Narrativa italiana Romanzi Le cose che bruciano
 

Le cose che bruciano Le cose che bruciano

Le cose che bruciano

Letteratura italiana

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Furibondo per la bocciatura di un suo brillante progetto di legge, Attilio abbandona la carriera politica e si ritira in montagna, tra boschi e trattori. Condivide le sue giornate con la piccola comunità agreste che lo circonda: la vita all’aperto è la sua guarigione. Ma i ricordi incombono. Hanno la forma immateriale dei rapporti personali irrisolti, delle parole sprecate in televisione, delle occasioni perdute quando viveva in società. E hanno l’ingombro fisico degli oggetti che il passato ha accumulato attorno a lui. Casse e casse di libri, lettere, fotografie, documenti, mobili tarlati, cianfrusaglie. Il canapè di zia Vanda, liso e minaccioso, è il condottiero indiscusso di quello che Attilio considera un esercito invasore. Vorrebbe liberarsi di quelle cataste e comincia a progettare roghi, per ridurre in cenere il lascito delle vite altrui. Sogna leggerezza, un cammino più spedito, più libero, sollevato dal ricatto della memoria. Fatalmente, brucerà quello che non avrebbe dovuto bruciare, in un finale di partita segnato dal classico colpo di scena e dominato dalla presenza delle donne: una moglie sempre in viaggio, la sorella femme fatale, la vicina di casa bulgara. Attraverso l’eroe attaccabrighe e insofferente del romanzo, Michele Serra guarda allo spirito dei tempi facendone emergere la rabbia, l’inconcludenza, la comica mediocrità. Ma anche le piccole illuminazioni che salvano la vita.

Recensione della Redazione QLibri

 
Le cose che bruciano 2019-04-12 16:23:39 Mian88
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Mian88 Opinione inserita da Mian88    12 Aprile, 2019
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"Attilio contro tutti" in esilio volontario a Rocc

Il suo nome è Attilio Campi, ha quarantotto anni, vive a Roccapane, fittizia località ove le vicende sono ambientate, e coltiva zafferano. Indossa un vecchio giaccone, una pazzesca giacca con i revers sciallati, assolutamente inadatta a uno statista ed è l’autore di una legge, avente ad oggetto un’uniforme obbligatoria, nelle scuole di ogni ordine e grado, che avrebbe cambiato in meglio questo paese ma che è stata brutalmente bocciata. Perfino dai membri del suo stesso partito, che sono stati i primi a non comprenderne il senso, a non apprezzarne i risvolti.
Ha una sorella di nome Lucrezia che vede, quando va bene, un paio di volte l’anno e che vive a Londra con il terzo marito e due figli di cui uno drogato e, attualmente, a fargli compagnia tra i campi e la natura, vi sono una Bulgara, che ha risolto la faccenda del canapè di zia Vanda, e un ex tossico, Severino, che puzza di capra e che gli sta facendo un corso accelerato di redenzione. Ad aggiungersi a questo caleidoscopio di personaggi, Gavanin Saverio, in arte Beppe Carradine, con i suoi sermoni e filosofeggia-menti contrastati dall’enunciazione del nome di ogni albero esistente da parte dell’eclettico protagonista e il pastore Federico Pozzi che dovrà vedersela, per ragioni che non preannuncio, con le nuove leggi sull’immigrazione.

«Come se mi avesse toccato l’angelo della quiete. Tutto si allenta e mi torna in mente quando, molti mesi fa, in piedi accanto al bosco, nel mezzo della notte, guarii dall’ansia di avere ragione uscendo per sempre, con un clic dolcissimo, dalla chat “Attilio contro tutti”»

Ma chi è Attilio Campi e perché ha lasciato tutto per emigrare nella quiete e noia di Roccapane? Attilio Campi era un politico, un politico che avrebbe potuto diventare Ministro o Capo del Governo, era un nemico da odiare ma anche un modello da imitare, un uomo che si è spogliato della sua veste e che adesso è soltanto uno sconosciuto come tanti. La sua colpa è stata quella di aver, una volta nominato presidente della Commissione Educazione e Cultura, presentato una proposta di legge giudicata anacronista e inopportuna da quello stesso partito (come anzidetto) di appartenenza per poi essere cassata senza nemmeno essere discussa in Parlamento. E dire che se Attilio aveva proposto l’uniforme per gli studenti era proprio per rimediare a quella subdola banalità che è l’anticonformismo: «mettiti addosso questa, ragazzo, così per un po’ non devi più perdere tempo a distinguerti a tutti i costi. Puoi pensare veramente a chi sei e a chi vorresti diventare, non a quale felpa metterti» p. 25
Dal rifiuto di questa proposta ha avuto luogo una vera e propria battaglia social, una guerra di tweet, post, commenti e controcommenti a cui Campi non poteva fare a meno di rispondere, sia che il soggetto fosse in grado di modulare un pensiero concreto, sia che fosse uno rozzo e poco addestrato nemico avvezzo a linciaggi e risse quasi come se esserne munito potesse in un qualche modo rappresentare e costituire un talento.
In questo esilio rappresentato da Roccapane, il protagonista inizia una lotta senza eguali contro il passato, contro i ricordi che sono un peso insondabile e inesorabile. Gli oggetti fisici finiscono con l’essere per lui il massimo del deleterio: libri, lettere, fotografie, mobili, cianfrusaglie e molto altro ancora sono un male da estirpare a qualunque costo. Da qui ha inizio la progettazione dei roghi che avrebbero avuto lo scopo di eliminare tutto, di ridurre in cenere quei lasciti di vite altrui. Peccato però che, nel sognare questa vita tranquilla e dal passo spedito, bruci proprio l’unica cosa che non avrebbe dovuto bruciare, un qualcosa che è l’emblema delle sue radici e che avrebbe potuto modificare, o nuovamente collocarlo, nel mondo.
Un eroe attaccabrighe e insofferente è il nuovo personaggio proposto da Michele Serra ne “Le cose che bruciano”, un romanzo stratificato, scritto con una penna intelligente, forbita e ironica che racchiude al suo interno molteplici spunti di riflessione. Perché in quella che può apparire come una semplice storia di redenzione e fuga da un mondo che non ci vuole e che ci rifiuta, un mondo bislacco fatto di frivolezze e apparenze e dove è data voce anche a chi voce non dovrebbe avere, in realtà vi è molto di più. E nulla e nessuno è risparmiato in questo scritto. Quella che emerge dall’analisi dell’opera è una radiografia magro-amara dell’Italia di oggi sia dal punto di vista politico che sociale che dei valori. Dai social si passa all’impoverimento culturale ed emotivo per giungere al degrado delle istituzioni e dei rappresentati di queste.
Una valutazione pungente che si esaurisce in brevissimo tempo, che richiede una seconda e terza rilettura per cogliere anche quegli aspetti e quelle sfumature che ad una prima analisi possono essere sfuggite, ma che lascia il segno tanto da ritornare a più riprese a distanza di tempo.

«”Stai rivoltando la frittata, Atti.”
“Ho fatto politica per qualche anno”»

«Devo scaricargliela addosso, la differenza, oppure devo portarmela dentro senza dire niente, visto che sono stata io a fabbricarla quella differenza?»

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Le cose che bruciano 2019-05-29 18:58:22 ant
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ant Opinione inserita da ant    29 Mag, 2019
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Attilio e i campi di zafferano

Un onorevole abbandona tutto e si rifugia in un paesino dell'Appenino a coltivare zafferano. Bravo Serra a descrive la bella presa di coscienza del protagonista sull'essenzialità delle cose che contano veramente nella vita . C'è un continuo tira e molla nel libro tra il presente del personaggio principale fatto di semine, arature, legna tagliata e lavori agresti vari e il pensiero del passato costellato da ospitate tv, cene con vip etc. Molto particolare e concludo estrapolando un passaggio che mi ha colpito
..."io conoscevo l'acqua come la conoscono i cittadini, una banale conseguenza del rubinetto, una presenza scontata, una bolletta condominiale. Non la conoscevo come principio, l'elemento madre dal quale tutto origina, l'anima del mondo....Chi guarda le nuvole sta guardando l'acqua , dunque sta pensando alla terra e al suo destino. Chi non alza mai lo sguardo al cielo non sa niente della terra che calpesta. Non sa niente nemmeno di se stesso"

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