Il club Montecristo Il club Montecristo

Il club Montecristo

Letteratura italiana

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Quando Viviana, giovane impiegata di una galleria d’arte, viene ritrovata uccisa nel suo appartamento, i sospetti della polizia si concentrano sull’ex detenuto Danilo Secchi: stesso modus operandi dell’omicidio che l’aveva portato anni prima dietro le sbarre, sue impronte digitali sulla scena del delitto. E poco importa che le prove siano tutt’al più indiziarie: per il commissario Cassini “colpevole una volta, colpevole per sempre”. Per fortuna di Danilo non tutti la pensano così. Lo scopre anche Arno, tecnico di computer con due figli e un matrimonio in stanca, quando una mattina il vecchio amico Lans, pittore di talento da poco uscito di prigione per una rapina mai del tutto chiarita, gli spunta davanti con una strana proposta: mettere i suoi talenti di informatico al servizio del Club Montecristo, un’associazione capillare di ex galeotti decisi a far giustizia quando chi ufficialmente dovrebbe garantirla è troppo miope per riuscirci. Arno e Lans pian piano intuiscono che Viviana aveva tanti segreti, e che proprio lì si nasconde la verità sulla sua morte.



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Il club Montecristo 2021-02-23 18:40:15 Bruno Izzo
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Bruno Izzo Opinione inserita da Bruno Izzo    23 Febbraio, 2021
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Memento vivi

Il titolo, di proposito, rimanda al conte ed all’isola omonimi del capolavoro di Dumas padre, e indirettamente anche al famoso testo risorgimentale di Silvio Pellico sulle sue prigioni, citato espressamente nel corso del racconto.
Con quei romanzi ha non poco in comune: in questa storia Fabiano Massimi, infatti, ci parla di carceri, di prigioni, di luoghi di reclusione e dell’umanità che suo malgrado ci vive o ci ha soggiornato, a torto o a ragione; direi di più, si accenna qui neanche troppo velatamente a galere che non sono necessariamente fisiche e provviste di sbarre, e dove più spesso di quanto non si creda chi vi è rinchiuso, neanche sa di esserlo, talora vi si è imprigionato volontariamente, spesso non è nemmeno un pregiudicato, un reo confesso, o addirittura colpevole di qualche reato.
Ne consegue che questa non è perciò una storia di errori giudiziari, o una denuncia degli orrori della reclusione disumana tipo “Le ali della libertà”, o di rocambolesche fughe da Alcatraz o dal castello di If. Questo è invece un buon romanzo, affatto banale, una bella storia di riscatto e di redenzione, non solo, ma anche di riconsiderazione degli eventi dell’esistenza con uno sguardo diverso, più pacato e riflessivo. Troppo spesso i fatti della vita, anche quelli più ordinari, appaiono del tutto differenti da quanto sono in realtà, il libro suona allora come un richiamo corale, un invito a valutare meglio, ad approfondire la conoscenza di quanto accade prima di giudicare, un appello rivolto in generale a quanti, spesso troppi e troppo a sproposito, sono chiamati a ricostruire la verità e a giudicare.
Tanti troppo di mezzo, dunque, specialmente troppo in fretta:
“Non siamo qui per indovinare…siamo qui per sapere. La verità è una cosa lenta.”
Questo è un romanzo scritto con tutta evidenza da uno studioso di storia e di filosofia, da un uomo amante dei libri, della lettura, delle biblioteche, che invita alla lettura, alla cultura, alla sapienza, gli artifizi unici per qualificare al meglio la nostra esistenza.
Rinveniamo una trama abilmente intrecciata, che ne comprende al suo interno altre in relazione tra loro, in sintesi, è un bel narrare: preciso, discorsivo, fluente, avvincente proprio perché offre più chiavi di lettura. Date queste premesse, etichettare questo libro come classificabile in un solo genere narrativo, tra l’altro è edito da un campione dell’editoria dei gialli, risultato finanche vincitore di un premio ad hoc per esordienti, mi sembra comunque riduttivo.
Fabiano Massimi non ha scritto un enigma da sciogliere per il tramite dell’investigatore di turno, ha fatto molto di più, serve andare oltre le apparenze per accorgersi che, proposto con un linguaggio semplice e scorrevole, arguto e con un sottile umorismo, ci ha offerto invece con il suo elaborato più di uno spunto di riflessione sulla condizione umana.
Talora una condizione misera e miserrima, al punto che la giustizia ricorre, in mancanza di alternative, ai soli mezzi di reclusione coercitiva per il rispetto delle regole.
Da tale condizione di miseria morale, materiale, educativa e culturale che spinge al delinquere e alle condanne giudiziarie, ci si può certamente redimere e risollevare, per non reiterare i danni collaterali a sé stessi ed agli altri…se solo lo si permetta, e la costrizione, se proprio inevitabile, sia dettata dall’osservanza del dettato costituzionale del fine ultimo della pena, la rieducazione, la riabilitazione e il recupero sociale del reo. Questo spesso, e purtroppo, non avviene: perché se è vero che errare è umano, è altrettanto vero che l’umanità, o almeno gran parte di essa, tende comunque a mantenere inalterate le condizioni esteriori perché il reo venga regolarmente agevolato, se non obbligato, a perseverare nell’errore, spessissimo unica alternativa per la sussistenza al di fuori dell’istituto di reclusione.
“Quando esci di prigione nessuno ti dà da lavorare…chi si fida di uno che fino a poco fa era un ladro o peggio…Così gli ex detenuti hanno pochissime strade aperte, quasi tutte illegali…Si chiama recidiva, ed è una condanna…”
Perché non esiste rieducazione, in definitiva. Chiunque ha o ha posseduto un cane lo sa: se lo si educa con fermezza ma con pari dolcezza, senza picchiarlo o infliggergli dolore e umiliazioni, evitando di strozzarlo al guinzaglio ma permettendogli di muoversi in sicurezza, interagire socialmente, impiegarsi utilmente nel gioco come nel lavoro, gratificarlo, allora obbedisce volentieri, si attiene alle regole, è un compagno ed un amico fedele, rispettoso dei suoi simili e degli umani.
Se lo si tiene invece perennemente alla catena, impedendogli una qualsiasi vita di relazione ed aizzandolo con botte e privazioni, ne risulterà una belva, tanto più feroce ed aggressiva quanto confusa e impaurita, e recuperarlo alla normalità è un’impresa proibitiva.
Sic et simpliciter, lo stesso accade con gli esseri umani, il carcere così com’è rinchiude ma non redime, ti lega ad un palo con una catena a gioco corto, incattivisce ed imbarbarisce, non rieduca, non recupera, nemmeno fa giustizia, persevera diabolicamente per un motivo o per un altro a far sì che chi ha sbagliato una volta torni a delinquere. L’unica soluzione proposta giocoforza per svariati motivi è la reclusione coatta, e non altro, che è una barbaria che finisce per coinvolgere con la stessa depressione nel vivere tanto i reclusi che i loro carcerieri.
Ben lo comprende solo chi ha vissuto la reclusione, l’inferno in terra; e lo comprende per la stessa logica di base nelle comunità per il recupero dalle tossicodipendenze, dove i migliori operatori sono proprio ex ospiti passati efficacemente dall’altra parte della barricata.
Primo, ex carcerato che, con stenti e sacrifici si è rifatto un’esistenza prospera e felice, è uno di quelli che, come si dice, ce l’ha fatta, e una volta libero ha costruito onestamente una fortuna economica. Memore dei suoi dolorosi trascorsi in prigione, si prodiga generosamente per i compagni meno fortunati di lui, ha ideato e presiede “Il Club Montecristo”, una vera e propria associazione pro bono di ex-carcerati che di giorno lavorano onestamente, ma nel tempo libero si prestano volentieri come volontari in una sorta di misericordia, di Caritas pro ex detenuti, un mutuo soccorso per coloro che, una volta usciti dal carcere ed aver pagato il loro debito con la giustizia, decidono risolutamente di cambiare vita e filare diritto. Risolutamente, perché è il carcere è un’esperienza che ferisce a sangue, che non intendi ripetere mai più. Però poi, per quanto esci a pena scontata, la fedina penale macchiata è un deterrente che ti ostacola in qualsiasi attività, rende chiunque diffidente nei tuoi confronti, l’assioma “delinquente una volta delinquente per sempre” è inestricabilmente radicato nel profondo delle coscienze di tanti, e rende impossibile trovare un lavoro onesto e dignitosamente retribuito, e questo prioritariamente, ma non solo, in più sei letteralmente degradato da ogni dignità sociale.
“…Se hai la fedina penale sporca, anche buttare una cicca per terra ti può costare caro”.
Il Club Montecristo allora interviene, cerca e procura un lavoro a chi lo richiede, magari presso la sede ufficiosa del circolo, il Caffè Dantes, vedasi che coincidenza nel nome, supporta e assiste gli ex carcerati a condizione che siano fermamente decisi a cambiare vita.
La solidarietà è sempre particolarmente viva tra i derelitti, tra fratelli di sventura, perciò il club Montecristo li aiuta, li soccorre, li sostiene, non li lascia soli…specialmente quando li sa innocenti.
I membri del Club, tutti, da Primo all’ultimo dei suoi uomini, Azzicca, Zero Zero, Oleg, Olaf e tanti altri diffusi come una ragnatela per tutta la città uniscono tutte le loro competenze e si ribellano alle norme non scritte che certificano che chi delinque è irrecuperabile, letteralmente si ammutinano a questo pregiudizio infondato, sono gli ammutinati, coloro che si rifiutano di obbedire ai pregiudizi, dissentono da chi definisce i detenuti indegni finanche di speranza.
Marco Maletti detto Arno è quello che si dice un giovane professionista affermato.
Informatico di alta classe, un geniaccio nel suo campo, una splendida moglie, due bambini stupendi, un uomo di successo economico e professionale, quindi, ma anche realizzato negli affetti.
Questo in apparenza: in realtà Arno, seppure ne sia cosciente solo a livello subliminale, è un uomo rinchiuso, non in un penitenziario, ma in uno spazio di reclusione che si è costruito da sé.
L’uomo realizzato come si mostra è in realtà un giovane partito con ben altre ambizioni, è un lettore appassionato, e come tutti coloro che amano la lettura, è da sempre fortemente attratto dalla scrittura, e dal cimentarsi con quella, fosse pure sotto forma di scritti brevi quanto una poesia.
Le esigenze logistiche del realizzarsi nella professione e l’impegno familiare però lo hanno portato a distoglierlo dal rivolgersi alle sue passioni con la necessaria dedizione di riuscita, e sottilmente tale frustrazione si insinua nel suo rapporto con la moglie Elsie.
Un giorno Arno viene contattato dal suo amico del cuore, il classico fratello ben più di un congiunto di sangue, che non vede da un’eternità perché l’amico, Alan Luis detto Lans Iula, ha trascorso anni in carcere per un reato connesso alla sua professione di valente pittore. Reato commesso non tanto per fini di lucro ma per amore di una donna. Lars è il tipico creativo votato solo alla sua arte, e se delinque lo fa solo perché travolto dall’ arte creativa più grande che esista: l’amore.
“Ti porta dove vuole lui…e se è vero amore, obbedisci e basta, e alla fine ti ritrovi dove ti ritrovi.”
Lans contatta Arno perché necessita delle sue abilità informatiche per scoprire l’autore di un brutale omicidio ai danni di una giovane impiegata di una galleria d’arte, Viviana Ferrante, detta Vivi.
Una donna bellissima e sconcertante insieme, infatti a prima vista una pittrice di evidente talento, con una casa le cui pareti ospitano, oltre che alle sue tele molto più che pregevoli, anche i testi che potrebbe avere in casa solo una donna profondamente intrisa di cultura: libri di Paul Valery, Erri De Luca, Wittgenstein, Seneca, Marco Aurelio e, più di tutti, i versi incorniciati delle poesie di Antonia Pozzi. Viviana è descritta, da tanti che la conoscevano, sempre a tinte diverse, come se fosse una, nessuna o centomila, chi una ragazza dolcissima, timida e pensosa, chi una donna allegra, chi una persona seria e malinconica, versioni diverse e discordanti.
Nonché possiede un computer con tanto di raccolta di foto che la identificano come una attiva e disinibita escort a pagamento di siti dedicati.
Del delitto, è accusato l’ergastolano Danilo Secchi, poiché il modus operandi dell’omicidio è lo stesso con cui Secchi uccise il proprio padre, un ubriacone violento in famiglia e che insidiava la sorella minore; inoltre, le sue impronte digitali sono rinvenute sul luogo del delitto.
Danilo Secchi è innocente, ma non può provarlo, è colpevole soprattutto perchè su di lui pesano i precedenti, ed è il classico capro espiatorio ideale per inquirenti ed opinione pubblica, il necessario mostro da sbattere in prima pagina, stante anche la notorietà del papà di Vivi, Cosimo Ferrante, manco a farlo apposta direttore del carcere dove è recluso Secchi e dove a suo tempo fu internato Lars.
Interviene allora il Club Montecristo, e all’unisono tutti i protagonisti, ognuno nella propria cella, ciascuno invischiato dai propri legacci esistenziali, all’unisono agiscono come Edmondo Dantes, non si rassegnano allo stare rinchiusi, l’esperienza patita gli fa da Abate Faria, insegna e tempra.
Evadono liberandosi dagli orpelli personali, trovano un tesoro nella solidarietà che li unisce, ricostruiscono una realtà diversa, ammantata di nobiltà, ricompongono la realtà dei fatti, ristabiliscono la giustizia. Quella vera, spesso diversa da quanto immaginato, talora amara.
Chi ha ucciso Viviana Ferrante lo ha fatto quasi per caso, o forse no, perché la vita di Viviana è stata un’esistenza dura, tormentata. Quasi l’assassino desiderasse punirla per aver trascorso un’infanzia infelice, chiamando assurdamente “casa” i locali del carcere adibiti ad abitazione del direttore del penitenziario, in definitiva la giovane donna è morta perché ha smarrito il “memento vivi” inciso a mò di firma su alcuni quadri, una variazione sul tema del “memento mori”, la nota frase latina che suona a monito all’umana vanità.
Viviana Ferrante ha “dimenticato di vivere”, questa la sua prigione.
Ed il motivo della sua fine.
Termina così questo romanzo giallo, se davvero vogliamo definirlo così, ma soprattutto un bel romanzo. Un racconto che parla di arte, e rimanda a libri, ad autori, alla poesia: un sunto pubblicitario dello scibile umano come si rinverrebbe in una biblioteca.
Amante dei libri, e dell’arte, finanche bibliotecario, Fabiano Massimi lo è davvero, e dello studioso curioso e attento ne ha tutte le caratteristiche.
Ne è venuto fuori un testo preciso, curato, con i tempi giusti di tensione e aspettativa, ed un rigore da storico, da studioso, nella esposizione e ricostruzione dei fatti che poi ritroveremo nel suo romanzo successivo a questo, “L’angelo di Monaco”, il fortunato thriller storico che lo consegnerà alla meritata notorietà. Ne aspettiamo piacevolmente il sequel, in uscita a breve.

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Il club Montecristo 2021-02-13 12:22:16 Mian88
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Mian88 Opinione inserita da Mian88    13 Febbraio, 2021
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Gli ammutinati

«Fuori è buio fondo, ma dentro tutte le lampade, i lampadari, le applique sono accesi, anche l’abat-jour sullo scrittoio all’ingresso. Il contrasto con la notte ferisce i suoi occhi, ma l’uomo sa di avere poco tempo e procede senza indugi.»

La donna ha esalato il suo ultimo respiro, il corpo giace privo di vita. È il rumore della televisione a condurlo; sul divano di pelle nera, di spalle, c’è lei, la testa reclinata all’indietro, le membra abbandonate a quel sonno improvviso. Il tempo è poco. L’uomo è senza fiato, il suo cuore accelera. I begli occhi verdi della ragazza sono serrati, le labbra dischiuse mostrano quella fila di denti bianchi e candidi. È pallida. “Perché non mi hai ascoltato? Perché non mi hai voluto?”, si chiede. Tante sono le domande che gli riempiono la mente, la rabbia monta improvvisa, il tempo è sempre meno e lui deve sbrigarsi. Deve agire in fretta. Ha perso la ragione o chissà, forse, per la prima volta in tutta la sua vita sa e capisce cosa deve fare.
Il suo nome è Viviana Ferrante, o almeno, un tempo così era conosciuta questa giovane donna di trent’anni con un passato turbolento e un presente quasi nella norma. Si escludono violenze, nel suo appartamento messo a soqquadro, non vi è traccia alcuna di un possibile movente. L’unica cosa certa è che la morte sembra essere determinata da mano altrui e forse proprio per quelle ragioni del suo vivere che tanto l’hanno segnata negli anni, quasi come se il suo aver errato fosse la più grave delle macchie su una fedina penale. Tuttavia, i sospetti, in vista di quest’unica possibile e ipotetica pista, riportano tutti a un unico e altrettanto possibile e ipotetico sospettato: Danilo Secchi. Ex galeotto tornato in libertà da un tempo sufficiente per la commissione del fatto di reato, è indiziato numero uno in quanto le modalità di commissione del fatto delittuoso corrispondono a quelle medesime che anni prima lo avevano condotto dietro le sbarre, che avevano portato al ritrovamento delle sue impronti digitali. E non conta che siano mere prove indiziarie, non rileva che il nostro ordinamento si basi sul principio costituzionalmente riconosciuto del giusto processo e della colpevolezza accertata, come anche da codice di procedura penale, oltre ogni ragionevole dubbio in virtù dell’onere formale e sostanziale della prova. Non conta. Non conta perché se hai precedenti penali sei l’indiziato numero uno, il quasi certo colpevole, numero uno. I dati non mentono, le statistiche nemmeno; le probabilità che un recidivo torni a delinquere sono proporzionalmente superiori a quelle di un “nuovo delinquente”.
In questo calderone di certezze e indagini sommarie condotte da un funzionario di polizia tutt’altro che avvezzo alla ricerca della verità vi è però anche chi crede nell’innocenza di Danilo e questo qualcuno non ha intenzione di restare con le mani in mano. Ecco perché Marco Maletti, di anni trentacinque, detto Argo, informatico con un posto stabile presso una banca sul quale ha fondato ogni sua certezza sin da dopo la laurea, coniugato con la danese Elsie e padre di due bambini, Ricky, il primogenito, ed Edo, il secondogenito, verrà contattato da Lans Iula, amico di vecchia data, grande pittore, a sua volta finito in carcere per una ragione radicata in un passato prossimo non ancora remoto.

«Ora, nella grande casa finalmente deserta, Marco pensò che era scappato tutta la vita da quello spauracchio solo per gettarsi dritti nelle sue fauci.»

Lans torna a bussare alla sua porta per coinvolgerlo nell’indagine Secchi, circostanza che porterà Argo a conoscere il Club Montecristo, associazione capillare di ex galeotti volta ad aiutare gli ex detenuti a reinserirsi nella società e a vincere quel preconcetto stante il quale chi commette reato una volta è delinquente recidivo e abituale sempre nonché atto a intervenire e a dimostrare la verità quando le autorità sono miopi o poco inclini a indagare sino a fondo. A credere nell’innocenza di Danilo e a ravvisare delle forti incongruenze nella ricostruzione dei fatti vi è l’ispettrice Lana, la quale si scontrerà con un mondo maschile ove la sua presenza è “di troppo” ma che funzionerà anche quale bilanciere tra i quattro protagonisti principali che verranno proposti da Fabiano Massimi. Quattro principali protagonisti, badate bene, ai quali si sommano altrettante e molteplici personalità che pagina dopo pagina conosceremo sempre più con profondità.

«Si può finire per apprezzare la vita in una cella, se è una cella con vista.»

Con “Il Club Montecristo” Fabiano Massimi torna in libreria con un giallo curioso e originale che incuriosisce sin dal suo principio e che conduce senza difficoltà sino alla sua conclusione. Massimi riesce a donare al suo pubblico un elaborato che al contempo è intriso di humor – tanto da strappare grasse risate ai suoi lettori – ma anche di profonde riflessioni su temi di grande attualità. L’opera ruota interamente attorno a una trama che non si esaurisce nella mera risoluzione dell’enigma con il quale ha inizio, anzi. Il testo scorre rapido, non è mai scontato e niente è come appare. Viene ricomposto un puzzle che tassello dopo tassello riporta a quell’epilogo originale e che sorprende.
I personaggi, ancora, sono tutti, principali e non, perfettamente caratterizzati e muniti di una personalità eclettica che li fa entrare subito in simpatia ed empatia con il conoscitore. E se pensate che sia finita qui, vi sbagliate. Perché l’autore ci invita anche a riflettere su tematiche del nostro oggi, problematiche da troppo tempo irrisolte e che comunque ci coinvolgono già nei semplici fatti di cronaca che ascoltiamo al tg o che leggiamo sui giornali e dunque obbligandoci a riflettere su quel che conosciamo e che osserviamo, obbligandoci a porci grandi interrogativi di carattere filosofico e morale. Perché “Il Club Montecristo” ruota attorno al concetto di reinserimento sociale dell’ex detenuto ma anche sul tabù verso questo da parte di una società costruita e cristallizzata sul dogma della certezza della reiteratezza del reato da parte di chi è già stato oggetto di condanna penale e conseguente pena detentiva. Massimi riesce a far meditare il lettore su questo aspetto e riesce a invitarlo a guardare oltre le apparenze perché tutti abbiamo diritto a una seconda possibilità, tutti sbagliamo. Ma tutti dobbiamo anche avere gli strumenti per non commetterli più quegli errori e crescere.
A completare il quadro una penna minuziosa, fluida, rapida che carezza, prende per mano, conduce e conferma le doti narrative di un autore che abbiamo conosciuto con un altrettanto gran romanzo ma di carattere storico: “L’angelo di Monaco” (classe 2020). Questa volta Massimi si spoglia dei panni del romanziere storico e indossa quelli del narratore contemporaneo dimostrando di non essere vincolato ad alcun unico filone letterario quanto, al contrario, di essere uno scrittore eterogeneo e versatile. Non stupisce dunque che nel 2017 abbia vinto il Premio Tedeschi con l’opera de qua – “Il Club Montecristo”.
Humor, divertimento, riflessione, indagine e un mistero da scoprire, questo e molto altro troverete in questo scritto; un giallo dalle tinte apparentemente leggere alla Manzini e Malvaldi, ma con le dovute differenze e con dei contenuti che non lasciano indifferenti.

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