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L'amica geniale

Letteratura italiana

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L'amica geniale comincia seguendo le due protagoniste bambine, e poi adolescenti, tra le quinte di un rione miserabile della periferia napoletana, tra una folla di personaggi minori accompagnati lungo il loro percorso con attenta assiduità. L'autrice scava intanto nella natura complessa dell'amicizia tra due bambine, tra due ragazzine, tra due donne, seguendo passo passo la loro crescita individuale, il modo di influenzarsi reciprocamente, i buoni e i cattivi sentimenti che nutrono nei decenni un rapporto vero, robusto. Narra poi gli effetti dei cambiamenti che investono il rione, Napoli, l'Italia, in più di un cinquantennio, trasformando le amiche e il loro legame.

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L'amica geniale 2019-01-29 15:27:31 Cathy
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Cathy Opinione inserita da Cathy    29 Gennaio, 2019
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L'amica da prendere a sberle

Non è facile scrivere la recensione di un romanzo quasi universalmente amato e lodato da pubblico e critica come "L’amica geniale": se da un lato si è automaticamente portati a cercare di comprendere cos’è che piace così tanto e quindi a cogliere tutti i possibili aspetti positivi dell’opera, dall’altro si ha anche la forte tentazione di trovare qualche difetto, cantare fuori dal coro unanime delle lodi sperticate e dimostrare di aver colto una mancanza o un’imperfezione sfuggita a tutti gli altri. Ho iniziato la lettura del romanzo di Elena Ferrante spinta da questi motivi contrastanti, capire cos’è che ha stregato milioni di lettori in tutto il mondo e al tempo stesso dimostrare a me stessa, che davanti ai best seller osannati di qua e di là tendo sempre ad arricciare un po’ il naso, che dopotutto le masse in adorazione non ci hanno preso fino in fondo. Entrambi gli obiettivi sono stati raggiunti.
Non si può negare che nel complesso "L’amica geniale" sia un bel romanzo. Dopo un incipit un po’ lento e “faticoso”, con salti continui da un piano temporale all’altro che rendono difficile comprendere l’esatta sequenza cronologica degli eventi, la lettura diventa scorrevole e accattivante. Il ritmo del racconto è molto vivace, al punto che si potrebbe dire che ne succede una dietro l’altra, e ogni pagina mette una gran curiosità di sapere cosa succede dopo. In fondo la trama cattura con facilità: non si può non empatizzare, almeno all’inizio, con Elena e Lila, due bambine che tentano di salvare se stesse e trovare un riscatto in un rione periferico napoletano, un microcosmo dominato dalla violenza, dalla povertà, dalla logica della sopraffazione, dall’assenza di speranza, e tuttavia descritto con realismo e sobrietà, senza mai scadere nel cliché o nel compiacimento bozzettistico. I personaggi sono tutti molto “concreti”, ben caratterizzati, e talvolta è notevole la sottigliezza con cui l’autrice sa scandagliare gli stati d’animo fino alle pieghe più sottili e nascoste.
Ci sono, però, anche non pochi elementi negativi o quanto meno non pienamente positivi, che intaccano un po’ il piacere della lettura e mi impediscono di assegnare un punteggio più alto, a cominciare dal finale del libro. Si sa che la saga della Ferrante è composta da quattro volumi e non mi aspettavo che il primo fosse un romanzo autoconclusivo, ma non mi aspettavo neppure che fosse bruscamente troncato da un “finale” che in realtà non è affatto un finale, bensì una scena interrotta a metà. Capisco l’esigenza di creare suspense e invogliare i lettori a proseguire la storia, ma un romanzo, anche quando fa parte di una saga, deve pur avere una chiusura, un punto di arrivo netto. "L’amica geniale" termina lasciando addosso la sensazione di una lunga corsa che si schianta di colpo contro un muro appena svoltato un angolo e non riesco ad abbandonare il sospetto che questa conclusione sia stata pensata appositamente per spingere il lettore a comprare di corsa il secondo volume, divorato dalla curiosità. Il marketing va bene, ma è preferibile evitare di sbatterlo in faccia in modo così plateale.
Sebbene lo stile sia nel complesso scorrevole e piacevole, la Ferrante si lascia prendere ogni tanto da una tendenza a “filosofeggiare” che appare un po’ fuori tono in un romanzo così “concreto” come questo, fatto di vita vera, di storie, donne e uomini che potrebbero essere spuntati fuori dai racconti dei nostri nonni, ed elabora concetti un po’ astrusi e non del tutto chiari, primo fra tutti la smarginatura. È vero che probabilmente l’autrice fornirà spiegazioni più precise nei libri successivi, ma non capisco il senso di inserire un elemento quasi sovrannaturale in un racconto dal sapore neorealista. Su questo aspetto, tuttavia, è giusto sospendere il giudizio, in attesa di assistere ai suoi sviluppi con il prosieguo della storia.
Meno tollerabile è invece una pecca che affligge la parte centrale del testo, nella quale la trama si trasforma in una sorta di gioco delle coppie: chi è innamorato di chi? Chi si fidanza con chi? È comprensibile che tali questioni abbiano un ruolo così rilevante nelle vite di ragazzine che a stento hanno concluso le scuole elementari, ma l’ insistenza protratta sulla formazione delle coppie finisce con il diventare noiosa. Una volta superata questa fase, però, la narrazione riprende a scorrere in modo più fluido.
La pecca che invece non c’è modo di superare durante la lettura sono proprio loro, Elena e Lila, le due protagoniste. Ho trovato quasi impossibile riuscire ad apprezzarle. Lila è Miss Perfezione: è bellissima, intelligentissima, disegna scarpe mai viste prima, studia da autodidatta imparando meglio di Elena che frequenta il liceo, tutti gli uomini che la vedono perdono la testa per lei, tutti i vestiti che indossa le stanno alla perfezione, tutte le acconciature che prova la fanno sembrare una diva del cinema, tutte le idee che ha sono geniali proprio come lei, “l’amica geniale”, appunto, sebbene nel romanzo questo appellativo sia in realtà rivolto ad Elena e sia proprio Lila a chiamarla così. Lila sarebbe una perfetta Mary Sue se non fosse per quella vena di cattiveria che forse la renderà più umana, ma anche più detestabile. Sono state davvero pochissime le volte in cui leggendo di lei non ho alzato gli occhi al cielo sbuffando. Dal canto suo, anche Elena non è certo un bel personaggio e poiché la narrazione è affidata interamente a lei, sono arrivata ben presto a trovarla insopportabile almeno quanto la sua amica. Elena vive la propria esistenza in funzione di Lila, tutto ciò che fa è finalizzato alla competizione con lei e qualunque esperienza viva è costantemente tormentata dall’idea che valga meno delle esperienze vissute da Lila, che la sua amica faccia qualcosa di più e che lei debba assolutamente cercare di imitarla. Quando va alle scuole medie e poi al ginnasio, non è felice perché pensa che nella vita potrà diventare qualcosa di più di una commessa, ma solo perché finalmente sta facendo qualcosa che Lila non può fare, dal momento che suo padre le ha impedito di andare oltre la licenza elementare. Elena non è mai se stessa, in qualunque circostanza si trovi non fa che pensare a Lila, a cosa direbbe o farebbe lei e tenta continuamente di imitarla, vittima di un complesso di inferiorità che le avvelena letteralmente l’esistenza. Di solito si tende a pensare che gli amici più autentici e importanti siano quelli con cui non si deve mai indossare una maschera, ma è possibile mostrare liberamente ciò che si è ed essere accettati a prescindere. Il rapporto tra Elena e Lila funziona esattamente al contrario e la prima non fa che sentirsi inadeguata. Perfino quando scrive una lettera alla sua amica si sente in dovere di imitarne lo stile epistolare, che ovviamente è perfetto e meraviglioso, mentre giudica il proprio banale e infantile. Eppure quando Elena scrive un tema scolastico contando unicamente sulle proprie forze, prende otto, quando lo scrive mettendoci dentro le (grandiose) idee di Lila, prende nove o dieci e questo basta a mandarla in crisi totale. È davvero snervante leggere pagine e pagine di esaltazione assoluta di Lila, che sa fare tutto e capisce tutto, seguite da pagine e pagine in cui Elena alterna invidia e ammirazione ad avvilente disperazione quando non riesce ad eguagliarla o un bieco atteggiamento di trionfo quando invece le sembra di averla superata. La fantomatica amicizia che le unisce e che viene letteralmente osannata e decantata nella quasi totalità delle recensioni è in realtà un rapporto quasi malato e non molto positivo né per Elena, che, pur proseguendo gli studi con buoni risultati, continua a vivere come un satellite di Lila senza mai sviluppare idee, progetti o anche solo una personalità autonoma, né per Lila, che, amareggiata perché all’amica meno brillante è stato concesso di continuare a studiare e a lei no, non si fa mai sfuggire l’occasione di mortificarla con la sua intelligenza e dimostrarle che lei resta sempre e comunque la più brava delle due, con o senza licenza liceale.
Un atteggiamento del genere è comunque accettabile, per quanto sbagliato, ora che le protagoniste sono adolescenti, ma c’è da sperare vivamente che già nel prossimo volume Elena inizi a staccarsi dall’ossessione del confronto con Lila e a condurre un’esistenza autonoma e che al tempo stesso Lila si impegni per migliorare concretamente la propria condizione invece di limitarsi a far sentire inadeguata la sua (presunta) amica. Più che "L’amica geniale", forse un titolo adatto per questo romanzo sarebbe "L’amica da prendere a sberle": già, ma è Elena che deve prendere a sberle Lila o il contrario? Il mio suggerimento è che si prendano a sberle a vicenda. Così magari la piantano.
Anche se lo scopo dell’autrice è raccontare un rapporto “malato” e non la splendida amicizia decantata nelle recensioni, ci si aspetta che a un certo punto sottolinei in modo chiaro e tondo che questo comportamento è sbagliato, anche se poi i personaggi non dovessero mai riuscire ad uscirne. Per ora questo non è accaduto e non è arrivato neppure il momento in cui mi è sembrato di cogliere con chiarezza il motivo o i motivi per cui questo libro è considerato un capolavoro. È una lettura piacevole e interessante, ma da qui a gridare al miracolo editoriale c’è un po’ di differenza. "L’amica geniale", tuttavia, è solo il primo volume di una quadrilogia: c’è tempo per chiarire, spiegare, migliorare, ed è per questo che, sebbene le ombre non manchino, il giudizio complessivo sul romanzo resta positivo.

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L'amica geniale 2018-03-03 19:24:23 Virè
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Virè Opinione inserita da Virè    03 Marzo, 2018
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Un'amicizia troppo sbilanciata

Incuriosita già da tempo da questo libro, che ha scalato le classifiche e ancora ne fa parte, dopo anni dalla sua uscita, avevo iniziato la lettura più di un anno fa,interrompendola  all'incirca a metà, senza più avere la voglia di continuarla; ora, al secondo tentativo, sono riuscita a leggerlo tutto di un fiato ed anche a capire cosa mi aveva allontanato la prima volta.

L'amica geniale è il primo volume di una tetralogia che ripercorre la storia di un' amicizia tra due donne, dalla scuola fino all'età matura. Siamo nella Napoli degli anni 50, in un rione popolare, dove, a fare da cornice al rapporto tra le due protagoniste, troviamo tanti personaggi alle prese con le proprie vicende personali e professionali. Si vede che la scrittrice conosce bene la città, così come le dinamiche di alcuni quartieri, che narra senza nascondere, anzi esplicitando per bocca della protagonista, il suo sguardo critico. Ne sono un esempio le figure di padre padrone dei capofamiglia e dei fratelli maggiori, la necessità di giovani ed adulti di affidarsi ad un  linguaggio colorito e sboccato per esprimersi, in particolare in determinate situazioni, o ancora il rispondere, come fosse un dovere, ad offese e torti ricevuti in prima persona o da un membro della famiglia, ricorrendo spesso anche alla violenza. Il vivere, che a volte diventa sopravvivere, secondo meccanismi ben precisi e consolidati. Verso le ultime pagine del libro esce allo scoperto chiaramente la voglia della protagonista di emergere, di scappare, l'esigenza di uscire da quel mondo che non le appartiene più, in cui non riesce più a riconoscersi e a vivere, lei, che ha avuto la fortuna di riuscire a studiare e di vedere realtà diverse, attraverso i libri e non solo.

Il linguaggio della Ferrante mi piace molto; il modo di presentare personaggi e situazioni, ponderando bene le parole, dando un tocco assolutamente personale senza cadere mai nel prolisso e senza mai annoiare, rende la lettura piacevole e scorrevole, sebbene a tratti un po' lenta.

Si scoprono a poco a poco tratti della città, visti con gli occhi di chi, bambina e poi adolescente, esce per le prime volte dai limiti del quartiere degradato in cui è nato e scopre mondi nuovi, completamente diversi, stili di vita di cui ignorava l'esistenza, luoghi e paesaggi del tutto inaspettati.

Quello che all'inizio mi ha disorientato, ma che poi nel corso della lettura è venuto pian piano meno, è il presentare nei primi capitoli situazioni e personaggi, mischiandone le disposizioni temporali e spaziali. Nelle prime pagine,infatti,si passa continuamente da un episodio ben preciso, alla narrazione di abitudini consolidate, da avvenimenti riferiti ad un'età, ad altri successivi o precedenti; diventa difficile quindi inquadrare il racconto fino al momento in cui viene ripresa una linea temporale precisa e consequenziale.

Arriviamo ora a ciò che non mi è piaciuto per niente, portandomi ad interrompere la lettura una prima volta e risultando insopportabilmente stucchevole anche ora che l'ho portata a termine. Si tratta proprio dell'elemento portante, l'amicizia tra le due ragazzine. La voce narrante è di una delle due, Elena, che ormai anziana ripercorre le tappe del legame con l'amica di sempre. Nel racconto però non troviamo l'affiatamento, l'affetto, la complicità che dovrebbero avere due amiche per la pelle, soprattutto nel periodo dell'infanzia e dell'adolescenza; anzi sono questi elementi che restano quasi del tutto nascosti, emergendo solo nell'ultima parte della narrazione e rimanendo comunque marginali.

Quello che invece guida tutto, ogni scelta pensiero ed azione della protagonista è l'ammirazione incondizionata,se non addirittura l'amore,  per l'amica, sentimenti che fanno a gara con uno spirito competitivo che diventa desiderio di rivalsa. Anche in questo caso, non parliamo di sentimenti salutari che possono caratterizzare il rapporto tra due persone di qualunque età, non parliamo si sentimenti che ti spronano e ti portano a crescere e migliorarti. La protagonista sembra vivere solo ed esclusivamente all'ombra dell'amica, non c'è scelta, opportunità, episodio della sua vita che venga valutato per quello che è e che rimanga circoscritto alla sua persona;no, tutto viene giudicato solo in relazione all'amica, per far vedere all'amica, per fare come l'amica, per far sapere all'amica, etc. Ci ritroviamo perciò di fronte ad una personalità quasi inesistente, che si sente sempre sopraffatta, non solo nel periodo dell'adolescenza, come avviene a tutti, da un senso di inadeguatezza, di inferiorità, di invidia, a volte del tutto fuori luogo. Non è mai concentrata su ciò che capita a lei, ma solo su ciò che capita all'amica, che è sempre più importante, più avvincente, più significativo. Ed anche quando la vita dell'amica sembra aver preso una strada bel delineata e definitiva, mentre la sua è in pieno cambiamento, anche quando sta vivendo esperienze del tutto nuove, non c'è mai un vero entusiasmo, ma solo e soltanto l'idea che l'amica abbia di più, o che sia necessario fare determinate scelte per vivere le stesse esperienze, nello stesso istante, senza però evitare di sottolineare che in ogni caso non sarebbero mai come quelle dell'altra. Insomma è un costante voler vivere nei panni di un'altra persona, senza mai far emergere il proprio carattere, le proprie esigenze o le proprie caratteristiche, senza mai effettuare delle scelte consapevolmente e con sicurezza e determinazione. Per quanto alcuni di questi sentimenti e di queste situazioni siano tipiche del periodo dell'adolescenza, le troviamo qui enfatizzate oltremodo, vissute con un senso di assolutezza che personalmente mi ha stufato presto, fino a risultarmi insopportabile.

In definitiva cederò per curiosità, ma non solo, alla lettura dei volumi successivi della saga, ma non posso fare a meno di sperare, dubitandone, di poter assistere ad un riscatto, anche minimo della protagonista.

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L'amica geniale 2017-12-04 11:28:28 Cherchez la Famme
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Cherchez la Famme Opinione inserita da Cherchez la Famme    04 Dicembre, 2017
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Storia di due destini divergenti

Ho comprato "L'amica geniale" con un po' di scetticismo, che l'autrice ha infranto già dalle prime pagine, sebbene conservassi una certa perplessità nella lettura.
La perplessità non riguardava la piacevolezza del libro, senz'altro non discutibile, ma l'argomento. Più andavo avanti e più la mia opinione si evolveva, cambiava, tornava al punto d'origine; la domanda che mi frullava in testa era sempre la stessa:
Di cosa parla, in realtà, questo libro?
A chi me lo domandava, biascicavo, poco convinta, "E' la storia di un'amicizia".

Ho capito davvero di cosa parlasse il libro, solo quando ne ho portato a termine la lettura.

"L'amica geniale" è ambientato nel secondo dopoguerra e tratta, per l'appunto, lo sbocciare del legame tra la protagonista e voce narrante, Lenù, e Lila, unica, singolare, crudele.
Le due bambine nascono e crescono nello stesso contesto, il "rione" povero di una Napoli che si preparava al boom economico degli anni 70/80, un contesto dove le regole sociali sono dure, inevitabili.

I tre quarti di questo primo libro, si dedicano alla descrizione minuziosa di quella che sembra essere, sin dagli albori, una concatenazione umana che per la protagonista, Lenù, assume i connotati di una dipendenza psicologica dall'amica, Lila. Lila, sin da piccola, non è come le altre: la scrittrice mette nero su bianco parole che suggeriscono non propriamente concetti, ma sensazioni. La sensazione che Lila sia speciale, che la sua intelligenza singolare abbia il dono di rendere qualsiasi cosa meravigliosa: lo studio, la bottega dello scarparo, il latino.
Nella competizione continua, che affibbia alle due bambine il rigido ruolo di amiche/nemiche, Lenù trova lo stimolo per migliorarsi sempre di più, per spingersi sempre più avanti in questa gara di meriti e di destini; la dipendenza psicologica da tutto ciò che Lila pensa e fa è, infondo, la vera protagonista di questo primo volume, viene fuori ad ogni pagina in modo onesto e veritiero, ed Elena avrà modo di liberarsene parzialmente solo anni dopo, quando sarà certa che la possibilità che i loro destini si sovrappongano e si riuniscano, sia del tutto naufragata.

"L'amica geniale" tratta un tema puramente sociale e lo fa con la sincerità e la schiettezza tipici di una -
ufficiosa - autobiografia, dove i luoghi sono privi di topografia ("rione vecchio", "rione nuovo", "tunnel") e dove i nomi - persino quello dell'autrice - sono stati cambiati.
L'opera riflette sul ruolo brutale e decisivo, nella vita, della fortuna; è una storia di destini che si incrociano e che finiscono per non sovrapporsi a causa di un unico, singolo, decisivo "no", quello pronunciato dalla madre di Lila sulla questione posta dalla Maestra Oliviero, quella cioè di continuare gli studi anche dopo la licenza elementare. I destini delle due ragazze, così, si separano definitivamente, seppur tra molte rimostranze.

La storia è bella non solo perché è sincera, non solo perché evidenzia il ruolo decisivo dell'istruzione (ai tempi) nella scalata di classe, ma anche perché assume le sembianze, per chi a Napoli ci è nato e cresciuto in tempi più moderni, dei racconti dei Nonni; l'autrice ha un modo di narrare che, come afferma lei stessa nel suo libro, in riferimento allo stile scrittorio della protagonista, - forse in una sorta di riflessione metaletteraria del tipo "libro nel libro" -, sprigiona una potenza di cui non si riesce ad individuare precisamente la provenienza, ma che è, in definitiva, un dato di fatto.

"L'amica geniale" è il racconto di due riscatti; il primo pienamente sublimato, cioè quello di Lenù, la cui ambizione meticolosa e affannata, la porta a rovinarsi la vista sui libri pur di fare meglio di Lila, meglio dei suoi compagni delle elementari, meglio di sua madre; il secondo, quello di Lila, mal realizzato per altre vie (i soldi di Stefano e dei Solara) e fallito miseramente.

La chiusa, al matrimonio di Lila, anticipa il tema del successivo capitolo.
Elena è lì, in presenza dell'intero rione vestito a festa, alla ricerca di un senso d'appartenenza; gli studi e il mondo che la scuola e i professori le hanno spalancato dinanzi, non le permettono più di trovarsi perfettamente a proprio agio nel suo ambiente natìo, che sente di essersi lasciata alle spalle; d'altra parte, come si vedrà e come lei stessa intuisce già nelle ultime pagine, nel contesto della "Napoli bene", della Napoli colta, non riuscirà mai a lasciarsi alle spalle la figlia del portiere.

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L'amica geniale 2017-01-30 08:58:39 Mian88
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Mian88 Opinione inserita da Mian88    30 Gennaio, 2017
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Lenù, Lina, il Rione nella Napoli anni '50

Anni 50. Lila Cerrullo, classe 11 agosto 1944, e Elena Greco, classe 15 agosto 1944, vivono in una Napoli ancora provata dagli anni della guerra, una realtà ancorata ai vecchi principi e per questo poco incline al cambiamento. Lenù e Lila conoscono la povertà, conoscono il sacrificio ed il prezzo di quella società fondata sul “faticare” dove studiare è solo un corollario aggiuntivo e superficiale che non deve sostituirsi mai al lavoro, cardine essenziale e primario di ogni uomo.
Ed è in questo contesto che nasce la loro complessa amicizia; un rapporto di amore-odio, di invidia e di compensazione, di competizione e di limite, un legame stratificato e corroborato di così tante sfumature che è impossibile descriverlo a parole. Le vite delle due protagoniste scorrono parallelamente sino al termine delle classi elementari; ove a ognuna è concesso il diritto di andare a scuola ad imparare a leggere e a far di conto. Entrambe sono molto brave, ma Lila spicca di quella intelligenza mixata ad un carattere ribelle che mai Lenù, al contrario diligente e retta, avrà. E tanto sono diverse caratterialmente, tanto lo sono fisicamente, queste due eroine. Se la Greco è bionda, prima più alta e ciocciotta, di poi con l’adolescenza più bassa e formosa, Lila è dapprima bassina, magrissima e ossuta, di poi alta, slanciata e fortemente desiderata. Giunte al termine delle classi primarie, inevitabile la separazione. Vani i tentativi della maestra Oliviero di convincere i rispettivi genitori a far studiare le sue pupille. Lila deve rimboccarsi le maniche, è la risposta. I soldi servono. Elena, dopo molte azioni di persuasione, potrà al contrario continuare. E sarà così brava, così meticolosa da riuscire non solo ad ultimare le scuole medie ma ad intraprendere gli studi presso il liceo classico ove si distinguerà per essere la migliore; risultato che conseguirà, paradossalmente, proprio grazie al contributo indiretto dell’altra che privata della possibilità di continuare ad apprendere – lei che è una spugna mossa da insaziabile curiosità – imparerà, mediante i testi della biblioteca – da autodidatta non solo il latino ma anche la lingua greca.
Più passano gli anni e più quel sentiero intrapreso, quella via comune, si allontana e riavvicina, si intreccia per poi nuovamente riallontanarsi. Lenù, per la formazione ricevuta, non può più rivedersi negli amici del Rione, ma non può non rispecchiarsi in Lila suo antecedente necessario. Quest’ultima all’opposto, per fuggire alle attenzioni di Michele Solara, camorrista, decide di legarsi sentimentalmente a Stefano, il salumiere figlio di Don Achille; scelta questa che la segnerà indelebilmente.
Quelle che abbiamo davanti con l’opera della Ferrante sono pagine pulsanti, un fiume palpitante di parole che rende concrete Elena, l’amica geniale capace di coadiuvare intelligenza e volontà, e Lila di fatto la più dotata, considerata la più cattiva eppure oggettivamente colei che maggiormente sente il peso dell’ambiente, della famiglia, di una bellezza non richiesta che cerca di offuscare quella mentale, quella che non sa liberarsi degli altri per emergere, quella che invita l’altra a studiare sempre.

«”Qualsiasi cosa succeda, tu continua a studiare”
“ Altri due anni: poi prendo la licenza e ho finito”
“No, non finire mai: te li do io i soldi, devi studiare sempre”
Feci un risolino nervoso, poi dissi:”Grazie, ma a un certo punto le scuole finiscono”
“Non per te: tu sei la mia amica geniale, devi diventare la più brava di tutti, maschi e femmine”». P. 308-309

“L’amica geniale” non è però soltanto il racconto di questa particolare amicizia, “L’amica geniale” è un elaborato che narra di una società, quella napoletana negli anni successivi al conflitto, è uno scritto che descrive i rapporti umani, che analizza la dimensione del quartiere, che scarna il binomio povertà-ricchezza, che si incentra sull’ingerenza pregnante dei genitori sui figli; un’influenza talmente forte da determinarne le sorti (basti pensare alla madre di Elena che prima la denigra perché studia, poi le rinfaccia di mescolarsi alla “feccia” dopo i sacrifici fatti per farle prendere il titolo). A contorno delle due figure principali, abbiamo inoltre una serie di personaggi secondari tutti accomunati da un denominatore comune: la voglia di riscatto, economico ma anche culturale e morale. La Ferrante sembra voler invitare chi legge a riflettere sulla durezza della vita; che è lotta, emersione, materialità e non materialità. E lo fa senza remore, senza nulla risparmiare. Il tutto è avvalorato da una penna che accarezza, munita di uno stile apparentemente semplice, in verità curato in ogni suo frangente, in ogni suo aspetto.
Primo di una quadrilogia, “L’amica geniale” si dimostra capace di catturare ed affascinare il lettore che giunto a conclusione del romanzo, resta frastornato dal contenuto. Se in di primo acchito il testo può sembrare una storia semplice, con un’analisi più a mente fredda, ragionata, si rivela in tutte le sue sfumature spiazzando. Il finale, in particolar modo, mette il temerario conoscitore in condizione di comprendere quelle che sono le conseguenze ineludibili di una decisione, ormai, chiaramente sbagliata.
Definirlo il migliore della saga, è forse, ad oggi, prematuro, perché si è davanti ad un componimento in crescendo, ma certamente è un libro valido, che merita di essere approfondito e che cattura con la forza della pazienza, della curiosità.

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L'amica geniale 2016-09-20 11:26:32 Pelizzari
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Pelizzari Opinione inserita da Pelizzari    20 Settembre, 2016
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La dimensione del ricordo

E’ forse la più famosa saga italiana moderna sulle età della vita e questo è il suo primo capitolo, dedicato alle età dell’infanzia e dell’adolescenza. Emerge già dalle prime pagine la dimensione del ricordo, che è forse l’aspetto che più ho apprezzato di questa lettura. Molto lenta, molto morbida, non però troppo coinvolgente, come invece ho letto in altri commenti, anche molto autorevoli. Io ho avvertito comunque una certa distanza tra l’autrice ed il lettore, a me è sembrata quasi una distanza voluta, non so se invece è il frutto di un mio personale poco coinvolgimento. Il Vesuvio sta sullo sfondo, molto velatamente. Anche la napoletanità dell’ambientazione non è un elemento centrale, anzi, è molto sfumato, impalpabile. Il mirino è centrato sul rapporto tra le due bambine e ragazzine protagoniste. Più che non su una o sull’altra, è proprio il legame fra le due il centro attorno a cui si muove tutta la narrazione, un legame che è quasi un’ossessione. La saga è diventata un must, ma, sinceramente, anche se sono solo al primo step, non ne capisco il motivo.

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L'amica geniale 2016-03-29 18:07:27 Mario Inisi
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Mario Inisi Opinione inserita da Mario Inisi    29 Marzo, 2016
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Il rione

Il romanzo è molto bello e anche molto piacevole da leggere. Racconta la storia di due amiche: Lenù e Lila. Elena Greco, Lenù, è l’amica geniale quella che unisce all’intelligenza la volontà, il piacere del nuovo e il giusto distacco dalla famiglia mentre Lila, la più dotata, la più cattiva in apparenza, è quella che sente il peso dell’ambiente e la zavorra della famiglia, quella che non si sa liberare degli altri per emergere, quella che dice a Elena di non smettere mai di studiare, di non smettere mai di essere l’amica geniale, quella veramente geniale. Con il pretesto di parlare della loro amicizia la Ferrante ci racconta del quartiere di Napoli, dei rapporti tra le persone, dei rapporti interquartiere, cioè tra le persone della zona bene e della zona più povera. La parte più interessante del romanzo è proprio la descrizione dei tanti personaggi di contorno e dei rapporti tra i personaggi secondari. Tutti sono in cerca di un riscatto, che spesso è socio economico ma anche culturale e morale. Spesso i padri o le madri sono la zavorra dei figli: ad esempio don Achille per i due figlioli Stefano e Alfonso, molto simpatici soprattutto Alfonso, compagno di scuola di Elena. Oppure Donato Starratore, il seduttore incallito di poverette come Melina che riduce sull’orlo della follia, pietra al collo per il figlio Nino. Melina ricorda la poverella dei giorni dell’abbandono. Ma anche la madre di Elena e il fratello di Lila sono pietre al collo. E’ interessante anche l’analisi sociale: la povertà che avvicina il gruppo degli amici ai fratelli Solara, malavitosi (nell’episodio della gita ai quartieri bene) e li separa dai ragazzi ricchi.
La visione del mondo di Elena è abbastanza cruda, la vita è lotta per emergere e il debole è colui che si lascia impietosire e tirare indietro dagli altri. La lotta di classe è tangibile.
“Noi stiamo volando sopra una palla di fuoco. La parte che s’è raffreddata galleggia sulla lava. Su questa parte costruiamo i palazzi, i ponti, le strade. Ogni tanto la lava esce dal Vesuvio oppure fa venire un terremoto che distrugge tutto. Ci sono microbi dovunque che ti fanno ammalare e morire. Ci sono guerre. C’è una miseria in giro che ci rende tutti cattivi. Ogni secondo può succedere qualcosa che ti fa soffrire in un modo che non hai mai abbastanza lacrime. E tu che fai? Un corso teologico in cui ti sforzi di capire cos’è lo Spirito Santo? Lascia stare è stato il diavolo a inventarsi il mondo e non il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo.”
L’analisi impietosa è di Lila ma è fatta sua da Elena. E’ Elena la dura, quella che non si lascia tirare indietro, forse perché supportata dalla famiglia, forse perché più indifferente agli affetti famigliari, spesso pietra al collo.
La diversa strategia di lotta delle amiche le separa. Lila è abbandonata a se stessa. Elena può studiare. Lila è costretta a scegliersi il meno peggio degli uomini per sottrarsi a Marcello Solara, il malavitoso prepotente. Ma alla fine del romanzo, primo volume, si capisce che mettersi nelle mani di un uomo è una pessima trovata.
L’amicizia come viene descritta è molto poco femminile. Non c’è affetto, non c’è emotività, umoralità. Il legame è molto intellettuale, di stimolo reciproco, soprattutto da parte di Elena. Elena è in cerca del pungolo, il pungolo che rimanda alla citazione all’inizio del romanzo dal Faust, al diavoletto che Dio dà come pungolo all’uomo perché non si riduca all’immobilità. Anche il nome Elena fa pensare al Faust, Elena la donna ideale di Faust. Nel romanzo non c’è amicizia nel senso che in genere diamo al termine ma un rapporto socratico tra le persone. Elena tende alla noia e ha bisogno di avere intorno persone che la stimolino e facciano uscire il genio che sta nella sua testa ma che tende ad addormentarsi. La descrizione delle due amiche è molto fisica, come in tutto il romanzo c’è una tensione alla materia, al denaro, al riscatto sociale, alla conoscenza come strumento di riscatto sociale e morale ma morale in senso abbastanza esteriore, al piacere e alla novità intesa come conquista del mondo. Le due amiche sembrano in certe parti del romanzo molto simili, meno che fisicamente, una mora e una bionda, una specie di mostro e due teste anzi a due corpi uscito dall’immaginario maschile e simili a divinità greche o a personaggi mitologici. Anche il rapporto che hanno con gli uomini è molto dall’alto, in un certo senso.
Il romanzo è molto piacevole, le considerazioni anche sociali sono ben mimetizzate nel testo. Ci sono aspetti originali e idee che trattengono sempre l’attenzione del lettore: la smarginatura, la perdita di realtà delle cose, l’esplosione della pentola di rame.
L’incipit è favoloso con la scomparsa di Lila. E’ come se l’incipit ci dicesse che effettivamente Lila non è esistita davvero se non nella testa di Elena, o che la vera Lila è quella che lei ha in testa e che ha chiuso dentro il romanzo.

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L'amica geniale 2015-09-15 08:24:02 Cristina72
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Cristina72 Opinione inserita da Cristina72    15 Settembre, 2015
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Un posto al sole del rione

E' un romanzo che si legge d'un fiato per la capacità che ha la scrittrice di coinvolgere il lettore nelle vicende dei personaggi, che danno l'idea di essere presi direttamente dalla realtà, figure a tinte forti che non mancano mai nei rioni napoletani.
Lila spicca fra tutti, ragazzina fragile e forte, intelligente e ambiziosa, figlia di uno “scarparo”.
Il suo carisma e il suo acume sono riportati mirabilmente attraverso il racconto dell'amica, l'io narrante: “...prendeva i fatti e li rendeva con naturalezza carichi di tensione; rinforzava la realtà mentre la riduceva a parole, le iniettava energia”.
La compassione che ispira Lila è quella di un animale in gabbia o di un'aquila a cui abbiano tarpato le ali, lei che ha voglia di imparare e non può studiare, lei che impara tutto da sola, meglio di chi alle scuole medie e superiori ha il privilegio di andarci.
I sogni coltivati dalle due amiche durante l'infanzia hanno un unico oggetto: il mondo fuori dal rione, “tra le cose e le persone e i paesaggi e le idee dei libri”, ma affrancarsi dalla condizione sociale in cui si è nati e cresciuti è tutt'altro che facile. Più facile è restarne invischiati, finendo per fare di necessità virtù e arrangiarsi con le carte che il destino ti ha dato.
Il libro perde in qualità dopo la prima metà, quando cominciano le sbrodolature e le tinte vagamente rosa.
La sensazione è che la scrittrice prosegua nella narrazione ispirata dal diario di un'adolescente, con impressioni particolareggiate intorno ad amoretti, schermaglie con insegnanti, speranze e delusioni. E poi c'è quel gusto per il sensazionale, quel finale ad effetto sorpresa che fa tanto telenovela a puntate. Peccato, perché la scrittura è fluida e l'autrice all'inizio riesce nella difficile impresa di commuovere senza sconfinare nel melodramma.
Da leggere comunque, senza contare troppo su un seguito all'altezza.

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L'amica geniale 2015-09-06 21:12:07 Bruno Izzo
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Bruno Izzo Opinione inserita da Bruno Izzo    06 Settembre, 2015
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Una donna per amico

Non esiste nulla al mondo che, come e più di un buon romanzo, possa descriverci al meglio e con interesse crescente, insistente curiosità e nitida efficacia, l’intera esistenza di una persona.
Un libro può raccontare in modo laconico ma lapidario un grande intervallo di tempo, un numero incredibile di eventi, di fatti, di cambiamenti, accompagnati dai pensieri, dalle riflessioni, dai dialoghi, dagli umori dei protagonisti, che scandiscono così tutte le loro stagioni di vita, l’infanzia, la crescita, la maturità e l’epilogo dell’umana esistenza.
Se poi tale descrizione avviene con cura estrema, e con tale incanto da ammaliare il lettore, intrattenendolo, interessandolo, emozionandolo, se poi gli si descrive non una sola esistenza, ma due, ecco che di libri ne servono appunto due; e se il romanzo, come in questo caso, scruta, indaga e descrive non solo la vita ma tutto l’animo, lo spirito, l’intenzione, l’indole delle protagoniste, allora i due libri si elevano alla potenza di due, diventano quattro.
Raffaella Cerullo, detta Lina o Lila, figlia di un ciabattino, o meglio di uno scarparo, come si dice in napoletano, ed Elena Greco, detta Lena o Lenù, figlia di un usciere del comune, sono le protagoniste uniche e assolute non del solo romanzo, ma dell’intera quadrilogia con cui Elena Ferrante racconta una storia che si snoda in oltre mezzo secolo di vita, dai primissimi anni ’50 fino ai giorni odierni.
Una storia che si svolge a Napoli, in uno dei quartieri più poveri e degradati della città, ma che avrebbe potuto benissimo svolgersi, con pari efficacia, nelle desolate borgate romane, le stesse dove sono ambientati “Ragazzi di vita” e “Una vita violenta” di Pier Paolo Pasolini, oppure nelle opprimenti case di ringhiera dell’hinterland milanese e nei tuguri sui navigli descritte da Giorgio Scerbanenco, oppure ancora nel popolare quartiere fiorentino di San Frediano di cui ci parla Vasco Pratolini; e non a caso citiamo luoghi e autori, perché a tali scrittori è senz’altro accostabile il nome e il valore letterario di Elena Ferrante.
Un poker di libri, ciascuno dei quali interessa le quattro stagioni di vita delle protagoniste: “L’amica geniale” contempla l’infanzia fino alla prima giovinezza, “Storia del nuovo cognome” si svolge durante l’adolescenza, “Storia di chi fugge e chi resta” interessa la maturità, l’ultima stagione di vita è richiamata in “Storia della bambina perduta”, quest’ultimo titolo finalista all’ultimo premio Strega.
Un poker di libri necessario per l’esaustività dell’opera, e per l’ampio periodo in cui si snoda la storia, ma non altro; Elena Ferrante, nonostante le apparenze o il numero di pagine vergate, è una scrittrice di rara sintesi ed efficacia, scevra da ridondanze e ripetizioni, una scrittrice essenziale ed esauriente insieme, già questo un pregio unico e raro nel panorama letterario.
Questa storia, declamata da una delle due protagoniste, Lenù, l’io narrante che svolge con certosina dedizione il suo ruolo di scriba, di chi trascrive diligentemente gli eventi e gli accadimenti, commentandoli e analizzandoli, si dilunga dunque in questi quattro libri distinti, ciascuno dei quali gode comunque di una sua interezza, ognuno di essi è fine a se stesso.
L’esigenza di diluire il racconto in più volumi, dettata certamente dalla necessità editoriale di contenerne le pagine, finisce per rilevarsi un gradevole indice di gradimento dell’opera, ci si trova, infatti, davanti a un raro esempio di un raccontare che si vorrebbe non avesse mai fine.
“L’amica geniale” tira la volata agli altri tre che seguono; esso è forse il più bello, il più incisivo, magari i romanzi successivi vivono soprattutto di luce riflessa dal primo libro della serie, ma l’intera storia merita, si fa leggere volentieri, è una buona storia ben raccontata, è una perla della contemporanea letteratura italiana.
Il lettore s’incanta, resta avvinto, affascinato dalla storia, come sempre dovrebbe succedere alla lettura di un buon libro; ma la Ferrante riesce in un di più, crea quell’atmosfera per cui, girata l’ultima pagina, ci si spiace, ci si resta male, si vorrebbe saperne di più, leggere di più, continuare a stare vicino alle protagoniste, seguendone le vicende direi in religioso silenzio, compartecipazione e trepidazione insieme.
Si badi, non si desidera sapere come va a finire, cosa succederà, non si tratta del fenomeno della fidelizzazione del lettore nei confronti dei personaggi come accade per esempio nelle fiction seriali, questa non è una storia a puntate, ma è la Storia, è il Romanzo, è il Summa dell’arte di scrivere.
Si desidera vivere la storia narrata, lasciarsi cullare dal ritmo ipnotico dello svolgersi dei fatti, centellinare le pagine quasi fosse un nettare, un’ambrosia.
Perciò, “L’amica geniale”, se non un capolavoro, è un’opera straordinaria, è pari se non di più ai grandi classici della letteratura, è una di quelle storie struggenti e delicate insieme, tenere e violente, amare e suadenti, in cui ciascuno riconosce se stesso, ritrova in qualche modo parte di sé, delle sue contraddizioni, i dubbi, le ipocrisie del vivere comune, fa pensare a cosa sarebbe potuta essere la propria esistenza se si fossero compiute scelte differenti, se ai bivi importanti della propria vita si fossero intraprese strade diverse, incontrate altre persone, se si fosse viaggiato altrimenti, ci si fosse allontanati o riuniti a posti e persone, è lo scorrere della vita di ciascuno, con il suo bagaglio di eventi purtroppo più spesso tristi che lieti, che è il vero fulcro ammaliante del romanzo, la sua forza è in questo. E non può perciò annoiare, non ci si stanca mai di sé.
Elena Ferrante non scrive una storia romanzata, fa romanzo della vita, perciò ciascuno è indotto, attraverso il racconto dell’esistenza più spesso misera ma sempre accesa di speranza di Lila e Lenù, a riconsiderare le proprie miserie e i propri agi, le proprie scelte e i propri pensieri, a rievocare i sogni realizzatisi o no, a fare racconto di sé, raccontarsi e redimersi, se si vuole, o semplicemente riconsiderarsi.
Facendo i conti con se stessi, con quello che, in effetti, siamo e quello che invece mostriamo, considerando con interezza il nostro genio interiore e non confondendoci con la nostra doppiezza.
La vita si svolge sempre su un binario doppio, bianco e nero, bene e male, sì e no, la vita ha sempre una valenza binaria; per questo, le ragazze protagoniste sono due, Lila e Lenù, ciascuna di lei ha, come tutti noi, il desiderio, la voglia, la volontà di crescere e cambiare, affrancarsi dal degrado morale e materiale in cui per caso o per volere degli dei si sono trovate a vivere, con metodi e scelte differenti, adeguati al proprio io, o semplicemente ritenute le più efficaci e opportune da seguire.
Lila e Lena sono diverse, e complementari; in realtà, non sono come due sorelle, o come due amiche intime e intensamente vicine e compartecipi, tutt’altro, tra loro c’è anche astio, livore, disagio, timori, litigi, rivalità, ci sono slanci di affetto e periodi di distacco, non per forza vanno sempre d’amore e d’accordo, spesso sono separate per tempi lunghi dalle distanze e dai casi squisitamente personali, nemmeno si dicono e si confidano completamente tutto di sé, molte sono le zone d’ombra che ciascuna cela volutamente all’altra.
Il romanzo non è, infatti, come molti credono, un’elegia dell’amicizia, è un di più: Lena e Lila sono due metà dello stesso essere, le famose metà di un’unica mela, ma con qualche distinguo.
Non sono propriamente complementari, sono intimamente parecchio contrapposte:

“Forse devo cancellare Lila da me come un disegno sulla lavagna, pensai, e fu, credo, la prima volta. Mi sentivo fragile, esposta a tutto, non potevo passare il mio tempo a inseguirla o a scoprire che lei mi inseguiva, e nell’un caso e nell’altro sentirmi da meno.”

Sono un’unica entità, diversa secondo le opportunità che la vita presenta a ciascuna di loro pur essendo tanto intimamente contigue, opportunità che possono venir colte o meno per cause indipendenti da loro stesse; possono essere perciò ambedue brillantissime studentesse ma solo una continuerà gli studi, l’altra interromperà gli studi ma si industrierà in una creativa attività imprenditoriale, a ciascuna di loro la vita riserva differenti seconde scelte, diverse opportunità, alterna fortuna, fortuiti e ridondanti incontri, amori comuni e sentimenti contrastanti.
Tuttavia da qualcosa sono intimamente unite, che le rende un tutt’uno geniale, le due amiche sono inestricabilmente legate dallo stesso spasmodico desiderio di crescere, sono congiunte inestricabilmente dalla voglia di non soccombere al “rione”, cioè a ciò che sentono “molesto” per le loro esistenze e per il loro futuro di giovani donne, desiderano con energia vivere libere e sapienti i loro personali “giorni dell’abbandono”, sono provviste di questa indole, questa volontà, questo “genio”, per cui nessuna di loro due desidera prevaricare ed eccellere sull’altra considerata pari grado, ma ciascuna di esse confida spontaneamente nell’altra e la considera di più, si crea un’alleanza concorde, si conviene saldamente lo stesso pensiero d’evasione dal rione e dai suoi abitanti, dalla miseria e dalle brutture, ognuno di loro pensa dell’altra:

“Tu sei la mia amica geniale, devi diventare la più brava di tutti, maschi e femmine.”

Chi, allora, tra Elena e Lila, Lena e Raffaella. Lenù e Lina, è per davvero l’amica geniale?
Lo è ciascuna delle due, ciascuna a suo modo, ciascuna vede l’altra come il proprio alter ego, e quindi per forza di cose ognuna di esse, diversissima e pure tanto uguale alla sua amica coetanea, è per l’altra il genio, o meglio, colei che ha avuto il “genio”, la voglia, l’ambizione, il desiderio forte, la determinazione per essere altro da ciò che è, tenuto conto da dove viene, e da quello che avrebbe dovuto essere.
Il racconto della loro epopea inizia quando, ormai alla soglia dei sessant’anni e più, Lila, quelle della due più inquieta, irrequieta, ribelle, scompare dalla sua abitazione in Napoli; l’altra, Lena, tranquilla e quieta intellettuale sui generis, pacata, razionale e sentimentale, affermata scrittrice in Torino, decide allora di scrivere la storia delle loro due vite, fittamente intrecciata, attingendo a piene mani dal corposo album dei ricordi di due esistenze tanto legate quanto diametralmente opposte.
Il libro inizia quindi da subito nel delineare la trama del romanzo: il racconto della vita per tanti versi condivisa dalla nascita di due donne, ognuna provvista di un proprio carattere, considerato speciale, geniale, dall’altra.
Ognuna avrebbe voluto essere l’altra: in realtà, si tratta di due caratteri ambedue speciali, unici, singolari, geniali appunto.
Due caratteri altrettanto geniali, quelli di Lila ed Elena, tanto diversi da desiderarsi a vicenda quindi, e da subito, fin da piccolissime, anche se lo capiranno solo più avanti negli anni.
Da subito, dalle prime pagine, Elena Ferrante traccia con chiarezza la sua storia: il suo intento è scrutare nell’animo delle sue protagoniste con pari intensità, e con uguale dedizione descrivere la loro insita “genialità”, certa di assicurarsi in questo modo la simpatia del lettore, nessuno riesce a mostrarsi indifferente alla genialità delle sue protagoniste.
Inizia quindi dalla primissima infanzia prescolare, in cui le due bimbe vicine di casa, loro due tra i tanti bambini del rione in cui abitano, istintivamente si avvicinano, si cercano, si trovano, affinano la loro conoscenza nelle lunghe ore di giochi in cortile con le loro rispettive bambole, Nu e Tina; e con i giochi si scambiano le confidenze, condividono le paure, provano a sfidarsi, si studiano, si cimentano nell’identificarsi l’una con l’altra, il tutto velato dall’incanto che fa dei colloqui dell’infanzia scoperta e fiaba:

«È bello» mormorai, «parlare con gli altri».
«Sì, ma solo se quando parli c’è uno che risponde».

Prosegue a scuola, dove Lina, di carattere introverso, chiuso, aspro, rivela un’istintiva innata genialità espressa nella precoce capacità di lettura e scrittura, mentre Lena, più pacata, riflessiva e remissiva, affina invece le proprie capacità di sacrificio e disciplinata applicazione allo studio.
Il loro rapporto si rifinisce nella condivisione del comune obiettivo di affrancarsi dall’ambiente misero e miserevole in cui vivono, affidandosi allo studio, alla cultura, ai libri, alla scrittura, tutti elementi considerate le uniche autentiche armi a disposizione per sottrarsi dalla cappa di povertà, bisogno ed emarginazione che incombe sul rione dove vivono miseramente, e per converso sulle loro famiglie, sui loro amici, sulle loro esistenze.
La cultura per loro è l’inverso della miseria, la conoscenza, il sapere, l’etica insita nelle letture significa amore, e senza amore l’esistenza non merita di essere vissuta, non ha valore.

“Se non c’è amore, non solo inaridisce la vita delle persone, ma anche quella delle città.”

Tant’è che, venute in possesso di una misera somma con il sacrificio delle loro bambole, la investono segretamente nell’acquisto di un libro, da leggere insieme di nascosto, condividendo quasi come con un senso di segreta colpevolezza il piacere di quella lettura, evento particolare nel loro ambiente rozzo, culturalmente degradato e arretrato non tanto in sé e per sé, ma perché ancora disperatamente alla ricerca della possibilità per tutti i loro abitanti del soddisfacimento dei puri bisogni elementari della vita.
Il libro acquistato con tanto amore e tanti batticuori sarà, manco a farlo apposta, “”Piccole donne” , il piccolo capolavoro di Luisa May Alcott, e con altrettanto amore le due amiche lo leggeranno insieme, ne condivideranno con cura il possesso, lo nasconderanno religiosamente a tutti, ne faranno simbolo e cimelio della loro unione, se ne rileggeranno a vicenda più volte i brani più significativi, fino a consumarne letteralmente le pagine, poiché i loro poveri mezzi non gli permetteranno ulteriori acquisti.
Da questa lettura nascerà il loro primo, intimo segreto di scrivere un libro, di diventare scrittrici e così liberarsi una volta per sempre dal degrado sociale e culturale malsano da cui ciascuna di loro è avvinta suo malgrado, e di cui ognuna di loro desidera liberarsi.
Sarà Lila, forse la più precoce delle due amichette, a compiere un primo passo in questa direzione scrivendo appena bambinetta delle classi elementari “La fata blu”, provvedendo di sua mano con cura e commovente amorevole solerzia a confezionarlo con un’elementare ma elegante veste “editoriale”.
Allora, dalle prime pagine del romanzo sembra essere Lila la vera”amica geniale”; invece, per motivi economici, la piccola deve interrompere gli studi dopo la licenza elementare, la famiglia è troppo bisognosa perché si possa accollare l’onere della scuola, e nonostante gli sforzi e le proteste dell’insegnante, che ben conosce l’intelligenza della piccola, la bimba prodigio è costretta suo malgrado ad abbandonare gli studi.
Sarà Elena, assai più timida, paurosa, remissiva, obbediente e gentile, la prototipa della brava bambina desiderosa solo di compiacere agli adulti, che pur completamente senza fiducia nelle proprie capacità, stimolata solo dalla volontà di non assomigliare crescendo alla misera figura zoppicante e scarmigliata della madre, e supportata da Lila, ad avere la possibilità di continuare gli studi oltre la licenza elementare, un lusso per quegli anni, una cosa incredibile per una ragazza in quel rione.
Ecco che i ruoli si ribaltano, è Lena ora “l’amica geniale”, ma le parti in questa storia non hanno motivo di essere, le due ragazze sono due semisfere, nel corso del tempo le vesti e le mansioni spesso se non sempre si rovesciano, ora l’una ora l’altra giganteggerà nei casi della vita.
In questo primo libro, Lila anche se costretta ad abbandonare gli studi, resterà comunque determinata ad andare oltre lo stradone, oltre il tunnel che limita l’angusto orizzonte del rione.
Al principio si limiterà ad aiutare il padre e il fratello nella bottega di scarpari, e la madre in casa nelle faccende casalinghe, mentre Lenù cercherà, invece, di cambiare il proprio destino attraverso lo studio. Poi, Lila s’industrierà abilmente nella confezione di scarpe creative e originali.
La piccola donna, infatti, non demorde, Lila ha un carattere ribelle, tosto, intraprendente, coraggioso; sa muoversi perfettamente a suo agio, benché piccola e minuta, tra i violenti del quartiere, riesce perciò ad ottenere incredibilmente carisma e rispetto, primeggerà giovanissima in quel rione intimamente intriso di miseria e di contrasti, pieno dell’astio e del livore dei poveri l’un contro l’altro, e delle nefandezze e dell’arroganza degli immancabili potenti e malavitosi del luogo.
Compirà la sua scelta, allora, Lila, credendo che sia l’opportunità migliore che la vita possa offrirle al momento, a soli 15 anni compirà un passo fondamentale, convinta che sia quello giusto indicatole dagli dei per ottenere la rivalsa sociale ed economica tanto ambiti, ma che come vedremo nei romanzi successivi, si rivelerà una scelta effimera, errata e ingannevole, si dissolverà come una bolla di sapone, causa di grandi dolori, strazi e sofferenze future.
Di tutto questo, sarà testimone Lenù, che intanto prosegue i suoi studi, portati avanti con sacrificio e ferrea disciplina personale, con amore e determinazione, in grandi ristrettezze economiche e morali, tra miseria, umiliazioni, libri usati e ore rubate al sonno e agli svaghi.
E avrà genio di raccontarlo minutamente.
“L’amica geniale” è un libro che paradossalmente riconduce a due i personaggi principali, ma presenta invece contemporaneamente una pletora di coprotagonisti, ognuno dei quali con un proprio ruolo e una propria indispensabile caratterizzazione; da Rino Cerullo, fratello di Lila, a Stefano Carracci, figlio dell’ex strozzino e borsanerista del rione; da Pasquale Peluso, muratore e militante comunista, a Enzo Scanno, fruttivendolo silenzioso e intraprendente; dall’ambiguo Donato Sarratore, poeta e giornalista, al figlio Nino, brillante studente, da Melina la pazza ad Antonio Cappuccio, meccanico, fino ai fratelli Michele e Marcello Solara, i piccoli boss camorristi del rione.
Ognuno dei coprotagonisti è come il tassello di un puzzle che configura il “rione” in cui si svolge la storia, il rione è la causa e l’origine della storia stessa, è l’essenza unica del romanzo.
Il rione è il vero protagonista del libro, è il luogo amato perché natio e che ti ammalia, ti costringe nelle sue spire, nei suoi rituali, i litigi, i rancori, gli amici, le bravate, le feste, gli spari del capodanno, cosicché non riesci a staccartene, a rifuggirne; è un luogo, un altrove, cattivo e affascinante insieme, ma è il tuo luogo, che tu lo voglia o no, è tuo, è un luogo dove:

“Vivevamo in un mondo in cui bambini e adulti si ferivano spesso, dalle ferite usciva il sangue, veniva la suppurazione e a volte morivano. Una delle figlie della signora Assunta, la fruttivendola, si era ferita con un chiodo ed era morta di tetano. Il figlio più piccolo della signora Spagnuolo era morto di crup alla gola. Un mio cugino, all’età di vent’anni, una mattina andò a spalare macerie e la sera era morto schiacciato, col sangue che gli usciva dalle orecchie e dalla bocca. Il padre di mia madre era rimasto ucciso perché stava costruendo un palazzo ed era caduto giù. Il padre del signor Peluso non aveva un braccio, gliel’aveva tagliato il tornio a tradimento. La sorella di Giuseppina, la moglie del signor Peluso, era morta di tubercolosi a ventidue anni. Il figlio grande di don Achille – non l’avevo mai visto, eppure mi pareva eppure mi pareva di ricordarmelo – era andato in guerra ed era morto due volte, prima annegato nell’oceano Pacifico, poi mangiato dai pescecani.
Tutta la famiglia Melchiorre era morta abbracciata, urlando di paura, sotto un bombardamento. La vecchia signorina Clorinda era morta respirando il gas invece dell’aria. Giannino, che stava in quarta quando noi eravamo in prima, un giorno era morto perché aveva trovato una bomba e l’aveva toccata. Luigina, con cui avevamo giocato in cortile o forse no, era solo un nome, l’aveva uccisa il tifo petecchiale. Il nostro mondo era così, pieno di parole che ammazzavano: il crup, il tetano, il tifo petecchiale, il gas, la guerra, il tornio, le macerie, il lavoro, il bombardamento, la bomba, la tubercolosi, la suppurazione. Faccio risalire le tante paure che mi hanno accompagnata per tutta la vita a quei vocaboli e a quegli anni. Si poteva morire anche di cose che parevano normali. Si poteva morire, per esempio, se sudavi e poi bevevi l’acqua fredda del rubinetto senza esserti prima bagnata i polsi: succedeva che ti coprivi di puntini rossi, ti veniva la tosse e non potevi respirare più. Si poteva morire se mangiavi le ciliegie nere senza sputare il nocciolo. Si poteva morire se masticavi la gomma americana e per distrazione la ingoiavi. Si poteva morire soprattutto se prendevi una botta alla tempia. La tempia era un posto fragilissimo, ci stavamo tutte molto attente. Bastava una sassata, e le sassate erano la norma.”

Da un posto così, da una vita così, chiunque desidererebbe evadere, scappare via.
Invece no: il romanzo non è solo questo, sarebbe semplicistico, le due amiche geniali non odiano il loro rione, capiscono che è incolpevole dei suoi stessi guasti.
Ciò che denigra il rione è altro, il suo limite, il suo degrado è l’ignoranza, e la protervia che ne deriva.
Perciò il rione è privo di cultura, e quindi necessariamente violento:

“Non ho nostalgia della nostra infanzia, è piena di violenza. Ci succedeva di tutto, in casa e fuori, ogni giorno, ma non ricordo di aver mai pensato che la vita che c’era capitata fosse particolarmente brutta. La vita era così e basta, crescevamo con l’obbligo di renderla difficile agli altri prima che gli altri la rendessero difficile a noi. Certo, a me sarebbero piaciuti i modi gentili che predicavano la maestra e il parroco, ma sentivo che quei modi non erano adatti al nostro rione, anche se eri femmina. Le donne combattevano tra loro più degli uomini, si prendevano per i capelli, si facevano male. Far male era una malattia.”

Il rione è malato, e la cultura è l’unica medicina valida; l’evolversi dell’esistenza deve senza indugio rivolgersi al meglio, al bene, all’amore.
In estrema sintesi, questa e solo questa è l’essenza de “ L’amica geniale” di Elena Ferrante.

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e conosce Elena Ferrante, e a chi desidera conoscerla: non c'è da pentirsene.
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L'amica geniale 2015-05-08 17:32:36 giuse 1754
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giuse 1754 Opinione inserita da giuse 1754    08 Mag, 2015
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L'amica geniale, diventare grandi nella Napoli deg

L’amicizia non è fatta solo di intese, di affetto, di condivisione. È un sentimento complesso, dove trovano posto anche piccole invidie, antagonismi, la necessità di definire la propria identità attraverso la sensazione della propria superiorità o, al contrario, l’amarezza per una sconfitta; anche confrontandosi con le persone che scegliamo per amici, si cresce, si diventa donne, uomini.
Di questo racconta Elena Ferrante ne “L’amica geniale”, dell’amicizia forte e conflittuale tra Lila ed Elena (Lenù), la voce narrante. Le due ragazze si trovano a vivere in uno dei quartieri degradati della Napoli degli anni ’50, dove vige la legge della giungla, quella del più forte o del più ricco. Lina e Lenù decidono che diventeranno ricche scrivendo un libro e affrontano il progetto con grinta e determinazione, studiando e leggendo. Lila lo fa senza alcuno sforzo, la sua intelligenza pronta e intuitiva le permette di stare al passo dell’amica, anzi di esserle superiore, anche quando smetterà di andare a scuola, subito dopo le elementari; Elena con l’applicazione costante.
Intanto crescono, e la trasgressiva creatività di Lila la porterà a compiere una scelta diversa da quella di Lenù. Abbandona i libri per sposare appena diciassettenne un commerciante di qualche anno più vecchio di lei. A quel punto l’amica rivolge le sue attenzioni a Nino, che con la famiglia si è allontanato anni prima dal quartiere e che frequenta l’ultimo anno di liceo. Nino, impegnato socialmente, intellettuale, comincia a essere la pietra di paragone per la crescita professionale e umana di Lenù. Al matrimonio dell’amica sente di far parte della varia umanità del rione, tutta ben rappresentata, “la plebe” come l’aveva definita la maestra Oliviero. “La plebe eravamo noi. La plebe era quel contendersi il cibo insieme al vino, quel litigare per chi veniva servito per primo e meglio, quel pavimento lurido su cui passavano e ripassavano i camerieri, quei brindisi sempre più volgari.” Ma Lenù sente anche di essere diversa: la cultura, i libri, l’hanno cambiata per sempre.
Sta proprio in queste insicurezze adolescenziali, nella continua ricerca della propria identità e del proprio destino, nella solitudine di una situazione intermedia, il sentirsi né carne né pesce, la bellezza del libro. Elena Ferrante mi ha conquistata anche con la sua scrittura fluida e piena, apparentemente mutuata dal parlato, esattamente come fa Lila nella lettera che invia a Lenù, in vacanza a Ischia: “…non lasciava traccia di innaturalezza, non si sentiva l’artificio della parola scritta. Leggevo e intanto vedevo, sentivo lei”. Sul finale l’autrice lascia in sospeso la questione di un paio di scarpe, che rivestono un ruolo importante nella storia. Magari riuscirò a leggere anche il resto della quadrilogia prima che con l’ultimo romanzo vinca lo Strega, sperando che intanto qualcuno scopra l’identità di questa misteriosissima scrittrice che si firma con uno pseudonimo. Qualcuno ha sospettato che si tratti della di Anita Raja, moglie di Domenico Starnone, o di Starnone stesso. Io non so; sono quasi certa, però, che si tratti di una donna, legata a Napoli, sui sessanta, e per il momento mi sentirei di escludere la Laurito.

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L'amica geniale 2015-01-14 13:16:42 RossellaS
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Contenuto 
 
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RossellaS Opinione inserita da RossellaS    14 Gennaio, 2015
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Storia di un'amicizia

In questo libro Elena Ferrante ci trasporta in un quartiere della periferia di Napoli nel secondo dopoguerra, e ce lo fa vivere con lo sguardo della piccola Elena Greco.
Attraverso la bambina,veniamo immersi nell'atmosfera del rione, fatta delle persone che li vivono, lavorano, si innamorano, e le cui vicende osservate con la lente della quotidianità, oltre a tenerci incollati alle pagine del libro, fanno da parte attiva nella vita di Elena, che pian piano abbandonando il mondo dell'infanzia impara a conoscere la realtà dell'esistenza.
Subisce e teme il potere per lei oscuro e quasi mitologico della camorra attraverso don Achille il personaggio più temuto del luogo, osserva sgomenta la pazzia della vicina sedotta e abbandonata Melina, è intimorita e attratta dai giovani fratelli Solara, cerca autonomia dalla figura materna che le appare come un cupo presagio del suo futuro. Ogni persona, ogni unità familiare contribuisce a rendere viva la trama sociale del luogo.
Ma soprattutto,Elena cresce e cerca il suo posto nel mondo, per lei sconosciuto oltre il rione, insieme all'amica Lila, sicuramente il personaggio più importante e vivo della storia. Coprotagonista, antagonista? Il personaggio di Lila sfugge a una precisa definizione, ci cattura con la sua viva intelligenza, ci sorprende col suo temperamento volitivo e mai ordinario, ci costringe a cercare di comprendere le sue decisioni,ci affascina per come, pur subendo le ristrettezze materiali e sociali del piccolo sobborgo, ne esca sempre fiera e dignitosa.
Con lei, contro di lei, per superarla, per esserle al passo, Elena compie tante scelte e gioisce, soffre, si emoziona nell'inseguimento costante dell'amica, che sembra sfuggire a ogni classificazione nel quartiere, emanare un aura peculiare che seduce e ammalia suo malgrado chi le è accanto.
Le vicende prendono avvio dall'infanzia delle due bambine, proprio dalla nascita della loro amicizia, e si concludono alla loro adolescenza, quando ormai ci sentiamo così calati nel libro come fossimo noi stessi abitanti del quartiere.
Questo libro sembra contenere elementi biografici della scrittrice, non si hanno notizie certe della biografia di Elena Ferrante, se non la sua città natale, Napoli appunto, per cui viene naturale riconoscere nella giovane sua omonima protagonista e aspirante scrittrice, una traccia della vita dell'autrice.

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