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L'eleganza del riccio

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Parigi, rue de Grenelle numero 7. Un elegante palazzo abitato da famiglie dell'alta borghesia. Dalla sua guardiola assiste allo scorrere di questa vita di lussuosa vacuità la portinaia Renée, che, all'insaputa di tutti, Renée è una coltissima autodidatta che adora l'arte, la filosofia, la musica, la cultura giapponese. Ma tutti nel palazzo ignorano le sue raffinate conoscenze. Poi c'è Paloma, la figlia di un ministro ottuso; dodicenne geniale, brillante che, stanca di vivere, ha deciso di farla finita. Fino ad allora continuerà a fingere di essere una ragazzina mediocre come tutte le altre. Due personaggi in incognito, quindi, diversi eppure accomunati dallo sguardo ironicamente disincantato, che si incontreranno solo grazie all'arrivo di monsieur Ozu, il solo che saprà smascherare Renée.

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L'eleganza del riccio 2019-03-21 09:50:53 levante
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levante Opinione inserita da levante    21 Marzo, 2019
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L'irritante eleganza

Paloma e Renèe sono le protagoniste di questo romanzo ambientato a Parigi. La prima ha solo 12 anni, figlia di un ex-ministro ora deputato della Repubblica, brillante ragazzina con quoziente intellettivo fuori serie stanca già di stare al mondo poichè circondata da persone mediocri primi tra i quali il padre assente e ottuso uomo politico preso dal suo ruolo istituzionale, sua madre perennemente in psicanalisi e sua sorella Colombe studentessa di filosofia solo per fini speculativi. Paloma passa il suo tempo a congetturare il fallimento umano e le speranze deluse dei propri genitori che da giovani volevano mettere al servizio del mondo la propria intelligenza e i propri studi per poi occupare posizioni verticali nella società e condurre per sempre una vana esistenza. Ha progettato il proprio suicidio il giorno del suo tredicesimo compleanno dando fuoco alla casa in modo che i genitori oltre a perdere la loro figlia sapranno cosa significa essere dei senzatetto. Nel frattempo scrive ben due diari: uno riguarda i suoi pensieri profondi tradotti in hokku o tanka giapponesi, l'altro diario riguarda il movimento del mondo....."sarà dedicato al moto delle persone,oppure....a quello degli oggetti, per trovare qualcosa che sia abbastanza esteticoda dare valore all'esistenza" "...se in mancanza di una bella idea per la mente , trovo un bel movimento di corpi allora forse penserò che la vita vale la pena di essere vissuta".
Paloma vive nel superlussuoso condominio abitato da otto famiglie rappresentanti la classe agiata di Parigi, politici, banchieri affaristi insomma gente molto ricca ed influente.

La seconda, Renèe ha 54 anni ed è invece la portinaia del condominio di lusso, vedova da molti anni di Lucien, vive arroccata nella sua guardiola in compagnia di un gatto di nome Lev così chiamato in onore di Tolstoj. Anche Renèe ha problemi con il mondo e con l'umanità, per questo è ben decisa a vivere secondo il comune stereotipo della portinaia quindi sciatta, pigra, poco intelligente in ciabatte e con la televisione come fonte di conoscenza perennemente accesa. In realtà anche lei ha un alter ego che nasconde per non destare sospetti e curiosità: e' una autodidatta, colta e raffinata, esperta di arte, musica, filosofia e cultura giapponese e ovviamente di letteratura russa .Convive con un grande e segreto dolore familiare che le ha indurito il cuore.

Paloma e Renèe sono due anime gemelle: si nascondono, rinunciano, mettono distanze, alzano muri e presumono quai sempre di sapere tutto e di tutti. Difficile empatizzare con loro. l'intensità della loro arroganza è pari alla mediocrità delle persone che hanno intorno, forse anche superiore: impressionante la carrellata di luoghi comuni che vengono snocciolati su povertà/ricchezza, bisogni/desideri su gli stili di vita; cadono esse stesse in un linguaggio stereotipato dal quale credono di essere immuni.

Molte pagine se non interi capitoli sacrificati alla narrazione dettagliata del come dissimulare il loro reale sentire ed essere, spesso emergono come profili pedanti, pignoli, risentiti ed arroganti suscitando in me che leggo fastidio ed irritazione. Cerco di comprendere il senso del loro valore narrativo ma francamente trovo sia una impresa faticosa e vana. Non capisco tutto questo snocciolare la filosofia moderna e contemporanea che non crea legami con la trama, nè a me pare la spiega o sostiene. Avrei apprezzato le incursioni di Kant, Cartesio, Racine Occam e gli altri pensatori balzati nel romanzo se avessero avuto una funzione pedagogica.

L'arrivo del deus ex-machina Ozu rende poco più piacevole la trama, la alleggerisce introducendo le novità di cui è portatore e il suo sguardo libero e vitale ricapitolerà la storia, sollecitando domande a Paloma e Renèe, aiutandole a cambiare e a scoprire il senso vero della loro esistenza.

In generale poco piacevole. Non molto onesta come proposta. Statico

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L'eleganza del riccio 2018-10-20 14:50:31 Pelizzari
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Pelizzari Opinione inserita da Pelizzari    20 Ottobre, 2018
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Oltre l'apparenza

Libro delicatissimo e davvero emozionante, che racconta la storia di due belle anime, fragili ed in qualche modo gemelle: una donna adulta, Renée, portinaia, che legge Tolstoj ed ascolta Mozart ed una ragazzina di 12 anni, Paloma, un po’ ribelle ma molto sensibile. È una storia che ci insegna ad andare al di là dei pregiudizi e delle apparenze, perché non bisogna giudicare, ma cercare le persone e vedere oltre. Oltre l’apparenza si scoprirà la bellezza e la bellezza è ovunque: nella lingua, svelata dalla grammatica, nella letteratura, che è rifugio dalle angosce quotidiane, nell’arte, che è emozione, nella musica che dà equilibrio. Lo stile è ricercato, raffinato, non di semplice lettura, perché ricco e intriso di riferimenti culturali. Il messaggio è un messaggio di vita, perché occorre guardare al futuro, perché esso ci permette di costruire il presente con veri progetti di vita; perché occorre amarla questa vita. È molta disperazione, ma è anche qualche istante di bellezza, in cui il tempo non è più lo stesso. E anche per uno solo di quegli istanti, vale la pena viverla.

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L'eleganza del riccio 2018-06-18 11:02:05 ombraluce
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ombraluce Opinione inserita da ombraluce    18 Giugno, 2018
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SIAMO TUTTI APPRENDISTI

Questo libro ha la capacità di rivoltare l'animo del lettore come un calzino, estirpandone pregiudizi, certezze e cliché, fino a far tabula rasa di ogni credenza precedente su quanto incidano gli stati sociali ed economici sulla ricchezza d'animo e la nobiltà dello spirito. Abituati come siamo a giudicare dalle apparenze (e lo siamo un po' tutti, anche i più aperti non si aspetterebbero mai di parlare di opere liriche, pittoriche o letterarie con un esercente di umili mestieri….. perché certi ambienti sono ormai di interesse esclusivo di circolo prestigiosi e ristretti ,secondo la comune mentalità), la lettura di questo libro ci riporta invece alla base dell'interesse per il sapere e l'arte, e alla base dell'accettazione di certi modelli imposti e pre-imposti. Nelle difficoltà di adattamento estreme di una ragazzina dodicenne e nella vita quotidiana non proprio stimolante di una portinaia ultra cinquantenne abbiamo la possibilità di riconoscerci, di vedere anche i nostri limiti e le nostre perplessità ,magari sepolte sotto lo scorrere di una quotidianità che non ammette dubbi né cambiamenti troppo radicali. Ma dopo aver letto "L'eleganza del riccio" niente, e dico NIENTE sarà più come prima……. L'autrice, tramite l'intreccio di queste due storie a cui si aggiunge, in modo discreto ma fondamentale, la terza storia del ricco regista giapponese, ci regala un'opera che oserei definire rivoluzionaria, molto più rivoluzionaria di trattati o opere a tal fine elaborati, perché qui si parla di intima rivoluzione dell'animo umano…. Le scoperte adolescenziali di una ragazzina non hanno età, possono avvenire in ogni momento della vita, o anche mai, nei casi più ostinati…… Le conquiste umane e personali di una donna matura sono anch'esse maturate nei vari momenti della vita, senza data o scadenza, ma in relazione ai vari incontri e alle vicissitudini che della vita stessa fanno parte. Un libro scritto con grazia, con delicatezza anche se si affrontano argomenti molto forti e pesanti, un libro, soprattutto, scritto con amore, che invita ad aprire mente e cuore.
Perchè, senza cuore "lo sguardo è come una mano che tenta inutilmente di afferrare l'acqua che scorre. Si, l'occhio percepisce ma non scruta, crede ma non interroga, recepisce ma non indaga, è privo di desiderio e non persegue nessuna crociata."

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L'eleganza del riccio 2017-11-07 19:12:53 sonia fascendini
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sonia fascendini Opinione inserita da sonia fascendini    07 Novembre, 2017
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Troppa eleganza per me

Questa è una storia di solitudine e incomprensioni. Renée portinaia per lavoro e filosofa per vocazione si incontra con Paloma ricca borghese per nascita e ragazzina impreparata al mondo per scelta dei genitori disattenti. Il loro incontro, l'abbozzo di amicizia che riescono a creare le ammorbidisce, le fa avvicinare l'una all'altra ed al mondo reale. Mondo che così dedite a nascondersi hanno fino ad allora temuto e travisato. Fino a qui l'idea dell'autrice mi è piaciuta. Non riesco ad avere per le protagoniste molta simpatia, perché pur concordando sulla necessità di omologarsi quando si ha a che fare con persone mediocri, mi sembra che loro eccedano fino a diventare loro stesse prevenute e con un certo complesso di superiorità. Ma del resto i protagonisti di un libro devono intrigarci, non piacerci per forza.
Nonostante abbia apprezzato la trama tutta la parte di contorno alla vera e propria narrazione, mi ha rovinato la lettura. Le riflessioni di Renée e il diario di Paloma sono troppo complesse per me e anche fuori luogo in un romanzo mentre starebbero perfettamente a loro agio in un saggio. Ho comunque letto il volume fino alla fine, perché la curiosità ha avuto la meglio sulla noia e il finale mi ha sorpreso e mi ha fatto rivalutare tutto il romanzo..

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L'eleganza del riccio 2016-03-04 08:44:56 Mian88
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Mian88 Opinione inserita da Mian88    04 Marzo, 2016
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Specchio dell'anima

Renée Michel, cinquantaquattro anni e da 27 portinaia al n. 7 di Rue de Grenelle, figlia di nessuno, senza bellezza né attrattiva, senza savoir faire, ambizione e/o splendore, è in realtà una donna dai molteplici interessi e di grande cultura. Per sua libera scelta non vuol manifestare a chi ha intorno la sua predilezione per l’arte, l’intelligenza, l’apprendimento preferendo altresì vivere in una condizione di silenzio, invisibilità e sottovalutazione così come si confà al suo impiego lavorativo. Quante volte se lo è ripetuto, quante volte ha dovuto far conto con quelle apparenze che non ostentano altro che pregiudizio, ipocrisia, incredulità dinanzi alla possibilità di incontrare una persona di sesso femminile che legge Tolstoj, Kant, Proust e via dicendo.
Paloma, di anni 12, è al contrario un’adolescente acuta, sopra la media e costretta a vivere in un mondo di vacuità con una madre socialista ma dedita al consumismo nonché alle frasi fatte, un padre concentrato sul lavoro ed una sorella borghese e convinta rivoluzionaria. Per fuggire da questo status di malessere decide di scrivere due diari, uno di “pensieri profondi” e l’altro del “movimento del mondo” perché, come ama ripetere, non si cura soltanto l’animo ma anche il corpo. Nel caso specifico della giovane, la soluzione ad ogni problema, la via di uscita è il suicidio. La sua è una consapevolezza cristallina, il suo essere non ha nulla a che vedere con quello di chi la circonda e con gli stereotipi con cui cercano di indottrinarla.
Due esistenze quindi parallele che riescono ad incontrarsi e vedersi veramente soltanto grazie ad un terzo personaggio, il saggio e profondo Kakuro Ozu.
Non vi svelo altro sulla trama onde evitare di dirvi troppo o di trasmettervi troppo poco. Come potete infatti evincere da questo breve preambolo, l’elaborato nasce da un’idea semplice e si sviluppa in una trama altrettanto lineare in cui quel che fa la differenza è la penna dell’autrice, inconfondibile per erudizione e ricchezza, e per le riflessioni filosofiche sul senso della vita che tramite l’aspetto interiore delle personalità femminili la stessa ci offre. Pertanto, qualsiasi parola in più o in meno potrebbe far perdere al lettore che ancora non ha avuto modo di conoscere il testo, sfumature e pensieri che non devono al contrario essere lasciati al caso.
L’autrice tocca tante tematiche che vanno dal perché viviamo alla morsa delle apparenze, passando dalla gioia dell’arricchirsi, all’assaporare le piccole cose, al gusto per l’arte, al volersi per primi salvare, e lo fa con delicatezza, mettendole a nudo queste anime che ha creato, sbucciando un poco alla volta quegli strati che la cara Renée ha indossato – permettendole di darsi, prima tra tutti, una possibilità – e con i quali Paloma ha deciso del suo destino.
Un romanzo veramente ben scritto, che per la sua intrinsicità o si ama o si odia. Tanti i commenti relativi a questo libro, io mi limito a consigliarvi, se mai ne avrete voglia, di leggerlo così da poter constatare quale dei due filoni, il capolavoro o il sopravvalutato, è da voi prediletto. Buona lettura!

« Chiaramente a lei non sarebbe mai venuto in mente che qualcuno potesse avere bisogno di silenzio. Non credo si renda conto di come il silenzio serve a penetrare dentro di sé, di come sia necessario a chi non si interessa unicamente al mondo esterno, perché dentro Colombe c'è il caos e rumore come fuori, in strada »

« Ma nel chiuso della mia mente, non esiste sfida che io non possa accettare ».

« Perché quelli cattivi sul serio odiano tutti quanti,ovvio,ma soprattutto se stessi.
Voi non lo percepite quando qualcuno odia se stesso?
Diventa un morto pur essendo vivo,anestetizza cattivi sentimenti,ma anche quelli buoni,per non provare disgusto di sé. »

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L'eleganza del riccio 2016-02-07 18:41:28 Lonely
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Lonely Opinione inserita da Lonely    07 Febbraio, 2016
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Grazie Renée

Nonostante la quantità di recensioni a questo libro anch'io ho sentito l'esigenza di esprimere un'opinione a riguardo.

La protagonista principale del romanzo è Renée, “vedova, bassa, brutta, grassottella" , ha 54 anni e da 27 lavora come portinaia in un palazzo di gran lusso “al numero 7 di rue de Grenelle», un palazzo elegante, abitato da famiglie dell’alta borghesia.
Renée tiene accesa la tv tutto il giorno, ma nel retro della portineria ascolta musica classica; è colta ma il suo linguaggio è «volutamente» volgare, acquista cibi e prodotti mediocri ma cita con noncuranza Kant e Proust, adora l’arte, la filosofia e soprattutto la cultura giapponese.
«Nella nostra società essere povera, brutta e per giunta intelligente condanna a percorsi cupi e disillusi a cui è meglio abituarsi quanto prima. Alla bellezza si perdona tutto, persino la volgarità. E l'intelligenza non sembra più una giusta compensazione delle cose, una sorta di riequilibrio che la natura offre ai figli meno privilegiati, ma solo un superfluo gingillo che aumenta il valore del gioiello. La bruttezza, invece, di per sé è sempre colpevole, e io ero già votata a quel tragico destino, reso ancora più doloroso se si pensa che non ero affatto stupida."(Renée, p. 39)

In uno dei lussuosi appartamenti dello stesso condominio vive Paloma, una ragazza di 12 anni, figlia di un deputato, una ragazza di un'intelligenza sopra la media, spesso incompresa soprattutto dalla famiglia, che vive un profondo malessere, tanto da progettare il suo suicidio il giorno del suo tredicesimo compleanno. Paloma osserva con sguardo critico tutto ciò che la circonda, è la prima della sua classe nonostante anche lei, volutamente, non esprima al massimo le sue potenzialità.
«non c'è nessuno più puerile del cinico, perché il cinico crede ancora con tutte le sue forze che il mondo abbia un senso e non riesce a rinunciare alle sciocchezze dell'infanzia tanto che assume l'atteggiamento opposto.» (Paloma, p. 48)

Reneè e Paloma in questo sono simili, nascondono la loro natura al mondo, sostanzialmente perchè il mondo non le capirebbe.
Le due s'incontrano, tramite una terza persona, Kakuro Ozu, un non più giovane signore giapponese, la cui raffinata esperienza, ha il dono di guardare lontano e di apprezzare finalmentei Reneè e Paloma per quello che sono veramente, due anime fragili e delicate.
E qui il ritmo del libro cambia, i tre si riconoscono, e si aprono, escono dal riccio.
Capiscono di essere diversi dagli altri ma che tra loro possono essere se stessi, ed esprimere i loro veri pensieri, senza paura di un giudizio, perchè finalmente c'è qualcuno che comprende la loro vera natura.
E nasce quell'affinità elettiva, che crea il bisogno di cercarsi e stare insieme.
E di conseguenza nasce l'amore.. tra Reneè e Paloma, tra Kazuro e Reneè.

"Il bello è ciò che cogliamo mentre sta passando.
È l'effimera configurazione delle cose nel momento in
cui ne vedi insieme la bellezza e la morte.
Ahi ahi ahi, ho pensato, questo significa che è così che dobbiamo vivere?
Sempre in equilibrio tra la bellezza e la morte, tra il movimento e la sua scomparsa?
Forse essere vivi è proprio questo: andare alla ricerca degli istanti che muoiono."(Paloma, p. 266)

Ho iniziato questo libro con l'atteggiamento sbagliato, ho pensato che fosse il solito best seller, osannato da tutti, che mi avrebbe come al solito delusa. E invece mi son dovuta ricredere.
Il romanzo, scritto molto bene, racconta l’ipocrisia dominante di certi ambienti e tra le righe la rivalsa di una classe troppo spesso umiliata e sottomessa, anche solo per clichè;
disserta di filosofia brillantemente, ma d'altronde da una docente di filosofia cosa potevamo aspettarci?;
è originale, due voci e due prime persone, due protagoniste e due punti di vista sulla vita e sulla morte.
Un libro commovente, ma con una sottile ironia che dona leggerezza alla storia e scorrevolezza alla lettura.
Toccante è il vocabolo giusto, perchè sa toccare, appunto, le corde giuste.

"Quanto mi manchi già... Questa mattina capisco cosa significa morire: nel momento in cui scompariamo sono gli altri a morire per noi, poiché io sono riversa su un suolo un po' freddo e mi burlo del trapasso; questa mattina non ha più senso di ieri. Ma io non rivedrò più quelli che amo, e se morire è questo, hanno ragione a dire che è una tragedia."


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L'eleganza del riccio 2015-08-11 10:16:59 Sara342
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Sara342 Opinione inserita da Sara342    11 Agosto, 2015
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L'APPARENZA INGANNA

Romanzo scritto da una docente francese di filosofia, offre tanti spunti interessanti per una riflessione interiore sul senso della vita e sulle cose davvero importanti di essa su cui concentrarsi.
Le due protagoniste principali, malgrado la loro grande differenza d'età, appaiono molto simili tra loro, sia nei loro gusti personali, sia nel carattere chiuso, arreso agli occhi degli altri, ma in realtà profondamente libero e appassionato. Le due protagoniste, nonostante abitino nello stesso stabile, si incontrano solo da metà romanzo e scoprono una verso l'altra un'amicizia forte e duratura, quella che non trovavano in nessuna altra persona a loro vicina, un'amicizia con cui condividere le proprie passioni ed essere libere di essere se stesse senza giudizi e pregiudizi. Esse infatti si comportano allo stesso modo, mostrandosi agli altri come gli latri vogliono vederle e coltivando dentro di loro stesse la convinzione che sia inutile spiegare a chi non capirebbe e minimizzerebbe, il loro mondo.
Nel titolo è esplicativo il senso del romanzo: il riccio è un animale che può spaventare per i suoi aculei appuntiti ma in realtà è un animale docile dal muso simpatico; il suo scudo aculeato è solo una corazza difensiva.
La storia nel complesso è interessante e riflessiva; le parti filosofiche sono comprensibili e ricollegabili al fatto che chi ha scritto questo libro è una filosofa. Stile fluido e leggibile.

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L'eleganza del riccio 2015-06-01 12:53:03 Cathy
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Cathy Opinione inserita da Cathy    01 Giugno, 2015
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Presunzione e pregiudizi

Attenzione, spoiler!

Renee è una donna di 54 anni che lavora come portinaia in un elegante condominio di Parigi. A differenza di tutte le altre portinaie del mondo, che trascorrono le giornate guardando la televisione e sonnecchiando con i loro gatti, "vecchie", "brutte" e "bisbetiche", ignoranti, "ritardate" e talmente stupide che faticano a comprendere tre parole messe in fila, Renee legge Tolstoj, studia filosofia da autodidatta, si interessa di pittura olandese e di cultura giapponese.
Un’intellettuale mancata, insomma, e in incognito. Già. Renee, infatti, si comporta proprio come la perfetta portinaia della sua immaginazione e dunque lascia accesa la televisione a tempo perso mentre legge Kant per far credere a tutti che stia guardando qualche stupido programma, da brava bisbetica risponde con insolenza a qualunque richiesta dei condomini e da brava ignorante, ottusa e ritardata portinaia finge di non capire la metà delle cose che le vengono dette. Trincerata nella sua guardiola, fingendo di essere quello che non è e vivendo dunque dietro una maschera di ipocrisia, si diverte a smascherare le ipocrisie altrui e finisce con il rendersi insopportabilmente odiosa per l’intera durata del romanzo.
Renee mostra profondo sdegno e condanna nei confronti dei pregiudizi che, come lei stessa afferma, nascono dall’immaginario collettivo e che inducono ad inquadrare persone e cose in categorie dalle caratteristiche ben definitive e immodificabili.
Ecco un bell’esempio di quanto Renee detesti i luoghi comuni:
"Nell’immaginario collettivo una coppia di portinai, binomio costituito da entità talmente insignificanti che solo la loro unione le rende manifeste, possiede quasi certamente un barboncino. Come tutti sanno, i barboncini sono quella razza di cani riccioluti che appartengono a pensionati qualunquisti, signore molto sole che vi riversano il loro affetto o portinai barricati nelle loro guardiole buie. Possono essere neri o color albicocca. Quelli albicocca sono più bisbetici di quelli neri, che invece puzzano di più. Tutti i barboncini abbaiano astiosi per un nonnulla, ma in particolare quando non succede niente. Seguono il loro padrone trotterellando su tutte e quattro le zampe rigide senza muovere il resto di quel piccolo tronco a salsiccia che si ritrovano. E soprattutto hanno occhietti neri e collerici, conficcati in orbite insignificanti. I barboncini sono brutti e stupidi, sottomessi e sbruffoni. Sono barboncini.
Anche la coppia di portinai, di cui il barboncino totemico è la metafora, sembra priva di passioni quali l’amore e il desiderio e, come il totem stesso, destinata a rimanere brutta, stupida, sottomessa e sbruffona." (pag. 40)
Peccato che poi la stessa Renee non faccia che giudicare il mondo sulla base di altrettanti pregiudizi. In virtù delle sue illustri letture, che, si intende, nessun altro a parte i professori universitari ha mai praticato prima di lei, Renee sembra infatti convinta di possedere una sorta di saggezza superiore che la autorizza a guardare chiunque dall’alto in basso e ad emettere giudizi su tutto e su tutti. Giudizi che suonano come giudizi universali, drastici, crudeli e irreversibili, condanne senza possibilità di appello basate su preconcetti sconvolgenti nella loro stupidità, a partire dall’assurda convinzione che tutti vedano i portinai e le portinaie nello stesso identico modo, come se il mondo fosse popolato da automi che pensano collettivamente, incapaci di avere idee proprie.
Renee è vittima dello stesso errore che lei attribuisce agli altri indistintamente, senza eccezioni: vede il mondo diviso in categorie ed emette le sue sentenze sulla base delle caratteristiche che attribuisce a ciascuna categoria di persone. Ed è spontaneo chiedersi come sia possibile che una persona tanto colta e intelligente abbia una mentalità così ristretta.
Le due categorie principali in cui Renee divide le persone sono “i ricchi” e “i poveri” e il libro è infarcito di folli affermazioni che screditano i primi ed esaltano i secondi. Tanto per citare le più ridicole:
"Non ho studiato […]. Non è del tutto esatto. La mia gioventù da studentessa si è interrotta alla quinta elementare, prima della quale ero stata ben attenta a non farmi notare […]. Perché? Non lo so. […] Diciamo pure che l’idea di battermi in un mondo di ricchi, io, figlia di nessuno, […] mi ha stancata prima ancora di provare." (pag. 36)
Eh, certo, perché soltanto i figli dei ricchi studiano, fanno carriera e hanno la possibilità di diventare qualcuno. Nella sua immensa cultura forse Renee ignora quanto siano numerosi i professori universitari, i medici, gli avvocati, eccetera, che proprio come lei provengono dal nulla, da famiglie modeste e spesso povere. Magari lo saprebbe se si preoccupasse di guardare un po’ più al di fuori di se stessa.
"[…] negli appartamenti dei ricchi le mosche non ci sono mai. Né mosche né sifilide né cattivi odori né segreti di famiglia. In casa dei ricchi tutto è pulito, levigato, sano e, di conseguenza, al riparo dalla tirannide degli scacciamosche e della pubblica riprovazione." (pag. 56)
E così nelle case dei “ricchi” non ci sono mosche, segreti eccetera? Ma che diamine sta dicendo? In base a quale assurdo principio nelle case dei “ricchi” è tutto perfetto, almeno in apparenza? Ancora una volta, un pregiudizio del tutto senza fondamenta.
E poi ancora, a proposito della morte di suo marito Lucien:
"[…] nessuno considerò la malattia di Lucien una cosa degna di interesse. Magari i ricchi pensano che la gente modesta, forse perché ha una vita rarefatta, priva dell’ossigeno del denaro e del savoir-faire, vive le emozioni umane con scarsa intensità e maggiore indifferenza. Essendo portinai, era acquisito che per noi la morte fosse un evento scontato, nell’ordine delle cose, mentre per i possidenti essa avrebbe rivestito gli abiti dell’ingiustizia e del dramma. Un portinaio che si spegne è un piccolo vuoto nello scorrere della vita quotidiana, una certezza biologica a cui non è associata nessuna tragedia. Per i proprietari che lo incrociavano ogni giorno per le scale o sulla soglia della guardiola, Lucien era una non-esistenza che tornava al nulla da cui non era mai uscito, un animale che, vivendo una vita a metà senza fasti né artifici, al momento della morte doveva senz’altro provare solo un senso di ribellione a metà. Da queste parti, a nessuno poteva mai venire in mente che, come ogni altro, anche noi potessimo passare le pene dell’inferno, e che con il cuore stretto dalla rabbia man mano che il dolore ci devastava l’esistenza, fossimo sopraffatti dalla cancrena interiore, nel tumulto della paura e del dolore che la morte infonde in ognuno." (pp. 66-67)
Trovo che questo sia uno dei deliri più significativi e allo stesso tempo più privi di significato dell’intero romanzo: la morte è una certezza biologia solo per i poveri? I poveri vivono una vita a metà? I ricchi sono totalmente indifferenti alla scomparsa di una persona povera in generale e di un portinaio in particolare? Ma cos’è questo mucchio di assurdità? Certamente esistono le persone fredde e disinteressate nei confronti del prossimo, ma non tutti lo sono. E, cosa ancora più importante, non tutte queste persone sono necessariamente benestanti.
Notizia flash: le persone non sono tutte uguali, Renee, nemmeno quelle ricche.
"[…] i ricchi si convincono che la loro vita segue un solco celeste scavato naturalmente per loro dal potere del denaro […]." (pag. 102)
Qui ci starebbe bene un bel “wtf?!” o un’emoticon significativa, ma in una recensione bisogna pur sforzarsi di rispettare la lingua italiana, quindi, a malincuore, ne faccio a meno.
"Non ho mai attribuito ai poveri grandezza d’animo solo perché sono poveri o in virtù delle ingiustizie della vita. Ma almeno li credevo uniti nell’odio verso i grandi proprietari. […] se c’è una cosa che i poveri odiano, sono proprio gli altri poveri." (pag. 116)
Tralasciando il delirio di odio verso i proprietari e bla bla bla, che sembra uscito direttamente dalla Russia prerivoluzionaria… "Non ho mai attribuito ai poveri grandezza d’animo solo perché sono poveri o in virtù delle ingiustizie della vita?" Davvero, Renee? Sei proprio sicura di non averlo fatto?
E poi ancora pregiudizi:
"Apro la busta e leggo il breve messaggio […].
Madame Michel, potrebbe, ricevere i pacchi della tintoria questo pomeriggio? […]
Mi lascio cadere sulla sedia più vicina per lo shock. […] Se Sabine Pallières fosse stata una domestica portoghese nata sotto un fico di Faro, una portinaia recentemente emigrata da Puteaux, oppure una minorata mentale tollerata dalla sua caritatevole famiglia, avrei potuto perdonare di buon cuore questa colpevole trascuratezza. Ma Sabine Pallières è ricca. […] Sabine Pallières non è scusabile. I favori della sorte hanno un prezzo. Per chi beneficia dell’indulgenza della vita, l’obbligo del rigore nella considerazione della bellezza non è negoziabile. La lingua, ricchezza dell’uomo, e i suoi usi, elaborazioni della comunità sociale, sono opere sacre. […] Pertanto gli eletti della società, coloro che la sorte esclude da quelle servitù destinate al povero, hanno la duplice missione di adorare e rispettare lo splendore della lingua. […] Ai ricchi il dovere del Bello. Altrimenti meritano di morire." (pp. 102-104)
Tralasciando, anche in questo caso, l’ennesima assurdità, e cioè il fatto che una persona benestante, la quale deve almeno aver terminato le scuole dell’obbligo, commetta un errore così stupido, e l’inquietante sentenza di morte conclusiva, Renee pretende che tutti i ricchi siano colti, semplicemente perché, essendo ricchi, non hanno nulla da fare tutto il giorno e quindi devono impiegare il proprio tempo studiando e venerando l’arte.
Altra notizia flash per Renee: non tutti i ricchi sono ricchi di famiglia. Esistono persone benestanti che si sono guadagnate il denaro che possiedono e che, guarda un po’, hanno lavorato o lavorano duramente. Se queste persone nella loro vita non hanno avuto il tempo di leggere "Guerra e Pace", come fa lei che se ne sta tutto il giorno nella sua guardiola a meditare e a sentenziare idiozie, meritano di essere mandate a morte per questo motivo? Magari questo non è il caso di Sabine Pallières, d’accordo, ma ancora una volta Renee emette un giudizio basandosi si idee preconcette, senza tenere minimamente in considerazione le mille varianti che entrano sempre in campo quando si giudica il comportamento di un essere umano. Se Renee vuole giudicare il comportamento di Sabine Pallières, lo faccia pure, ma senza estendere questo giudizio a tutti i ricchi del pianeta. Quest’odio generico e infondato nei confronti dei ceti agiati mi ricorda i sanculotti della Rivoluzione Francese; davvero, Renee sarebbe stata una magnifica sanculotta.
E poi, i ricchi eletti della società, favoriti dalla sorte, beneficiari dell’indulgenza della vita, soltanto perché sono ricchi? Come se essere ricchi significasse automaticamente essere fortunati e felici. Ma sul serio? Sono queste le opinioni della colta Renee? Il denaro unico vero valore dell’esistenza, fonte di ogni bene e di ogni fortuna? Se le cose stanno così, ha sprecato il suo tempo: avrebbe potuto sferruzzare invece di studiare filosofia, perché sembra proprio che tutto questo studio non abbia prodotto altro che valanghe di dotte citazioni ed elaborate riflessioni (profondamente noiose, tra l’altro, perché se voglio una lezione di filosofia apro un manuale e non un romaanzo) sulla coscienza, la società, la classe intellettuale, la vita, la morte, la lingua, l’arte, l’idealismo, la fenomenologia e bla bla bla, e nient’altro. Una conoscenza fredda, stereotipata e sterile, che non ha prodotto alcun innalzamento o evoluzione dello spirito, come invece dovrebbe accadere. In parole povere, una conoscenza che ha il suo unico fine nella celebrazione di se stessa e dunque completamente inutile. Proprio come questo romanzo.
Coprotagonista della sublime opera è Paloma, una ragazzina di dodici anni che vive nel condominio dove lavora Renee. Paloma sostiene di essere dotata di un’intelligenza nettamente superiore alla massa e fin dall’inizio ne dà un’efficace dimostrazione: scrive nel suo Diario di pensieri profondi di aver notato, osservando i propri genitori e i loro ricchi conoscenti, che le persone, nella vita, si affannano per ottenere un lavoro di prestigio, uno stipendio elevato, una bella casa, un posto di alto livello in società, per poi essere eternamente insoddisfatti e infelici, e come pesci chiusi in una boccia di vetro se ne stanno lì a chiedersi dove hanno sbagliato. Poiché Paloma non vuole finire nella boccia dei pesci come i suoi genitori, pensa bene di programmare il proprio suicidio in occasione del suo tredicesimo compleanno. E non solo: prima di ingoiare tutti i sonniferi di sua madre Paloma darà fuoco all’appartamento, in modo da mettere a rischio la vita di tutti gli abitanti del condominio. A questo punto, mentre leggevo, ho pensato che se questo ragionamento doveva dar prova della super intelligenza di Paloma, l’autrice stava decisamente facendo un buco nell’acqua.
Questo genietto ha molto in comune con Renee, della quale infatti diventerà amica: la tendenza a giudicare il prossimo con facilità e superficialità, ad esempio, ma anche all’ipocrisia, mostrandosi una ragazzina e una studentessa nella norma perché, cito testualmente, "nelle famiglie dove l’intelligenza è un valore supremo una bambina superdotata non avrebbe mai pace" (pag. 17). Chissà a quali tremende torture i suoi genitori la sottoporrebbero se mai sapessero che è brava in matematica e scrive pensieri profondi, ma passiamo oltre.
Ecco un bel saggio dei “pensieri profondi” di Paloma, per lo più incentrati su un’assurda esaltazione della cultura orientale, del tutto analoga all’assurda esaltazione dei “poveri” compiuta da Renee:
"[…] nei manga ho l’impressione che i protagonisti mangino in modo diverso. Sembra tutto semplice, raffinato, misurato, delizioso. […] la cucina francese mi pare vecchia e presuntuosa, mentre quella giapponese sembra… be’, né giovane né vecchia. Eterna e divina." (pag. 87)
Eterna e divina? Mah.
"Cosa facciamo noi la mattina? Papà legge il giornale bevendo il caffè, la mamma beve il caffè sfogliando cataloghi, Colombe beve il caffè ascoltando France Inter, e io bevo latte col cacao leggendo i manga. […] Ma ieri ho chiesto alla mamma se potevo bere il tè. […] Tè e manga contro caffè e giornale: l’eleganza e l’incanto contro la triste aggressività dei giochi di potere degli adulti." (pp. 86-87)
"All’improvviso […] mi sono ricordata che avevo deciso di costruire e non di demolire." (pag. 122)
Certo, è per questo che sta programmando di dare fuoco all’appartamento dei suoi e di suicidarsi, per costruire. Questa sì che è coerenza.
"Forse bisogna collocarsi in uno stato di coscienza speciale per accedere a tutta la bellezza della lingua svelata dalla grammatica. A me sembra di farlo senza alcuno sforzo. Credo di aver capito com’è fatta la lingua a due anni, in un colpo solo, sentendo parlare gli adulti." (pag. 152)
Be’, c’è da dire che Paloma non soltanto è un genio, ma è anche di una modestia disarmante.
Come se non bastassero Renee e Paloma a far venire i tic nervosi, a un certo punto entra in scena un nuovo personaggio, Monsieur Ozu, che forse è ancora peggio delle due protagoniste, le quali hanno almeno una loro caratterizzazione, per quanto odiosa possa essere. Lui, invece, ne è totalmente privo: di Monsieur Ozu sappiamo solo che è ricco, è giapponese e tutte le gentili signore del condominio sono mezze innamorate di lui. E perché sono tutte vittime del suo fascino, chiederete voi? Be’, ma come "perché"? Perché è giapponese, ecco perché. Che domande.
Ecco il pensiero profondo di Paloma a proposito del nuovo arrivato:
"Il signore che ha comprato l’appartamento degli Arthens è giapponese! Si chiama Kakuro Ozu! Ma che sfortuna, possibile che debba succedere proprio poco prima della mia morte? Dodici anni e mezzo nella desolazione culturale, e quando sbarca un giapponese sto levando le tende… non è per niente giusto!" (pag. 133)
Caspita, che profondità. Eh, sì, non è per niente giusto. Per fortuna un signore giapponese è arrivato appena in tempo per sottrarla alle tenebre dell’ignoranza, perché si sa che solo i giapponesi sono depositari di cultura, intelligenza e raffinatezza, mentre il resto del mondo annega nel nulla assoluto. Pericolo scampato!
Ozu riesce a smascherare l’identità di intellettuale in incognito di Renee neanche dieci secondi dopo averle stretto la mano: lei cita a metà l’incipit di "Anna Karenina", lui completa la citazione, e quando poi Renee confessa che il suo gatto si chiama Lev, diminutivo di Levin - uno dei protagonisti del romanzo di Tolsto - è amore a prima vista. Ozu le manda in regalo una copia di "Anna Karenina", gesto un po’ insensato, dal momento che se Renee ha letto il romanzo è altamente probabile che ne possieda già una… ma sorvoliamo. Tutto quel che segue è di una noia e una stupidità abissale, a cominciare dal presunto legame tra la vicenda della sorella di Renee, Lisette, e l’ipocrisia della protagonista, una questione che forse nelle intenzioni dell’autrice ha un’importanza cruciale per la comprensione del romanzo e che invece viene sbrigata in tredici righe esatte: Lisette, che lavorava presso una ricca famiglia, muore di parto dopo essersi probabilmente compromessa con un uomo della buona società, e Renee decide che non rivelerà mai ad anima viva che studia filosofia. Se qualcuno riesce ad individuare un nesso logico tra i due fatti, lo indichi anche a me, per favore, perché io non riesco proprio a vederlo.
E l’explicit è la conclusione perfetta per questo romanzo all’insegna dell’assurdo, dal momento che è privo di un senso vero e proprio: Renee muore investita da un’automobile mentre medita sul modo in cui un povero senzatetto ubriaco vive la lotta di classe (ancora?!). Perché? Boh. L’autrice intendeva trasmettere un qualche messaggio? Chi lo sa. Questo episodio ha un significato particolare nella trama del romanzo? Non ne ho idea. Nelle quindici pagine successive si descrivono abbondantemente gli ultimi pensieri di Renee, che, sebbene stia morendo sul ciglio della strada, ha il tempo di passare in rassegna tutti quelli che conosce, a cominciare dal suo gatto. Poi, finalmente, tira le cuoia, e finisce così. Immagino che una volta esaurite le disquisizioni filosofiche la Barbery non sapesse che farsene della sua antipatica eroina e ha semplicemente cercato un modo tragico per toglierla di mezzo. Se alla fine lei e Ozu fossero diventati una coppia, Renee sarebbe stata felice e non avrebbe più potuto lamentarsi di tutto e tutti ed essere acida come una limonata senza zucchero. Dunque che significato ha avuto tutto questo? Boh.
Ecco il pensiero profondo di Paloma quando Ozu la informa dell’accaduto:
"Ci siamo salutati alla giapponese, un piccolo inchino veloce. Ci capiamo. Stiamo così male." (pag. 315)
Non penso ci sia bisogno di aggiungere altro.
Questo romanzo è una grande occasione sprecata. L’idea di una portinaia sopra le righe che osserva e descrive i condomini per i quali lavora e analizza e riflette su quel piccolo angolo di mondo dalla sua posizione “marginale”, allo stesso tempo interna ed esterna a quel mondo, e dunque privilegiata, straniata e straniante, era potenzialmente ottima. Poteva venirne fuori un romanzo intelligente e divertente. Peccato che sia stata rovinata in questo modo. Un vero peccato.
Mai fidarsi dei bestseller.


Le citazioni sono tratte da M. Burbery, L'eleganza del riccio, edizioni e/o, Roma, 2007.

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L'eleganza del riccio 2014-08-22 15:11:06 siti
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siti Opinione inserita da siti    22 Agosto, 2014
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Apparenza ed essenza

Maschere, attribuzioni di identità, mancanza di identità...i temi pirandelliani mi vengono in mente a freddo, a lettura terminata, mai mentre divoro questo romanzo.
Mi accosto ad esso con la ritrosia che mi accompagna ogni volta che sento che il lasso temporale tra il successo editoriale e me è sufficiente . Mi sento pronta, lontana da ogni condizionamento.
Il libro mi conquista quasi subito sebbene inizialmente statico rispetto all'azione narrativa. Non succede quasi niente tranne il fatto che stai entrando in un microcosmo, "il palazzo elegante" della Parigi dabbene, attraverso il punto di vista di due persone che lo abitano ma non lo rappresentano: la portinaia Renée e la dodicenne Paloma.
Un' unica voce narrante, quella della portinaia, il cui punto di vista si alterna a quello di Paloma espresso sotto forma di "pensiero profondo" o di "diario del movimento del mondo" per un susseguirsi di considerazioni, una più efficace dell'altra, sui grandi temi della Vita. I riferimenti filosofici che li condiscono non devono intimorire chi non conosce la filosofia perché mai spiegazione di Kant è stata più efficace come quella creata dalla penna della Barbery che, appunto, è docente di filosofia.
In realtà la sensazione, durante la lettura, è stata quella di essere di fronte ad un ritratto molto critico, in negativo, della Francia odierna e lo stupore è stato quello di scoprire in esso tutti i difetti che generalmente vedo nella nostra Italia. Mirabili le pagine dove si ride del sistema universitario francese per non parlare delle vivaci pennellate sulla classe politica, il tutto condito da una serie di citazioni culturali che non ti annoiano mai ma, anzi, fungono da invito a godere della bellezza dell'arte.
La storia? Non temete...vi piacerà sicuramente soprattutto quando nell'orizzonte narrativo comparirà monsieur Ozu che rappresenta un altro punto di rottura nell'atmosfera stagnante del bel mondo e insieme l'indispensabile anello di congiunzione fra le due protagoniste.
E Pirandello? La maschera che ognuno di noi si costruisce, l'identità che ti attribuisci, che ti attribuiscono, la tua essenza così sfuggente a te e agli altri...l'apparenza che parrebbe trionfare su tutto e che si risolve in uno smascheramento lento, graduale e poi quasi catartico tutto nel finale.

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L'eleganza del riccio 2013-12-09 21:13:49 Alicia
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Alicia Opinione inserita da Alicia    09 Dicembre, 2013
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Non è così difficile accarezzare un riccio

E’ elegante il riccio, così come lo è la portinaia sciatta Renèe.

Quasi vellutati i suoi aculei quando non prova timore, come la tredicenne imbronciata Paloma.

Apparentemente goffo, il riccio, come apparentemente lo è Renèe ma sa correre velocemente, come velocemente corrono le vivide menti di Renée e Paloma.

Solitarie e scontrose, appaiono Renée e Paloma, come il riccio.

Renée e Paloma, come il riccio, nascondono la loro vera essenza dietro l’apparenza.

E solo un abile regista, delicato e curioso, dotato della nobile e rara arte dell’attenzione, scoverà nelle esteriori trame delle loro vite la vera luce che emanano.

Renèe, Paloma e Ozu diventano, nel dispiegarsi degli eventi, la metafora di una famiglia che l’una non ha, l’altra detesta. Una nuova famiglia, a loro insaputa, dove Ozu è l’amorevole padre che scalda e scioglie l’amarezza e la delusione che già albergano nel giovane animo di Paloma e Renèe è la materna dolcezza che a Paloma manca nella sua “reale” famiglia, colei che svelandosi rivela a Paloma uno sguardo diverso, incantato per vedere il mondo là, fuori dall’elegante palazzo dove abitano. E Paloma, la giovane Paloma, è la dolce figlia che Renèe non ha avuto e che sarà complice di un incontro tra anime belle, apparentemente diverse, così simili.

L’apparenza che si svela, si rivela, si illumina è il filo conduttore di questa favola in cui non la filosofia, come al lettore distratto potrebbe sembrare, ma l’eleganza e la leggerezza dell’amore salva i peronaggi. Anche nonostante l’inatteso finale non resta un punto, ma tante virgole che lasciano aperta la magia dell’inesauribile senso appena colto, sottile, elegante e leggiadro. Non è difficile accarezzare un riccio.

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