L'arminuta L'arminuta

L'arminuta

Letteratura italiana

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Ci sono romanzi che toccano corde così profonde, originarie, che sembrano chiamarci per nome. È quello che accade con L'Arminuta fin dalla prima pagina, quando la protagonista, con una valigia in mano e una sacca di scarpe nell'altra, suona a una porta sconosciuta. Ad aprirle, sua sorella Adriana, gli occhi stropicciati, le trecce sfatte: non si sono mai viste prima. Inizia così questa storia dirompente e ammaliatrice: con una ragazzina che da un giorno all'altro perde tutto - una casa confortevole, le amiche più care, l'affetto incondizionato dei genitori. O meglio, di quelli che credeva i suoi genitori. Per «l'Arminuta» (la ritornata), come la chiamano i compagni, comincia una nuova e diversissima vita. La casa è piccola, buia, ci sono fratelli dappertutto e poco cibo sul tavolo.

Recensione della Redazione QLibri

 
L'arminuta 2017-02-19 19:45:13 silvia71
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silvia71 Opinione inserita da silvia71    19 Febbraio, 2017
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Il ritorno

Semplicemente bello, amaro, struggente, incisivo.
L'ultimo romanzo di Donatella Di Pietrantonio brucia come sale su ferite aperte, parla di figli e di genitori, di incontri ed abbandoni.

Lei non possiede un nome di battesimo ma è detta da tutti i paesani “arminuta”, la ritornata.
Scaricata come una merce da chi ha sempre considerato genitori, passata dal calore della propria casa al gelo di un focolare sconosciuto, catapultata in un mondo aberrante per lei, tredicenne vissuta tra coccole, agi e serenità.
La nuova casa è popolata da persone diverse, che parlano solo dialetto, che lottano ogni giorno con un demone chiamato miseria, che si azzuffano per due rigatoni al sugo, che condividono pochi metri quadri tra odori nauseabondi e grigiore.

Quello narrato dall'autrice è un salto nel vuoto come solo può essere lo sradicamento di un'adolescente, un evento complesso da immaginare e da rendere a parole; eppure l'effetto prodotto dalle immagini dipinte è poderoso, tanto da provocare uno stillicidio doloroso dalla prima all'ultima pagina.
La voragine emotiva narrata è generata dall'intreccio dell'assenza improvvisa e immotivata di coloro che ti hanno cresciuto e amato e dall'apparire altrettanto veloce di due persone che scopri averti generato e ceduto e di fratelli e sorelle estranei.
E' complicato parlare di temi forti e scottanti di questo tenore, sottolineando gli stati d'animo di ogni personaggio e delineando le infinite sfumature legate ad uno sguardo, ad una lacrima, ad un gesto quotidiano.
Grande prova di scrittura dell'autrice abruzzese, dotata di una penna affilata e tagliente come una lama, una scrittura sintetica che riesce ad intrappolare su di un rigo emozioni, lacerazioni e sogni infranti.
Un tema pesantissimo, come il mondo che crolla sulle fragili spalle di un'adolescente, scopre altri nervi scoperti, come le dinamiche familiari ambientate negli anni Settanta in un contesto rurale e genuino. Altro merito dell'autrice è di aver fotografato un pezzetto di Italia, contestualizzando la storia nel suo natio Abruzzo, riportando alla nostra memoria immagini in bianco e nero di una nazione tra crescita e difficoltà, dove non tutti potevano permettersi una giornata in spiaggia ed un piatto di frutti di mare.
Un'Italia di braccianti e di operai che fatica a portare il pane a tavola, che appare arida e priva di sentimenti, ma sotto una scorza dura ci sono cuori che battono per le disgrazie ed i dispiaceri che la vita porta sempre con sé.

Tante le lacrime eppure tanta dignità nel corso di tutta la narrazione, evitando la ricerca di sensazionismo ma facendo assaporare genuinità e naturalezza, senza artifici.
Un romanzo senza vincitori, c'è chi ha scelto e chi ha subito, ma tutti insieme ingrossano le fila dei vinti.

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L'arminuta 2018-12-16 21:41:16 luvina
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luvina Opinione inserita da luvina    16 Dicembre, 2018
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Riportata

Questo romanzo di Donatella di Pietrantonio è stato un caso letterario, poi vincitore del Premio Campiello 2017. E’ ritenuto quasi unanimamente un piccolo capolavoro ma, anche se a malincuore, devo dissentire. Il romanzo è scritto bene, la storia è toccante, la lettura interessante, ma l’impressione è che tutto rimanga in superficie; manca l’approfondimento psicologico, la caratterizzazione dei personaggi è solo accennata, non va mai veramente a fondo. La di Pietrantonio mette davanti al lettore un tema importantissimo come la maternità (ma anche l’affido dei bambini) senza riuscire però a scuoterlo, a far sì che si ponga delle domande o almeno che sia partecipe. In due parole questo romanzo manca di passione, non mi ha emozionata e dopo qualche giorno di sedimentazione della lettura mi sono accorta che non mi è rimasto nulla. Credo che tutto questo sia dovuto tanto alla scrittura scarna, tagliente, senza fronzoli ma forse troppo povera che alla brevità del romanzo stesso, un po’ più di pagine non avrebbe guastato. A scusante della scrittura si può dire che il racconto è fatto dall’ arminuta stessa che è una bambina di 13 anni e quindi l’autrice si è dovuta calare nel linguaggio proprio di quell’età anche se, ripeto, rimane molto distaccato; interessante invece è la mescolanza di dialetto e italiano che da verve alla prosa risultando comunque leggibilissimo. La storia inizia con una bambina che viene rimandata alla sua famiglia naturale da quelli che credeva essere i suoi veri genitori; in un attimo la sua esistenza viene stravolta: passa da una vita agiata e piena di attenzioni a quella povera sia di denaro che di sentimenti della nuova donna che lei non riuscirà mai a chiamare mamma. Al posto della sua cameretta con i poster trova uno stanzone dove tutti dormono insieme, i genitori e gli altri fratelli, tre grandi, un bambino piccolo e una femmina, la piccola Adriana. E’ proprio lei che illumina con la sua figura questo libro, lei che dal primo momento la riconosce come parte di sé, la prende per mano e l’aiuta a vivere e a difendersi in quel mondo così ostile e sconosciuto. Il fratello più grande, Vincenzo, non la riconosce invece come suo sangue e se ne innamora come donna, in realtà innamorandosi di quello che a lui manca, di quello che lui non avrebbe mai potuto essere. Molto suggestiva è la giornata che i tre passano al mare. L’azione si svolge negli anni ‘70 in Abruzzo (il dialetto è quello, arminuta significa ritornata) tra un paese di montagna e la “città di mare” dove viveva prima; ma perché i genitori l’hanno rimandata indietro? E perché la prima madre, pur non volendo più né vederla né parlarle, l’aiuta con doni e denaro? E’ forse malata? Tutte queste domande avranno naturalmente una risposta, una triste, vigliacca risposta. A mio avviso la figura della madre “adottiva” è veramente spregevole, cosa che viene confermata nel troppo affrettato finale. Alla fine si dimostra una “donnetta” differentemente dalla madre naturale che, nella miseria, ha dovuto fare a suo tempo una scelta dolorosissima pensando che fosse per il bene. I genitori naturali sanno che la loro è una bambina speciale, la trattano con rispetto e hanno il loro modo rude di dimostrarle amore, quasi non credono che sia figlia loro tanto è diversa –“..sulla porta mia madre aveva avuto un ripensamento e si era voltata indietro. “alla scuola non ci so andata, ma stupida io non ci sono professore’ l’ho capito pure da sola che essa tiene il cervello per lo studio” Mi toccava la testa parlando… “ Vedo come posso arrangiarmi e la faccio continuare”…”-.
Non sapremo mai il nome de l’Arminuta: un nome implica che si è un individuo, lei invece per tutti i suoi genitori è stata solamente un fardello.

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L'arminuta 2018-11-27 13:24:55 Virè
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Virè Opinione inserita da Virè    27 Novembre, 2018
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Un vortice di emozioni

Vincitore del Premio Campiello 2017, ancora una volta le scelte della giuria mi consegnano un libro che lascia il segno come pochi.
Poche pagine intense e struggenti, che, affrontando un tema difficile e complesso, si rivelano in grado di toccare corde profonde come tomi ben più voluminosi spesso non riescono a fare.
L'"arminuta" è sinonimo di ritornata, soprannome dato alla ragazzina protagonista che,adottata da parenti dei genitori che non potevano avere figli, all'età di tredici anni viene riportata dalla famiglia naturale, senza troppe spiegazioni. Dalla vita agiata di città, di figlia unica amata e perfettamente educata,si ritrova catapultata da un giorno all'altro in un paesino di montagna, con una famiglia numerosa e in difficoltà economiche, dove si "tira avanti" e i rapporti sono fatti di poco dialogo e molta violenza. La mancanza di rapporto con la madre naturale, quasi del tutto anaffettiva e l'improvvisa sparizione della mamma adottiva, la lasciano smarrita, in cerca di risposte e di un nuovo equilibrio quasi impossibile da raggiungere, di fronte all'incapacità di rassegnarsi.
Con un linguaggio schietto ed immediato,sintetico ed incisivo,che mescola perfettamente italiano e dialetto,la scrittrice colpisce il cuore del lettore, ne fa vibrare le corde fino alle lacrime, portandolo dentro le sensazioni, lo smarrimento, la tristezza e la rabbia, l'ostinazione e la desolazione, la solitudine della protagonista.
Impossibile non essere coinvolti e solidali con questa ragazza rimasta senza madre eppure alla ricerca di punti di riferimento, avendo perso il più importante. La sua voce, narrando la storia che la vede protagonista, passa dal passato al presente, presentando un'adulta la cui vita sarà per sempre segnata dal dolore profondo subito in un'età tanto delicata come quella dell'adolescenza. I personaggi che la circondano, spettatori silenziosi e quasi incuranti del dramma che si sta consumando, presentano ed esaltano alla perfezione la contrapposizione delle due realtà, quello di città e quello di paese, quello di persone benestanti, educate ed istruite, contro quello di gente modesta che vive alla giornata, barcamenandosi tra poco denaro,poca cultura e tanti figli, difficili da educare ed inesauribile fonte di preoccupazione. Lo sguardo della protagonista, abituata a vivere in uno di questi mondi ed ignara dell'esistenza dell'altro, accentua ancor più le differenze tra stili di vita contrapposti e caratteri forgiati inevitabilmente dalle difficoltà,spigolosi e duri come la roccia della montagna in un caso, luminosi come le vetrine delle strade di città che mostrano una realtà falsata.
Un perfetto equilibrio, un vortice di emozioni, un linguaggio pulito che colpisce dritto al cuore e personaggi che non possono lasciarti indifferenti, insomma un insieme di caratteristiche che rendono questo un libro bellissimo e consigliatissimo.

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Lo spazio bianco - Valeria Parrella
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L'arminuta 2018-10-02 08:12:07 Valerio91
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Valerio91 Opinione inserita da Valerio91    02 Ottobre, 2018
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Le madri perdute

Era da tempo che volevo leggere questo libro. Dopotutto, durante i miei giri in libreria sembrava attirarmi a sé in tutti i modi: la sua ubiquità, la copertina con quella ragazzina dallo sguardo magnetico, il titolo particolare, la fascetta del Premio Campiello; tutto sembrava gridare nella mia direzione: "Comprami! Leggimi!". Alla fine l'ho fatto, per dirvi quanto possa essere importante per un libro anche il modo in cui ti viene messo davanti agli occhi. Quando l'ho iniziato, infatti, non ero ben consapevole di cosa stessi andando a leggere, l'ho scoperto pian piano.
Poi ho scoperto che l'Arminuta è una parola del dialetto abruzzese che sta per "La ritornata". Quello di Donatella di Pietrantonio, infatti, è la storia di un ritorno e di un abbandono (o forse più di uno?). Lo stile dell'autrice è sicuramente particolare, che in certi tratti si avvale del dialetto abruzzese per caratterizzare la storia e dare un tocco di unicità all'ambiente e ai personaggi, senza mai risultare incomprensibile né richiedere un impegno particolare.
La cosa che più mi ha affascinato, tuttavia, sono i legami che l'autrice crea tra i personaggi: ben descritti, ben differenziati in base alle persone legate, credo siano il vero punto di forza di questa storia. Non si può non provare empatia e tenerezza per il rapporto che si crea tra la nostra protagonista e la sua "nuova" sorella; un rapporto d'amore sincero germogliato nel bel mezzo della lordura: "un fiore improbabile, cresciuto su un piccolo grumo di terra attaccato alla roccia".
Sono convinto, tuttavia, che questa storia possa emozionare di più le persone che hanno vissuto traumatici abbandoni; persone che siano maggiormente in grado di immedesimarsi nella protagonista e provare empatia per lei. Ecco, credo che questa sia quello che distingue un buon libro (quale è L'Arminuta) da un capolavoro: il grande scrittore si vede da come riesce a raccontare qualcosa in modo che il lettore la senta sua, anche se è un'esperienza che non ha mai vissuto. Molti grandi scrittori del passato erano d'accordo su quest'aspetto e anch'io, da lettore, sono d'accordo. Questo è quel che manca a "L'arminuta".
Inoltre, ho avuto anche qualche perplessità a livello narrativo, soprattutto per quanto riguarda i comportamenti di alcuni personaggi, in particolar modo la madre adottiva della protagonista.

La nostra protagonista è una ragazzina che, improvvisamente, è costretta a tornare dalla sua vera madre. Sì, perché la sua vera madre (che aveva già fin troppe bocche da sfamare), l'aveva affidata a una sua parente che non era in grado di avere figli. Ma adesso le cose sono cambiate; la sua famiglia adottiva non può più tenerla per motivi misteriosi (che scopriremo verso la fine) e la nostra protagonista è costretta a tornare dalla sua "vera" famiglia. Peccato che le cose siano molto diverse dal passato. Abituata a vivere in mezzo agli agi, a ricevere un'ottima educazione e a godersi il mare e la parte migliore della città, adesso l'arminuta si ritroverà a vivere di stenti. Il cibo è una rarità, l'igiene piuttosto precario, mentre l'affetto è una cosa di cui si deve fare praticamente a meno. La sua vera famiglia non è quello che si definirebbe un tranquillo focolare, bensì un gruppo di persone riunite tra quattro mura scrostate in cui ci si guadagna ogni cosa col duro lavoro e in cui la disciplina è impartita a suon di ceffoni.
Nulla si salva in quell'ambiente; nulla, a parte quel fiore cresciuto nell'oscurità e che rappresenta l'unico vero tesoro in un mare di melma.

"Nel tempo ho perso anche quell'idea confusa di normalità e oggi davvero ignoro che luogo sia una madre. Mi manca come può mancare la salute, un riparo, una certezza. È un vuoto persistente, che conosco ma non supero. Gira la testa a guardarci dentro. Un paesaggio desolato che di notte toglie il sonno e fabbrica incubi nel poco che lascia. La sola madre che non ho mai perduto è quella delle mie paure."

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L'arminuta 2018-08-19 17:18:47 Cristina72
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Cristina72 Opinione inserita da Cristina72    19 Agosto, 2018
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Chissà

Filo conduttore del romanzo è il tema dell'abbandono, che all'inizio la scrittrice dipana con una certa abilità. Si intuiscono emozioni realmente vissute, vecchie pagine di diario riprese, episodi autobiografici rielaborati.
La prima parte è densa di realismo e i segni che la miseria lascia nell'anima e nel corpo dei personaggi arrivano senza filtri, così come le sensazioni controverse che suscitano.
Poi le tinte forti si attenuano, o per meglio dire si annacquano, la trama accusa qualche forzatura, risente di un certo sentimentalismo e diventa un tantino autoreferenziale.
Più di un lettore apprezzerà la svolta buonista, ma di fatto la narrazione perde in mordente e qualità.
Perché virare su contenuti da fiction televisiva quando con un po' di coraggio si poteva realizzare un'opera letteraria di spessore? Esigenze commerciali o talento limitato? Chissà.

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L'arminuta 2018-04-15 14:10:28 Pelizzari
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Pelizzari Opinione inserita da Pelizzari    15 Aprile, 2018
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Sentirsi di nessuno

Romanzo breve che trasuda italianità, con intercalari in dialetto che lo rendono vivo e parlante. Lo stile è fatto di parole schiette, scabre, che ben descrivono gli strappi della vita che la bambina protagonista del libro ha dovuto subire. Il libro ci racconta il suo punto di vista, la sua voglia di accettazione, la sua voglia di amore, la sua voglia di calore. E tutto questo passa attraverso momenti di infinita malinconia e solitudine, come quando la senti dire che si sente un pacco, come quando assisti al momento in cui si accende una candelina su una pasta per festeggiare, da sola, il suo compleanno, come quando ti racconta che sul cuscino trova sempre un grumo di fantasmi, come quando senti tutte le sue domande, tutti i suoi perché. Il mondo le fa cadere in testa tutti i pezzettini in cui si è rotto. Le sue domande bruciano in bocca. Ma queste pagine, che sono intrise, a modo loro, di sentimenti molto forti, sono anche un messaggio di quanto la vita è capace di renderci forti.

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L'arminuta 2018-03-18 09:44:07 ornella donna
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ornella donna Opinione inserita da ornella donna    18 Marzo, 2018
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Una donna "ritornata"

Una storia dirompente ed ammaliatrice con una ragazzina che da un giorno all’altro perde tutto: casa, amiche, affetto incondizionato dei genitori. Comincia per lei, l’Arminuta (la ritornata) una nuova e diversissima vita. Un’autrice che possiede le parole per dire l’abbandono, affrontare il tema della maternità, della responsabilità, della cura con rara intensità espressiva. Una storia senza tempo in un mondo dal sapore antico dove si mescolano brutalità ed arretratezza. La ragazza ritorna ai genitori naturali dopo essere stata allevata per anni da quelli che riteneva i suoi genitori. Trova fratelli ovunque, poco cibo, biancheria sporca. Comincia una silenziosa ricerca della verità. Le madri risultano essere fragili, ambivalenti, imperfette, pur se perdonabili. Solo la complicità con la sorella Adriana rinfranca la protagonista che racconta la delusione, il rancore, la paura, l’incapacità di adattamento ad un ambiente estraneo. Una scrittura sintetica intrappola emozioni, sogni infranti, lacerazioni, una vertigine emotiva inserita in un contesto rurale e genuino, l’Abruzzo, terra ruvida e aspra, dove si congiungono lacrime e dignità. Costruito sul dolore della perdita e il desiderio di inclusione, il romanzo è bello, amaro, e struggente. Particolarmente intenso, senza sbavature, sa intrappolare emozioni forti, raccontare le storie dei “vinti” e la solidarietà tra donne, acido ma accogliente, sa toccare corde profonde con rara elasticità dialettica. Ricco di incursioni dialettali e geografiche, affianca alla dolcezza del mare, l’asprezza dell’entroterra montuoso. Coniuga memoria ed oblio con parole scabre e schiette,
“una grana spigolosa piena di luce.”
Un libro di rara intensità e fascino.

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L'arminuta 2017-11-30 22:40:23 Elena72
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Elena72 Opinione inserita da Elena72    01 Dicembre, 2017
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le due madri

Una voce narrante di cui non sapremo mai il nome racconta la sua dolorosa storia, fatta di abbandoni e di ritorni, di dubbi e di sconcertanti verità.
Siamo in Abruzzo, negli anni Settanta: dopo tredici anni una bambina viene inspiegabilmente riconsegnata alla sua prima, vera, madre. La donna che fino a quel momento si è occupata di lei e che la bimba ha da sempre chiamato mamma, ora non può più tenerla con sé. La famiglia a cui è stata restituita la vede come un'estranea e la tratta con una certa ostilità. Cresciuta nel benessere della città, tra lezioni di nuoto e di danza, brava a scuola e sempre ben vestita, la ragazza si ritrova, apparentemente senza un valido motivo, in un'abitazione malmessa e sovraffollata, sporca e maleodorante; è stata lasciata come un pacco in mezzo a persone che parlano solo il dialetto e usano tra loro modi bruschi, se non addirittura violenti. Il cibo a tavola scarseggia, i fratelli la imbarazzano e il maggiore, Vincenzo, la considera già una donna alla quale rivolgere le sue attenzioni. Solo la piccola Adriana, la sorellina di appena dieci anni, si lega fin da subito alla “ritornata” regalandole tutto ciò di cui lei ha bisogno: affetto, protezione, complicità.
La storia de “L'arminuta” è la ricerca di una verità che si stenta a comprendere e che ancora più difficilmente si riesce ad accettare.

Ho letto questo libro tutto d'un fiato: non sono riuscita a staccarmene fintanto che non sono arrivata all'ultima riga. Il modo di scrivere dell'autrice è molto coinvolgente: asciutto, ma così incisivo e tagliente da far chiaramente percepire tutto il dolore, la solitudine, il senso di colpa, la vergogna della protagonista. Insieme a lei sono rimasta sconvolta dalla povertà umana e materiale della sua famiglia d'origine, mi sono commossa di fronte alle tragedie che l'hanno colpita, mi hanno intenerita i gesti generosi della piccola Adriana. L'aspetto che più ha destato la mia coscienza è però quello relativo alle figure delle due madri. Ho continuato a pormi delle domande su di esse, sui motivi delle loro scelte. Seppur di estrazione sociale e culturale diversa, hanno agito in modo simile, rinunciando, di fatto, ad una figlia. In un primo momento non ho potuto che disprezzarle, poi ho colto in esse il dramma di una scelta sofferta e senza via d'uscita. Sono vittime, come la protagonista, di una mentalità ottusa e maschilista che anziché mettere in primo piano i bambini, preferisce salvaguardare le convenzioni, il perbenismo e gli egoismi degli adulti. Ma anche nelle situazioni più buie ci sono episodi che riportano luce e speranza. Amiche, vicine, insegnanti: tante sono le occasioni, anche in questo libro, in cui la solidarietà femminile crea una rete di aiuto e di sostegno; credo che l'autrice abbia voluto lasciarci questo messaggio: le donne riescono sempre a trovare la forza per superare le difficoltà. "Avevo dentro, oltre la paura, una forza luminosa" (p. 109)
Ogni donna può essere una buona madre, sia che abbia figli propri, sia che si occupi di creature da lei non direttamente generate purché sappia davvero accogliere le esigenze dei più piccoli che chiedono innanzitutto di essere ascoltati.

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L'arminuta 2017-11-08 10:11:18 Daniela Metteo
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Opinione inserita da Daniela Metteo    08 Novembre, 2017

La "restituita"

In un Abruzzo di qualche decennio fa la vita di una ragazzina di 13 anni viene sconvolta da un avvenimento inatteso: viene restituita dai genitori che, fino a quel momento, ha creduto tali alla sua vera famiglia di cui non conosceva l’esistenza.

"Restavo orfana di due madri viventi. Una mi aveva ceduta con il suo latte ancora sulla lingua, l’altra mi aveva restituita a tredici anni".

Scaricata come una merce da chi ha sempre considerato genitori inizia, per colei che sarà chiamata da tutti “L’arminuta”, la restituita, una vita completamente diversa da quella precedente. Da un giorno all’altro, senza apparente motivo, perde tutto: l’affetto incondizionato dei genitori, una casa confortevole, le amiche più care, una vita normale. Passa dal calore della propria casa in una cittadina sul mare al gelo di un focolare sconosciuto, in un paesino di campagna, catapultata in un mondo che la priva degli agi, della serenità.

 "Ero figlia di separazioni, parentele false o taciute, distanze. Non sapevo più da chi provenivo".

Ora vive in una casa piccola, buia, con tanti fratelli di cui non conosceva l’esistenza e che parlano solo dialetto, poco cibo a disposizione ed una madre che non l’ha mai accettata, e una bocca in più da sfamare è un problema per chi lotta quotidianamente con un demone chiamato miseria.

"Io non conoscevo nessuna fame e abitavo come una straniera tra gli affamati. Il privilegio che portavo dalla vita precedente mi distingueva, mi isolava nella famiglia". 

Nessuno si accorge di lei, nessuno si ricorda del suo compleanno

"I genitori l’avevano scordato nel tempo trascorso senza di me e Adriana ignorava la mia data di nascita".

"Nel tempo ho perso anche quell’idea confusa di normalità e oggi davvero ignoro che luogo sia una madre. Mi manca come può mancare la salute, un riparo, una certezza. È un vuoto persistente, che conosco ma non supero. Gira la testa guardarci dentro. Un paesaggio desolato che di notte toglie il sonno e fabbrica incubi nel poco che lascia. La sola madre che non ho mai perduto è quella delle mie paure.”

Ma in questo deserto affettivo unico conforto è la presenza della sorellina Adriana che divide il letto con lei e riesce a colmare il vuoto scavato nel suo cuore. Pian piano si instaurerà tra di loro una complicità che le darà la spinta per andare avanti.

Una storia di abbandoni scritta in maniera incisiva che penetra nell’anima.

Meritatissimo Premio Campiello 2017.

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L'arminuta 2017-09-20 14:02:17 MCF
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MCF Opinione inserita da MCF    20 Settembre, 2017
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Storia di un abbandono

Ho comprato il libro perché mi ha incuriosito il titolo e perché mi è stato consigliato da conoscenti, lettori appassionati ma critici.

E' una storia ambientata in una realtà di miseria dove i sentimenti sembrano scarsi come i soldi; la protagonista è una bambina che viene adottata da una zia benestante; ma quando è adolescente, viene restituita alla famiglia d'origine senza spiegazioni. Naturalmente soffre molto del distacco da quella che reputava la sua vera madre; si convince che ci fosse un motivo grave perché non vuole dubitare dell’affetto di chi l’ha allevata fino ad allora. Ora deve chiamare mamma e papà i suoi genitori originari, due estranei poveri e ignoranti; e, da figlia unica quale era, si trova ad avere quattro fratelli rumorosi; per fortuna riesce a stabilire un rapporto di complicità con due di loro, Adriana e Vincenzo.

È il diario amaro di un’arminuta* che si sente respinta, abbandonata, ignorata dalla persona di cui si fidava di più. A volte gli adulti tacciono una verità scomoda per comodità o paura di ferire; ma così facendo, causano grandi sofferenze e minano l'autostima di chi le subisce.

Il romanzo non si limita alla protagonista e ai suoi sentimenti ma descrive la realtà in cui viene a trovarsi, una realtà dura, grama, difficile da vivere e da accettare; c’è chi lavora duramente e chi cerca di fare soldi in altri modi per sfuggire al destino dei genitori e delle persone che lo circondano.

Dal testo: "Solo a pochi passi l'ho vista e mi sono fermata di colpo. Occupava una sedia alta, dallo schienale rozzamente intagliato, come un rustico trono all'aperto. Era vestita di un grembiulone abbottonato sul davanti, del colore dell'ombra che la copriva. Sono rimasta lì a guardarla, incantata dalla sua fiabesca imponenza". (a pagina 112).
"Sono rimasta sulla sedia, senza aiutarla. Il principio di una rabbia feroce lievitava nello stomaco. All'inizio mi ha tolto le forze, risucchiato il sangue da ogni vena. Mi sono sfilata le scarpe con una fatica da vecchia stanca. Ho lisciato un attimo il raso, le ho annusate dentro cercando l'odore spensierato dei piedi di una volta. All'improvviso, come per un'iniezione dall'effetto istantaneo, un'energia distruttiva mi ha invaso". (a pagina 99)
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"Acciao" di Silvia Avallone, "Il piatto dell'angelo" di Laura Pariani
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L'arminuta 2017-08-08 16:20:16 Chiara77
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Chiara77 Opinione inserita da Chiara77    08 Agosto, 2017
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L'abbandonata

L'Arminuta: la ritornata. Questo il titolo del bellissimo romanzo di Donatella Di Pietrantonio. Leggendo però mi verrebbe da aggiungere: l'abbandonata. E' la storia infatti di una ragazzina di tredici anni che viene abbandonata due volte, da due famiglie, da due madri viventi.

La protagonista si racconta e ci racconta la sua terribile, sconvolgente e incomprensibile esperienza con un linguaggio diretto in una prosa essenziale e ipnotica. Bastano poche parole e siamo già dentro il racconto, che si svolge in Abruzzo, nel 1975. Non si riesce a smettere di leggere: siamo di fronte ad uno di quei riuscitissimi romanzi in cui una vicenda toccante, drammatica e commovente si sposa con modo di raccontare coinvolgente e trascinante. Ci troviamo in casa con l'Arminuta, tra piastrelle sporche, ragazzi affamati e genitori che sanno comunicare solo con le botte. Ma non siamo cresciuti lì: perché siamo lì? Se fino al giorno prima avevamo altri genitori, un'altra casa, vivevamo in un'altra città, con altri amici...
Qualunque essere umano rimarrebbe sconvolto, ed è quello che succede anche alla piccola Arminuta, che non finisce mai di chiedersi il perché di ciò che le sta accadendo.

Nella desolazione affettiva e comunicativa in cui viene scaraventata, la nostra protagonista troverà un appiglio a cui aggrapparsi per non annegare nell'infinito mare della solitudine e dell'abbandono: una sorellina minore, Adriana: così insicura e bisognosa d'amore ma anche così pratica e pronta alla vita.

Tutte le figure genitoriali escono sconfitte dalla storia narrata: incapaci e resi cattivi da un egoismo esasperato, in egual misura i “benestanti” ed i poveracci. Gli altri adulti sono comunque impotenti e non hanno i mezzi per alleviare la sofferenza di molti ragazzi avviati ad un destino di sofferenze e morte.

Un romanzo che ci mette di fronte ad una situazione estrema e incomprensibile che però riconosciamo subito come possibile e verosimile; allora non possiamo che essere con l'Arminuta e Adriana: andiamo avanti, non smettiamo di sperare, ci attacchiamo alle poche persone buone ed umane che incontriamo sulla nostra strada.

“Ci siamo fermate una di fronte all'altra, così sole e vicine, io immersa fino al petto e lei al collo. Mia sorella. Come un fiore improbabile, cresciuto su un piccolo grumo di terra attaccato alla roccia. Da lei ho appreso la resistenza. Ora ci somigliamo meno nei tratti, ma è lo stesso il senso che troviamo in questo essere gettate nel mondo. Nella complicità ci siamo salvate.”

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