Armance Armance

Armance

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Armance rappresenta il primo, maturo approccio di Stendhal al genere del romanzo. Al suo comparire - nel 1827 - provocò, per l'eccessivo grado di novità, una vera e propria crisi di rigetto nei lettori contemporanei. In queste pagine si possono ritrovare, infatti, gli elementi che consacreranno la grande stagione del "Rosso e il Nero", della "Certosa di Parma" e delle "Passeggiate romane": l'audacia dell'autore nel farsi storico dei suoi tempi; la capacità di cogliere nella realtà sociale i veri conflitti, la loro natura economica e di classe; l'introduzione perentoria della politica nella letteratura; la connessione tra vita privata e base economica, i sentimenti visti come espressione della condizione sociale; e, soprattutto, uno stile disadorno, diretto.



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Armance 2016-05-15 14:01:43 viducoli
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viducoli Opinione inserita da viducoli    15 Mag, 2016
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La spietata analisi di una costruzione sociale...

...giunta al termine della sua storia

'Armance' è il primo romanzo scritto da Stendhal. Pubblicato nel 1827, è sicuramente un’opera più acerba dei tre grandi romanzi della maturità, ma contiene in sé tutti gli elementi formali e di contenuto che fanno di Stendhal uno dei scrittori più rivoluzionari della storia della letteratura, per la sua capacità di analizzare e criticare la società in cui vive, per la sua dichiarata convinzione che i rapporti sociali determinati dalle effettive condizioni materiali ed economiche fondano e condizionano l’organizzazione sociale, il comportamento dei singoli e i rapporti interpersonali.
Anche da un punto di vista formale e stilistico, questo romanzo d’esordio – in realtà Stendhal ha già 44 anni, ed ha già alle spalle una vita da funzionario napoleonico nonché la pubblicazione di saggi e scritti sull’Italia, sulla musica e sulla letteratura – ci permette subito di entrare in quell’atmosfera di scrittura essenziale, cronachistica, da molti percepita come letterariamente sciatta, che caratterizza i romanzi del nostro, e che lo ha fatto contrapporre da sempre, soprattutto nel cuore dei francesi, al quasi contemporaneo maestro indiscusso della bella pagina, Flaubert. Scherzando (ma non troppo) si potrebbe dire che la divisione che esiste in Francia tra 'stendhaliani' e 'flaubertiani' assume la stessa importanza che nel nostro paese ha quella tra chi preferisce il panettone e chi il pandoro: ogni paese ha le spaccature culturali che si merita in base alla propria storia.
Personalmente, pur non disprezzando affatto la bellezza della pagina flaubertiana, ritengo che lo stile di Stendhal sia la diretta conseguenza, quasi programmatica della piena coscienza che egli ha della funzione politica della letteratura: parafrasando Von Clausewitz, ritengo si possa dire che per Stendhal la letteratura non è che la continuazione della politica con altri mezzi. Come giustamente dice Piergiorgio Bellocchio nella breve ma preziosa prefazione a questa vecchia edizione Garzanti del romanzo (prefazione su cui tornerò) il romanzo costituisce per Stendhal "… lo strumento capace di connettere i suoi molti interessi e di analizzare e soddisfare i suoi bisogni più intimi." E’ indubbio che gli interessi di Stendhal in quegli anni siano soprattutto legati alla necessità di analizzare la società in cui viveva, la Francia della restaurazione post-napoleonica, che lo aveva emarginato (vivrà sino al 1822 a Milano) in quanto organico al passato regime, in quanto repubblicano di antica fede, in quanto in definitiva potenzialmente sovversivo. La pagina di Stendhal deve quindi essere essenziale, non badare alla forma se vuole essere reale, se vuole trasmettere quanto più direttamente possibile il contenuto politico delle storie che narra.
La storia di 'Armance' è, secondo i canoni più ortodossi del romanticismo, la storia dell’amore infelice tra due giovani: Armance de Zohiloff, ragazza povera di origini russe che è stata accolta nella casa della zia, la brillante e nobile M.me de Bonnivet, e Octave, visconte di Malivert, suo cugino, rampollo di una delle famiglie più antiche di Francia. Questa semplice cornice, che – soprattutto agli occhi del lettore contemporaneo potrebbe apparire convenzionale – è distorta da due elementi di grande importanza per lo sviluppo del romanzo, che certamente rappresentarono i motivi per cui il romanzo fu quasi ignorato all’epoca ma che oggi ne testimoniano la grandezza. Il primo è che Stendhal ambienta la storia nel 1827, come esplicitamente riportato nel sottotitolo. Egli quindi scrive in presa diretta, descrive i salotti dell’aristocrazia restaurata, analizza la loro fatuità, il revanchismo nei confronti della borghesia, il loro vano opporsi all’inevitabile dominio della ricchezza rispetto alla nascita, il loro essere a loro volta ormai schiavi del denaro nel momento stesso in cui queste cose accadono, in cui le certezze seguite alla restaurazione del 1815 stanno lasciando il passo al presentimento di ciò che accadrà nel luglio 1830. Il secondo elemento di meraviglioso realismo della storia, che all’epoca fu senza dubbio percepito come eccessivamente scabroso, sta nell’impotenza sessuale di Octave.
Octave de Malivert è in assoluto il vero protagonista del romanzo, rispetto al quale la figura di Armance non assume altro ruolo che quello di spalla, di strumento per poter dispiegare compiutamente l’analisi del dramma psicologico e sociale del giovane visconte. Egli è la plastica rappresentazione dell’impotenza dell’aristocrazia, formalmente di nuovo al potere, di arrestare l’avanzata dei tempi nuovi,di fermare il suo annientamento in quanto classe dominante.
L’impotenza sessuale di Octave, mai dichiarata apertamente da Stendhal e anche contraddetta nel finale ma facilmente deducibile da una serie di indizi sparsi nel racconto, è la metafora della sua impotenza ad uscire dalle contraddizioni oggettive in cui il suo essere un rappresentante dell’aristocrazia in quel preciso momento storico lo pone. Octave è un ribelle, legge i libri proibiti degli illuministi, le riviste giacobine. Sa perfettamente che l’aristocrazia a cui appartiene così com’è non ha futuro. Ormai, ci dice in una delle sue tante riflessioni, essa fonda il proprio potere solo sulla necessità di difendersi dagli assedianti e non più su una leadership culturale e morale sulla società intera. D’altro canto egli è anche perfettamente consapevole che la borghesia, fondando il potere sul denaro e l’arricchimento personale, spinge il mondo verso una nuova, sconosciuta volgarità. Infatti l’aristocrazia, pur aborrendo la borghesia e gli arricchiti dalla rivoluzione, ha ormai assorbito da questi ultimi la piena coscienza che il potere è strettamente legato al possesso del denaro, più che ai diritti di nascita. Per questo nei primi capitoli del romanzo Octave, con le sue idee giacobine prima mal sopportate in società, diverrà una star dei salotti nel momento in cui, grazie all’approvazione di una legge di risarcimento dei nobili, entrerà in possesso di una considerevole fortuna. Allora le sue idee, il suo comportamento scostante verranno letti come elementi di brillantezza, e le madri faranno a gara per proporgli una figlia in moglie.
Armance, sottilmente disprezzata in società in quanto povera, è l’unica che apprezza Octave per quello che è, e fatalmente i due finiranno per innamorarsi. Questo amore, però, non viene dichiarato. Octave, a causa del suo mostruoso segreto ha infatti deciso di non innamorarsi mai, e Armance teme le conseguenze sociali riservate alla povera ragazza che sposa il bel partito. La storia si dipana quindi lungo una serie di equivoci e sotterfugi tra i due giovani, che non hanno il coraggio di dichiararsi reciprocamente. Sono pagine molto belle, in cui emerge la capacità di Stendhal di analizzare l’animo dei protagonisti, e che arricchiscono il romanzo di una componente schiettamente romantica e intimistica che magnificamente si accompagna all’ordito sociale e politico. Quest’ultimo appare clamorosamente nel capitolo XIV, nel quale Octave e Armance discutono apertamente delle contrapposizioni sociali e del disagio di Octave rispetto al ruolo che la società gli ha cucito addosso. Il capitolo si chiude con una riflessione del narratore, che dice tra l’altro che "la politica che viene a interrompere un racconto così semplice può fare l’effetto di un colpo di pistola nel bel mezzo di un concerto", immagine che – ci dice Piergiorgio Bellocchio, Stendhal utilizzerà anche nei romanzi maggiori, a testimonianza del ruolo politico che l’autore attribuisce ai suoi romanzi.
Gli equivoci tra Armance e Octave cadranno in conseguenza di un episodio drammatico e del fatto che Armance erediti da parenti russi una piccola fortuna, per venire subito di nuovo innescati dalle macchinazioni di un parente, che – guarda caso – agisce spinto da sete di denaro. Il romanzo si chiude in tragedia, con un finale che dal punto di vista narrativo appare quasi posticcio. Dal capitolo XXV in poi sembra infatti che si apra una nuova storia, forse troppo macchinosa per avere l’appeal di ciò che la precede, ma pienamente coerente con il tema, che pervade tutto il libro, del disfacimento prossimo venturo di un ordine sociale non coerente con i tempi. Questo finale, nel quale tra l’altro come detto sembra contraddetta l’impotenza sessuale di Octave, è forse il segno più tangibile dell’inesperienza di Stendhal in quanto narratore, ma nulla toglie alla forza della vicenda narrata, forza che si dispiega a vari livelli, tra i quali vorrei citarne almeno tre.
Innanzitutto c’è la straordinaria capacità analitica di Stendhal nell’identificare la dicotomia allora esistente tra la pretesa dell’aristocrazia di preservare il proprio predominio politico e le dinamiche di una società ormai di fatto dominata dalla borghesia, di cui peraltro l’autore percepisce i vizi d’origine, perlomeno a livello sovrastrutturale. In questo senso appaiono quasi profetiche alcune considerazioni sparse qua e là nel romanzo, che prevedono direttamente l’imminente fine della monarchia dei Borboni. Vi è poi, strettamente connesso a questo, il tema del dominio del denaro quale fattore che determina le relazioni tra le classi e gli uomini, che costituisce la piattaforma su cui si innalzerà di lì a pochissimo il monumento letterario eretto da Balzac. Infine, ultimo ma non meno importante degli architravi su cui è costruito 'Armance', l’uso quasi metaforico di un tema, come quello dell’impotenza, dai chiari risvolti metaforici e psicanalitici, inusitato per l’epoca e che quindi – anche se arditamente – può avvicinare questo romanzo a tematiche squisitamente novecentesche.
'Armance' costituisce in definitiva la prova generale di un autore che ci avrebbe regalato tre dei più importanti romanzi della letteratura di ogni tempo (non dimentichiamoci infatti di 'Lucien Leuwen'), e come tale si può dire che sia una prova perfettamente riuscita, ancorché passibile di affinamenti.
L’edizione Garzanti da me letta, risalente al 1982, è preceduta come detto da un breve saggio di Piergiorgio Bellocchio, intellettuale della nuova sinistra degli anni ‘60 e ‘70 del secolo scorso, fondatore tra l’altro dei Quaderni piacentini. Consiglio di leggerlo attentamente, perché pur nella sua brevità e schematicità, questo saggio a mio avviso è un chiaro esempio di come la critica letteraria di matrice marxiana riesca ad interpretare in maniera illuminante le radici profonde della produzione letteraria. Indubbiamente questo compito nel caso specifico è in certo qual modo facilitato dal sostrato dichiaratamente politico cui Stendhal si appoggia per narrarci le sue storie.

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Gli altri tre grandi romanzi di Stendhal
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Armance 2012-07-26 14:01:52 Renzo Montagnoli
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Renzo Montagnoli Opinione inserita da Renzo Montagnoli    26 Luglio, 2012
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Il primo romanzo

“Armance era una nipote molto povera delle signore de Bonnivet e de Malivert, quasi della stessa età di Octave, e poiché si erano reciprocamente indifferenti, i due si parlavano con assoluta franchezza. Dopo tre quarti d’ora trascorsi col cuore gonfio d’amarezza, Octave fu colpito da questa idea: Armance non mi fa moine, è la sola qui ad essere estranea a questo raddoppiamento d’interesse che devo a un poco di denaro, lei sola, qui dentro, ha una qualche nobiltà d’aqnimo. E l’unico motivo di consolazione fu di guardare Armance.”


Di certo Stendhal è conosciuto di più per Il Rosso e il Nero e per La Certosa di Parma, due romanzi che mantengono inalterato ancor oggi il loro grande valore letterario, due autentici classici che non risentono delle scorrere del tempo, indifferenti alle mode letterarie, sempre capaci di avvincere il lettore con la loro straordinaria attualità.
L’autore francese ha scritto anche altre opere, che si potrebbero definire, senza esagerazioni, di eccellenza; con l’abitudine che a volte si ha di procedere come i gamberi, fra queste mi sono imbattuto in Armance, il suo primo romanzo, dato alle stampe nel 1827.
Preciso subito che se agli occhi di chi già si è entusiasmato per Il Rosso e il Nero e per La Certosa di Parma questo racconto intriso di romanticismo può sembrare modesto, all’epoca invece trovò uno scarso successo per motivi del tutto opposti, legati allo stile di scrittura, non ridondante, scarno, che va soprattutto al sodo, per l’ambientazione, per la capacità di evidenziare i difetti di una nobiltà marcescente, per l’introduzione di un discorso politico e sociale del tutto rivoluzionario per quegli anni di Restaurazione.
A una lettura più attenta, liberandosi dagli stilemi propri del romanticismo che danno alla vicenda amorosa di Armance e di Octave quei toni eccessivi che passano dalla disperazione alla felicità in continua alternanza, devo dire che questo primo romanzo è invece particolarmente affascinante, riuscendo gradualmente ad avvincere in un crescendo che poi si conclude in tre righe di una bellezza sconcertante, ma che sono ben significative di una classe (i nobili) in via di progressiva estinzione, perché hanno fatto il loro tempo.
La straordinaria capacità dell’autore di descrivere i personaggi di questa casta, chiusa in un mondo che si va spegnendo, i loro rapporti interpersonali, la loro vuota esistenza, mentre il mondo di fuori reclama di vivere in altro modo chiedendo il riconoscimento di una posizione di rilievo solo per capacità, e non per nascita, sono frutto di idee nate con la Rivoluzione francese, portate in parte avanti con Napoleone, di cui Stendhal era fervente ammiratore, e poi soffocate dopo Waterloo, come se con una battaglia si potesse fermare un progresso inarrestabile, agevolato, per di più, da una naturale decadenza che nessuna legge e nessun potere costituito poteva arrestare.
Penso, inoltre, che Stendhal sia riuscito a delineare due protagonisti perfettamente complementari, due vite che non avrebbero potuto che incrociarsi.
Infatti, Octave, nobile di grandi origini, e Armance, anch’essa blasonata, ma di più modesto lignaggio, sono due giovani in cui sboccia un amore esclusivamente platonico, una sorta di affetto che trasforma l’amicizia in un sentimento più forte, rispettosi l’uno dell’altro, in particolare lei, sempre pronti a tormentarsi o a gioire al massimo livello, in un avvicendarsi di sole e di buio, di giorno e di notte, condizionati dal loro rango, ma al tempo stesso inconsapevolmente desiderosi di rompere le catene di una società gretta, fatua, senza domani.
Lui è turbato, ha momenti quasi di pazzia, altri di estasi, altri ancora di depressione, ma lei lo ama, perché l’amore è irrazionalità, è un sentimento che nasce all’improvviso e di cui solo in seguito si cercano eventualmente le motivazioni.
È tenera, dolce Armance, ma ha carattere, un carattere che le permette di andare oltre le stranezze di Octave, quasi pazzie si potrebbero definire, ingiustificabili agli occhi degli altri, ma una causa c’è, un orribile segreto che lui tiene tutto per sé, un fardello che grava come un macigno e di cui solo a volte riesce a dimenticarsi, ed è in quei momenti che si sente veramente felice, che assapora l’ebbrezza dell’amore.
Di che si tratti si arriverà a capirlo poco a poco ed è questa un’altra straordinaria abilità di Stendhal, con quel graduale coinvolgimento, con quel dubbio che sorge al lettore all’improvviso, che ricaccia, perché gli appare impossibile, ma che poi ritorna, tanti piccoli tasselli che vanno componendosi come in un mosaico e alla fine quell’ipotesi che poteva apparire insensata si rivela veritiera.
Il suo è un problema irresolubile, una disfunzione senza possibilità di cure, un dramma che lo perseguita.
Octave soffre d’impotenza e questa finisce con il diventare la metafora di una classe sociale senza nerbo, agonizzante e prossima alla fine. E così il protagonista maschile, naturalmente diverso, è portato a una progressiva drammatica autoemarginazione, dando vita a un personaggio indimenticabile, di forte spessore, come lo saranno, nei due più famosi romanzi successivi, Julien Sorel e Fabrizio del Dongo.
Armance è un’opera che si legge con passione e che resta dentro per sempre, un altro capolavoro di Stendhal.

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Il Rosso e il Nero - La certosa di Parma, entrambi di Stendhal
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