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Quel che resta del giorno Quel che resta del giorno

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La prima settimana di libertà dell'irreprensibile maggiordomo inglese Stevens diventa occasione per ripensare la propria vita spesa al servizio di un gentiluomo moralmente discutibile. Stevens ha attraversato l'esistenza spinto da un unico ideale: quello di rispettare una certa tradizione e di difenderla a dispetto degli altri e del tempo. Ma il viaggio in automobile verso la Cornovaglia lo costringe ben presto a rivedere il suo passato, così tra dubbi e ricordi dolorosi egli si accorge di aver vissuto come un soldato nell'adempimento di un dovere astratto senza mai riuscire ad essere se stesso. Si può cambiare improvvisamente vita e ricominciare daccapo?

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Quel che resta del giorno 2019-02-07 11:10:48 La Lettrice Raffinata
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La Lettrice Raffinata Opinione inserita da La Lettrice Raffinata    07 Febbraio, 2019
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Un classico datato 1989

“Quel che resta del giorno” è un romanzo di narrativa generale pubblicato nel 1989; vincitore nello stesso anno del Booker Prize, ha dato il via all'ascesa letteraria di Kazuo Ishiguro, culminata nel 2017 con la meritata assegnazione del Nobel per la letteratura.
La trama è prevedibilmente povera di eventi e si dipana con la lentezza che sempre caratterizza l'opera di Ishiguro, per poi acquistare di pagina in pagina un'importanza ed una carica impreviste

«-Può darsi che la Storia stessa si compia, sotto questo tetto, [...]»

sino al finale, ricco di emozioni e capace, a dispetto dello sconforto generale, di trasmettere un positivo messaggio di speranza, che mi ha ricordato per molti versi l'epilogo de “Olive Kitteridge” di Elizabeth Strout.
La narrazione copre due archi temporali, passando da un presente riconducibile agli anni '50 del secolo scorso a lunghi flashback ambientati a cavallo tra gli anni '20 e '30. Protagonista e narratore è Mr Stevens, perfetta incarnazione del classico maggiordomo inglese; l'uomo ha trascorso gran parte della sua vita alle dipendenze di Lord Darlington e, trovandosi improvvisamente con un nuovo (e ben diverso!) datore di lavoro, affronta una crisi lavorativa e personale con la quale è incapace di venire a patti.
Un viaggio in auto tra alcuni paesini della campagna inglese offre a Stevens degli spunti per riflettere sugli eventi più importanti della sua vita da maggiordomo, durante la quale ha sempre anelato ad un ideale di dignità, arrivando a seppellire ogni sentimento ed impulso dietro ad una perenne maschera di compostezza formale. In particolare, la narrazione al passato mette in contrapposizione due eventi, uno tragico ed uno potenzialmente positivo, ed è interessante notare come per entrambi la reazione del protagonista sia lo stesso freddo distacco emotivo.
Con queste premesse, capirete che non è affatto facile empatizzare con Mr Stevens, ma si può imparare pian piano a capire le sue motivazioni; personalmente l'ho trovato ottimamente caratterizzato, specie per i diversi elementi che richiamano al Howard W. Campbell Jr. de “Madre notte” di Kurt Vonnegut. Il protagonista da il suo meglio nelle scene in cui si confronta con Miss Kenton: la governante è quasi la sua antitesi, perché incapace di tenere a freno le sue emozioni, siano esse positive come un'offerta di amicizia concretizzata dal regalo di un mazzo di fiori o negative come la rabbia che spesso la domina, e lo sviluppo della relazione tra i due è forse l’unica incognita a mantenere viva la tensione nel volume.
Come per gli altri romanzi dell'autore che ho letto finora, la storia trova la sua perfetta ambientazione nella provincia inglese; lunghi dall'essere uno mero scenario, la patria d’adozione di Ishiguro si conquista a più riprese la scena, risultando sicuramente una componente fondamentale all'interno dello stesso cast. Inoltre diversi personaggi la evocano nei dialoghi

«Sì, perché voialtri [...] quando mai avete occasione di andarvene in giro a visitare questo vostro meraviglioso paese?»

in una sorta di ode a quella terra, come pure fa il protagonista nei suoi pensieri

«[...] una qualità capace di designare il panorama inglese [...] è probabilmente meglio riassunta nel termine di “grandezza”.»

focalizzandosi su una caratteristica che acquisisce per lui un significato ben più profondo, portandolo poi ad associare se stesso allo spirito augusto e flemmatico dell'Inghilterra stessa.
Il romanzo presenza una struttura atipica: non sono presenti dei normali capitoli, bensì ogni sosta nell'itinerario di Mr Stevens ottiene una parte a se stante che inizia generalmente con un riepilogo del viaggio in auto, come una vera cronaca, per poi passare al viaggio tra i ricordi, attraverso i quali rivalutare le scelte del passato.
Questa forma porta l'autore ad adottare la narrazione in prima persona al presente, dando ai lettori la sensazione di essere seduti al fianco di Stevens sulla Ford d’epoca mentre racconta, e ricorda. È inoltre da notare che alcuni aspetti verranno poi ripresi ne “Il gigante sepolto”, come la tematica dell'importanza del ricordo, ma anche la scelta di un protagonista anziano con una storia tutta da esplorare.

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Quel che resta del giorno 2018-06-27 18:42:31 68
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68 Opinione inserita da 68    27 Giugno, 2018
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Essenza apparente

Inghilterra di inizio ‘900, a cavallo tra le due guerre, osserviamo attentamente la figura di Mr Stevens, una vita da maggiordomo trascorsa al servizio di Lord Darlington, gentiluomo inglese al centro della vita politica del paese, fino al cambio di proprietà ed all’ avvento di Mr Farraday, dai tratti moderni e sfacciatamente americani ma con la ferma volontà di conservare le tradizioni in atto.
È un tempo di attesa e di cambiamenti e per Mr Stevens, dopo molti anni di servizio devoto, il momento di una pausa attraverso un viaggio in macchina nella vastità del paesaggio inglese, la calma mista alla bellezza, una grandezza consapevole senza la necessità di essere proclamata a gran voce.
Un viaggio ed un racconto in prima persona che tocca una vita intera, focalizzandone i tratti salienti.
Mr Stevens ritorna al dovere che la propria professione comporta, un obbligo completamente indirizzato ad esaudire i desideri del proprio datore di lavoro con un’ etica professionale integerrima che scacci le proprie debolezze e qualsiasi sentimento.
Egli considera la finzione necessaria all’ espletamento del proprio lavoro, una sorta di missione, e quella maschera perennemente dipinta sul proprio volto si fa essenza caratterizzante ed espressione devota in opposizione a personalismi ed astrazioni cangianti.
Ed allora nasce un concetto di dignità che sia all’ altezza della posizione occupata ed una necessità di appartenenza al ruolo che si ricopre fino a quando si è completamente soli.
Di certo quella del maggiordomo non è una professione per tutti, implica una completa dedizione ed identificazione a costo di abbandonare sfera privata e personalismi, è tracimata a tal punto nella propria quotidianità che le competenze travalicano ogni possibile essenza.
E poi c’è la percezione che gli altri hanno di lui, qualcuno si domanda perché debba sempre fingere ma c’ è anche chi, nei comportamenti e nei modi, lo scambia per un vero signore, oltre il taglio degli abiti ed il suo modo di vestire elegante perché è qualche altra cosa del tutto evidente a renderlo una persona diversa.
In sostanza il concetto di dignità per Mr Stevens consiste nel non togliersi i panni di dosso in pubblico fino a quando non rimane solo con la propria sfera più intima.
Ed allora come affrontare il privato quando si è chiamati a mostrare le proprie debolezze, sballottati tra sentimenti e sofferenze improvvise a cui la vita inesorabilmente ci porta?
Un dubbio resta sovrano, una incertezza nata e cresciuta nel tempo, in quegli anni vissuti al fianco di Mrs Thompson, collaboratrice fidata e devota, ma anche forte presenza che richiama Mr Stevens ad una resa dei conti, in primis verso se stesso e ad un’ idea trascinata per anni alla fine scacciata dalla evidenza.
In questo romanzo dalla lentezza evidente, dalle riflessioni protratte, dalla forma perfetta, in cui il lungo monologo di Mr Stevens abbraccia stile e contenuti, finiamo con il chiederci la differenza tra forma e sostanza, professione e vita, etica e sentimenti, senza una risposta evidente per il protagonista, imprigionato nella propria essenza apparente.

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Quel che resta del giorno 2018-06-01 21:36:37 Valerio91
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Valerio91 Opinione inserita da Valerio91    01 Giugno, 2018
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I silenziosi conflitti di un grande maggiordomo

A quanto pare, per uno scrittore esistono due metodi infallibili per salire alla ribalta internazionale: la morte, oppure il premio Nobel. Per la fortuna di Kazuo Ishiguro, il motivo che lo ha portato alla mia attenzione è quello più felice dei due, e devo dire che il premio svedese (spesso denigrato, non saprei dire se giustamente o meno) in questo caso mi ha dato la possibilità di leggere un romanzo davvero degno di nota. Tra gli altri ho scelto proprio questo perché tra i più conosciuti e, inoltre, perché attirato dal fatto che ne esistesse una trasposizione cinematografica con protagonista l'immenso Anthony Hopkins.
Appena avrò finito con questa recensione, correrò a vedere il film.
Non so fino a che punto possa spingermi a definire lo stile di Ishiguro: mi è sembrato adattato perfettamente al personaggio del signor Stevens, voce narrante e protagonista di questa storia, e non mi stupirebbe di trovarlo diverso negli altri romanzi proprio per questo motivo. Il modo di raccontare questa storia si adatta così perfettamente a quello che è il personaggio che pare quasi di sentirlo parlare, con quel suo modo di esprimersi così elegante e col suo punto di vista perfettamente espresso, che plasma la realtà secondo i suoi occhi. In questo, credo che Ishiguro sia stato davvero magistrale, anche se a tratti la lettura richiede un po' di impegno nell'evitare distrazioni.
È un qualcosa di splendido entrare nella psicologia di Stevens, osservare i conflitti che tenta incessantemente di sotterrare nella sua figura di maggiordomo irreprensibile; ogni cosa che vi si discosta lui la respinge categoricamente, e questo aspetto è perfettamente reso, anche se viene lasciata al lettore la possibilità di indovinare i veri sentimenti che si celano dietro quella maschera. L'autore riesce a creare il famoso legame tra protagonista e lettore, e in quest'ultimo la condotta del Signor Stevens, spesso in contrasto coi suoi veri sentimenti, genererà emozioni contrastanti.

Il Signor Stevens è un maggiordomo inglese, di quelli irreprensibili e totalmente dediti al lavoro; di quelli che ormai non se ne vedono più e appartengono a una società ormai passata.
Stevens ha passato gran parte della sua vita al servizio di Lord Darlington, dedicandosi anima e corpo nel tentativo di compiacere il suo padrone, figura di spicco nella politica europea, nel contesto che porterà all'esplosione della seconda guerra mondiale.
All'inizio della storia, tuttavia, nonostante sia ancora in servizio nella dimora di Darlington Hall, il suo vecchio padrone è deceduto da ormai tre anni e si trova alle dipendenze di un americano, il signor Farraday, che ha acquisato la dimora: un affarista che a quei tempi veniva definito come appartenente alla categoria dei "nuovi ricchi". Dovendo partire per un viaggio di un paio di settimane, Farraday invita Stevens a fare una breve vacanza e gli offre di utlizzare la sua Ford, per intraprendere il viaggio. Stevens accetta la proposta e deciderà di approfittare dell'occasione per andare a trovare la vecchia governante che serviva Lord Darlington insieme a lui e con la quale, in quegli anni, aveva instaurato un rapporto abbastanza controverso. La donna è ormai sposata, ma a quanto pare il suo matrimonio non naviga in buone acque e in una lettera pare esprimere nostalgia per Darlington Hall, nostalgia che Stevens interpreta come una voglia di tornare in servizio lì. Lui avrebbe bisogno di una mano, e quella di Miss Kenton sarebbe più che preziosa.
Dunque, Stevens parte per questo viaggio che ha anche un motivo professionale; o almeno di questo vuole convincersi. Questo viaggio si presenta come un pretesto per riflettere sul passato, sui giorni degni di nota che ha vissuto, sulle persone importanti alle quali la sua professione gli ha permesso di entrare in contatto, seppur indirettamente.
Quest'uomo irreprensibile continuerà a nascondersi dietro la sua professionalità, dietro la sua ferrea volontà di essere un "grande maggiordomo", carico di dignità. Lungo questo viaggio, tuttavia, ci sono molte altre cose su cui si troverà a riflettere, e non tutte saranno piacevoli.
Un romanzo che da parecchi spunti di riflessione, difficili da condensare in una breve recensione. Leggetelo.

"E forse allora vi è del buono nel consiglio secondo il quale io dovrei smettere di ripensare tanto al passato, dovrei assumere un punto di vista più positivo e cercare di trarre il meglio da quel che rimane della mia giornata. Dopotutto cosa mai c'è da guadagnare nel guardarsi continuamente alle spalle e a prendercela con noi stessi se le nostre vite non sono state proprio quelle che avremmo desiderato?"

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Quel che resta del giorno 2018-04-10 04:37:02 Bruno Elpis
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Bruno Elpis Opinione inserita da Bruno Elpis    10 Aprile, 2018
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La sera è la parte più bella della giornata?

Il maggiordomo Stevens – protagonista assoluto di Quel che resta del giorno di Kazuo Ishiguro - rivede la propria vita trascorsa al servizio di Lord Darlington quando la prestigiosa proprietà viene rilevata da un ricco americano nel secondo dopoguerra: in quest’epoca di sconvolgimenti sociali (“La nostra generazione… vedeva il mondo non come una scala, ma come una ruota”) la professione di Stevens subisce contraccolpi e vengono messi in discussione il ruolo e l’identità di un uomo che della fedeltà, della dignità e del sacrificio ha fatto essenza di vita.

Così, al mondo popolato da lacché (“il problema della lucidatura dell’argenteria”) e gentiluomini e sotto il dominio imperante di Sua Signoria si oppone la nuova visuale che si dischiude a Stevens durante un viaggio-premio da Oxford alla Cornovaglia, in un paesaggio inglese che è misura e compostezza in antitesi a “quegli spettacoli naturali… che si offrirebbero all’attenzione dell’osservatore oggettivo come inferiori proprio per quel loro indecoroso esibirsi”. Il viaggio ha una meta finale: l’incontro con la ex governante di Darlington Hall, una donna che rappresenta la rinuncia all’amore, consumata da Stevens in nome di un ideale superiore (“Fornire il miglior servizio possibile a quei grandi gentiluomini nelle cui mani è riposte davvero il destino della civiltà”).

Il senso della misura e della dignità in qualche modo amplificano, nella percezione del lettore, l’impatto dei sentimenti sempre controllati e soffocati da Stevens: l’amore per il padre (“Come se si augurasse di ritrovare un gioiello prezioso che aveva perduto in quel punto”) da praticare con ostinazione nonostante la decadenza fisica del genitore e durante gli impegni del convegno del 1924; la fedeltà verso lord Darlington anche quando sul nobile aleggiano sospetti politici infamanti (“Sir Oswald Mosley, la persona che fu a capo delle camicie nere, era stato ospite a Darlington Hall, io direi, in non più di tre occasioni…”).

Il finale del romanzo è particolarmente triste e struggente, fitto di domande che irradiano una luce malinconica sulle prospettive di un’esistenza il cui senso vacilla pericolosamente (“Dopotutto che cosa c’è mai da guadagnare nel guardarsi continuamente alle spalle e a prendercela con noi stessi se le nostre vite non sono state proprio quelle che avremmo desiderato?”) sotto i colpi della crisi d’identità.

Giudizio finale: finemente struggente, potentemente malinconico, sottilmente ironico.

Bruno Elpis

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Quel che resta del giorno 2018-01-19 14:09:51 Belmi
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Belmi Opinione inserita da Belmi    19 Gennaio, 2018
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Lealtà

Quando passi una vita pensando solo al bene del tuo padrone, ogni giorno inizia e finisce come quello prima e come quello dopo. Una vita leale, impeccabile e con la mente impegnata al lavoro, ma i tempi cambiano e anche i padroni; arriva un momento in cui ti ritrovi davanti un’opportunità che dopo mille riflessioni ti ritrovi a prendere al volo.

Stevens è un maggiordomo, ma non uno qualsiasi, è un grande maggiordomo di una delle grandi famiglie inglesi, il suo padrone è Lord Darlington ma la guerra è finita e anche molte grandi dinastie hanno finito i loro anni d’oro. Un ricco americano, Mr Farraday, ha comprato tutto e con tutto intendo casa e domestici per poter vivere lo splendore inglese di una volta. Ovviamente Stevens fa parte del pacchetto “casa”, ma questo padrone non è come l’altro, questo gli consiglia di lasciare per la prima volta la residenza e di approfittare di qualche giorno di libertà per intraprendere un viaggio.

Stevens non sa che quel viaggio metterà in discussione tutta la sua vita.

Ishiguro con uno stile impeccabile riesce a rendere allettante una storia che non ha nessuna base per esserlo. Una storia che ha tutti gli elementi per essere lenta e monotona, invece porta il lettore all’interno di un viaggio introspettivo che oltre a mettere in difficoltà il grande maggiordomo, inevitabilmente porta anche il lettore a porsi molte domande che continuano anche dopo la lettura.

Mi sono avvicinata a quest’autore perché volevo leggere qualcosa del nuovo Premio Nobel e ne sono rimasta particolarmente colpita. Il suo stile è così coinvolgente da non farti sentire semplice spettatore ma parte integrante del pensiero del protagonista e della sua storia.

Un libro introspettivo, riflessivo e non adatto a tutti.

Buona lettura!

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Quel che resta del giorno 2017-12-14 18:56:58 Chiara77
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Chiara77 Opinione inserita da Chiara77    14 Dicembre, 2017
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In che cosa consiste la dignità?

Dopo la recente assegnazione del premio Nobel per la Letteratura a Kazuo Ishiguro, ho voluto leggere qualche sua opera e ho deciso di iniziare dal celeberrimo romanzo “Quel che resta del giorno”, edito nel 1989.
Il narratore è Mr Stevens, irreprensibile maggiordomo di una aristocratica dimora, Darlington Hall. Siamo negli anni '50 del Novecento e Stevens lavora per Mr Farraday, un ricco signore americano che ha da poco comprato la nobile residenza che in passato era appartenuta ad un aristocratico inglese, Lord Darlington.
Il maggiordomo viene invitato da Mr Farraday a prendersi qualche giorno di vacanza lasciando Darlington Hall: Stevens all'inizio non vorrebbe farlo, non si è quasi mai allontanato da quella casa, che rappresenta per lui il lavoro, un lavoro praticato con perfezionismo, dedizione estrema, che non ha lasciato spazio a nient'altro. Dopo un po' però si convince e decide di partire per la Cornovaglia, per andare a trovare una governante che ha lavorato con lui molti anni prima, Miss Kenton, ora Mrs Benn. La donna circa vent'anni prima lasciò il servizio per sposarsi. Stevens sospetta che lei non sia felice con il marito e spera che possa tornare a lavorare a Darlington Hall. Così inizia il suo viaggio, con l'automobile che gli ha prestato Mr Farraday, verso la Cornovaglia: il percorso da fare non è soltanto geografico ma diventa anche temporale. Stevens inizia a stilare il suo diario di viaggio, interponendo numerosi flashback nella narrazione, ritornando con la memoria agli anni '30, quando raggiunse l'apice della carriera di maggiordomo lavorando per il precedente padrone della residenza e a Darlington Hall arrivò lei, Miss Kenton.
Il romanzo ci parla di quanto il protagonista abbia sacrificato tutta la sua vita affettiva per inseguire un estremo ideale di dignità da raggiungere realizzandosi pienamente nella professione. Adesso, ormai anziano, ripensa con “un grande senso di trionfo” agli episodi in cui non si è lasciato andare ai sentimenti per rimanere il maggiordomo perfetto. Ripensa a quando è riuscito a ridere delle battute spiritose di alcuni ospiti della casa che doveva intrattenere, mentre suo padre moriva in una stanzetta al piano superiore. Oppure ricorda, stavolta con un pizzico di rammarico, di come riuscì a rimanere fuori dalla stanza di Miss Kenton, restando nel corridoio di fronte alla porta chiusa, mentre la donna piangeva sapendo che sarebbe andata via per sposarsi e non lo avrebbe forse più rivisto.
Stevens si esprime in maniera estremamente burocratica ed ampollosa, come se ciò lo aiutasse a mantenere la corazza che si è costruito in tutti quegli anni di onorevole servizio. Ribadisce inoltre più volte che sta andando da Miss Kenton per motivi puramente professionali, però non riesce a riferirsi a lei con il nome da sposata, Mrs Benn. Con il procedere del viaggio anche noi lettori ripercorriamo insieme a lui, attraverso i confusi messaggi che gli lancia la memoria, i momenti più significativi della sua vita. Insieme a lui ci accorgiamo che sotto quell'apparenza imperturbabile è celato un abisso di rimpianto. Una consapevolezza che viene raggiunta troppo tardi e per questo solo sfiorata, non approfondita, non rivelata fino in fondo.
Il romanzo mi ha trasmesso molta malinconia e mi ha fatto riflettere. La ricerca ossessiva del successo professionale ad esempio, che molte persone non esitano ad anteporre agli affetti, è veramente così importante oppure alla fine è soltanto una causa di infelicità per l'essere umano? C'è da chiedersi quanto sia triste arrivare alla sera della propria esistenza e rendersi conto di aver dato tutto quello che c'era da dare ad un datore di lavoro, oppure ad un ideale astratto di “dignità”, e accorgersi di essere rimasti inequivocabilmente e completamente, soli.

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Quel che resta del giorno 2017-11-23 09:45:41 Elena72
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Elena72 Opinione inserita da Elena72    23 Novembre, 2017
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E se il meglio potesse ancora venire?

La sera è spesso il momento in cui ci si sofferma a pensare a ciò che si è vissuto durante la giornata, talvolta con soddisfazione, talvolta con malinconico rimpianto. E se ci rendessimo conto, al tramonto della nostra esistenza, di aver fatto le scelte sbagliate e di aver perso l'opportunità di essere veramente felici?

Ishiguro entra nei panni di Mr Stevens, un anziano maggiordomo inglese a cui viene concessa una settimana di vacanza nella quale egli decide di visitare le principali attrazioni della zona ed ammirare la grandezza della natura. Il viaggio è l'occasione per rivedere, dopo tanti anni, Miss Kenton (ormai Mrs Benn) che da giovane aveva prestato servizio, come governante, insieme a Mr Stevens presso la prestigiosa dimora di Lord Darlington. Il tragitto verso la Cornovaglia è per il maggiordomo un percorso a ritroso nel passato, la rievocazione dei prestigiosi anni in cui a Darlington Hall si decidevano le sorti dell'Europa, ma è soprattutto la presa di coscienza delle tappe fondamentali di una intera esistenza con la speranza di poter recuperare un'occasione perduta.

Scritto con una prosa impeccabile, uno stile elaborato ed un ritmo compassato ma non privo di un certo humor tipicamente inglese, il romanzo si presenta come il meticoloso diario di viaggio di un personaggio alquanto singolare e, per certi aspetti, irritante. Mr Stevens si esprime e si comporta in modo cerimonioso e studiato in ogni dettaglio: figlio di un maggiordomo, è stato educato a reprimere ogni emozione e a perseguire la “dignità” vista come adesione totale ad un ruolo che non consente mai di svestirsi dei propri panni professionali. In simbiosi con le esigenze del proprio padrone, Mr Stevens adempie alle sue mansioni con orgoglio, votato ad una missione che lo fa sentire, in un certo qual modo, parte della Storia. Abnegazione, irreprensibilità ed efficienza al prezzo di una profonda e completa solitudine. Impassibile sia di fronte alla morte di suo padre, sia nei confronti dei sentimenti di Miss Kenton, Mr Stevens rinuncia, di fatto, agli affetti familiari e all'amore.

Solo al tramonto dei suoi giorni pare rendersi conto degli errori commessi e delle occasioni mancate, alle volte in cui avrebbe potuto agire e parlare in modo diverso, a tutti i fraintendimenti creati, ai “piccoli incidenti” che hanno “reso irrealizzabili dei grandi sogni”. E' ancora possibile rimediare? Sembra chiedersi in extremis Mr Stevens. La risposta arriverà, ancora una volta, dalla saggezza di Miss Kenton: “Non si può più mettere indietro l'orologio. Non si può stare perennemente a pensare a quel che avrebbe potuto essere”. E allora, che fare? Nelle pagine finali di questo splendido romanzo Ishiguro ci invita alla consapevolezza e alla speranza: non esistono esistenze perfette e non ci resta che convincerci “che la nostra vita è altrettanto buona, forse addirittura migliore di quella della maggior parte delle persone, e di questo si deve essere grati” (p. 286).
Non ci rimane dunque che godere di quel che resta del giorno e far sì che la sera della vita possa essere la parte più bella della nostra esistenza.

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Quel che resta del giorno 2017-11-07 12:53:36 annamariabalzano43
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annamariabalzano43 Opinione inserita da annamariabalzano43    07 Novembre, 2017
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Dimensione pubblica e privata nel concetto di dign


Stevens, l'impeccabile maggiordomo inglese al servizio di Lord Darlington, è il protagonista del magnifico romanzo di Ishiguro "Quel che resta del giorno". Il tema del viaggio, così caro alla letteratura anglosassone, dà forma ad una narrazione in prima persona, ricca di flash-back, che ci consegna un ritratto esaustivo del personaggio e mette l’accento sui punti di forza e di debolezza della cultura e della società britannica.
Al centro del romanzo è il concetto di dignità.
Dalla sua condizione particolare di maggiordomo, Stevens definisce la “dignità” con la “capacità di non abbandonare il professionista nel quale si incarna”. È la dimensione privata che viene soffocata e repressa per assolvere in modo impeccabile ai doveri professionali. Non manca, a questo punto, una considerazione severa sul comportamento e sulla attitudine di coloro che non appartengono al Regno Unito: “Gli europei non sono in grado di fare i maggiordomi, perché come razza non sanno mantenere quel controllo emotivo del quale soltanto la razza inglese è capace […..] in una parola, la dignità è qualcosa che trascende simili personaggi”. E qui è palese l’atteggiamento discriminatorio rispetto al continente del quale spesso i britannici hanno dimostrato di non sentire di fare parte.
Il tono di Ishiguro è qui sottilmente ironico come in molti altri brani del romanzo. Egli non risparmia infatti il personaggio dell’americano Mr Farraday, succeduto a Lord Darlington nella proprietà di Darlington Hall. Il nuovo padrone di Stevens non ha lo stile e il tratto del Lord inglese, tratta il maggiordomo con fare troppo confidenziale e grossolano. “Sono certo- dice Stevens- che egli stesse semplicemente dilettandosi in quel tipo di tono scherzoso che negli Stati Uniti è segno, non vi è dubbio, di una intesa corretta e amichevole fra datori di lavoro e dipendente, e alla quale ci si dedica come ad uno sport affettuoso.”
Con il procedere della narrazione assistiamo al graduale mutamento del personaggio Stevens, che, avvitato dapprima su se stesso in una situazione di ambiguità, si snoda verso una più chiara e definita posizione. Lo stesso concetto di “dignità” in lui così fermamente e indiscutibilmente radicato viene progressivamente riconsiderato alla luce degli eventi che mettono in discussione la personalità di Lord Darlington, offuscata dalle ombre cadute su di lui in seguito alle sue frequentazioni e al suo sospetto collaborazionismo con il nazismo. E sarà lo stesso Stevens a porsi in fondo il quesito se sia giusto adempiere fino in fondo ai propri compiti mantenendo un rigoroso riserbo, mettendo a tacere la propria coscienza, in breve soffocando la propria personalità, oppure reagire in nome di quell’onestà intellettuale che è parte integrante della coscienza. Qui entrano in collisione rigore e onestà, e ci si chiede quale etica debba prevalere, quella che ha sede nel mondo della libertà o quella pubblica che privilegia la forma rispetto al contenuto. Lo stesso Stevens darà una risposta tacita, nel momento in cui non considererà più punto d’onore l’avere servito Lord Darlington. Egli comincia a porsi degli interrogativi sin dal momento in cui impone a miss Kenton il licenziamento di due domestiche ebree. E sarà proprio il confronto con Miss Kenton a scuotere in fondo la sua coscienza troppo a lungo repressa. Sarà per lei che intraprenderà il suo viaggio, che si rivelerà un momento di crescita spirituale anche se avrà avuto luogo in quel tempo della vita in cui la luce sta per spegnersi.

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Quel che resta del giorno 2017-01-18 14:06:57 LittleDorrit
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LittleDorrit Opinione inserita da LittleDorrit    18 Gennaio, 2017
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Quel che resta di una vita

Romanzo fortemente e sentitamente inglese che delle radici culturali dello scrittore sviluppa solo la meticolosità dei dettagli e le riflessioni ovattate del protagonista.
In effetti lo stile di scrittura, attento e acuto, si amalgama perfettamente al "flusso dei pensieri" del personaggio principale, Mr Stevens, mentre ripercorre, in prima persona sotto forma di diario, le vicende della sua vita a servizio di Lord Darlington presso Darlington Hall.
Siamo di fronte ad un elucubrante viaggio interiore, che riaccende ricordi personali e ripercorre gli avvenimenti più significativi; esso si realizza durante una traversata in automobile per raggiungere la costa occidentale dell'Inghilterra, la Cornovaglia, dove lo attende Mrs Kenton, ex governante, anni prima, nella stessa casa.
Attraverso questo spostamento terreno, accompagnato da un senso di libertà che non gli è proprio perché provato per la prima volta nella vita, si entra in contatto non solo con l'uomo ma anche con i luoghi di passaggio che, sfiorati dal suo sguardo, acquisiscono una patina nostalgica color seppia.
Mr.Stevens ha fatto della dignità e della professionalità lo scopo della sua vita a tal punto dall'essersi trasformato quasi in un robot, sopprimendo azioni volontarie, pensieri propri ed emozioni intense, e divenendo così un uomo dai tratti esasperanti ed inquietanti.
Mr. Stevens "il maggiordomo" non lascia mai nulla al caso.
Un semplice sorriso di rimando ad una battuta del suo "Milord" è, da parte sua, oggetto di studio comportamentale.
Come suo padre prima di lui, ha perseguito un istinto interiore profondo che lo ha guidato e plasmato. "Tutti sono capaci di servire ma nessuno può farlo in modo assolutamente perfetto come un inglese".
Questo è un po' il leit motiv del romanzo.
È proprio per questo che muovendosi nella grande casa pensa e agisce da vero stratega. Tutto al proprio posto, nulla di intentato, massimo rigore.
In questo viaggio Mr Stevens acquisisce però una lucidità tutta nuova ed una lungimiranza inaspettata.
Un romanzo che rappresenta la voce del ricordo che parte in sordina e che alla fine ruggisce; è il resoconto sommario di una vita che, in un certo qual modo, grida e rivendica il tempo trascorso a servizio di un uomo che si rivelerà essere di dubbia moralità. Su tutto regna sovrana una patina di rimpianto, specie quello per un sentimento d'amore da sempre soffocato in nome di una lealtà fittizia.
Nel titolo c'è tutto il senso del romanzo, e penso che sia uno dei titoli più belli mai trovati nel mio percorso di lettrice.
Quel che resta del giorno sta ad indicare quel che resta di una vita vissuta a metà. Il sole tramonta ed indietro non si può tornare.
Un romanzo intenso ed anche fortemente decadente, da leggere con attenzione, senza rincorse, lasciandosi guidare da un personaggio pronto a spazzar via dal contesto ogni probabile imperfezione.

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Quel che resta del giorno 2015-05-22 15:40:48 Elisabetta.N
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4.0
Stile 
 
5.0
Contenuto 
 
5.0
Piacevolezza 
 
3.0
Elisabetta.N Opinione inserita da Elisabetta.N    22 Mag, 2015
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Quel che resta

Questo è stato un libro davvero interessante.
Dapprima ho apprezzato solo le vicende che mi mostravano la vita di un maggiordomo inglese ed ho sorriso davanti a certe puntigliosità che, al giorno d’oggi, sono virtù rare presenti forse solamente a corte.
Ma poi, man mano che la lettura avanzava, mi sono accorta che il romanzo prendeva spessore e profondità. Nel libro è onnipresente il concetto di dignità, requisito che il protagonista considera fondamentale per un maggiordomo.
Lui intende la dignità come una sorta di compostezza davanti ad ogni situazione, un senso del dovere intenso e profondo, io invece la interpreto come freddezza e prigionia, in una gabbia dorata sicuramente, ma sempre di prigione si tratta.
Questo romanzo infatti porta a riflettere sulla vita, ti sprona a non sprecare le occasioni e le possibilità che ti si presentano, ma soprattutto ad osare.

Lo stile mi è piaciuto molto. È scorrevole, lineare e talvolta, soprattutto quando vengono descritte le minuziosità del lavoro del maggiordomo, molto ironico.

Un romanzo che fa riflettere sulla vita.
Finchè si vive nella propria bolla di sapone si è in pace, ma quando la bolla scoppia e la realtà delle cose entra prepotentemente nella vita, le certezze, che si possedevano fino a quel momento, vacillano.
È proprio in quel momento che, voltandosi indietro, bisogna saper dire “ne valeva la pena” perché altrimenti, quel che resta del giorno, o della vita, è nulla…

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