Pedro Páramo Pedro Páramo

Pedro Páramo

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"Con 'Pedro Páramo', Juan Rulfo annuncia il modo attraverso cui la cultura di un intero continente trova forse per la prima volta una voce propria, magari a partire dalla contrazione di nuovi debiti, primo fra tutti quello con William Faulkner, e dalla contemporanea accensione di futuri crediti, come la citatissima apertura del frammento 41: 'Il padre Rentería si sarebbe ricordato molti anni dopo della notte in cui la durezza del suo letto lo tenne sveglio e poi lo obbligò a uscire', che è evidente modello per il famoso incipit di 'Cent'anni di solitudine': 'Molti anni dopo, di fronte al plotone di esecuzione, il colonnello Aureliano Buendia si sarebbe ricordato di quel remoto pomeriggio in cui suo padre lo aveva condotto a conoscere il ghiaccio'. Con quella voce trovata l'America Latina entra in conversazione con il resto del mondo e a sua volta lo rigenera, lo porta a trovare nuove strade, racconti e nuove voci ancora." (Dalla prefazione di Ernesto Franco)



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Pedro Páramo 2021-05-18 10:27:11 kafka62
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kafka62 Opinione inserita da kafka62    18 Mag, 2021
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LA SPOON RIVER DI RULFO

“Quelle ore sono piene di spiriti. Se lei vedesse la quantità di anime che se ne va in giro per le strade. Quando fa buio cominciano ad uscire. […] Un puro vagabondare di gente che è morta senza perdono e che non l’otterrà in nessun modo”

Se si volesse riassumere in due parole la storia di “Pedro Paramo” si potrebbe dire che è il viaggio di un figlio alla ricerca di un padre che non ha mai conosciuto, oppure la descrizione dell’ascesa e della caduta di un uomo che, partendo dal nulla, riesce a diventare, grazie al suo cinismo e alla sua spregiudicatezza, l’uomo più ricco e potente della regione; se si volesse sintetizzare in siffatta maniera questo libricino di poco più di cento pagine si finirebbe però per non cogliere affatto il senso della straordinaria operazione realizzata da Juan Rulfo, misconosciuto autore di due soli libri (e come tale citato da Vila-Matas nel suo “Bartleby e compagnia”), il quale ha composto un’opera enigmatica, inafferrabile, caleidoscopica e sfrangiata, ambientata in un tempo immobile e sospeso nel quale il protagonista (apparente) Juan Preciado, recatosi a Comala per rispettare le ultime volontà della madre morente e, rintracciando l’uomo che dà il titolo al romanzo, “fargli pagare caro l’oblio in cui ci ha lasciati”, finisce per smarrirsi come in un sogno, perdendo progressivamente, oltre alla capacità di distinguere reale e irreale, presente e passato, anche il suo stesso ruolo di narratore. Una moltitudine di personaggi emerge implausibilmente dalle nebbie di una storia antica, fragili, ectoplasmatiche presenze che si affacciano alle soglie della vita spinte dall’impellente bisogno di far rivivere i loro tristi e dolorosi ricordi, come se la sofferenza non potesse mai avere veramente fine e si perpetuasse in un’eco infinita, incapace di dissolversi nella quiete del tempo (come le urla dell’uomo impiccato anni prima che risuonano nella stessa stanza dove Juan Preciado sta cercando inutilmente di prendere sonno). Juan è come un Enea che si inoltra nell’Ade (fino a confondersi con i fantasmi incontrati per strada e svanire nella loro stessa irrealtà), ma l’Ade è proprio questo piccolo paesino che “sta sulle braci della terra, proprio nella bocca dell’inferno”, un villaggio “unto dalla sventura”, una terra di mezzo tra la vita e la morte, tra l’aldiqua e l’aldilà, in cui sembrano definitivamente abolite le normali leggi fisiche e temporali, e dove i morti vagano senza la consapevolezza dell’avvenuto trapasso, non tanto perché la morte appare come un continuum indistinguibile dalla vita, quanto perché è la vita stessa, nel suo doloroso e fatalistico avvicendarsi, ad avere le tragiche sembianze della morte, in un mondo in cui è preclusa ogni speranza di riscatto e “che ci stringe da tutti i lati, che sparge manciate della nostra polvere qua e là, facendoci in pezzi come se spruzzasse la terra con il nostro sangue”. Pian piano i sussurri, i mormorii che affiorano dalle umide e soffocanti notti di Comala si intrecciano e si fondono, fino a formare, come in un arazzo intessuto di fili di sangue, la sciagurata storia di Pedro Paramo, un “rancore vivente”, venuto su dal nulla “come un’erbaccia”, uno dei tanti cacicchi centro-americani che si son fatti largo nella vita a forza di soprusi e di violenze, calpestando con tracotante senso di impunità i diritti dei più deboli (alla madre venuta a piangere l’uccisione del figlio per mano di Miguel Paramo l’amministratore Fulgor Sedano offre come risarcimento 50 chili di mais, e quando racconta a Pedro Paramo il dignitoso rifiuto della donna, questi risponde sdegnosamente: “Non hai di che preoccuparti, Fulgor. Quella gente non esiste”), e piegando il potere della Chiesa (il donabbondiesco padre Renteria, che rifiuta l’assoluzione a una povera donna o una preghiera di suffragio a una suicida, ma non nega il perdono divino a chi, pur macchiatosi di crimini orrendi, elargisce laute elemosine) o della legge (il notaio connivente che falsifica gli atti di proprietà delle terre della Media Luna) ai propri loschi interessi. Anche Pedro Paramo ha però il suo punto debole, l’amore puro e incondizionato per Susana San Juan, donna bellissima ma debole di mente, la quale è un po’ come la Rosebud di “Quarto potere” (in quanto lo riporta agli anni dell’infanzia pieni di sogni e di passioni incontaminate) e la cui morte prematura (“Non esiste nessun ricordo, per intenso che sia, che non si spenga”) lo induce a ritirarsi dal mondo e a lasciarsi morire di tristezza.
“Pedro Paramo” è una sorta di Spoon River ispano-americana, in cui sulla malinconia del ricordo prevale l’irrequietezza del rimorso e del rimpianto, e in cui il coté surreale, con i suoi defunti che si affollano per narrare, ognuno a suo modo, le loro piccole, insignificanti storie, non pregiudica affatto né la descrizione lirica e potente di una natura fatta di cieli in cui piovono stelle cadenti, di nuvole che si lanciano sulla terra sconvolgendola e cambiandone i colori, di tramonti infuocati e di torrenziali acquazzoni che annegano la terra, né - soprattutto - la rappresentazione cruda e antiretorica, in qualche modo anche storica (ad un certo punto del libro si affaccia persino la rivoluzione messicana) di un mondo rurale popolato di contadini poveri e oppressi e di infelici donne in gramaglie che si trascinano tra messe e funerali, quasi che la circolarità del tempo del romanzo, in cui ciò che accade è in realtà già accaduto, fosse la metafora di un continente schiacciato da secoli di sopraffazione, di angherie e di corruzione, e condannato per questo alla marginalità e al sottosviluppo. Se di realismo magico si è tanto parlato, e giustamente, a proposito di Gabriel Garcia Marquez o di Isabel Allende, non bisogna dimenticare che la sua origine risiede proprio in questa esile ma originalissima e imprescindibile opera seminale, che si staglia come un diamante grezzo ma luminosissimo nel panorama della letteratura latino-americana moderna.

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Pedro Páramo 2021-03-29 15:46:15 siti
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siti Opinione inserita da siti    29 Marzo, 2021
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Morto che parla...

Il messicano Juan Rulfo ha scritto solo due libri, pubblicati tra il 1953 (“La pianura in fiamme, raccolta di racconti) e il 1955 (“Pedro Páramo ”, breve romanzo, esplosione di voci fissate in carta da un generoso inchiostro). Oggi questo ho letto, il suo secondo e ultimo lavoro: non pubblicò mai più nulla. Un vero deserto creativo dopo tale effluvio onirico quale è “Pedro Páramo”.
Si esce impreziositi da questa lettura che non offre nemmeno una storia, almeno non una di quelle che lo stesso bellissimo incipit farebbe presagire. Siamo in Messico, lande desolate, crocevia di strade che si intersecano in due sole direttrici : scendere e salire, speculari ad andare e tornare. Juan Preciado va, va alla ricerca del padre, Pedro Páramo , a Camala, la madre è morta da una settimana, le ha fatto una promessa: - Non chiedergli nulla, pretendi ciò che è nostro -. Agosto, colline si susseguono, il paesaggio langue, l’aria è bollente, i morti dall’inferno tornano qui a riprendersi la coperta. La Media Luna, estesissima proprietà del padre, lo accoglie, lo scorta un mulattiere di passaggio e Pedro Páramo è morto … era anche suo padre.
Ma chi è Pedro Páramo ?
Sarebbe precoce chiederselo perché da questo punto in poi la narrazione vira, si apre a ripetute analessi, procede a rilento lungo la via della fabula, disdegna oltremodo l’intreccio. Il racconto si fa voce, prima reale, tangibile: Donna Eduviges Dyada accoglie Juan Preciado a casa sua e racconta e quando la sua evanescenza inizia a delinearsi agli occhi del protagonista-narratore e dell’ormai disorientato lettore, subentra un’altra narratrice, Damiana Cisneros. E il quadro lentamente si delinea, e tutto sfuma, svanisce e al tempo stesso si delinea di nuovo, offre i contorni di un disegno che sarà completo solo alla fine. Il narratore è intanto ormai trasformato in ascoltatore e a contatto con le diverse voci spettrali che animano un paese ormai morto, diventa della stessa essenza dei suoi favellatori. Un turbine di mormorii, di sussurri, di visioni e una vera e propria galleria di personaggi indimenticabili lo ricongiungeranno alla storia del padre, colui che dal nulla divenne grande, il cacique che tutto poté dalla morte di suo padre alla guerra dei cristeros per giungere infine alle ribellioni al seguito di Pancho Villa.

Fantasmi, cavalli senza cavaliere, assassini, sogni benedetti e maledetti, matrimoni imposti, violenze, la terra, i confini, il potere, il peccato, lo strapotere. Morti, asfissie, sepolture e racconto. I morti parlano, stateli a sentire non sono poi così pericolosi. Peggio è il rancore vivente.


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Guymares Rosa, Il grande Sertao
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Pedro Páramo 2018-01-09 18:18:13 Laura V.
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Laura V. Opinione inserita da Laura V.    09 Gennaio, 2018
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“Mi ha portato qui l’illusione.”

Non solo dell’illusione, ma anche del sogno e di uno stato continuo di dormiveglia questo romanzo ha tutte le sfumature.
Proprio per via della sua dimensione onirica, a tratti evanescente, “Pedro Páramo” non è un romanzo come tanti; Juan Rulfo, autore messicano del secolo scorso, inaugurò un nuovo modo di scrivere, influenzando altri scrittori sudamericani, come per esempio Gabriel García Márquez che, stando alla sua diretta testimonianza, lesse per ben due volte il libro in questione nel corso della stessa notte. Non a caso, cattura molto la lettura di queste pagine, dove sogno e realtà s’intrecciano, vita e morte si confondono, passato e presente si amalgamano in una dimensione atemporale dal fascino e dalla suggestione straordinari. Splendide le descrizioni di ambienti e paesaggi che finiscono per coincidere con stati dell’anima scanditi dallo scrosciare della pioggia, dal rincorrersi di albe e tramonti, dal palpitare delle stelle e dall’incedere delle notti più buie durante le quali si accendono spesso le voci e i sussurri di un villaggio ormai muto e disabitato ma pur pieno di echi.
Una storia di umane passioni e miserie sullo sfondo di lotte e rivendicazioni sociali. Per me un filone senz’altro da approfondire, questo della letteratura latinoamericana, di cui, fatta eccezione per un assaggio di Sepúlveda, ancora non conosco granché.

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