La saga di Vigdis La saga di Vigdis

La saga di Vigdis

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Nell’inverno perenne di una Scandinavia medievale, la giovane Vigdis si innamora perdutamente di Ljot, uno sfrontato marinaio islandese, audace in battaglia e sensibile alla poesia. L’attrazione è corrisposta, ma Ljot approfitta dell’ingenuità di Vigdis e abusa di lei. Una donna che subisca violenza non ha strumenti di difesa nell’antica società vichinga. La vittima è l’unica colpevole ed è condannata al pubblico ludibrio. Ljot implora il perdono, ma Vigdis rifiuta ogni compromesso, allontanandolo da sé. La violenza l’ha resa estranea perfino ai propri sentimenti: non può rinnegare l’amore che, prepotente, continua ad animarla, ma sente affiorare in sé un tremendo desiderio di vendetta. Quando scopre di essere incinta dell’uomo che ama e che, senza ucciderla, le ha tolto la vita, Vigdis ritrova la forza per reagire. Ricomincia a esistere. Passano gli anni e non mancano le gioie, le amicizie e gli affetti. Perfino l’onore, che Vigdis ritrova nella sua indipendenza e nell’educazione del figlio. La serenità, però, non le appartiene. I frantumi dell’amore si sono ricomposti in odio e la protagonista sta ordendo, a tratti inconsapevole, la più cruenta delle vendette.



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La saga di Vigdis 2022-02-10 10:24:46 DanySanny
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DanySanny Opinione inserita da DanySanny    10 Febbraio, 2022
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Bicromia della vendetta

Le origini di ogni letteratura affondano nel sangue: il sangue brillante di una violenta storia mediterranea, il sangue nascosto e celato della tragedia greca, il sangue rosso vivo di cui si nutre il flamenco spagnolo. E poi c’è un sangue diverso, un sangue nero, scuro, denso, pastoso come la vendetta, un sangue che sgorga senza scorrere, un sangue affamato di sangue, il sangue feroce della cultura scandinava, muta di dei invincibili, orfana di speranza, oppressa dal peso del tempo che vacilla nell’attesa del Ragnarok, la fine degli uomini, del mondo, degli dei e del creato tutto. In questo tempo così umano, l’unica giustizia è quella che l’uomo è capace di ottenere: la giustizia che Vigdis cerca, la giovane Vigdis innamorata di Ljot, il seducente marinaio islandese che l’ha stuprata e poi abbandonata. Vigdis che ha visto bruciare la sua casa, che ha attraversato la neve scandinava sfidando la morte in una notte di tormenta portando in grembo il figlio di quello stupro. Vigdis ha amato Ljot, anzi lo ama ancora e da questo amore così furioso, così irragionevole ha distillato grammi di odio purissimo che nutrono la sua vendetta. La saga di Vigdis è la storia di questa vendetta, la storia di una ferita che non si rimargina, la storia di un amore che balla il suo valzer senza respiro con la morte.

In una Scandinavia medievale stagliata con inconsueta forza su uno sfondo bicromico fatto di neve e sangue, bianco e rosso, Sigrid Undset, premio Nobel nel 1928, recupera il ritmo sincopato e ossessivo delle antiche saghe nordiche, in un testo che non è un romanzo e che come tale va affrontato: i personaggi non mutano, non hanno tormenti psicologici imprevisti, non si dibattano per tenere uniti i nodi della trama; piuttosto su di loro soffia il vento nero e inesorabile della fatalità, di un destino che deve accadere. Come nell’Angelus Novus di Paul Klee, sono spinti avanti dalla tormenta della storia, ma i loro occhi sono fissi indietro, sul trauma primitivo che ha segnata per sempre la loro vita. Undset, come Bergman in “La fontana della vergine”, torna al medioevo per dire della violenza sulle donne certo, ma soprattuto per descrivere il tormento insanabile dei nodi che non si sciolgono, per dire dell’odio che può consumare la vita e dell’amore che lo nutre.
Nulla di nuovo, ma quale potenza si nasconde nella pagine di questa saga nordica.

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