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I giorni dell'eternità
 
I giorni dell'eternità 2015-05-05 16:13:51 FrancoAntonio
Voto medio 
 
3.0
Stile 
 
4.0
Contenuto 
 
2.0
Piacevolezza 
 
3.0
FrancoAntonio Opinione inserita da FrancoAntonio    05 Mag, 2015
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KEN FOLLETT E LA “SUA” STORIA DEGLI ANNI ‘60-‘80

Tornano le vicende delle famiglie Peskov, Williams, von Ulrich, Dewar e le loro varie derivazioni, mentre sullo sfondo si dipanano i grandi avvenimenti della seconda metà del XX secolo: la crisi di Cuba, la lotta per i diritti civili in America, gli omicidi politici, la tragedia della divisione del popolo tedesco, lo scandalo Watergate, la crudeltà del comunismo e dei Gulag in URSS e così via, sino all’epocale crollo del Muro di Berlino ed alla fine del comunismo in Europa.
“I giorni dell’eternità” mi è restato per quasi sei mesi confinato in un angolo, in attesa di essere letto. Come lettore accanito, oltre che collezionista compulsivo, non potevo non averlo; soprattutto dopo aver divorato i primi due volumi della Century Trilogy, ma avevo un po’ di timore nel prenderlo a mani. In effetti, dopo aver apprezzato tantissimo “La caduta dei giganti”, ero restato un po’ meno soddisfatto dal secondo: “L’inverno del Mondo” che si era rivelato molto più banale e artificioso.
Quindi il volume conclusivo della trilogia se ne stava a prendere polvere per il mio timore restare deluso.
Mi sbagliavo: “I giorni dell’eternità” non è stato motivo di delusione quanto di profonda irritazione.
Intendiamoci, Ken Follett è sempre un ottimo narratore, lo stile è fluido e accattivante, e riesce quasi sempre a catturare l’attenzione del lettore, anche con un tomo di 1200 pagine.
Ma se queste sono le buone notizie le cattive sovrastano di gran lunga i lati positivi del romanzo.
Innanzi tutto l’obbligo che l’autore si è autoimposto sin dall'inizio - far diventare i componenti delle sue sei, sette famiglie, testimoni di tutti gli eventi più salienti del XX secolo - si è trasformato in un clamoroso autogol. In certi momenti dover, per forza, infilare uno o l’altro dei personaggi nel luogo e nel momento in cui s’è fatta la storia diventa, dopo un po’, stucchevole se non veramente ridicolo; di una comicità involontaria e deprimente: che dire di Maria Summer che si trasforma nella “deep troath” del caso Watergate o Jasper Murray testimone dell’omicidio di M.L. King?
Per non dire di queste famiglie che a distanza di decenni vedono i loro destini incrociarsi e separarsi di continuo come una sorta di quadriglia su scala mondiale. Del resto le vicende dei vari personaggi, appena si allontanano, anche solo per poco, dai riflettori della grande storia, divengono di una banalità sconcertante, con unioni e separazioni, grandi amori ed odi eterni, degni di una sceneggiatura da soap opera tipo “Beautiful”.
Ma questi sono i peccati minori che vengono commessi nel libro.
Follett si è dato come compito quello di narrare le vicende del “secolo breve” visto attraverso gli occhi della gente comune, tuttavia, proprio per questo motivo, aveva l’obbligo, nei confronti dei lettori, di essere obiettivo, proprio perché la “gente comune” può trovarsi indifferentemente da una parte o dall'altra delle varie barricate che le vicende della vita innalzano. Invece ha mal pensato di schierarsi.
Non credo che nessuno abbia dubbi su quali sia la collocazione politica di Follett, tuttavia in un romanzo storico, che non vuole essere un pamphlet, il narratore dovrebbe essere, se non proprio obiettivamente imparziale, quantomeno equidistante dai fatti. In particolare quelli realmente accaduti che fanno da fondale alle vicende fittizie non dovrebbero essere presentati in maniera travisata ad arte.
Così, purtroppo non avviene ne “I giorni dell’eternità”: per Follett tutti coloro che si posizionano anche solo di poco a sinistra o a destra di quella che per lui è l’opinione politica ideale e corretta sono tutti “brutti, sporchi e cattivi”; tra l’altro, il più delle volte, in modo stupido ed illogico.
I suoi personaggi principali (i componenti delle famiglie), invece, sono sempre, infallibilmente, dalla parte che, per l’autore, è, di volta in volta, quella giusta. Singolare, sotto questo aspetto, che l’unico elemento di disturbo, quel Erik von Ulrich, il figlio di Walter (protagonista indiscusso di parte tedesca ne “La caduta dei Giganti” e martire del nazismo nel secondo volume), ragazzo simpatizzante nazista poi convertito improvvisamente al comunismo più abietto, non compaia neppure nel terzo volume, e senza neppure una parola di giustificazione.
Ne “I giorni dell’eternità”, per ognuna delle famiglie, appaiono solo le figure più political correct. Queste prendono sempre e solo la decisione più giusta e coraggiosa. L’unica pecora nera è Cameron Dewar che, in quando repubblicano, incarna quanto di più abietto e stupido l’autore gallese individua nella società americana non liberal.
Ma la cosa che più disturba è che, questa operazione, già di per sé discutibile, venga fatta, senza alcun pudore, anche per i personaggi storici, dei quali si evidenziano solo gli aspetti che fanno più comodo alla tesi generale che si vorrebbe far prevalere.
A questo punto, però, vien voglia di ricordare a Mr. Follett che Cruschev non rappresentò solo il primo tentativo di “disgelo” in URSS, ma fu anche quello che mandò i carri armati in Ungheria nel 1956. Kennedy fu tirato per i capelli nella difesa dei diritti umani, ma l’effetto dei suoi errori in politica estera si è protratto per anni dopo la sua morte. Fu Nixon, pur con tutte le sue ombre, quello che riuscì a porre termine all’intervento americano in Vietnam e riavvicinò la Cina agli USA. Fu anche grazie alla politica di Reagan (sia pure attraverso la minacciata escalation militare) che si arrivò al punto di rottura della fragile economia sovietica, con il conseguente crollo del comunismo in Europa. Nel romanzo, poi, non c’è una parola per i disastri del presidente Carter in Iran e Somalia, per l’intervento inglese nelle Falkland, il terrorismo palestinese degli anni settanta e così via.
Il libro è afflitto da due gravi difetti ottici. Strabismo nei confronti dei fatti che non s’incastrano bene nel mosaico complessivo che si vuole comporre e presbiopia per i fatti troppo vicini al punto d’osservazione dell’autore. Evidentemente, infatti, dovendo narrare di fatti non solo letti sui libri di storia, ma vissuti in prima persona e, quindi, emotivamente più carichi di significato, non è riuscito a rimanere imparziale, compiendo il più grosso errore di uno scrittore: il coinvolgimento psicologico nelle vicende che narra.
Ciò non di meno, è riuscito ugualmente a farmi commuovere narrando le vicende finali del crollo del Muro di Berlino, come quando, 25 anni fa, vedevo le immagini il TV (accidenti!).

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Lettura consigliata
  • no
Consigliato a chi ha letto...
Ovviamente è consigliato a chi ha letto gli altri due romanzi che precedono, se non altro per scoprire ... come va a finire.
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Commenti

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Una stroncatura con i fiocchi, bravo!
Concordo in pieno : grazie! Finalmente un lettore che non apprezza il terzo minestrone di Ken follet. Ancora grazie1
Grazie ad entrambi per l'apprezzamento.
Follett scrive bene, non c'è dubbio, ma questa trilogia è stata tirata un po' troppo per i capelli.
Però gli devo riconoscere un merito: dopo alcuni mesi di lontananza da Qlibri, un po' perché indaffarato, un po' perché le mie letture si erano indirizzate su libri che forse non necessitavano di recensioni, ho sentito la necessità di dare il mio parere su questo romano e, quindi, di ritornare a frequentare, seppur non con l'assiduità di prima, questo sito.
Per questo lo ringrazio.

29 Mag, 2016
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Complimenti! Una recensione perfetta! Nonostante abbia apprezzato moltissimo il primo e letto con interesse il secondo, fatico a finire questo...
E' troppo lento e troppo piatto, manca di emozioni.
Bella recensione, hai espresso i miei pensieri meglio di come avrei potuto fare io.
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