Poesia Poesia italiana Il flauto magico e la luna di neve
 

Il flauto magico e la luna di neve Il flauto magico e la luna di neve

Il flauto magico e la luna di neve

Letteratura italiana

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In una caldissima notte d’estate, in un luogo non meglio precisato del Giappone, uno stanco viandante si appoggiò ad un ciliegio e cominciò ad osservare la luna: gli sembrava triste e malinconica, non era la luna che lo aveva guidato nei suoi lunghi viaggi, in ogni passata stagione. Fu per caso soltanto che vide accanto ai piedi del grosso ciliegio un flauto, un flauto vecchio e, molto probabilmente, abbandonato da qualcuno senza ritegno e senza compassione. Cominciò a suonare quel flauto, le note che emise erano gocce di giada cinese, erano Poesia che penetrò nel cuore della luna, luna che cominciò a vibrare appassionatamente e a riemergere dal torpore. La luna brillò forte e fece scendere fiocchi di neve sul suo caro viandante per dargli frescura in segno della sua eterna riconoscenza; ogni dieci anni, narra la leggenda, quella luna lascia cadere fiocchi di neve per pochi minuti in cerca del suo viandante.



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Il flauto magico e la luna di neve 2014-01-13 15:27:59 Renzo Montagnoli
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Renzo Montagnoli Opinione inserita da Renzo Montagnoli    13 Gennaio, 2014
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Il fascino magico dell’estremo oriente

Ammetto che l’estremo oriente ha sempre rappresentato per me un mondo misterioso, con tradizioni così difformi dalle nostre, con stili di vita del tutto particolari e propri di civiltà millenarie che, pur in un rapido progresso, hanno saputo conservare quanto di buono era presente nel loro lontano passato. In ambito letterario anche le poesie hanno svolgimenti e tematiche del tutto peculiari e al riguardo basti pensare all’haiku, una forma tipicamente giapponese, diffusasi tuttavia rapidamente nel mondo occidentale.
Questo preambolo è solo per introdurre a questa raccolta di poesie che non è opera di un cinese o di un giapponese, bensì di un italianissimo autore, anche lui irresistibilmente attratto dalla magia di quel mondo lontano, ispirato ai grandi poeti cinesi dell’epoca T’ang, che fu un vero e proprio rinascimento artistico, e ai grandi Maestri nipponici.
Per i temi affrontati e grazie alla particolare e notevole sensibilità di Massimo Baldi la lettura di queste liriche riveste un’esperienza indimenticabile, con una immersione in una realtà quasi onirica che porta gradualmente a uno stato di notevole serenità. È infatti impossibile restare indifferenti di fronte a versi i cui elementi tipici della natura si fondono mirabilmente con emozioni del tutto umane, in primis l’amore (Appoggiato alla finestra osservo pigramente / il concerto chiassoso dei cormorani sulle rive fangose. / Un crisantemo rosso tra le mani che giro e rigiro / quasi volessi interrogarlo per saper di te. /…). Natura e uomo, quest’ultimo non come preteso padrone della prima, ma come elemento di una realtà che il supremo ordine delle cose ha saputo organizzare così bene affinché, in delicati equilibri e interdipendenze, lo svolgersi della vita, in un ritmo solare, sia foriero di un continuo tranquillo appagamento. Le passioni possono essere grandi, possono anche essere urlate, ma il suono si abbassa al cospetto di un mondo che ci circonda e di cui solo dobbiamo essere grati. In questo modo emerge silenzioso il fascino di un’esistenza in cui tutto appare naturale e non confezionato, in cui ogni cosa, essere umano compreso, appare per quello che effettivamente é. L’impressione è così di trovarsi di fronte a qualche cosa di magico e di irripetibile, di ritrovare un senso della vita che il nostro insano progresso ha soffocato ( Era magico quel ciliegio! / Ricordi, era il nostro Yu-Liang, / quanta neve ha imbiancato le mie tempie / quanti draghi ho combattuto e sconfitto. /…). L’amore finisce con l’essere avvolto dal tenue filo di seta di un tempo sospeso, un alone magico che fra i chiaroscuri svela e nasconde. È certamente necessaria una particolare sensibilità per scrivere queste poesie e l’autore ne è in possesso e, pur senza ostentarla, la dispiega a piene mani, dando vita a immagini che stupiscono per la loro riposante bellezza ( Ondeggia l’erba come serica stoffa / e freme tutto il campo di papaveri; / e intanto io mi specchio nel viola e nel bianco degli iris / mentre sui lunghi steli si placa il vento. /…).
Poi ci sono le poesie di ispirazione giapponese e si tratta di Haiku e di Keiryu (queste ultime differiscono dalle prime per lo schema metrico diverso 7 – 9 – 8 – 9 – 9 e per il tema esistenzialistico – filosofico). Le prime, pur nel necessario limitato numero di versi, ripropongono con sensibilità il rapporto inalienabile fra uomo e natura e mi sembrano anche in questo caso ben riuscite ( è crepuscolo - / già trepida il suo cuore / appassionato.).
Completano la raccolta poesie d’ispirazione occidentale, di buona fattura e in cui emergono ancora sentimenti ed emozioni, ma ripiombare nel nostro mondo dopo una fuga dell’anima in un paradiso dei sensi non consente di apprezzarle per quanto invece meriterebbero. Non è un risveglio traumatico, ma è la semplice constatazione che il nostro volo nel magico estremo oriente è terminato e che siamo ritornati alla vita di tutti giorni, con il solo desiderio di conservare il più a lungo possibile quella serenità che quei versi e quel mondo ci hanno donato.

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