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Guaio di notte
 
Guaio di notte 2023-04-03 11:21:38 Bruno Izzo
Voto medio 
 
4.0
Stile 
 
4.0
Contenuto 
 
4.0
Piacevolezza 
 
4.0
Bruno Izzo Opinione inserita da Bruno Izzo    03 Aprile, 2023
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Modestamente

Donne in fuga, e donne in cerca di guai.
Due donne diversissime tra loro, per età, origine e vissuto, in fuga perché ferite crudelmente, ciascuna a suo modo, in quello che è più intimo e radicato nelle femminilità di una donna, l’amore di una madre per la figlia e viceversa, e che incappano nei guai peggiori, una serie di misteriosi omicidi.
Su cui sono costrette poi ad indagare insieme, spinte dal bisogno e dall’insolvenza.
Il tutto nello scorrere frenetico di fatti e avvenimenti tumultuosi ed esagitati, in crescendo via via che si procede nella lettura, stimolando abilmente l’attenzione del lettore.
Invogliandolo a seguire assorto, senza distrarsi e senza badare allo scorrere delle pagine, perché la storia è costruita davvero bene, strutturata con verismo, intelligenza e mestiere, il racconto, e con esso le sue singolari ed indovinate protagoniste, attrae, incuriosisce, lascia in sospeso, vogliosi di girare pagina per il capitolo successivo. Un romanzo intrigante e ambiguo allo stesso tempo, non chiarisce tutto nei particolari, ma non li omette o li nasconde, tutto viene presentato in piena luce a chi desidera chiarezza, ognuno è realmente quello che è, per esempio una delle due protagoniste ha un aspetto androgino orientaleggiante, ma è una donna con tutta evidenza; oppure finanche un comune pet, di nome Donna Achille, che non sembra affatto diverso da quanto appare, si rivela per quello che in effetti è, estrinsecando il suo pensiero nero su bianco, per chi sa e desidera davvero leggere per bene, magari tra le righe. Insomma, donne che incappano in un vero accidente, e la più anziana delle due definisce davvero così, “accidente”, il minore dei suoi tanti problemi personali, una grave forma di agorafobia che la affligge. Se poi qualsiasi traversia, già spiacevole di per sé stessa, sovviene quando cala il buio, allora tutto si complica ulteriormente, si aggrava, è peggio che andare di notte, nei modi di dire in uso nel napoletano si impreca che è, appunto, un guaio di notte.
“Guaio di notte”, è l’ultimo superbo ed elegante romanzo della scrittrice napoletana Patrizia Rinaldi,
la cui notorietà si è recentemente ampliata con la trasposizione in una fortunata fiction del suo precedente lavoro “Blanca”. La Rinaldi è una bella penna, moderna, stuzzicante ed interessante.
Un romanzo superbo il suo, niente affatto un guaio di notte ma una bontà di giorno, perché è un elaborato insigne, nobile e generoso, sarà anche un thriller, ma è un pretesto letterario, più che altro l’autrice si sofferma con umiltà ed empatia, con prosa rispettosa e solenne, sull’osservazione e sulla disamina di ferite atroci, che troppo spesso si portano all’animo femminile, sia nel fisico e nel morale.
Questo è un racconto sull’estrema vulnerabilità del genere, e insieme sul loro stoicismo solidale, la fermezza e la forza d'animo nell' affrontare le difficoltà e le avversità dell'esistenza purché siano unite, sodali oltre qualsiasi differenza di età e di censo. Come solo le donne sanno fare, quando una potrebbe essere la madre dell’altra, in questo caso non lo sono, per fortuna o per sventura però a deciderlo è il lettore. Il tutto reso con una bella scrittura filata, svelta e disinvolta.
Questo romanzo denota occhio, cuore e inclinazione della sua autrice alla indagine, certo, ma in particolare è una attenta analisi sulle incrinature, sui solchi e le scissioni incise a forza su psiche e caratteri, allorché fatti come abusi, arbitri, brutalità, abbandoni e delusioni feriscano ad ogni età.
Nemmeno necessariamente ad opera dell’altro genere, talora anche da parte della propria madre, peggio che andare di notte se poi le madri sono due.
Si usa dire però che è dalle crepe che fuoriesce la luce, ed è davvero così in questa storia, l’incontro casuale, e poi custodito gelosamente da ambedue con la tenacia dell’amore, di due donne divise da età ed esperienze, trapela dalle crepe, è la luce della simbiosi, è spia di un completamento, la Signora e l’Autista, le due protagoniste, sono in reciproco ascolto e supporto l’una con l’altra.
La Signora è avanti con gli anni, sofferente perché troppe volte manipolata e delusa nella vita e negli affetti, soprattutto perché una madre mancata, l’altra invece, l’Autista Andrea, è una vittima brutalizzata dall’infanzia, in fuga dagli orrori nel solo modo che conosce, provocandosi altre ferite a scopo diversivo. Diverse quindi ciascuna a suo modo, ed invece simili; tant’è vero che si attraggono, si cercano, si accordano, sono due sinfonie discordanti che si armonizzano in una melodia organica.
L’una vogliosa di recuperare una vita sprecata in deludenti convinzioni, in realtà inezie, costrizioni e inganni, foriere di amarezze, tradimenti e disillusioni.
Da cui intende affrancarsi una volta per sempre con forza, dignità e fierezza, da qui il suo continuo intercalare “modestamente”, con tanto di punto esclamativo, che è allo stesso tempo un avverbio per autoelogiarsi e insieme un grido di rivalsa, una ripicca, un dispetto, in definitiva una voglia di rivincita, e un punto d’onore di riprendersi l’esistenza.
Anche per conto, per tramite, a favore di Andrea, salvata a forza da un brutta esperienza e riconvertita, seduta stante, come proprio autista; l’Autista è in perenne ricerca dell’Amore materno che sempre le è stato negato, in qualsiasi forma, sostituito da una forma di auto colpevolezza inculcata da arte che la induce all’autolesionismo: pure questo, bisogna ammetterlo, modestamente, realizzato con cura, coscienziosità e diligenza, degni di miglior causa, ferite e tagli che sono intarsi arabescati, quasi.
“…avevo bisogno di mia madre. Di mio padre no…si faceva vedere poco. Meglio così.”
Nessuna delle due, in realtà, è quanto appare: la Signora, con tutti i tratti della matrona dell’alta borghesia napoletana, ed in effetti è stata la consorte di un noto professionista con tanto di attico e superattico di proprietà nel quartiere più esclusivo della città partenopea, se ne va in giro con tanto di pistola con matricola abrasa, detenuta illegalmente, intrattiene rapporti tanto cordiali quanto ambigui ed impropri con un boss della camorra napoletana, tale Naso di Cane, un nome che rievoca il titolo di un romanzo di malavita dello scrittore Attilio Veraldi, il che è tutto un programma.
L’Autista è invece in fuga da una autentica persecuzione, ed è il motivo per cui non vuole che venga accertata la sua effettiva identità, al punto da girare travestito da uomo pur essendo una bellissima ragazza.
“…Fino ai sette anni sono stata bene. Ogni tanto, almeno. Amavo mia madre, la mia madre vera, e ogni tanto mi pareva di essere riamata. Fino a quando non mi hanno consegnato alla casa-famiglia. La casa della Madremaestra.”
Le due donne in fuga su un SUV, ognuna che ha perso tutto, e ciascuna vogliosa di lasciarsi tutto alle spalle, giungono in Toscana dove saranno costrette ad industriarsi per necessità, e con molta abilità, bisogna ammetterlo, come detective presso un noto albergo con SPA annessa e omicidi acclusi. Per poi ritrovarsi e congiungersi in una sorta di recuperato e reciproco amore materno - filiale, e ricostruirsi e ritemprarsi nell’unica vestigia sopravvissuta al glorioso passato, una sorta di minuscolo buon ritiro nei pressi di Palazzo Donn’Anna, con tanto di vista spettacolare sul panorama del golfo di Napoli, con Vesuvio annesso.
Loro due, e Donna Achille, modestamente.

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Patrizia Rinaldi
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