Morte a Firenze Morte a Firenze

Morte a Firenze

Letteratura italiana

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Firenze, ottobre 1966. Non fa che piovere. Un bambino scompare nel nulla e per lui si teme il peggio, forse un delitto atroce. Il commissario Bordelli indaga disperatamente, e durante le indagini arriva l’alluvione. La notte del 4 novembre l’Arno cresce, supera gli argini e la città è travolta dalla furia delle acque. Le vie diventano torrenti impetuosi, la corrente trascina automobili, sfonda portoni e saracinesche, riversando nelle strade cadaveri di animali, alberi, mobili e detriti di ogni genere. Mentre la città è alle prese con quella inaspettata e inimmaginabile tragedia, il delitto sembra destinato a rimanere impunito, ma la tenacia di Bordelli non vien meno.



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Morte a Firenze 2018-09-05 21:09:01 Mian88
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Mian88 Opinione inserita da Mian88    05 Settembre, 2018
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Lacrime a Firenze

Ottobre 1966, Questura di Firenze. Il commissario Franco Bordelli è chiamato ad indagare sulla misteriosa scomparsa di un ragazzo appena adolescente di nome Giacomo Pellissari. Di lui ogni traccia si è persa un mercoledì mattina come tanti, quando, dopo essere uscito dal Collegio alle Querce, durante una pioggia torrenziale e una regolare giornata di scuola e aver invano atteso che uno dei genitori lo andassero a prendere, si era avviato da solo verso la propria abitazione. Ben presto, però, questa assenza si rivela essere ben più di una fuga volontaria o di un rapimento, il corpo del giovane viene rinvenuto privo di vita nei boschi fiorentini in avanzato stato di decomposizione. Le analisi inoltre sono chiare; ha subito molteplici violenze e da più persone prima di morire. Gli aggressori, rapitori, violentatori e assassini erano almeno in tre al momento del compimento del fatto. Da questo breve assunto ha inizio l’opera di Marco Vichi, un testo solido e ben strutturato caratterizzato da una indagine diversa da quelle tipiche del giallo a cui siamo abituati. Man mano che l’opera scorre, un’opera interamente caratterizzata da un velo di tristezza e da un retrogusto amaro e di malinconia che accompagna dall’inizio alla fine, diventa sempre più chiaro che riuscire a consegnare alla giustizia “i cattivi” sarà sempre più difficile se non impossibile, e a confermare questa certezza si aggiungerà un altro dato di affatto scontata importanza; l’alluvione del 4 Novembre 1966 che con la sua forza disarmante non solo strazierà il cuore di Firenze ma porterà via con sé anche le prove e quegli indizi chiari, precisi, concordanti e inequivocabili circa l’omicidio del Pellizzari.
Il tutto avviene attraverso quella che è una penna fluente, priva di fronzoli e ben orchestrata e attraverso un intreccio narrativo solido, impenetrabile e cadenzato per quel che riguarda la trama. Altro pregio inestimabile dell’elaborato è la realtà storica che ci viene mostrata. Sulle note de “Che colpa abbiamo noi” dei The Rokes, il cuore piange per la sorte toccata a Firenze, il cuore piange per la sorte toccata alle città vicine, il cuore piange perché già era intravedibile la sorte a cui quella società italiana sarebbe stata destinata negli anni a venire.

«Era tutto orribilmente semplice. I ricchi pensavano solo a essere sempre più ricchi, non gliene importava nulla di come fosse fatto il mondo, purché potessero rapinarlo e accumulare denaro. Non gliene importava nulla del Fascismo o della democrazia, l’unica cosa che volevano era essere lasciati in pace a fare soldi. Erano avidi, meschini, stupidi, di quella stupidità e meschinità che piace tanto ai ricchi, perché è la loro forza per diventare sempre più ricchi. Si arricchivano per merito di persone che in fondo disprezzavano, come sempre è successo in ogni luogo della terra e in ogni tempo. Erano spregevoli, ingordi, banali, ottusi, contavano i soldi leccandosi le dita, si chiudevano nelle loro ville e credevano di lasciar fuori il resto del mondo, credevano di non avere nulla a che fare con il mondo che si trascinava fuori di casa anche la morte, e quando uno di loro moriva si guardavano con occhi spaventati, sbalorditi che tanta ricchezza non fosse capace di proteggerli dalla morte. [..] Non guardavano negli occhi i loro figli e le loro figlie? Non vedevano che quelle serpi in seno non volevano più regole e scalpitavano per avere la loro fetta di potere, di comando, di soldi? Non capivano che i loro figli, educati nell’arroganza verso il mondo, erano diventati naturalmente arroganti? Non si accorgevano che i loro figli non aspettavano altro che di ereditare le loro ricchezze, le ricchezze dei padri, buttando a mare le loro regole imputridite di cui non sentivano alcun bisogno? Non si rendevano conto che i loro figli volevano abbattere la loro autorità, che non volevano padroni per diventare loro stesso padroni? Quei giovani che avevano cresciuto nel lusso, schiacciati da regole di ferro, avevano negli occhi una rabbia irridente, un disprezzo universale. Tutto ciò che volevano era buttare giù i padri dal trono e prendere il loro posto. Erano peggiori dei loro padri e delle loro madri, volevano essere ancora più ricchi e potenti dei loro genitori, e l’apparente voglia di libertà non era altro che voglia di potere e di soldi. Ma la cosa ancora più ridicola era che adesso anche gli operai, gli impiegati, le mezzemaniche, volevano essere come quei ricchi dei quali erano sempre stati servi. L’invidia aveva preso il posto dell’orgoglio. Anche loro volevano essere ricchi e potenti, volevano avere una villa e un giardino per potercisi chiudere dentro e lasciare fuori la miseria, la sofferenza, la morte, così come si lascia la spazzatura fuori dalla porta…» pp. 121-122-123

«Quelli che in guerra hanno ammazzato guardano passare la gente per la strada, le donne, gli uomini, i bambini, i ragazzi e le ragazze, i vecchi, e vedono morti che camminano, persone che stanno morendo, che stanno per essere ammazzate, calpestate, trucidate. Vedono questo e cercano di non pensarci, di non crederci, cercano di vede donne luminose, ragazzi allegri, uomini sorridenti, ma vedono solo la morte che ha generato quella luce, quell’allegria e quei sorrisi. Non possono dimenticare quello che hanno visto, per tutta la vita avranno negli occhi i morti della guerra, quelli che hanno ucciso e i loro compagni uccisi, non c’è differenza, sono un’unica montagna di morti su cui hanno camminato per arrivare dall’altra parte, e non ci sono bandiere, né amor di patria, né medaglie al valore, né discorsi ufficiali, né commemorazioni solenni, capaci di cancellare quella memoria. Uccidere in guerra è una maledizione che dura per tutta la vita, uccidere in guerra è normale, se uccidi in guerra hai fatto ciò che dovevi fare, è proprio per questo che non è possibile dimenticare.» p. 132

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Morte a Firenze 2018-08-04 15:50:39 Belmi
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Belmi Opinione inserita da Belmi    04 Agosto, 2018
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Morte sì, giallo no.

Secondo libro che leggo del Commissario Bordelli ed è ancora un piacere poter tornare a leggere qualcosa su di lui. Voglio subito mettere in chiaro una cosa, questo non è un giallo o un noir, io sto valutando un romanzo perché per quanto riguarda la parte investigativa, è latente per ben 2/3 dell’opera.

Il Commissario Bordelli è molto fuori dagli schemi, lo dimostra il fatto che fra i suoi più cari amici ci siamo un ladro e un’ex prostituta.

““Cos’è che fai adesso, per guadagnarti il pane?”
“Sto parlando al commissario o all’uomo?”
“All’uomo.”
“Faccio quello che ho sempre fatto.”
“Il ladro e il truffatore?”
“Che brutte parole…”
“Non ne conosco altre.”
“Diciamo che applico una politica di ridistribuzione della ricchezza in attesa di leggi più oneste.”
“Sono commosso…””.

Il libro parte con la scomparsa di un bambino di dodici anni, con il passare dei giorni la speranza di ritrovarlo vivo è sempre più remota. Ma l’attenzione viene rapita da un altro evento, siamo nel 1966 e per Firenze, ma direi anche per tutta la Toscana, quello è un anno indelebile. L’Arno cresce e la pioggia non diminuisce, fino a quando una città non è più la stessa, ovunque acqua, fango, detriti e soprattutto tanta disperazione.

Vichi racconta con una minuzia di dettagli tutte le fasi dell’alluvione, dalla sua venuta a tutto quello che ha lasciato lungo il suo cammino, una città e una popolazione “in ginocchio”.

Per il Commissario Bordelli non solo l’acqua ma anche l’amore, sia l’uno sia l’altro toglieranno spazio all’indagine ma non al libro. Per chi ha apprezzato la persona del Commissario, questo libro è completamente dedicato a lui. Turbamenti, rinascita, sofferenza e soprattutto ingiustizia, il Commissario non si farà mancare proprio niente.

Questo è un libro che fa male, che porta il suo carico. Il dolore e la morte aleggiano su Firenze in molti sensi, oltre alla morte umana e a quella di una città, c’è anche la morte della giustizia. Un libro forte, intenso e riflessivo.

Buona lettura!

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Morte a Firenze 2016-03-27 11:26:43 Filippo1998
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Filippo1998 Opinione inserita da Filippo1998    27 Marzo, 2016
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Luci e ombre nella vita del commissario

Non conoscevo alcun libro di Marco Vichi, ma dopo "Morte a Firenze" ne leggeró sicuramente altri.
Ció è dovuto al fatto che questo romanzo ti cattura, in un modo o nell'altro.
Non si tratta di un vero e proprio giallo, niente a che vedere con le indagini intricatissime condotte dalle menti geniali dei personaggi coniati magari da Dan Brown. Questa è, piuttosto, la storia del commissario Bordelli, un commissario come tanti altri, con le sue amicizie "sporche" e i suoi tanti vizi, dalle sigarette alle puttane, senza tralasciare i fantastici piatti della tradizione fiorentina.
Un commissario che, verosimilmente, a tratti non sa dove sbattere la testa, e si riduce a coprire il tempo con delle passeggiate per alleggerirsi dalla consapevolezza che non riuscirà a trovare gli assassini di Giacomo Pellissari, un bambino ritrovato morto in un bosco.
Questa è la storia di un uomo capace di innamorarsi, interessato al nuovo, ma ancora tempestato dalle immagini di guerra. Semplicemente una persona come tutte le altre.
Nonostante non ci sia modo di divertirsi dietro le "ragnatele" intessute generalmente dai protagonisti dei gialli, in questo romanzo c'è ben altro da apprezzare; dalla capacità dell'autore di far respirare l'atmosfera di Firenze , a quella di sconvolgere emotivamente senza alcuna remora.
"Morte a Firenze" è un'opera degna di nota, di quelle che si ricordano, di quelle che vorresti non finissero mai, magari per sapere cosa farà il commissario, o cosa ne sarà di Eleonora..

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Morte a Firenze 2015-05-17 15:56:30 Bruno Izzo
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Bruno Izzo Opinione inserita da Bruno Izzo    17 Mag, 2015
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Il colore viola

Franco Bordelli, commissario di pubblica sicurezza in servizio presso la Questura di Firenze nei primi anni ’60, è il personaggio protagonista assoluto dei più conosciuti tra i romanzi dello scrittore fiorentino Marco Vichi: lo ritroviamo in “Il Commissario Bordelli”, “Il nuovo venuto” “La forza del destino”, e altri ancora. Intendiamoci: Vichi è uno scrittore vero, non un giallista sui generis, o meglio non solo un giallista, scrive bene e scrive anche di altro, insegna a scrivere nei suoi corsi di scrittura creativa nelle università, ma a Bordelli deve fama e notorietà. Diciamolo subito, e chiaro: i suoi libri non sono romanzi gialli classici, niente misteri impenetrabili, analisi scientifiche molto raffinate, fini approfondimenti psicologici della mente criminale o simili. Sono invece meglio definite come ritratti, ritratti d’ambienti, di cose, di persone, permeate tutte dalle comuni difficoltà dell’esistenza e dalle azioni e passioni umane che talora, quando spinte al parossismo, pervengono al delitto. Bordelli ne prende atto, e con calma, nello scorrere del quotidiano, rimette ordine nel caos indotto dall’atto criminoso: esamina, indaga, riflette, e intanto indulge nel suo essere un “maledetto toscano”, tra un discorrere con il suo giovane, e troppo serio, subordinato sardo, tra le troppe sigarette fumate, le riflessioni con la sua amica del cuore, una ex prostituta letteralmente dal cuore d’oro e dalla mise pacchiana ed inverosimile, ed i pasti pantagruelici della buona, e pesante, gastronomia fiorentina servitogli dal suo oste prediletto.
E alla soluzione perviene, una soluzione semplice, razionale, una soluzione sempre costantemente insita nelle tipiche debolezze umane, il denaro, il sesso, le morbose depravazioni ed inclinazioni dell’individuo.
Dicevamo che Vichi è, in un certo senso, un ritrattista, disegna e descrive al meglio ambienti, cose e persone. E poiché è un fiorentino, ecco che dalle sue pagine emerge Firenze, la Firenze degli anni sessanta, la Firenze ancora rustica e genuina, la Firenze della pappa col pomodoro e dei tavolacci di legno rustici d’epoca medievale. Intendiamoci, è sempre la Firenze della Signoria, città d’arte e meta dei turisti di tutto il mondo, con i suoi monumenti, i musei, l’Arno e Ponte Vecchio, eppure è anche, e soprattutto, nei romanzi di Vichi, la città vera, la città con i suoi quartieri, Campo di Marte, Fiesole in collina, Rifredi, Careggi, San Frediano, le sue strade, i suoi vicoli, le sue botteghe, gli artigiani, i passanti frettolosi, i ragazzi intenti alle loro bischerate, le ragazze con negli occhi lampi di malizia e timidezza insieme. Vichi è il cantore della “fiorentinità”, esplora la sua città, ne saggia gli umori, gli odori, le atmosfere, la fissa nei colori color seppia di una vecchia foto in bianco e nero, quasi volesse preservare lo spirito fiorentino autentico, prima che questo venga diluito dai tempi. Anche per questo, la Firenze di Vichi è la Firenze degli anni ’60, e Vichi sta a Bordelli come Camilleri sta a Montalbano, se quest’ultimo scrittore di Porto Empedocle è il cantore della sicilianità, Vichi stende invece l’elogio di Firenze e della sua essenza. Se la Sicilia è solarità, platealità, omertà e fierezza, Firenze è spontaneità, praticità, schiettezza e altrettanta fierezza.
Fieri e ostinati, uomini comuni ma forti della loro semplicità sono Montalbano e Bordelli, ambedue alfieri di quello status di servitori dello stato, di custodi di leggi da far rispettare, senza per questo rinunciare alle caratteristiche di umanità, buon senso e comprensione che fanno di un uomo di legge un buon poliziotto, un poliziotto che è prima di tutto un uomo, partecipe delle debolezze dei suoi simili spesso solo un po’ più sfortunati. La fiorentinità di Vichi percorre tutti i suoi romanzi: si nota nella fierezza con cui il nativo si rimira ancora e sempre il Duomo e Palazzo Vecchio, nella battuta sempre pronta, nella genuinità sobria delle persone, fatte come una pagnotta di buon pane senza sale, nel mangiare le pappardelle al sugo di cinghiale o i crostini fatti con i fegatini, nello sdrammatizzare tutto con una battuta sarcastica o salace, secondo i casi, nel buon senso imperante che li porta ad ammirare le cascine come un bel parco di giorno e starsene alla larga di notte.
Bordelli è un fiorentino, uno di quelli tosti, ritagliato da Vichi sull’impronta “del su’ babbo”, e si vede dalla tenerezza ed il rispetto con cui Vichi lo descrive.
Bordelli è in questi libri ritratto alle soglie della pensione o quasi, non è vecchio per la sua età, non per i criteri attuali, oggi sarebbe tranquillamente in servizio e per parecchia anni a venire, in età da pensione lo è forse per l’epoca in cui vive, ma è soprattutto “vecchio” della vita, è quello che si dice un uomo vissuto, uno che ne ha viste parecchie delle miserie umane, e di queste appare in un certo senso permeato. La guerra da poco terminata, su di lui, come su tanti, ha lasciato i suoi segni: è stato un valoroso combattente dell’eroica Brigata San Marco, prima nell’esercito regolare e poi, dopo il ribaltone, nella san Marco badogliana, a fianco dei partigiani. La guerra, combattuta su ambo i fronti, e da tutti i punti di vista, l’ha lasciato…svuotato, stanco per i troppi lutti e per le profonde ingiustizie di cui troppe volte è stato testimone, ed il suo servire la legge è un po’ sopra le righe, volte più a correggere eventuali smagliature che a rappezzare gli stravolgimenti del codice penale.
In “Morte a Firenze” Bordelli indaga sul peggiore dei delitti, lo scempio di un ragazzino, violentato e ucciso, un classico e casuale omicidio a scopo di libidine perversa.
E quasi a voler annegare questo scempio, a rimuovere con una caterva d’acqua e fango simile barbarie, ecco che si aprono le cateratte del cielo, l’ Arno gonfio e minaccioso straripa inondando la città in quella che verrà definita l’Alluvione, con la a maiuscola e senza necessità di altri aggettivi.
L’alluvione di Firenze è lo scenario di questo romanzo, e a fianco alle scene nobilissime e magistralmente descritte dei soccorritori pervenuti dall’ovunque a mettere in salvo ostinatamente e coraggiosamente e le persone e le cose preziose dell’antichità, Vichi descrive lo svolgersi dell’indagine, rimarcando come il limo, il fango, il sozzume non è tanto quello depositato nelle cantine e nei piani bassi delle case della città, ma quello, ben più putrido, che si aggira nell’animo umano. Nel bottegaio che vende bistecche al sangue come nel giovane di buona famiglia, nel giovinastro come nel cardinale, la melma è nel cuore di tanti insospettabili; Bordelli scava a piene mani, aiuta lo sgombero delle acque della città e intanto perviene, immerso nel fango fino a mezza coscia, mentre altro fango, ben più venefico, gli avvelena l’anima e il cuore, alla soluzione e ai colpevoli. Ma certi eventi, certe persone, sono veramente come una calamità naturale: colpiscono e fanno male, a chi tocca tocca, e poi si ritirano incolpevoli ed impuniti. Tocca anche crudelmente Franco Bordelli, colpito nei suoi affetti, e brutalmente, e impotente contro il disastro…almeno in questo libro. La resa dei conti, non una vendetta ma una catarsi finale, sarà nel romanzo successivo a questo.
In definitiva un buon libro, un bel romanzo da leggere. Piacerà in particolare a chi è di Firenze e a chi Firenze ama, e sono tantissimi, non è difficile capirlo, Firenze è una città unica, nel cuore di tutti coloro che l’hanno potuta vedere almeno una volta in vita loro.
Piacerà molto di più a chi ricorda l’Alluvione, e si commuove ripensando a quei giorni, a quei telegiornali in bianco e nero e a quelle immagini di giovani corsi da tutte le parti del mondo a mettere in salvo i tesori e le opere d’arte appartenenti non tanto ai Medici ma a tutta l’umanità intera. Incoraggiandosi a vicenda, ridendo e scherzando, aiutandosi con amicizia e solidarietà, schietti e sinceri sotto la pioggia, buggerandosi dell’Arno che premeva minaccioso contro i piloni di Ponte Vecchio, con la lingua pronta e bischerate a biffezze, facendo vivere, evidenziando con chiarezza, pur nel pericolo, anzi sbeffeggiando il pericolo, quello che chiamiamo, solennemente, fiorentinità.

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Marco Vichi, e i suoi libri con protagonista Franco Bordelli. Ma anche, a chi semplicemente ama Firenze, la vera protagonista dei romanzi di Vichi.
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Morte a Firenze 2015-02-21 10:00:07 Sydbar
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Sydbar Opinione inserita da Sydbar    21 Febbraio, 2015
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Giochi sporchi

Ambientato durante l'alluvione di Firenze del 4 novembre del '66...l'alluvione che con la piena dell'Arno ha insozzato e portato Morte a Firenze. La natura incombe su di noi ma anche gli istinti degli uomini incombono su di noi, insozzando e portando morte più della natura.
La sensazione alla fine della lettura dell'opera è simile a quella di un assaggio di uno yogurt andato a male, di un trancio di tonno rosso in fermentazione, di un pugno diretto al diaframma, di una gastroenterite acuta, di un riversamento di bile...può bastare?
Un romanzo diretto, senza possibilità di fuga sia per i personaggi che per il lettore, unica alternativa la morte. Un'indagine del Commissario Bordelli che farà toccare al protagonista le vette più alte della felicità ed il più buio dei sentimenti umani.
La morte di un bambino, stuprato ed il cui corpo viene occultato in un bosco...questa volta Bordelli per te sarà veramente una grande sfida, la più grande ed intensa di tutte, reggerai il confronto? Forse è giunto il momento in cui sarebbe meglio farsi da parte caro Commissario, forse è giunto il momento in cui i protagonisti eroi perdano, a volte bisogna accettare la dura e cruda realtà...
Marco Vichi se voleva colpire il lettore ci è riuscito perfettamente, il problema è che lo colpisce come con un'ascia in pieno volto, come se trafiggesse il cuore di ognuno con una lama rude ed incandescente.
Un romanzo che sfiora l'eccellenza senza ogni ragionevole dubbio, un Vichi che con quest'opera può collocarsi nella sfera celeste degli autori italiani, quando un'opera rende indimenticabile il suo autore con la curiosità di immergersi immediatamente nel sequel pur di capire cosa sta avvenendo.
Complimenti Vichi, quando ci vuole ci vuole.
Buona lettura a tutti.
Il Syd

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Noir e gialli
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Morte a Firenze 2013-11-02 09:34:40 Ginseng666
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Ginseng666 Opinione inserita da Ginseng666    02 Novembre, 2013
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Caccia ai mostri...

Un libro che collocandosi nel periodo dell'alluvione di Firenze, ci conduce in un sentiero di luci ed ombre, omertà e delitti innominabili.
In questa vicenda emerge l'umanissima figura del commissario Bordelli, segugio instancabile, uomo di grandi principi morali, eppure che sa districarsi fra la piccola delinquenza e i grandi delitti.
Nella Firenze degli anni "60" si consuma il delitto di un ragazzino di 13 anni, vittima innocente di pedofili che hanno nascosto così bene il loro delitto tanto da rendersi quasi insospettabili e imprendibili...
Il commissario Bordelli riuscirà con la sua tenacia da poliziotto, il suo fiuto..., la sua innata capacità investigativa a trovare il senso di quella morte in cui sono invischiati anche personaggi insospettabili...e che godono la stima della intera comunità...
Mentre il commissario indaga l'Arno dopo settimane intere di pioggia incessante, rompe gli argini travolgendo con la sua furia uomini, case, negozi, portando nella città devastazione e problemi di sopravvivenza per gli abitanti.
E' una marea che giunge inaspettata...la furia selvaggia della natura....come un soffio ricade su tutti, buoni e malvagi...
Non appena le acque ritornano nel letto del fiume Bordelli incontrerà la donna della sua vita, Eleonora...e intreccerà con lei una relazione amorosa...pur continuando le sue instancabili indagini.
Giacomo, il ragazzino stuprato deve avere giustizia...Il commissario si impegna perché questa giustizia abbia luogo.. quando improvvisamente l'ingiusta vendetta dei colpevoli si abbatte sulla ragazza del commissario che viene pestata e minacciata....ponendo fine alla sua relazione.
La vita è amara, la vita è ingiusta...e il piccolo Giacomo...non avrà pienamente giustizia, non nel modo che il commissario aveva sperato...
Il libro si chiude con un messaggio che spesso è racchiuso nelle vicende giudiziarie, anche in quelle più comuni...I mostri, a volte possano farla franca e continuare, imperterriti la loro esistenza, nonostante gli sforzi degli investigatori per assicurarli alla giustizia...
Talvolta i potenti la fanno franca: questa non è la prima volta che succede e non sarà neanche l'ultima.
Consigliato.
Saluti.
Ginseng666

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Gli altri libri di Marco Vichi..
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Morte a Firenze 2013-08-01 04:12:26 Bruno Elpis
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Bruno Elpis Opinione inserita da Bruno Elpis    01 Agosto, 2013
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Tragedie dei favolosi anni '60

Il romanzo di Marco Vichi ha due anime, perché fonde la vicenda poliziesca alla ricostruzione storica di una delle più gravi tragedie del periodo del boom economico: l’alluvione di Firenze.

La vicenda poliziesca

"Il ragazzino era scomparso mercoledì mattina dopo essere uscito dal Collegio delle Querce, durante una pioggia torrenziale... Una squadra di guardie aveva interrogato gli abitanti delle case lungo l’intero tragitto che andava dal Collegio alla villa dei Pellissari, senza tralasciare via Aldini. Solo una vecchietta aveva visto dalla finestra un ragazzino che camminava svelto sotto la pioggia all’angolo tra viale Volta e via della Piazzuola, più o meno all’una e un quarto. L’abbigliamento, il colore della cartella e l’orario non lasciavano dubbi: il ragazzino era Giacomo Pellissari."

Della scomparsa di Giacomo si occupa Franco Bordelli, il cinquantaseienne commissario ex combattente del battaglione San Marco che abbiamo imparato a conoscere con l’entourage che frequenta: l’ex prostituta Rosa Stracuzzi, il borsaiolo Ennio Bottarini, l’agente Piras.
Il corpo del ragazzino viene ritrovato nel bosco sulle colline del Chianti, stuprato e ucciso. Unico indizio un pezzo di carta, una bolletta, alla quale il commissario si aggrappa disperatamente per riportare a galla un giro violento e pericoloso, annidato nelle “alte sfere” degli intoccabili della città.
Intanto il commissario vive una seconda giovinezza nell’amore per una giovane commessa: prima perduta, poi ritrovata a spalare il fango dell’alluvione. Sarà un’esperienza intensa e dolorosa, perché sulla ragazza si abbatterà la ritorsione di una vendetta vigliacca.

La ricostruzione storico-romanzata dell’alluvione di Firenze

A Firenze, nell’ottobre del 1966 continua a piovere.
Durante la notte del 4 novembre l'Arno esonda, il fiume supera gli argini e la città è travolta dalla furia della devastazione. Le vie si trasformano in torrenti d’acqua e fango, la corrente travolge le automobili, sfonda i portali, riversa nelle strade carcasse, cadaveri, mobili e oggetti di ogni genere.
In questo scenario catastrofico il commissario Bordelli contribuisce a prestare i soccorsi ai concittadini che in una notte hanno perso tutto. Intanto le indagini proseguono.
Vichi, in modo fedele e realistico, ricostruisce la tragedia di una città assediata dagli ideali della borghesia decadente e del boom economico, ricreando l’atmosfera dei giorni in cui i fiorentini hanno affrontato l’emergenza anche per salvare il prezioso patrimonio artistico di Firenze.

Bruno Elpis

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... altri episodi del commissario Bordelli
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Morte a Firenze 2012-11-09 12:24:18 catcarlo
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catcarlo Opinione inserita da catcarlo    09 Novembre, 2012
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Marco Vichi: “Morte a Firenze”

Come giudicare un romanzo di trecentocinquanta pagine, sottotitolato ‘Un indagine del commissario Bordelli’, in cui la storia gialla – e/o noir – ne occupa circa un terzo? Male, almeno dal punto di vista investigativo – abbandonato per lunghi tratti - con l’aggravante di uno scioglimento dell’intreccio largamente prevedibile. Così, si finisce per preferire la digressione, sia essa un breve lampo di memoria – l’esperienza partigiana o della guerra in generale – un capitolo a se stante – il contatto con la natura nei boschi di collina – oppure un breve romanzo nel romanzo – l’alluvione fiorentina del ‘66. Forse le pagine migliori sono proprio quelle riguardanti le faticose camminate del commissario tabagista sui sentieri dimenticati; percorsi che attraversano una montagna che si presenta come ultimo rifugio mentre la città avanza impietosamente. La figura di Bordelli è quella classica del poliziotto disilluso, con l’unica variante della vicinanza alla pensione: incapace di combattere i propri vizi – ma quanto mangiano e quanto bevono i tutori dell’ordine cartacei degli ultimi anni? – ma idealista e testardo ad ogni costo. Attorno a lui, vivono alcune figure di contorno ben caratterizzate e, nelle pagine centrali, il coro greco della città travolta dalle acque dell’Arno: poco plausibili invece la bellissima Eleonora e la sua storia d’amore con il commissario, altro punto debole del romanzo. Che, per quanto ben scritto, ha un po’ smorzato, pagina dopo pagina, la curiosità e l’interesse con cui l’ho aperto: forse, se non fosse ambientato nella città del padre Dante, il giudizio sarebbe ancor più negativo.

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Morte a Firenze 2012-09-07 14:38:20 marccorazz
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marccorazz Opinione inserita da marccorazz    07 Settembre, 2012
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Caro Commissario.....

Caro Commissario, così va la vita, oggi si vince e domani........!!!!!!
Dal primo libro della serie, il carattere del commissario emerge sempre più delineato, asciutto e preciso. Uomo di mezza età solitario, segnato dalla guerra, comprensivo e soprattutto dal carattere umano. A volte mi è sembrato rassegnato, piegato dalla vita ma in realtà emerge un uomo integro, consapevole e realista, che si indigna con la natura umana tipica della nostra italietta, specialmodo con la borghesia del dopoguerra cinica, indolente e meschina.
Il truce omicidio di un ragazzino fa da filo conduttore della storia, che si svolge durante l'alluvione di Firenze. I personaggi già incontrati negli episodi precedenti (Dante, Rosa, Piras, Diotivede, il mitico Botta e alti) fanno capolino anche stavolta ma, come in precedenza, Bordelli assorbe e concentra tutta l'attenzione su di se. Il caso sembra senza speranza e quando sta per essere archiviato, ecco l'indizio o colpo di fortuna giusto. Ma, quando si ha l'impressione della svolta decisiva......ecco la cinica mazzata che la vita spesso ti riserva. Bel finale, amaro, duro, disarmante ma REALISTICO !!!!!
Ciao Commissario, è stato un piacere e......cerca di goderti un po' di riposo e cerca di capire che la donna che stai cercando così disperatamente ....... è forse già li accanto a te, da lungo tempo !?!?!?!

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Noire/Gialli di autori Italiani
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Morte a Firenze 2012-01-21 16:49:45 Giuse Iannello
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Opinione inserita da Giuse Iannello    21 Gennaio, 2012

Il giallo dal volto umano

Marco Vichi ci catapulta nella Firenze dell’ottobre 1966 e già dalle prime pagine ha la capacità di
coinvolgere il lettore nella vita del Commissario Bordelli, un antieroe cinquantenne appena appesantito
dai troppi pasti fuori casa. I suoi pensieri oscillano tra i ricordi della Resistenza e i progetti per un futuro da pensionato accanto alla donna dei suoi sogni, forse ancora da incontrare.
La prosa pulita e apparentemente semplice ha la stessa naturalezza della vita quotidiana, di quel vivere giorno dopo giorno sentendo tutta la pesantezza del passato e i problemi del presente .
Non per questo Bordelli ci appare meno eroico, quando nonostante l’emergenza dell’alluvione rincorre con ostinata determinazione la soluzione della scomparsa di un ragazzino.
Il caso verrà in suo aiuto offrendogli una traccia che Bordelli, da buon commissario, non mancherà di cogliere.
La contrapposizione tra le nefandezze dei carnefici della buona borghesia fiorentina e la rettitudine imperfetta e tollerante del Nostro ce lo farà amare ogni pagina, rendendoci il suo piccolo mondo di gatti, massaggiatrici e commesse sempre più familiare.



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