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Quel che resta del giorno Quel che resta del giorno

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La prima settimana di libertà dell'irreprensibile maggiordomo inglese Stevens diventa occasione per ripensare la propria vita spesa al servizio di un gentiluomo moralmente discutibile. Stevens ha attraversato l'esistenza spinto da un unico ideale: quello di rispettare una certa tradizione e di difenderla a dispetto degli altri e del tempo. Ma il viaggio in automobile verso la Cornovaglia lo costringe ben presto a rivedere il suo passato, così tra dubbi e ricordi dolorosi egli si accorge di aver vissuto come un soldato nell'adempimento di un dovere astratto senza mai riuscire ad essere se stesso. Si può cambiare improvvisamente vita e ricominciare daccapo?

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Opinioni inserite: 13

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Quel che resta del giorno 2018-06-01 21:36:37 Valerio91
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Valerio91 Opinione inserita da Valerio91    01 Giugno, 2018
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I silenziosi conflitti di un grande maggiordono

A quanto pare, per uno scrittore esistono due metodi infallibili per salire alla ribalta internazionale: la morte, oppure il premio Nobel. Per la fortuna di Kazuo Ishiguro, il motivo che lo ha portato alla mia attenzione è quello più felice dei due, e devo dire che il premio svedese (spesso denigrato, non saprei dire se giustamente o meno) in questo caso mi ha dato la possibilità di leggere un romanzo davvero degno di nota. Tra gli altri ho scelto proprio questo perché tra i più conosciuti e, inoltre, perché attirato dal fatto che ne esistesse una trasposizione cinematografica con protagonista l'immenso Anthony Hopkins.
Appena avrò finito con questa recensione, correrò a vedere il film.
Non so fino a che punto possa spingermi a definire lo stile di Ishiguro: mi è sembrato adattato perfettamente al personaggio del signor Stevens, voce narrante e protagonista di questa storia, e non mi stupirebbe di trovarlo diverso negli altri romanzi proprio per questo motivo. Il modo di raccontare questa storia si adatta così perfettamente a quello che è il personaggio che pare quasi di sentirlo parlare, con quel suo modo di esprimersi così elegante e col suo punto di vista perfettamente espresso, che plasma la realtà secondo i suoi occhi. In questo, credo che Ishiguro sia stato davvero magistrale, anche se a tratti la lettura richiede un po' di impegno nell'evitare distrazioni.
È un qualcosa di splendido entrare nella psicologia di Stevens, osservare i conflitti che tenta incessantemente di sotterrare nella sua figura di maggiordomo irreprensibile; ogni cosa che vi si discosta lui la respinge categoricamente, e questo aspetto è perfettamente reso, anche se viene lasciata al lettore la possibilità di indovinare i veri sentimenti che si celano dietro quella maschera. L'autore riesce a creare il famoso legame tra protagonista e lettore, e in quest'ultimo la condotta del Signor Stevens, spesso in contrasto coi suoi veri sentimenti, genererà emozioni contrastanti.

Il Signor Stevens è un maggiordomo inglese, di quelli irreprensibili e totalmente dediti al lavoro; di quelli che ormai non se ne vedono più e appartengono a una società ormai passata.
Stevens ha passato gran parte della sua vita al servizio di Lord Darlington, dedicandosi anima e corpo nel tentativo di compiacere il suo padrone, figura di spicco nella politica europea, nel contesto che porterà all'esplosione della seconda guerra mondiale.
All'inizio della storia, tuttavia, nonostante sia ancora in servizio nella dimora di Darlington Hall, il suo vecchio padrone è deceduto da ormai tre anni e si trova alle dipendenze di un americano, il signor Farraday, che ha acquisato la dimora: un affarista che a quei tempi veniva definito come appartenente alla categoria dei "nuovi ricchi". Dovendo partire per un viaggio di un paio di settimane, Farraday invita Stevens a fare una breve vacanza e gli offre di utlizzare la sua Ford, per intraprendere il viaggio. Stevens accetta la proposta e deciderà di approfittare dell'occasione per andare a trovare la vecchia governante che serviva Lord Darlington insieme a lui e con la quale, in quegli anni, aveva instaurato un rapporto abbastanza controverso. La donna è ormai sposata, ma a quanto pare il suo matrimonio non naviga in buone acque e in una lettera pare esprimere nostalgia per Darlington Hall, nostalgia che Stevens interpreta come una voglia di tornare in servizio lì. Lui avrebbe bisogno di una mano, e quella di Miss Kenton sarebbe più che preziosa.
Dunque, Stevens parte per questo viaggio che ha anche un motivo professionale; o almeno di questo vuole convincersi. Questo viaggio si presenta come un pretesto per riflettere sul passato, sui giorni degni di nota che ha vissuto, sulle persone importanti alle quali la sua professione gli ha permesso di entrare in contatto, seppur indirettamente.
Quest'uomo irreprensibile continuerà a nascondersi dietro la sua professionalità, dietro la sua ferrea volontà di essere un "grande maggiordomo", carico di dignità. Lungo questo viaggio, tuttavia, ci sono molte altre cose su cui si troverà a riflettere, e non tutte saranno piacevoli.
Un romanzo che da parecchi spunti di riflessione, difficili da condensare in una breve recensione. Leggetelo.

"E forse allora vi è del buono nel consiglio secondo il quale io dovrei smettere di ripensare tanto al passato, dovrei assumere un punto di vista più positivo e cercare di trarre il meglio da quel che rimane della mia giornata. Dopotutto cosa mai c'è da guadagnare nel guardarsi continuamente alle spalle e a prendercela con noi stessi se le nostre vite non sono state proprio quelle che avremmo desiderato?"

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Quel che resta del giorno 2018-04-10 04:37:02 Bruno Elpis
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Bruno Elpis Opinione inserita da Bruno Elpis    10 Aprile, 2018
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La sera è la parte più bella della giornata?

Il maggiordomo Stevens – protagonista assoluto di Quel che resta del giorno di Kazuo Ishiguro - rivede la propria vita trascorsa al servizio di Lord Darlington quando la prestigiosa proprietà viene rilevata da un ricco americano nel secondo dopoguerra: in quest’epoca di sconvolgimenti sociali (“La nostra generazione… vedeva il mondo non come una scala, ma come una ruota”) la professione di Stevens subisce contraccolpi e vengono messi in discussione il ruolo e l’identità di un uomo che della fedeltà, della dignità e del sacrificio ha fatto essenza di vita.

Così, al mondo popolato da lacché (“il problema della lucidatura dell’argenteria”) e gentiluomini e sotto il dominio imperante di Sua Signoria si oppone la nuova visuale che si dischiude a Stevens durante un viaggio-premio da Oxford alla Cornovaglia, in un paesaggio inglese che è misura e compostezza in antitesi a “quegli spettacoli naturali… che si offrirebbero all’attenzione dell’osservatore oggettivo come inferiori proprio per quel loro indecoroso esibirsi”. Il viaggio ha una meta finale: l’incontro con la ex governante di Darlington Hall, una donna che rappresenta la rinuncia all’amore, consumata da Stevens in nome di un ideale superiore (“Fornire il miglior servizio possibile a quei grandi gentiluomini nelle cui mani è riposte davvero il destino della civiltà”).

Il senso della misura e della dignità in qualche modo amplificano, nella percezione del lettore, l’impatto dei sentimenti sempre controllati e soffocati da Stevens: l’amore per il padre (“Come se si augurasse di ritrovare un gioiello prezioso che aveva perduto in quel punto”) da praticare con ostinazione nonostante la decadenza fisica del genitore e durante gli impegni del convegno del 1924; la fedeltà verso lord Darlington anche quando sul nobile aleggiano sospetti politici infamanti (“Sir Oswald Mosley, la persona che fu a capo delle camicie nere, era stato ospite a Darlington Hall, io direi, in non più di tre occasioni…”).

Il finale del romanzo è particolarmente triste e struggente, fitto di domande che irradiano una luce malinconica sulle prospettive di un’esistenza il cui senso vacilla pericolosamente (“Dopotutto che cosa c’è mai da guadagnare nel guardarsi continuamente alle spalle e a prendercela con noi stessi se le nostre vite non sono state proprio quelle che avremmo desiderato?”) sotto i colpi della crisi d’identità.

Giudizio finale: finemente struggente, potentemente malinconico, sottilmente ironico.

Bruno Elpis

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Quel che resta del giorno 2018-01-19 14:09:51 Belmi
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Belmi Opinione inserita da Belmi    19 Gennaio, 2018
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Lealtà

Quando passi una vita pensando solo al bene del tuo padrone, ogni giorno inizia e finisce come quello prima e come quello dopo. Una vita leale, impeccabile e con la mente impegnata al lavoro, ma i tempi cambiano e anche i padroni; arriva un momento in cui ti ritrovi davanti un’opportunità che dopo mille riflessioni ti ritrovi a prendere al volo.

Stevens è un maggiordomo, ma non uno qualsiasi, è un grande maggiordomo di una delle grandi famiglie inglesi, il suo padrone è Lord Darlington ma la guerra è finita e anche molte grandi dinastie hanno finito i loro anni d’oro. Un ricco americano, Mr Farraday, ha comprato tutto e con tutto intendo casa e domestici per poter vivere lo splendore inglese di una volta. Ovviamente Stevens fa parte del pacchetto “casa”, ma questo padrone non è come l’altro, questo gli consiglia di lasciare per la prima volta la residenza e di approfittare di qualche giorno di libertà per intraprendere un viaggio.

Stevens non sa che quel viaggio metterà in discussione tutta la sua vita.

Ishiguro con uno stile impeccabile riesce a rendere allettante una storia che non ha nessuna base per esserlo. Una storia che ha tutti gli elementi per essere lenta e monotona, invece porta il lettore all’interno di un viaggio introspettivo che oltre a mettere in difficoltà il grande maggiordomo, inevitabilmente porta anche il lettore a porsi molte domande che continuano anche dopo la lettura.

Mi sono avvicinata a quest’autore perché volevo leggere qualcosa del nuovo Premio Nobel e ne sono rimasta particolarmente colpita. Il suo stile è così coinvolgente da non farti sentire semplice spettatore ma parte integrante del pensiero del protagonista e della sua storia.

Un libro introspettivo, riflessivo e non adatto a tutti.

Buona lettura!

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Quel che resta del giorno 2017-12-14 18:56:58 Chiara77
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Chiara77 Opinione inserita da Chiara77    14 Dicembre, 2017
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In che cosa consiste la dignità?

Dopo la recente assegnazione del premio Nobel per la Letteratura a Kazuo Ishiguro, ho voluto leggere qualche sua opera e ho deciso di iniziare dal celeberrimo romanzo “Quel che resta del giorno”, edito nel 1989.
Il narratore è Mr Stevens, irreprensibile maggiordomo di una aristocratica dimora, Darlington Hall. Siamo negli anni '50 del Novecento e Stevens lavora per Mr Farraday, un ricco signore americano che ha da poco comprato la nobile residenza che in passato era appartenuta ad un aristocratico inglese, Lord Darlington.
Il maggiordomo viene invitato da Mr Farraday a prendersi qualche giorno di vacanza lasciando Darlington Hall: Stevens all'inizio non vorrebbe farlo, non si è quasi mai allontanato da quella casa, che rappresenta per lui il lavoro, un lavoro praticato con perfezionismo, dedizione estrema, che non ha lasciato spazio a nient'altro. Dopo un po' però si convince e decide di partire per la Cornovaglia, per andare a trovare una governante che ha lavorato con lui molti anni prima, Miss Kenton, ora Mrs Benn. La donna circa vent'anni prima lasciò il servizio per sposarsi. Stevens sospetta che lei non sia felice con il marito e spera che possa tornare a lavorare a Darlington Hall. Così inizia il suo viaggio, con l'automobile che gli ha prestato Mr Farraday, verso la Cornovaglia: il percorso da fare non è soltanto geografico ma diventa anche temporale. Stevens inizia a stilare il suo diario di viaggio, interponendo numerosi flashback nella narrazione, ritornando con la memoria agli anni '30, quando raggiunse l'apice della carriera di maggiordomo lavorando per il precedente padrone della residenza e a Darlington Hall arrivò lei, Miss Kenton.
Il romanzo ci parla di quanto il protagonista abbia sacrificato tutta la sua vita affettiva per inseguire un estremo ideale di dignità da raggiungere realizzandosi pienamente nella professione. Adesso, ormai anziano, ripensa con “un grande senso di trionfo” agli episodi in cui non si è lasciato andare ai sentimenti per rimanere il maggiordomo perfetto. Ripensa a quando è riuscito a ridere delle battute spiritose di alcuni ospiti della casa che doveva intrattenere, mentre suo padre moriva in una stanzetta al piano superiore. Oppure ricorda, stavolta con un pizzico di rammarico, di come riuscì a rimanere fuori dalla stanza di Miss Kenton, restando nel corridoio di fronte alla porta chiusa, mentre la donna piangeva sapendo che sarebbe andata via per sposarsi e non lo avrebbe forse più rivisto.
Stevens si esprime in maniera estremamente burocratica ed ampollosa, come se ciò lo aiutasse a mantenere la corazza che si è costruito in tutti quegli anni di onorevole servizio. Ribadisce inoltre più volte che sta andando da Miss Kenton per motivi puramente professionali, però non riesce a riferirsi a lei con il nome da sposata, Mrs Benn. Con il procedere del viaggio anche noi lettori ripercorriamo insieme a lui, attraverso i confusi messaggi che gli lancia la memoria, i momenti più significativi della sua vita. Insieme a lui ci accorgiamo che sotto quell'apparenza imperturbabile è celato un abisso di rimpianto. Una consapevolezza che viene raggiunta troppo tardi e per questo solo sfiorata, non approfondita, non rivelata fino in fondo.
Il romanzo mi ha trasmesso molta malinconia e mi ha fatto riflettere. La ricerca ossessiva del successo professionale ad esempio, che molte persone non esitano ad anteporre agli affetti, è veramente così importante oppure alla fine è soltanto una causa di infelicità per l'essere umano? C'è da chiedersi quanto sia triste arrivare alla sera della propria esistenza e rendersi conto di aver dato tutto quello che c'era da dare ad un datore di lavoro, oppure ad un ideale astratto di “dignità”, e accorgersi di essere rimasti inequivocabilmente e completamente, soli.

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Quel che resta del giorno 2017-11-23 09:45:41 Elena72
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Elena72 Opinione inserita da Elena72    23 Novembre, 2017
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E se il meglio potesse ancora venire?

La sera è spesso il momento in cui ci si sofferma a pensare a ciò che si è vissuto durante la giornata, talvolta con soddisfazione, talvolta con malinconico rimpianto. E se ci rendessimo conto, al tramonto della nostra esistenza, di aver fatto le scelte sbagliate e di aver perso l'opportunità di essere veramente felici?

Ishiguro entra nei panni di Mr Stevens, un anziano maggiordomo inglese a cui viene concessa una settimana di vacanza nella quale egli decide di visitare le principali attrazioni della zona ed ammirare la grandezza della natura. Il viaggio è l'occasione per rivedere, dopo tanti anni, Miss Kenton (ormai Mrs Benn) che da giovane aveva prestato servizio, come governante, insieme a Mr Stevens presso la prestigiosa dimora di Lord Darlington. Il tragitto verso la Cornovaglia è per il maggiordomo un percorso a ritroso nel passato, la rievocazione dei prestigiosi anni in cui a Darlington Hall si decidevano le sorti dell'Europa, ma è soprattutto la presa di coscienza delle tappe fondamentali di una intera esistenza con la speranza di poter recuperare un'occasione perduta.

Scritto con una prosa impeccabile, uno stile elaborato ed un ritmo compassato ma non privo di un certo humor tipicamente inglese, il romanzo si presenta come il meticoloso diario di viaggio di un personaggio alquanto singolare e, per certi aspetti, irritante. Mr Stevens si esprime e si comporta in modo cerimonioso e studiato in ogni dettaglio: figlio di un maggiordomo, è stato educato a reprimere ogni emozione e a perseguire la “dignità” vista come adesione totale ad un ruolo che non consente mai di svestirsi dei propri panni professionali. In simbiosi con le esigenze del proprio padrone, Mr Stevens adempie alle sue mansioni con orgoglio, votato ad una missione che lo fa sentire, in un certo qual modo, parte della Storia. Abnegazione, irreprensibilità ed efficienza al prezzo di una profonda e completa solitudine. Impassibile sia di fronte alla morte di suo padre, sia nei confronti dei sentimenti di Miss Kenton, Mr Stevens rinuncia, di fatto, agli affetti familiari e all'amore.

Solo al tramonto dei suoi giorni pare rendersi conto degli errori commessi e delle occasioni mancate, alle volte in cui avrebbe potuto agire e parlare in modo diverso, a tutti i fraintendimenti creati, ai “piccoli incidenti” che hanno “reso irrealizzabili dei grandi sogni”. E' ancora possibile rimediare? Sembra chiedersi in extremis Mr Stevens. La risposta arriverà, ancora una volta, dalla saggezza di Miss Kenton: “Non si può più mettere indietro l'orologio. Non si può stare perennemente a pensare a quel che avrebbe potuto essere”. E allora, che fare? Nelle pagine finali di questo splendido romanzo Ishiguro ci invita alla consapevolezza e alla speranza: non esistono esistenze perfette e non ci resta che convincerci “che la nostra vita è altrettanto buona, forse addirittura migliore di quella della maggior parte delle persone, e di questo si deve essere grati” (p. 286).
Non ci rimane dunque che godere di quel che resta del giorno e far sì che la sera della vita possa essere la parte più bella della nostra esistenza.

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Quel che resta del giorno 2017-11-07 12:53:36 annamariabalzano43
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annamariabalzano43 Opinione inserita da annamariabalzano43    07 Novembre, 2017
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Dimensione pubblica e privata nel concetto di dign


Stevens, l'impeccabile maggiordomo inglese al servizio di Lord Darlington, è il protagonista del magnifico romanzo di Ishiguro "Quel che resta del giorno". Il tema del viaggio, così caro alla letteratura anglosassone, dà forma ad una narrazione in prima persona, ricca di flash-back, che ci consegna un ritratto esaustivo del personaggio e mette l’accento sui punti di forza e di debolezza della cultura e della società britannica.
Al centro del romanzo è il concetto di dignità.
Dalla sua condizione particolare di maggiordomo, Stevens definisce la “dignità” con la “capacità di non abbandonare il professionista nel quale si incarna”. È la dimensione privata che viene soffocata e repressa per assolvere in modo impeccabile ai doveri professionali. Non manca, a questo punto, una considerazione severa sul comportamento e sulla attitudine di coloro che non appartengono al Regno Unito: “Gli europei non sono in grado di fare i maggiordomi, perché come razza non sanno mantenere quel controllo emotivo del quale soltanto la razza inglese è capace […..] in una parola, la dignità è qualcosa che trascende simili personaggi”. E qui è palese l’atteggiamento discriminatorio rispetto al continente del quale spesso i britannici hanno dimostrato di non sentire di fare parte.
Il tono di Ishiguro è qui sottilmente ironico come in molti altri brani del romanzo. Egli non risparmia infatti il personaggio dell’americano Mr Farraday, succeduto a Lord Darlington nella proprietà di Darlington Hall. Il nuovo padrone di Stevens non ha lo stile e il tratto del Lord inglese, tratta il maggiordomo con fare troppo confidenziale e grossolano. “Sono certo- dice Stevens- che egli stesse semplicemente dilettandosi in quel tipo di tono scherzoso che negli Stati Uniti è segno, non vi è dubbio, di una intesa corretta e amichevole fra datori di lavoro e dipendente, e alla quale ci si dedica come ad uno sport affettuoso.”
Con il procedere della narrazione assistiamo al graduale mutamento del personaggio Stevens, che, avvitato dapprima su se stesso in una situazione di ambiguità, si snoda verso una più chiara e definita posizione. Lo stesso concetto di “dignità” in lui così fermamente e indiscutibilmente radicato viene progressivamente riconsiderato alla luce degli eventi che mettono in discussione la personalità di Lord Darlington, offuscata dalle ombre cadute su di lui in seguito alle sue frequentazioni e al suo sospetto collaborazionismo con il nazismo. E sarà lo stesso Stevens a porsi in fondo il quesito se sia giusto adempiere fino in fondo ai propri compiti mantenendo un rigoroso riserbo, mettendo a tacere la propria coscienza, in breve soffocando la propria personalità, oppure reagire in nome di quell’onestà intellettuale che è parte integrante della coscienza. Qui entrano in collisione rigore e onestà, e ci si chiede quale etica debba prevalere, quella che ha sede nel mondo della libertà o quella pubblica che privilegia la forma rispetto al contenuto. Lo stesso Stevens darà una risposta tacita, nel momento in cui non considererà più punto d’onore l’avere servito Lord Darlington. Egli comincia a porsi degli interrogativi sin dal momento in cui impone a miss Kenton il licenziamento di due domestiche ebree. E sarà proprio il confronto con Miss Kenton a scuotere in fondo la sua coscienza troppo a lungo repressa. Sarà per lei che intraprenderà il suo viaggio, che si rivelerà un momento di crescita spirituale anche se avrà avuto luogo in quel tempo della vita in cui la luce sta per spegnersi.

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Quel che resta del giorno 2017-01-18 14:06:57 LittleDorrit
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LittleDorrit Opinione inserita da LittleDorrit    18 Gennaio, 2017
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Quel che resta di una vita

Romanzo fortemente e sentitamente inglese che delle radici culturali dello scrittore sviluppa solo la meticolosità dei dettagli e le riflessioni ovattate del protagonista.
In effetti lo stile di scrittura, attento e acuto, si amalgama perfettamente al "flusso dei pensieri" del personaggio principale, Mr Stevens, mentre ripercorre, in prima persona sotto forma di diario, le vicende della sua vita a servizio di Lord Darlington presso Darlington Hall.
Siamo di fronte ad un elucubrante viaggio interiore, che riaccende ricordi personali e ripercorre gli avvenimenti più significativi; esso si realizza durante una traversata in automobile per raggiungere la costa occidentale dell'Inghilterra, la Cornovaglia, dove lo attende Mrs Kenton, ex governante, anni prima, nella stessa casa.
Attraverso questo spostamento terreno, accompagnato da un senso di libertà che non gli è proprio perché provato per la prima volta nella vita, si entra in contatto non solo con l'uomo ma anche con i luoghi di passaggio che, sfiorati dal suo sguardo, acquisiscono una patina nostalgica color seppia.
Mr.Stevens ha fatto della dignità e della professionalità lo scopo della sua vita a tal punto dall'essersi trasformato quasi in un robot, sopprimendo azioni volontarie, pensieri propri ed emozioni intense, e divenendo così un uomo dai tratti esasperanti ed inquietanti.
Mr. Stevens "il maggiordomo" non lascia mai nulla al caso.
Un semplice sorriso di rimando ad una battuta del suo "Milord" è, da parte sua, oggetto di studio comportamentale.
Come suo padre prima di lui, ha perseguito un istinto interiore profondo che lo ha guidato e plasmato. "Tutti sono capaci di servire ma nessuno può farlo in modo assolutamente perfetto come un inglese".
Questo è un po' il leit motiv del romanzo.
È proprio per questo che muovendosi nella grande casa pensa e agisce da vero stratega. Tutto al proprio posto, nulla di intentato, massimo rigore.
In questo viaggio Mr Stevens acquisisce però una lucidità tutta nuova ed una lungimiranza inaspettata.
Un romanzo che rappresenta la voce del ricordo che parte in sordina e che alla fine ruggisce; è il resoconto sommario di una vita che, in un certo qual modo, grida e rivendica il tempo trascorso a servizio di un uomo che si rivelerà essere di dubbia moralità. Su tutto regna sovrana una patina di rimpianto, specie quello per un sentimento d'amore da sempre soffocato in nome di una lealtà fittizia.
Nel titolo c'è tutto il senso del romanzo, e penso che sia uno dei titoli più belli mai trovati nel mio percorso di lettrice.
Quel che resta del giorno sta ad indicare quel che resta di una vita vissuta a metà. Il sole tramonta ed indietro non si può tornare.
Un romanzo intenso ed anche fortemente decadente, da leggere con attenzione, senza rincorse, lasciandosi guidare da un personaggio pronto a spazzar via dal contesto ogni probabile imperfezione.

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Quel che resta del giorno 2015-05-22 15:40:48 Elisabetta.N
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Elisabetta.N Opinione inserita da Elisabetta.N    22 Mag, 2015
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Quel che resta

Questo è stato un libro davvero interessante.
Dapprima ho apprezzato solo le vicende che mi mostravano la vita di un maggiordomo inglese ed ho sorriso davanti a certe puntigliosità che, al giorno d’oggi, sono virtù rare presenti forse solamente a corte.
Ma poi, man mano che la lettura avanzava, mi sono accorta che il romanzo prendeva spessore e profondità. Nel libro è onnipresente il concetto di dignità, requisito che il protagonista considera fondamentale per un maggiordomo.
Lui intende la dignità come una sorta di compostezza davanti ad ogni situazione, un senso del dovere intenso e profondo, io invece la interpreto come freddezza e prigionia, in una gabbia dorata sicuramente, ma sempre di prigione si tratta.
Questo romanzo infatti porta a riflettere sulla vita, ti sprona a non sprecare le occasioni e le possibilità che ti si presentano, ma soprattutto ad osare.

Lo stile mi è piaciuto molto. È scorrevole, lineare e talvolta, soprattutto quando vengono descritte le minuziosità del lavoro del maggiordomo, molto ironico.

Un romanzo che fa riflettere sulla vita.
Finchè si vive nella propria bolla di sapone si è in pace, ma quando la bolla scoppia e la realtà delle cose entra prepotentemente nella vita, le certezze, che si possedevano fino a quel momento, vacillano.
È proprio in quel momento che, voltandosi indietro, bisogna saper dire “ne valeva la pena” perché altrimenti, quel che resta del giorno, o della vita, è nulla…

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Quel che resta del giorno 2015-01-26 16:33:17 Mian88
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Mian88 Opinione inserita da Mian88    26 Gennaio, 2015
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Tempo e vita.

Rimanere fedeli a sé stessi, qualunque cosa accada. Ed egli ci riesce alla perfezione, a quale prezzo però. Stevens è un personaggio ben costruito, equilibrato, istruito, e con una grande dignità. Quest’ultima è in particolare la chiave di lettura che determina la sua esistenza. Per tutta la sua vita ha servito con rispetto e con rigido rigore gli uomini delle classi più elevate senza mai far si che le emozioni prendessero il sopravvento, senza mai manifestare il suo pensiero, limitandosi semplicemente al suo compito di assistenza e cura della casa e del suo padrone. Tutto doveva risultare alla perfezione in qualsiasi circostanza.
La ricerca della «dignità» è uno degli obiettivi ma anche degli interrogativi che maggiormente affiggono l’uomo. In cosa consiste questa? Quando la si riscontra in un perfetto maggiordomo? Ha ragione la vecchia o la nuova scuola? Stevens non si considera all’altezza di tale qualità, ritiene che la sua dedizione a sua signoria debba esser ancora coltivata prima di poter anche solo lontanamente essere paragonabile a quella storicamente conosciuta. L’unico essere umano in cui è riuscito ad individuare una parvenza di questa è il suo signor padre, sua grande ispirazione ed uomo da emulare tanto per controllo quanto per dedizione, forse di una diversa generazione ma pur sempre membro di una servitù di grande qualità ed istruzione, salda tanto nei principi che nella moralità.
Così quando il padrone, che si sarebbe allontanato per un breve periodo dalla residenza per affari, lo invita a prendere la vettura e a farsi un viaggio solo per lui dove la sua unica preoccupazione sarebbe dovuta essere sé stesso, Stevens inizia quello che sarà un excursus della sua vita.
Inizialmente fatica ad allontanarsi dalla residenza, sia fisicamente che mentalmente, tutti i suoi giorni sono legati a quelle mura, a quei giardini, a quei padroni e mai ha avuto del tempo per godere dalla sua terra, della compagnia della sua stessa persona. Con piccoli passi riscopre la bellezza di un tramonto, la gioia di una giornata che finisce, la cortesia di emeriti sconosciuti che restano immancabilmente attratti da quel servitore che tanto sembra un padrone. Ed il pensiero implacabilmente va a Miss Kenton a suo tempo collega di lavoro. Rivive i momenti che ha gustato con lei, cerca di rianalizzarli eppure non li comprende appieno. Gli sfuggono per quel che sono. Tutti i tentativi della donna di andare oltre alla professione, di far uscire il servo dal suo guscio non sono colti perché c’è sempre una esigenza, un dogma a cui attenersi, una paura da non affrontare. Quando una festa importante, quando sua signoria ha bisogno di qualcosa, quando semplicemente non ha la temerarietà di sfidare quelle parole, Stevens si tira indietro. Fugge dalla realtà e si rifugia nel mondo che si è creato. Un universo di maschere, dove l’abnegazione del sé stesso regna sovrana. In conclusione dell’opera due significativi incontri: il primo con la predetta ex Governante della proprietà terriera; il secondo con un uomo, un ex maggiordomo ormai in pensione. Ella rappresenta il passato che non torna, l’attimo che se ne è andato, l’occasione perduta, l’errore evitabile, la felicità sfiorata; egli il futuro di solitudine, il tempo per se dopo anni dedicati ad altri, il riacquisire la propria individualità, la volontà di vivere nell’oggi e nel domani e non nello ieri.
Un velo di malinconia caratterizza il romanzo, componimento scritto sotto la forma di diario ed interamente caratterizzato da un linguaggio forbito e di alto livello, dove indiscutibilmente la voce narrante trasporta il lettore in riflessioni sulla propria vita, sulle maschere spesso indossate e sulle occasioni perdute o rimandate. A differenza di opere quali “Non lasciarmi” che ti accarezzano e trascinano impedendo qualsiasi tentativo di distacco dallo scritto fintanto che questo non è giunto alla sua conclusione, “Quel che resta del giorno” è un testo che va centellinato, che scorre lentamente, da leggere un po’ alla volta e da assaporare piano piano. E’ un romanzo ricco sia da un punto di vista storico che sostanziale ma richiede attenzione, ogni dettaglio determina le circostanze successive e ciò lo rende un volume adatto a chi non cerca opere leggere bensì ricche di contenuto e capaci di restare impresse nella mente anche molto tempo dopo la lettura.

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Quel che resta del giorno 2015-01-13 15:59:33 siti
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siti Opinione inserita da siti    13 Gennaio, 2015
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Assertiva retrospettiva

Teatralità odierna nell’affrontare il dolore, il fatto più privato che la Natura ci abbia concesso, contro un uomo che indossa una maschera fatta di dignità e di congiunta comunione tra l’essere e il fare.
È un maggiordomo, fosse stato altro nella vita, lui sarebbe stato comunque fedele a se stesso, alla sua storia, alla sua famiglia, alla sua collocazione sociale.

Ishiguro ha creato un personaggio che mi rimarrà nel cuore per coerenza, intransigenza , savoir faire, equilibrio, rigore, responsabilità. Non una piega se non il percorso, questo viaggio, raccontato come un diario e impreziosito dalle analessi di una vita. Un viaggio verso il recupero, verso il punto di origine, verso se stesso, sempre negato, mascherato e, in fondo, ritrovato e confermato.

Si è quel che si vuole essere, sempre. Le opportunità, le possibilità sono sempre e comunque anche atti di volontà.
Voler non essere: una possibilità.
Quel che resta? L’accettazione di ciò che è stato.

Non ho altre parole, se non il consiglio di centellinarlo, questo libro, come un buon vino d’annata.
A piccoli sorsi, il suo gusto, il suo calore, il suo sentore avvolgente vi placheranno, ad ogni rigo, l’animo. Stevens, il maggiordomo-voce narrante, ha reso così anche questo servizio: coccolare l’ennesimo ospite. Abnegazione fino alla fine. E in fondo chi ci dice che lui non abbia saputo coglierle le sue possibilità? È stato per trentacinque anni al servizio di Lord Darlington e vivere nella sua dimora gli ha permesso di vivere la storia dell’Europa interessata da due conflitti mondiali “vicino al fulcro della storia del mondo” quindi “orgoglioso e grato” del fatto che gli sia stata concessa questa possibilità “un simile privilegio”: l’ha saputo cogliere appieno. Se si pensa, inoltre, al ruolo di testimone storico che gli attribuisce Ishiguro poi, non mi rimane che invidiarne benevolmente, il ruolo di memoria storica che assume.
Quando gli eventi si allontanano con il loro carico di dolore ed errore, è difficile, con equilibrio, ricordare i percorsi intrapresi, accettati o semplicemente subìti e diventa invece infinitamente più facile con un colpo di spugna cancellare tutto e condannare la Storia, i suoi protagonisti, se stessi.
La vita offre la possibilità di evitare anche questo semplicemente contemplando la sera ed accettandola con il suo carico di nuove opportunità.

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Quel che resta del giorno 2013-08-07 11:28:20 andrea70
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andrea70 Opinione inserita da andrea70    07 Agosto, 2013
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Bellissimo

Un ormai anziano maggiordomo, in servizio presso la maestosa dimora di un ricco americano , fa un viaggio attraverso la campagna inglese per raggiungere una collaboratrice che non vede da molti anni e con cui aveva un rapporto molto stretto a dispetto della rigidità dell'etichetta e dei ruoli dell'epoca.
Mr Stevens, il maggiordomo, durante il viaggio rievoca i fasti della dimora in cui presta servizio, quando il proprietario era un nobiluomo inglese, poi caduto in disgrazia agli occhi dell'opinione pubblica per le sue simpatie e frequentazioni incaute con influenti personaggi politici vicini alla Germania nazista.
Il ritmo è molto compassato, come gli spostamenti di Stevens, tutto è permeato da un senso di dignità, la più grande qualità che deve avere un maggiordomo.
Una tale dignità e un tale portamento , educato, austero, quasi perfetto, crea una serie di equivoci con alcune persone incontrate da Stevens durante il viaggio, che ovviamente lo scambiano per una persona di ceto sociale elevato.
Mr Stevens torna con la memoria ad avvenimenti del passato, quasi a creare un bilancio della propria vita, chiedendosi se è stato alla fine un grande maggiordomo, colui che si dimostra sempre all'altezza del suo compito quali che siano le circostanze e gli avvenimenti.
Da ogni gesto, dalle parole , traspare un senso del dovere che sembra rimasto ancorato nel tempo, impossibile da portare ai giorni nostri, lo stesso atteggiamento del nuovo datore di lavoro di Mr Stevens si lascia andare ad una licenziosità , una leggerezza di toni che Mr Stevens fatica a comprendere , sono cambiate le persone, ma anche i costumi e il modo di rapportarsi agli altri.
Mr Stevens ricorda la figura del padre, con un amore quasi asciugato dal dovere, dall'etichetta, dalla stima che si esprime nell'imitazione del padre più che a parole, nel senso di lealtà verso la persona presso cui presta servizio , immolandosi fino all'ultimo respiro.
E alla fine del viaggio, dopo aver parlato con la donna che andava a visitare e scoperte cose che forse, in passato, avrebbero potuto cambiare il corso della propria vita , Mr Stevens si chiede se tutto ha avuto un senso o se rimane solo un grande vuoto colmato da occasioni perdute, parole non dette, , un amore mai rivelato senza più speranza di compiersi, vita non vissuta veramente.
Ma anche di fronte al conto del destino e a ciò che rimane Mr stevens si eleva addirittura sopra le persone che ha servito, lui ormai anziano e solo , senza una famiglia, solo con il suo lavoro e i suoi ricordi, non rinnega nulla di ciò che è stato. Nemmeno il disprezzo che ora ricopre la figura del Lord per cui ha lavorato per tanti anni può rendere meno meritevole e dignitoso quanto da lui vissuto.
La misura di un uomo è nei valori che ha portato sulle sue gambe tutta la vita qualunque fosse il prezzo: la dignità, il senso del dovere, la lealtà , il rispetto per gli altri.
Non si vive per se stessi , per Mr Stevens tutto ha avuto un senso, tutto è stato giusto così, nel solco tracciato dalla sua vita idealmente lungo un giorno, il sentiero del rimpianto si intravede solo per un attimo nello spazio di un tramonto.
Libro umanamente splendido, lento ma scritto magistralmente, non c'è un attimo di noia, si viene rapiti dall'incedere dei pensieri e dei ricordi di Mr Stevens, da un vissuto che sentiamo essere ad un livello verso cui guardare con devota ammirazione. Ishiguro ha colto in modo eccezionale le caratteristiche di un'epoca e di una certa società.

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Quel che resta del giorno 2013-01-17 09:48:38 Mario Inisi
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Mario Inisi Opinione inserita da Mario Inisi    17 Gennaio, 2013
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Le parole non dette

Questo bellissimo libro racconta la storia d'amore fatta di occasioni perse, di parole non dette, di frasi sbagliate tra la governante Miss Kenton e il maggiordomo Stevens, dignitosa figura custode di un mondo ormai scomparso e che non ha mai avuto in sé quella dignità che il maggiordomo ha contribuito con la sua dedizione assoluta a tributargli, anche a sacrificio della sua vita privata.
Tutto il libro è fatto di parole che ne alludono altre, di azioni che nascondono altre intenzioni, di contraddizioni tra parole e sentimenti. E' un libro malinconico fatto di ricordi sulla scia dei quali il maggiordomo, ormai forse consapevole di aver gettato la sua vita per un mondo che non la meritava, si decide una buona volta a cercare Miss Kenton per dire quelle parole che non ha mai avuto il coraggio di pronunciare. Ma il tempo passa, le cose cambiano nonostante tutto possa sembrare immobile.
Il libro è assolutamente da non perdere (e anche il film).

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Quel che resta del giorno 2011-06-14 18:03:49 eleonora.
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eleonora. Opinione inserita da eleonora.    14 Giugno, 2011
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una vita da maggiordomo

Per Stevens "la dignità, in un maggiordomo, ha a che fare, fondamentalmente, con la capacità di non abbandonare il professionista nel quale si incarna".
Questo concetto rappresenta per Stevens la linea guida della sua esistenza ed è il filo conduttore dei suoi pensieri che lo portano a ripercorrere alcuni momenti della sua vita mentre intraprende il suo primo viaggio dopo anni di onorata carriera come maggiordomo.
Un viaggio che lo vede attraversare la campagna inglese in direzione di Little Compton, dove lo attende l'incontro con Miss Kenton, governante che aveva lavorato con lui in passato a Darlington Hall. Un viaggio che rappresenta per il nostro protagonista l’unico e il primo vero momento dove, staccatosi dalle vesti di maggiordomo, può fermarsi e viaggiare non solo nello spazio fisico, ma anche e soprattutto dentro se stesso.
La ricerca della perfezione nell’essere maggiordomo ha rappresentato per Stevens il senso della vita, divenendo il fulcro del suo agire, è come se avesse indossato i panni del maggiordomo escludendo automaticamente la sfera privata, la sfera dei sentimenti.
Il concetto di dignità lo porta a ricordare momenti del passato facendogli provare un grande senso di trionfo nei confronti del suo operato, specie nelle occasioni dove è riuscito a mantenere il suo ruolo nonostante le vicissitudini fossero contrastanti. Come la morte del padre avvenuta in un momento in cui stava svolgendo servizio per Lord Darlington, e che Stevens vive in maniera distaccata e professionale.
Ripercorre il rapporto esclusivamente lavorativo con Miss Kenton, sottolineando aspetti del passato sensazioni ed emozioni che sono vive nel momento del presente, nel momento in cui ricorda, perché le ripercorre in un tempo diverso, in un contesto in cui si è tolto le vesti da maggiordomo e può osservare la sua vita con un senso critico più umano, perchè nel tempo che fu era come imprigionato dentro se stesso.
Stevens in questo viaggio si è calato, seppur di poco, la "maschera" del maggiordomo interrogandosi malinconicamente sul passato e sul futuro.
Una lettura a volte un po’ lenta, non del tutto immediata che ci porta pian piano a comprendere il senso del vero viaggio che il protagonista intraprende.
Lo stile di scrittura è elegante ed impeccabile cade a pennello con l’ambientazione inglese e gli anni in cui si svolge il racconto.

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