montanari, le vette apparentemente inaccessibili e i laghetti alpini su cui esse si specchiano, i canaloni e le pietraie, i suoni dei campanacci delle mucche nei pascoli e lo scrosciare dei torrenti che scendono dai ghiacciai, i colori dei tarassachi, dei larici e degli abeti, gli odori del letame e del formaggio di malga, e ancora il silenzio, le nebbie che avvolgono le cime, la prima neve di fine estate, le sommesse conversazioni serali nei rifugi, tutte queste sensazioni ed emozioni, che mi hanno fatto compagnia in decine di anni di frequentazione delle alte quote, le ho ritrovate tutte, con fedeltà impressionante, nelle pagine de Le otto montagne. E soprattutto ho ritrovato quella montagna “maestra di solitudine”, che porta i due protagonisti Pietro e Bruno a rifugiarsi spesso nella sua dura, ostile ma confortevole intimità, per isolarsi dal resto del mondo e ritrovare se stessi.
Si vede che il libro si nutre di autobiografia, che è un abito tagliato su misura delle passioni e delle conoscenze di Cognetti (l'unica riserva che mi sento di fargli è infatti che gioca un po', se così si può dire, “in casa”, e sarei curioso, non avendo letto nient'altro di lui, di vedere come se la cava “in trasferta”, magari alle prese con un romanzo metropolitano), e non si fatica a credere, come ha affermato l'autore stesso in un'intervista, che esso sia stato scritto quasi di getto, con inusuale velocità. La scrittura è infatti semplice, scorrevole, e la struttura del libro, di agevolissima lettura, è altrettanto essenziale, in quanto non esita a lasciare sullo sfondo l’attualità e la vita invernale in città per concentrarsi sui ritorni di Pietro in montagna, dove ritrova sempre il suo amico d’infanzia Bruno, figlio di montanari e montanaro a sua volta per vocazione. Nei due personaggi (che alla lontana mi hanno ricordato Narciso e Boccadoro di Hermann Hesse) si incarna la parabola che dà il titolo al romanzo, la possibilità cioè di vivere conoscendo tutte le otto montagne che i buddisti nepalesi ritengono ci siano intorno al mondo (come Pietro, che si allontana frequentemente dalle Alpi per vivere ad esempio alcune stagioni ai piedi dell'Himalaya) o in alternativa di salire sull’unico monte che sta al centro di esso (come Bruno, solitario custode del Grenon). La montagna per Cognetti non è solo una mera scenografia, lo sfondo in cui viene ambientata la storia, ma è anche fonte di bellissime, acute metafore. Prendiamo ad esempio questo bellissimo passaggio. “L’estate cancella i ricordi proprio come scioglie la neve, ma il ghiacciaio è la neve degli inverni lontani, è un ricordo d’inverno che non vuole essere dimenticato.” A me, per esempio, ha fatto pensare a come lo scioglimento dei ghiacciai delle Alpi vada di pari passo con l’oblio della memoria collettiva e del passato storico che caratterizza tristemente, nell’era di internet, una gran parte delle giovani generazioni. Le otto montagne non è quindi un libro che vive sotto una campana di vetro, ma ci dice più cose sul mondo e sulla vita di quello che sembrerebbe a prima vista.
In questa asciutta e pudica storia di amicizia e di paternità, raccontata senza toni edulcorati (al contrario non esitando a mettere in primo piano sentimenti come il rimpianto per le occasioni perdute, la tristezza per chi non c'è più o la difficoltà di trovare il proprio posto nella vita), vi sono brani di struggente bellezza, come quando Pietro, cercando di recuperare in extremis un rapporto col padre defunto, va alla ricerca delle scritte da questi lasciate negli anni passati sui libri di vetta; oppure quando il protagonista, scendendo a valle alla fine dell’estate, immagina di vedere se stesso bambino mentre sale verso gli alpeggi insieme al suo giovane genitore. Una simile dichiarazione di elegiaco amore per la montagna mi fa tornare in mente le parole che Renè Daumal scrisse ne Il Monte Analogo: “Non si può restare sempre sulle vette, bisogna ridiscendere… A che pro allora? Ecco: l’alto conosce il basso, il basso non conosce l’alto. Salendo devi prendere sempre nota delle difficoltà del tuo cammino; finché sali puoi vederle. Nella discesa, non le vedrai più, ma saprai che ci sono, se le avrai osservate bene”. Da consigliare caldamente a tutti coloro che amano la montagna, a quelli che la ammirano senza ancora avere avuto la possibilità di conoscerla a fondo, e ancora di più a chi, non potendoci più tornare, prova la straziante nostalgia delle vette, dei rifugi e dei ghiacciai.

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Le otto montagne 2017-12-29 17:34:59 Mian88
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Mian88 Opinione inserita da Mian88    29 Dicembre, 2017
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Il fascino della montagna

Il primo aspetto che colpisce de “Le otto montagne” di Paolo Cognetti sono le descrizioni. Descrizioni di luoghi, di sentieri, di vette, di ruderi, di laghi, di villaggi, che sono parte integrante dell’essere del protagonista quanto dello scrittore. Perché, infatti, questo amore sviscerato e ineguagliabile per la montagna, trascende dalla mera carta stampata e sopraggiunge con tutta la sua forza inarrestabile sul lettore che pagina dopo pagina rivive quei viottoli, quei calli, si sente vicino a Pietro, riassapora la sensazione della neve fresca sotto ai piedi, della mancanza di ossigeno ad alta quota, di quei paesaggi brulli, grigi e privi di vegetazione che insieme al padre si trovava innanzi al termine della traversata.
Eppure, dietro la facciata della natura si nasconde ben altro. Perché oltre a questo sentimento di affetto per il monte, lo scrittore ci parla di amicizia, del rapporto padre-figlio, della difficoltà di comunicazione, dell’infanzia, della crescita, del capire chi si è e che cosa si vuole. Tutto questo accade a Grana. E’ in questo paesino che il ragazzo riceve il testimone dal padre, è in questo paese che conosce Bruno, l’amico della vita. E’ da questa avventura che sarà determinata la scelta di cambiamento che influenzerà il suo futuro.
Un romanzo che è sempre sulla falsariga dell’autobiografia in quanto chi legge spesso è indotto a chiedersi se non stia apprendendo della storia di Paolo invece che quella di Pietro, un romanzo che talvolta rallenta rischiando di perdere di interesse e che eppure è magnetico tanto da risultare impossibile staccarsene.
Stilisticamente il linguaggio è fluente e non particolarmente erudito. Essendo focalizzato sulla valorizzazione degli ambienti, inoltre, non si sofferma in modo significativo nemmeno sui personaggi. Ad ogni modo, da leggere.

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Le otto montagne 2017-09-29 10:30:27 Mario Inisi
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Mario Inisi Opinione inserita da Mario Inisi    29 Settembre, 2017
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Io e la montagna

Il rapporto con la montagna è qualcosa di più del rapporto con la natura. La scalata della montagna oltre che luogo materiale è soprattutto il luogo simbolico della ricerca di se stesso e di Dio e forse per questo il compagno di scalata è un amico diverso dall'amico del bar o di città. Il titolo le otto montagne richiama proprio questo aspetto di ricerca e di cammino esistenziale-spirituale. Le otto montagne infatti rappresentano un mandala. L'ottava montagna, la più alta, sta al centro del disegno.
A me il romanzo è piaciuto moltissimo, sia perchè vero nel senso che ho avuto proprio l'impressione che la storia nasca dal vissuto dell'autore, sia perchè vero è il rapporto con la montagna e lo si percepisce dalle descrizioni bellissime. Luoghi e persone sono aspri allo stesso modo, pieni di silenzi e di mistero.
In questo periodo ho letto anche altri libri con questa dimensione della montagna (ad esempio San Giovanni della Croce) e credo che la ricerca interiore passi per questa salita dura nella solitudine per molte persone.

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Tetano
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Le otto montagne 2017-09-10 07:46:13 ornella donna
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ornella donna Opinione inserita da ornella donna    10 Settembre, 2017
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La montagna e l'uomo in Paolo Cognetti

La montagna è il luogo fisico ed ideale di questa storia, il romanzo di Paolo Cognetti dal titolo Le otto montagne, vincitore del Premio Strega 2017.
Ogni volta con quest’autore lo stesso incantesimo: la scrittura attenta, evocativa, la parola misurata a raccontare frammenti di vita, il non detto che si insinua tra le pagine e ti resta dentro forse ancor più delle parole. E’ un narratore raffinato, che si muove agilmente tra generi e forme espressive differenti, tra racconti, romanzi, documentari, poesie, diari di viaggio, cambiando ogni volta abilmente registro. E in quest’ultimo romanzo c’è dentro lo scrittore che conosciamo ed amiamo, tuttavia è qualcosa di completamente nuovo e differente. Di intimo, personale, lirico, ma anche brutale, selvaggio e scarno. Come la montagna incantata che è custode e a sua volta protagonista di questa storia di affetti familiari e di amicizia. Un romanzo di formazione e di amicizia maschile. E’ il racconto di quel rapporto che qualche volta si instaura tra uomini, scarno di parole, essenziale, forte e quasi primordiale. Un’amicizia così può nascere solo da ragazzini e si è fortunati se sarà capace di superare la prova del tempo, della vita che si mette in mezzo, della distanza e delle incomprensioni. E’ quella che lega Pietro e Bruno, un ragazzino di città, solitario e pallido, e un altro costretto a crescere in fretta in un piccolo paesino ai piedi del Monte Rosa dove la vita è scandita dal duro lavoro e dai ritmi dettati della natura. Diversi, eppure anime affini che si riconoscono e, senza bisogno di troppe parole, diventeranno amici. Perché le parole non contano, come non conta la distanza che li separa: ogni estate, Pietro lascia la città per fare ritorno insieme alla famiglia tra quelle montagne e, ogni volta, Bruno è lì ad aspettarlo, come se non fosse passato che un giorno. Quello che dalla pagina prende vita è il racconto della prima estate di scoperta e di avventure, ma anche di tutte quelle che sono venute dopo, delle distanze, delle incomprensioni, delle difficoltà della vita, di perdita e sensi di colpa, parole che mancano ed altre che sembrano superflue. Di due ragazzini che in qualche modo cercano di diventare adulti, sbagliando, cadendo, riprovando: ma anche di due famiglie, diverse ma entrambe imperfette, di padri, soprattutto, fragili o brutali, di distanze e sensi di colpa che all’improvviso pesano come macigni e sembrano impossibili da superare, di donne silenziose e risolute in un mondo di uomini.
E la montagna, naturalmente. Quella che aveva fatto innamorare i genitori di Pietro, tanti anni prima, poi abbandonata in fretta per la città, nuove opportunità da cercare, un figlio da crescere, vecchi segreti da custodire, ma una malinconia nel cuore da cui sembra impossibile sfuggire; finchè una montagna diversa, un paesino minuscolo a qualche ora di viaggio da Milano, rivela a Pietro un mondo completamente nuovo e una squarcio sul passato dei suoi genitori, che in quella casa in affitto per l’estate riscoprono ritmi e desideri mai davvero dimenticati. A Grana, il paese ai piedi del Monte Rosa, il ragazzino osserva i suoi genitori, uniti eppure differenti, scopre frammenti della loro storia, e, soprattutto, impara ad amare a sua volta la montagna. Le gambe, che giorno dopo giorno scoprono l’andatura giusta, il cuore che trova il proprio ritmo, la fatica, le vesciche, sentire da seguire e altri da inventare, il mal di montagna con cui imparare a fare i conti. Lì, nella natura Pietro segue ogni giorno suo padre, da lui apprende i segreti di quella vita e scopre di amarla, struggendosi nei mesi di lontananza, in città:
“Così adesso conoscevo anch’io la nostalgia della montagna, il male da cui per anni l’avevo visto afflitto senza capire.”
C’è moltissimo in questo romanzo: dalla descrizione di un mondo che si sta perdendo per sempre, alla malinconia, alla speranza ostinata di un recupero sempre possibile, al tema della paternità di padri di sangue e di elezione, quasi sempre fragili. Attraverso una lingua essenziale eppure straordinariamente evocativa ed intensa, Cognetti costruisce un romanzo breve in cui si avverte l’eco dei maestri che l’hanno formato, delle innumerevoli letture, dell’esperienza in montagna. In definitiva: la storia di uomini, uomini che provano a diventare adulti, di vite. Di vite, racchiuse lì, ai piedi della montagna.

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