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Teoria delle ombre Teoria delle ombre

Teoria delle ombre

Letteratura italiana

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La mattina del 24 marzo 1946 Alexandre Alekhine, detentore del titolo di campione del mondo di scacchi, venne trovato privo di vita nella sua stanza d’albergo, a Estoril. L’esame autoptico certificò che il decesso era avvenuto per asfissia, e che questa era stata provocata da un pezzo di carne conficcatosi nella laringe – escludendo qualsiasi altra ipotesi. La stampa portoghese pubblicò la versione ufficiale, e il caso fu rapidamente archiviato. Da allora, però, sulle cause di quella morte si sono moltiplicati sospetti e illazioni. Qualcuno ha insinuato che le foto del cadavere facevano pensare a una messinscena; qualcun altro si è chiesto come mai Alekhine stesse cenando nella sua stanza indossando un pesante cappotto – senza contare che il defunto aveva un passato di collaborazionista, e che i sovietici lo giudicavano un traditore della patria.



Recensione della Redazione QLibri

 
Teoria delle ombre 2015-10-14 17:50:30 annamariabalzano43
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annamariabalzano43 Opinione inserita da annamariabalzano43    14 Ottobre, 2015
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Così è se vi pare

È il personaggio di Alexandre Alekhine, campione del mondo di scacchi, al centro dell’ultimo romanzo di Paolo Maurensig.
Spinto dal desiderio di fare luce sulle cause che portarono alla morte del grande scacchista, lo scrittore immagina e descrive i suoi ultimi giorni di vita trascorsi all’Hotel do Parque, a Estoril, in Portogallo.
Siamo di fronte a una biografia in parte romanzata, che ci consegna l’immagine di un personaggio ambiguo e sfuggente, che aveva dedicato se stesso con passione e sincerità solo all’arte del gioco degli scacchi. La scacchiera è vista e considerata come l’unico mondo accettabile, ed è posta in contrapposizione alla vita reale miserevole e contraddittoria. “ La scacchiera è stata il mio mezzo di espressione artistica: la tela su cui dipingere, il pentagramma del musicista, la pagina bianca del poeta; e a quest’arte mi sono interamente votato.” Queste le parole di Alekhine e in queste parole egli sottintende altresì una giustificazione alle accuse che gli vengono mosse da molte parti del mondo. Alekhine salvato da Trozki da una condanna a morte come oppositore del regime comunista, Alekhine campione, Alekhine collaborazionista dei tedeschi del terzo Reich. Ogni periodo della sua esistenza, ogni evento, ogni difficoltà sono state superate solo in funzione di una spasmodica ricerca artistica nel gioco degli scacchi. Eppure la sua immagine è offuscata da quella amicizia con Hans Frank, governatore della Polonia, e con i seguaci di Hitler. Gli ultimi giorni della vita di Alekhine coincidono con i giorni del processo di Norimberga. Egli non è alla sbarra, ma il suo processo ha luogo nella sua coscienza dove egli rappresenta a se stesso gli atti di accusa contro i quali cerca giustificazioni che appaiono deboli, quasi inconsistenti. Una delle accuse più terribili che gli si possa rivolgere è quella di aver saputo del destino degli ebrei e non aver esercitato alcuna intermediazione presso le sue amicizie potenti. L’ambiguità del personaggio ê qui accentuata da una disquisizione che verte specificamente sull’abilità artistica degli ebrei alla scacchiera, che Alekhine sminuisce, fino a negarla.
Un personaggio, questo, che in alcune pagine appare in una dimensione odiosa, in altre, come in quelle in cui si ritrova a discorrere con l’amico giudeo Neumann, in una dimensione di umana fragilità. Siamo di fronte a una vera e propria rappresentazione della teoria delle ombre. Come nella geometria prospettica, così nella vita reale, ogni corpo, ogni individuo, assume una forma diversa a seconda di come esso viene illuminato, a seconda di come la sua ombra si propaga. Così è se vi pare.

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Teoria delle ombre 2016-04-02 05:31:56 Bruno Elpis
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Bruno Elpis Opinione inserita da Bruno Elpis    02 Aprile, 2016
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Pentagramma del musicista, pagina bianca del poeta

Paolo Maurensig assume il gioco degli scacchi per rappresentare la “Teoria delle ombre” e formula le proprie ipotesi romanzesche (“Lascio che la mente mi trasporti in quella lontana primavera del 1946”) sulla morte di Alexandre Alekhine, un campione sovietico per il quale il gioco non fu soltanto un mestiere, ma una vera e propria filosofia di vita.

Il passato ambiguo di Alekhine (“Per i francesi era un collaborazionista, per i sovietici un traditore”) e il suo presente di alcolizzato, autolesionista e doppiogiochista danno spazio a una ricostruzione artistica diversa da quella fornita dalla polizia portoghese, che archivia la morte del campione in modo sbrigativo e superficiale.

Mentre la scena europea è dominata dal processo di Norimberga, gli ultimi giorni di vita del campione scorrono malinconici sotto l’egida di un'incipiente amicizia con un violinista ebreo, tra passeggiate sino al faro, la comparsa di minacciose presenze (“E ora era comparso anche questo Boronov, guarda caso maestro di scacchi…”), qualche indizio inquietante (“Le due buste trovate sotto la porta”), una partita giocata alla cieca per avvantaggiare l’avversario e una festa che diviene un processo nell’immaginazione del protagonista.

L’allegoria degli scacchi è potente (“La scacchiera è stata il mio mezzo di espressione artistica: la tela su cui dipingere, il pentagramma del musicista, la pagina bianca del poeta”) e viene utilizzata con abilità sia per riflettere sulla vita (“Uno degli indicatori dell’arte è il rischio. Senza rischio non c’è alcuna creazione”) e sulla morte (“Ma giunge sempre il momento, pensò, in cui cadono tutte le nostre illusioni, e con esse anche ogni simbolo di protezione e di buon augurio: talismani, formule, preghiere, immagini sacre… ogni cosa. La morte si affronta liberandosi da ogni panoplia: si va senza armi, senza scudi né corazze. In essa si entra nudi come si era alla nascita”), sia per rappresentare una storia a sfondo mistery.
Tra l’altro, mi sono ritrovato in un dettaglio autobiografico, in una specie di gioco scaramantico che facevo da ragazzo, quando recandomi a scuola cercavo di non calpestare le fughe della pavimentazione stradale (“Per lui il suolo lastricato aveva un aspetto magico, le linee che delimitavano le lastre in porfido non dovevano essere calpestate mai, per nessuna ragione”).

Giudizio finale: lusitano, strategico, ombreggiato.

Bruno Elpis

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