Narrativa italiana Romanzi Quel che affidiamo al vento
 

Quel che affidiamo al vento Quel che affidiamo al vento

Quel che affidiamo al vento

Letteratura italiana

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Sul fianco scosceso di Kujira-yama, la Montagna della Balena, si spalanca un immenso giardino chiamato Bell Gardia. In mezzo è installata una cabina, al cui interno riposa un telefono non collegato, che trasporta le voci nel vento. Da tutto il Giappone vi convogliano ogni anno migliaia di persone che hanno perduto qualcuno, che alzano la cornetta per parlare con chi è nell'aldilà. Quando su quella zona si abbatte un uragano di immane violenza, da lontano accorre una donna, pronta a proteggere il giardino a costo della sua vita. Si chiama Yui, ha trent'anni e una data separa quella che era da quella che è: 11 marzo 2011. Quel giorno lo tsunami spazzò via il paese in cui abitava, inghiottì la madre e la figlia, le sottrasse la gioia di essere al mondo. Venuta per caso a conoscenza di quel luogo surreale, Yui va a visitarlo e a Bell Gardia incontra Takeshi, un medico che vive a Tokyo e ha una bimba di quattro anni, muta dal giorno in cui è morta la madre. Per rimarginare la vita serve coraggio, fortuna e un luogo comune in cui dipanare il racconto prudente di sé. E ora che quel luogo prezioso rischia di esserle portato via dall'uragano, Yui decide di affrontare il vento, quello che scuote la terra così come quello che solleva le voci di chi non c'è più. E poi? E poi Yui lo avrebbe presto scoperto. Che è un vero miracolo l'amore. Anche il secondo, anche quello che arriva per sbaglio. Perché quando nessuno si attende il miracolo, il miracolo avviene.

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Quel che affidiamo al vento 2020-03-13 11:09:21 C.U.B.
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C.U.B. Opinione inserita da C.U.B.    13 Marzo, 2020
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Ciao, come va?

Meraviglioso incipit, e’ un libro che al momento giusto scalda il cuore, una storia d’amore che volta le spalle al dolore del passato e soffia dalle labbra un alito di futuro.
Scorrevole ma penalizzante la penna acerba dell’autrice che manca di profondità innata e di tecnica consolidata, essa rende evanescente una vicenda che avrei voluto piu’ incisiva.

Certa che tra me e questo racconto sarebbe nata un’intesa singolare, poi “da foglia cade foglia così l’Eden piombò nella doglia”, nel giro di qualche giorno tutto è stato stravolto ed i miei pensieri si sono fatti globali.
La morte ai tempi di Covid-19 e’ spietata, isolamento e solitudine sono imposizioni drammatiche che stritolano in una morsa di disperazione. Non oso immaginare l’orrore di chi se ne va da solo, ancora peggio le intere famiglie che vivranno nel rimorso di non avere assistito un congiunto che moriva soffocato, limitate al rapido estremo commiato almeno un metro più in là.
Quante volte il desiderio di parlare ancora con chi hanno amato per rimediare alle confidenze negate dall’epidemia, come e’ difficile trovare una dimensione di contatto. La preghiera aiuta i religiosi, eppure l’intercessione divina a me toglie intimita’: prego per te, non parlo con te. Dialogare pensando in silenzio e’ il metodo usato da altri, ma a me pare di essere su un palco a recitare un monologo imperfetto. Sognare sì, sognare è magnifico, ma ancora non sono capace di dirottare i miei sogni.
Poi ad ogni battito di ciglia, qualora mi distragga da questo mondo, quando mi abbandono al silenzio o sprofondo nel rumore, ogni volta che i passeri cinguettano, allora sento una voce che mi accarezza allegra con un Ciao, come va?!
E ‘ la voce di mia madre quando rispondeva alla chiamata, è limpida, squillante, reale. E’ qui, ma le mie mani non stringono il ricevitore.
Io so cosa vorrei, io vorrei un telefono in mezzo ad un prato fiorito e riparato agli sguardi con cui parlare con lei, anche se a conversare sara’ solo la brezza del mattino.

Nel nord del Giappone, ai piedi della Montagna della Balena - uno dei luoghi più colpiti dallo tsunami del 2011- un uomo collocò nel suo giardino una cabina telefonica. Al suo interno un vecchio telefono con il filo collegato a nulla, se non alle voci del vento. E’un luogo di pellegrinaggio dove si recano ogni anno migliaia di persone per parlare ai propri cari defunti, questo romanzo prende ispirazione da lì.

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Quel che affidiamo al vento 2020-02-26 10:56:15 Mian88
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Mian88 Opinione inserita da Mian88    26 Febbraio, 2020
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Speranza

Yuj è una speaker radiofonica la cui vita è stata spezzata da quello tsunami all’interno del quale ha perso gli affetti più cari; madre e figlia. Takeshi è un medico che a sua volta si porta dietro il fardello di una perdita, quella della moglie. Entrambi, sopravvivono. Sopravvivono in questo mondo che li ha privati dei legami più forti, delle certezze, delle solidità, delle ragioni necessarie a vivere e ad andare avanti. Un giorno come un altro, durante la diretta della trasmissione radio, Yui scopre dell’esistenza di questa cabina del vento, una cabina posta in uno splendido giardino sito sul fianco scosceso di Kujira-yama. Come resistere al richiamo? Come non recarsi in visita presso quel luogo davvero esistente anche nella realtà e che forse potrebbe rappresentare una nuova possibilità, un nuovo inizio? Il viaggio è piuttosto lungo e nel suo cammino contempla le persone che trovano conforto in quell’alzare di una cornetta. Perché alla fine tutti abbiamo qualcuno con cui vorremmo entrare in connessione, qualcuno che non è più con noi ma che con noi è come se fosse sempre, qualcuno che ci ha lasciato fisicamente seppur con una ferita lacerante nel cuore.
Tuttavia, in questo primo viaggio, Yui non riesce. Non riesce ad alzarla, non riesce a mettersi in contatto con chi ha perduto. Forse perché non è ancora pronta ad andare avanti, forse semplicemente perché non è ancora giunto il momento. È in questo primo tentativo che incontra Takeshi, che scopre di quella figlia che ha smesso di parlare nel momento in cui la madre non ha più fatto ritorno a casa. L’uomo vorrebbe aiutarle entrambe, ma come? Sarà la cabina a riaccendere i motori, a rendere possibile la rinnovata partenza.
Quelle che sono racchiuse in queste pagine non sono però solo le storie dei due protagonisti, sono tante voci, tanti cori tra loro uniti da conseguenze diverse eppure tutte accomunate da questa grande voglia di ripartire.
Perché la cabina che destina queste parole al vento è sinonimo di speranza, è sinonimo di un ponte d’argilla tra chi parte e chi resta, tra chi c’è ancora e chi non c’è più. Perché la cabina è anche sinonimo di ritrovarsi.
Al tutto si somma una penna fluida, rapida, non particolarmente impegnativa, forse ancora un poco acerba essendo l’autrice molto giovane. Ad ogni modo una piacevolissima storia che scalda il cuore e che si fa divorare.

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