Narrativa italiana Romanzi Il paese dei coppoloni
 

Il paese dei coppoloni Il paese dei coppoloni

Il paese dei coppoloni

Letteratura italiana

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“Da dove venite? A chi appartenete? Cosa andate cercando?” Così si chiede al viandante-narratore nelle terre dei padri. Il viandante procede con il passo dell’iniziato, lo sguardo affilato, la memoria popolata di storie. E le storie gli vengono incontro nelle vesti di figure, ciascuna portatrice di destino, che hanno il compito di ispirati accompagnatori. Luoghi e personaggi suonano, con i loro “stortinomi”, immobili e mitici, immersi in un paesaggio umano e geografico che mescola il noto e l’ignoto. Il viandante deve misurarsi, insieme al lettore, con un patrimonio di saggezza che sembra aver abbandonato tutti quanti si muovono per sentieri e strade, sotto la luna, nella luce del meriggio, accompagnati dall’abbaiare dei cani. E poi ci sono la musica e i musicanti.



Recensione della Redazione QLibri

 
Il paese dei coppoloni 2015-04-11 13:16:57 Mian88
Voto medio 
 
3.3
Stile 
 
4.0
Contenuto 
 
3.0
Piacevolezza 
 
3.0
Mian88 Opinione inserita da Mian88    11 Aprile, 2015
#1 recensione  -   Guarda tutte le mie opinioni

Ieri ed oggi, l'io nel mio

Candidato al Premio Strega 2015, il nuovo romanzo di Vinicio Capossela si apre presentandoci una serie di incontri tra realtà e fantasia. “A chi appartenete!? Cosa andate cercando?” sono le prime domande a cui l'io narrante protagonista viene posto da queste personalità dai caratteri mistici e alternativi. E tra un avvenimento e l'altro l'autore ci invita, pagina dopo pagina, ad intraprendere un viaggio alla ricerca di noi stessi, delle nostre radici, dei nostri perché; ci induce a sormontare un percorso tortuoso nella “terra della memoria”, “dei padri” perché soltanto così possiamo scoprire il nostro ruolo, le nostre origini, soltanto così possiamo dare un senso alla nostra esistenza.
Gli accompagnatori nonché custodi della massima sono personaggi dai nomi altisonanti, dalle caratteristiche improbabili, dalle sembianze straniere per la mente concreta, sono individui che si fanno chiamare “Mandarino “pasciatore di uomini”, Totara, Cazzariegghio, Pacchi pacchi, Testadiuccello, Camoia, la Marescialla, Scatozza “domatore di camion”, Parrucca, Suonatore e tanti altri ancora, sono soggetti che nella loro stranezza racchiudono saggezza. Ed infatti qual è il ruolo di queste enigmatiche figure se non quello di ragguagliare il viandante, metterlo in guardia dai pericoli che la vita riserba, dall'invitarlo a riflettere su una verità che tanto ci riguarda quanto più è fuori dalla storia.
Che cos'è il Paese dei Coppoloni, in quale meandro di mondo esso si trova? Questa è un altra delle ambiguità da scoprire e svelare. La ricerca continua in un passato che torna a popolare di misteri e splendori quel caos che ognuno si porta dentro, quegli enigmi, quelle incertezze che ciascuno coltiva nel proprio io e con cui ogni giorno deve convivere nonché accettare. Ecco perché le parole degli incontri casuali con questi personaggi non devono essere sottovalutate poiché rappresentano per il viandante, così come per il lettore, sapienza e spunto di riflessione, sono insegnamenti tra le righe di quel che potrebbe essere, di quel che è stato e di quel che sarà.
Simbolicamente sono quindi due i messaggi che Vinicio vuol trasmetterci: la patria, l'attaccamento alla terra in primis ed il mito in secundis. Il romanzo parla di luoghi chiamati casa, di radici, di memorie, narra di ambienti che possono essere scritti e descritti così bene soltanto da chi li ha vissuti e lo fa con un linguaggio sporco come la terra che lo ha formato, uno stile che riesce a catturare gli odori, i detti, le storielle, i paesaggi e dunque il mito. Quest'ultimo elemento ci permette di staccarci dalla concretezza e, un po' come nell'universo Dantesco, di viaggiare nell'Aldilà, in ciò che siamo stati per ricordarci che quel che siamo oggi è il risultato dello ieri, che quella decadenza minimalista che nell'attuale dimostra un totale disinteresse nei confronti delle origini e che nel testo è rappresentato dalla “fuffa” letteraria, non può cancellare il risultato di una storia che si è consolidata negli anni e nei secoli, non può eliminare i percorsi di auto-conoscenza propri di ogni individuo. E' un invito al vivere il presente nel rispetto del passato e con l'insegnamento per il futuro.
Dal punto di vista linguistico Capossela mette in discussione anche la consuetudine stilistica e lo fa da un lato aprendo una intima discussione sulla parola eco notoriamente di genere femminile e che al contrario nel dialetto, nella lingua parlata è maschile, non a caso si suol dire “il primo eco”. A tal riguardo, per essere più chiara, vi riporto un breve estratto:

“Il dialetto nostro, a saperlo praticare, è bello pure se difficile… è una lingua che viene dall’osco e poi dai latini, e si è mescolata con il greco, l’ispanico, il francese, l’inglese… che tanti nel tempo hanno imposto la lingua e le tasse. È diventata un pane di forno, che diversi semi lo gonfiano, però tiene un sapore che altre non hanno, e già ad arrivare al paese di fronte il parlare sa diversamente, e quasi non ci si intende più… sarà stata forse la natura arroccata dei paesi che vigilano ognuno sull’altro, e per raggiungerli bisogna molto camminare come io ancora mi prodigo a fare”.

Dall'altro lato aprendo una intima riflessione riguardo alla strofa:

– “… Ma fratello mio caro, – iniziò lui – le strofe non escono e restano per sempre immutabili, ma ognuno col tempo ne prende e ne aggiunge, che a tutti appartengono e a nessuno, e cambiano il dorso della lingua, come i serpenti la pelle, e attraversano paesi, e chi può sapere chi è stato il primo a mettere una strofa per terra, da costruirci sopra una casa?” – Ed ancora: -“… Come i canti che una volta uditi mi suonano dentro e che affido ad altri cantando. I canti che seguono rotte antiche, e vagano, e vagano il mondo pure loro. Cambiano il pelo della lingua, ma continuano il giro senza fermarsi. Come fanno le greggi che si portano dietro il pastore, che pure crede di esserne il padrone. Cambiano nome i canti, e tramutano un poco la melodia, ma non il moto d’animo che li ha originati. Tanti ne ho sentiti. Come gli inquieti erano, così le canzoni transumano, dietro le pezze dei vagamondo” – .

Ed è infine un urlo di ribellione verso l'omologazione dei popoli che ha raggiunto il suo ultimo tassello con quella globalizzazione che non tollera etnie, razze, dialetti, la mente che pensa.

- “Dopo averle ascoltate aprì la lettera e indagò assorto la dura calligrafia che aveva inciso la carta. Poi sospirò: …. – Mandarino! Mandarino! Si preoccupa e con ragione, che le vacche pascolano e le campane suonano. E quelle terre che avevano preso a forza, ora languiscono al vento. Ma per lui non ho consiglio. Soltanto è che col mercimonio si dividono le strade, battute poco o molto, e se pure rifornisce paesi, non ci sarà chi potrà rifornire a lui! Chi vuole mangiare solo, s’affoca. Se si è sposato la Rrobba, ora se la tenga stretta. Buona famiglia ha fatto. Ma la nota di banca a consumo, consuma cuore e cervello. Chi cerca il danaro, il danaro lo affamerà. I soldi sono buoni, ma noi non siamo buoni. I debiti aggravano debiti, e si vendono i debiti e non il grano. È con l’interesse che è nato il mercimonio. Vogliono fare nascere i soldi dai soldi, come dalla terra nasce il grano per la trebbia. Vogliono far lavorare i soldi e non le braccia, e col Contributo si sono lasciate vuote le terre, e incolte” –.

Il romanzo è composto da una serie di brevi racconti e questi, sommati, formano la storia. Ognuno è scritto con un linguaggio erudito, arcaico, talvolta ridondante e con evidente fanciullesca allegria. Il genere ricorda Sepulveda seppur intriso di una diversa retorica, di neologismi, di simbolismi, di metafore proprie dell'immaginazione che soltanto un compositore-scrittore può avere ed è di conseguenza agli antipodi rispetto a Baricco; è un testo che va letto piano piano perché il senso c'è ma nella forma espressiva scelta non è immediato, va capito, va gustato un poco alla volta così da comprenderlo e da non arrivare alla conclusione “ma dove vuoi andare a parare caro Vinicio? Cosa volevi dire?” e dunque finire con l'abbandonare il componimento.

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