L'attentatrice L'attentatrice

L'attentatrice

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In un ristorante affollato di Tel-Aviv una donna che si finge incinta fa esplodere la bomba che teneva nascosta sotto il suo vestito. Per tutta la giornata il Dottor Amin, israeliano di origini arabe, opera a ritmo da catena di montaggio le innumerevoli vittime di questo ennesimo atroce attentato. Amin si è sempre rifiutato di prendere posizione sul conflitto che oppone il suo popolo d'origine e quello d'adozione, dedicandosi interamente al suo mestiere e a sua moglie Sihem. Nel cuore della notte viene richiamato d'urgenza in ospedale dal suo amico poliziotto Naveed che gli annuncia che Sihem è morta e per giunta era lei la donna kamikaze. Amin comincia la sua particolare investigazione sulla donna misteriosa che ha vissuto per anni assieme a lui.

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L'attentatrice 2019-05-13 17:16:19 Laura V.
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Laura V. Opinione inserita da Laura V.    13 Mag, 2019
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“Nessun bambino è al sicuro senza una patria...”

Secondo più che positivo incontro, per me, con la narrativa dello scrittore algerino Yasmina Khadra, che lo scorso anno mi aveva molto colpito con “Khalil”, romanzo che esplora la scottante tematica del terrorismo covato nelle periferie d'Europa tra le nuove generazioni di musulmani.
“L'attentatrice”, opera di quasi quindici anni fa, ci conduce invece nel vivo della questione palestinese, nel cuore di una terra santa e dannata al tempo stesso. Il protagonista, il dottor Amin Jaafari, è un arabo-israeliano che, agli occhi della società ebraica, incarna il modello più riuscito d'integrazione all'interno dello Stato d'Israele. Cittadino israeliano dunque a pieno titolo ed eminente chirurgo presso un ospedale di Tel Aviv, Jaafari non ha dimenticato le proprie origini che affondano nella polvere delle antiche piste seguite un tempo dalla sua tribù beduina, ma è come se, dinanzi al dramma senza fine del popolo palestinese cui anzitutto lui appartiene, il suo cuore si fosse in parte anestetizzato; come se i suoi occhi si volgessero altrove, distratti dagli agi e dai privilegi che la propria posizione sociale generosamente gli accorda, come se le sue orecchie siano divenute sorde ai venti di guerra perenne che sferzano i Territori occupati. Fino al giorno in cui quella stessa guerra non si presenterà con raccapricciante violenza direttamente alle porte del suo rifugio ovattato, mostrando per di più il volto della persona a lui più cara: sua moglie Sihem.
Attraverso una scrittura fluida e magnetica che coinvolge fin dall'inizio il lettore, Yasmina Khadra racconta la discesa all'inferno, senza possibilità di redenzione, di un uomo al quale, all'improvviso, viene strappata ogni cosa, dalla donna amata alla fiducia nella vita, dall'illusione della felicità ai sogni...
Sullo sfondo, una Palestina disillusa e il suo popolo, piccolo Davide a cui sembra non restare altra arma, per combattere il grande Golia del sionismo, se non la propria carne da immolare sull'altare dell'odio che ormai, sia da una parte sia dall'altra, travolge tutto e tutti. In mezzo ai massacri e alla follia generale, queste pagine cercano di comprendere le ragioni degli uni e degli altri, lasciando intendere che tra i due pericolosi estremi (ed estremismi) esiste forse una via di mezzo in virtù della quale nessuno dovrebbe essere più privato della dignità. Perché è proprio nel momento in cui questa viene calpestata che esplode la rabbia più cieca e distruttiva.

“Ho voluto che capissi perché abbiamo preso le armi, dottor Jaafari, perché dei bambini si gettano sui carri armati quasi fossero bomboniere, perché i nostri cimiteri traboccano, perché voglio morire con le armi in pugno... perché tua moglie è andata a farsi esplodere dentro un ristorante. Non c'è cataclisma peggiore dell'umiliazione. […] Il problema è che impediscono loro di sognare, dottore. Cercano di rinchiuderli in ghetti finché vi si annullano. Per questo preferiscono morire. Quando i sogni sono conculcati, la morte diventa l'unica salvezza... ”

Perfettamente caratterizzato il personaggio di Amin, la cui angoscia non avrebbe potuto trovare descrizione migliore; non da meno quello di Sihem, il cui fantasma aleggia inquietante nel corso di tutta la narrazione insieme a innumerevoli interrogativi destinati a restare in parte senza risposta.
Un romanzo coraggioso di un'intensità sconcertante, alla cui lettura si rimane avvinghiati dalla prima all'ultima pagina dove infine riecheggeranno, nonostante tutto, parole di speranza sulla possibilità di “reinventare il mondo che ti hanno negato.” Cinque stelle e lode!

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L'attentatrice 2015-04-19 09:31:37 enricocaramuscio
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enricocaramuscio Opinione inserita da enricocaramuscio    19 Aprile, 2015
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Il cataclisma dell’umiliazione

“A cosa serve la felicità quando non è condivisa, Amin, amore mio? La mia gioia si spegneva ogni volta che tu non la condividevi. Tu volevi dei figli. Io volevo meritarli. Nessun bambino è al sicuro senza una patria… Non odiarmi. Sihem. ”Amin e Sihem sono una coppia di palestinesi che hanno ottenuto la cittadinanza israeliana. Lui è un affermato chirurgo, lei una donna stimata, bella, intelligente, moderna. Sono un riuscitissimo esempio di integrazione, la prova che la convivenza tra culture e religioni differenti è possibile. Niente può far pensare che un giorno la donna possa imbottirsi di esplosivo e farsi saltare in aria in un ristorante affollato. Eppure è così, è proprio lei l’attentatrice che ha seminato morte e terrore tra civili indifesi. Ma come ha fatto Sihem a nascondere le sue intenzioni al marito? A preferire la morte ad una vita invidiabile? A rivoltarsi contro chi l’aveva accolta in seno alla propria società? Amin è sconvolto, non riesce a capire, stenta a credere che ciò sia veramente accaduto. Deve fare i conti con il dolore, la rabbia, i sensi di colpa. Deve affrontare i propri fantasmi e difendersi dalle subdole rappresaglie degli israeliani offesi. Superate le difficoltà iniziali, decide di intraprendere un’indagine privata per scoprire la verità sulla vita di una persona che pensava di conoscere meglio di se stesso e che invece si rende conto di non aver conosciuto affatto. La ricerca di Amin è dettata esclusivamente da motivi personali, ma lo porterà invece a conoscere le ragioni collettive di un popolo che ogni giorno è costretto a vedere la sua terra usurpata, la sua dignità umiliata, i suoi diritti calpestati, che combatte a mani nude, a colpi di fionda, con armi di fortuna contro un nemico protetto da scudi antimissile che non esita ad usare i carri armati, i razzi, gli elicotteri. Un popolo che è il suo stesso popolo, cui lui aveva voltato le spalle, preferendo chiudersi nella sua gabbia dorata piuttosto che volgere lo sguardo sull’inferno che dilania la sua gente, che violenta la sua patria, che impedisce ai suoi figli di studiare, di sognare, di sperare nel futuro. Sullo sfondo una Gerusalemme “divisa fra un orgasmo da odalisca e un ritegno da santa” che “ha sete di ebbrezza e spasimanti, e vive malissimo la cagnara dei suoi figli, sperando contro venti e maree che una schiarita liberi le menti dal loro oscuro tormento. Di volta in volta Olimpo e ghetto, ninfa Egeria e concubina, tempio e arena, soffre di non poter ispirare i poeti senza che le passioni degenerino e, con la morte nel cuore, si sfalda a seconda degli umori come si frangono le sue preghiere nella bestemmia dei cannoni.” Il libro cerca di comprendere le ragioni di un gesto orribile senza minimamente legittimarlo, perché non esistono scusanti quando si parla di violenza. Ma, se non esiste giustificazione all’atto compiuto da Sihem, può esisterne per i droni israeliani che lanciano missili sui civili palestinesi? Per i bulldozer che radono al suolo le case arabe senza pietà, con tutto ciò che c’è dentro? Per la violenza di giovani militari imberbi su profughi che hanno soltanto le mani per difendersi dai colpi inferti loro con i calci dei fucili? Si può accettare l’innalzamento di un muro talmente osceno “che i cani preferiscono alzare la zampa sui rovi piuttosto che ai suoi piedi”? Si può ancora chiudere gli occhi davanti alla violenza, all’irragionevolezza, all’arroganza di politiche sioniste giustificate da un’inaccettabile legge di compensazione? “Ho voluto che capissi perché abbiamo preso le armi, dottor Jaafari, perché dei bambini si gettano sui carri armati quasi fossero bomboniere, perché i nostri cimiteri traboccano, perché voglio morire con le armi in pugno…perché tua moglie è andata a farsi esplodere dentro un ristorante. Non c’è cataclisma peggiore dell’umiliazione. È una disgrazia incommensurabile, dottore. Ti toglie la voglia di vivere. Finché non hai reso l’anima a Dio, hai una sola idea per la testa: come morire degnamente dopo aver vissuto disperato, cieco e nudo? … Nessuno si unisce alle nostre brigate per il proprio piacere, dottore. Tutti i ragazzi che hai visto, alcuni con le fionde, altri con i bazooka detestano la guerra più di chiunque altro. Perché ogni giorno uno di loro muore nel fiore degli anni per un proiettile nemico. Anche loro vorrebbero godere di uno status onorevole, diventare chirurghi, star della canzone, attori del cinema, correre in fuoriserie e toccare il cielo con un dito tutte le sere. Il problema è che impediscono loro di sognare.”

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L'attentatrice 2013-05-20 14:12:31 Patrizia
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Opinione inserita da Patrizia    20 Mag, 2013

un romanzo coraggioso e forte

Libro intenso che cerca di esplorare le emozioni e i vissuti di popoli tormentati dalla guerra. Il lettore si ritrova in una terra devastata e si sente raccontare la sofferenza di vittime e carnefici. Partendo dalla storia di Amin, medico chirurgo a Tel Aviv e di sua moglie Sihem che si fa esplodere un un ristorante, di fianco ad un tavolo in cui un gruppo di ragazzi festeggia un compleanno. Da quel momento Amin è obbligato a interrogarsi e - devastato dal dolore e dalle domande - ripercorre i luoghi che Sihem ha calpestato prima della fine. Quale segnale Amin non ha saputo cogliere in sua moglie per scongiurare una fine così orrenda?

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Semina il vento, Alessandro Perissinotto
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L'attentatrice 2012-02-28 10:45:18 gracy
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gracy Opinione inserita da gracy    28 Febbraio, 2012
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Vis-à-vis con il vento di Dio o meglio conosciuto

Kamikaze....La libertà, la felicità, la fede, l'identità, la vita, la morte, hanno un significato universale e condivisibile o forse no? C'è una parte dell'umanità che per una serie di erudizioni e di interpretazioni estreme si impone al di sopra di ogni razionalità. L'integralismo islamico di Yasmina Khadra visto da vicino attraverso una storia intima con un ritmo serrato, doloroso, commovente e ben delineato senza entrare nel vivo ideologico dei temi caldi della questione Palestina-Israele ben radicata da secoli di guerre inesauribili.

Tel Aviv si sveglia, come al solito, più caparbia che mai. Quale che sia l'ammontare dei danni, nessun cataclisma impedirà alla terra di girare.

Ci sono due estremi nella follia degli uomini. L’istante in cui si prende coscienza della propria impotenza e quello in cui si prende coscienza della vulnerabilità degli altri. Si tratta di accettare la propria follia o di subirla.

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