Narrativa italiana Romanzi Sono mancato all'affetto dei miei cari
 

Sono mancato all'affetto dei miei cari Sono mancato all'affetto dei miei cari

Sono mancato all'affetto dei miei cari

Letteratura italiana

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Orgoglioso proprietario di una ferramenta, un tipo solido, senza grilli per la testa, mai un giorno di vacanza: è l'eroe di questo romanzo. Sembra impossibile che gli sia toccata in sorte una simile progenie. Eppure... Lo spaccato ironico e preciso di una certa società italiana. Una commedia amara che, con garbo, prende in giro un modello maschile ormai sempre più raro. O almeno si spera. Provincia lombarda, tra gli anni Sessanta e gli anni Ottanta del secolo scorso. Un padre tutto casa e lavoro ripercorre la storia del proprio rapporto con i figli, che non sono venuti esattamente come si aspettava. L'Alice, maestrina frustrata, malinconica e sognante, che rimpiange di non essere andata all'università – manco studiare servisse – ed è incapace di fare l'unica cosa che una donna deve saper fare: la moglie. L'Alberto, che i libri, bisogna rendergliene merito, li ha tenuti a debita distanza, ma in compenso si rivela un ingrato. Infine l'Ercolino, che apre bocca solo per mangiare voracemente, anche se è magro quanto un chiodo; e, pensa tu, a scuola pare sia un genio. Insomma, un disastro, cui si aggiunge una moglie pronta in ogni occasione a difendere quei tre disgraziati. Troppo, davvero troppo, anche per un uomo di ferro come lui.



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Sono mancato all'affetto dei miei cari 2022-05-18 20:50:40 cesare giardini
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cesare giardini Opinione inserita da cesare giardini    18 Mag, 2022
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La ferramenta, la mia vita!

Una vita come quella di tanti. Tutto casa e lavoro, anzi molto più lavoro che casa, ecco la vita di questo solido artigiano lombardo, padrone di un affermato negozio di ferramenta, messo in piedi con anni di fatica e sacrifici, partendo da viti, chiodi, fil di ferro e bulloni, fino a mettere insieme dopo anni e anni di attività un ampio campionario di merce, abeti e trattorini compresi. Certo, il lavoro è duro, da mattina a sera, pochi o niente svaghi, e sempre la speranza, quasi diventata negli anni certezza, di aver costruito qualcosa di bello e appagante, da trasmettere un domani ai figli. Siamo negli anni Ottanta del secolo scorso, e Vitali, mettendo da parte le amene vicende dei suoi compaesani bellanesi e del maresciallo Maccadò, ci presenta questa figura integerrima di lavoratore, senza grilli per la testa, sempre in bottega a trattare con clienti di ogni tipo ed a raggranellare soldi per un futuro migliore, per sé e per la famiglia. Ecco, la famiglia. Siccome, come quasi sempre accade, non c’è rosa senza spine, il nostro protagonista, che racconta tutto d’un fiato le sue vicende, ha, ahinoi!, una famiglia che sembra faccia di tutto per complicargli la vita, seminando zizzania e intralciando in mille modi lo scorrere della routine quotidiana. Il pover’uomo infatti ha una moglie apprensiva, impicciona, sempre pronta a intervenire quando non serve ed a starsene zitta quando occorrerebbe un suo parere. Per non parlare dei figli: l’Alberto, una frana a scuola con conseguenti bocciature, l’Alice, diplomata alle magistrali, facile all’innamoramento, sposa infelice dell’Anselmo, un ladruncolo invischiato in compagnie poco raccomandabili, e l’Ercolino, magro come un chiodo ma dall’appetito formidabile, sempre chino sui libri, l’unico a laurearsi, in filosofia, ed a partire per l’estero onde approfondire gli studi su un fantomatico filosofo greco. Nel libro, il protagonista ripercorre la sua vita ed i rapporti con i figli: resterà alla fine amareggiato dal loro comportamento, soprattutto quando l’Alberto, messa finalmente la testa a posto e diventato un suo valido aiuto nella gestione del negozio, sposerà una stangona, figlia di un ricco concessionario di auto, e, sia pure a malincuore, lascerà la ferramenta per una ben più redditizia attività di venditore di auto di lusso. Il mondo sembra crollare addosso al nostro artigiano, ormai anziano, svanisce la speranza di tramandare la ferramenta ai figli, tutto sembra inesorabilmente perduto: ci sarebbe l’Anselmo, il poco di buono forse rinsavito, a dare un aiuto nella ferramenta… Mai e poi mai, vorrebbe ribattere il nostro protagonista, ma la voce non gli esce, sente un dolore al petto e… “Sono mancato all’affetto dei miei cari”: così termina il lungo racconto, è la confessione di un rapporto lacerato, di speranze non realizzate, di un sogno fallito.
Andrea Vitali, con il suo stile garbato e ironico, narra attraverso un lungo racconto del protagonista in prima persona, le vicissitudini di un bravo artigiano d’una volta, vittima dei contrasti e dell’indifferenza di una famiglia come tante: lo spaccato di un contesto sociale assai frequente nell’Italia di ieri e di oggi. L’affetto reciproco di fondo c’è, ma resta quasi nascosto da superficialità e incomprensioni. Il linguaggio del narrante è ricco di esclamazioni popolari e di voci dialettali, sgorga spontaneo dalla mente fervida e dal cuore di un uomo buono, mai sostenuto e capito appieno dai familiari a lui più vicini. L’unico neo che posso evidenziare nel testo è la mancata suddivisione in capitoli, il raccopnto fila via senza interruzioni, quasi che il narrante volesse tirar fuori in fretta e senza indugi tutto quello che non gli andava bene, quasi un rimprovero per quelli che non lo avevano seguito e capito. Una “stranezza” dal punto di vista letterario, ma, nel caso specifico, può essere un pregio singolare e raffinato di un grande scrittore.




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