Tempo fuor di sesto
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Un’illusione perfetta dipinta sulla tela della rea
Ho sempre trovato che Tempo fuor di sesto (Time Out of Joint) rappresenti uno dei vertici più lucidi e inquietanti della produzione di Philip K. Dick. Attraverso la quotidianità apparentemente tranquilla di Ragle Gumm, immerso in una cittadina americana degli anni '50 e occupato nell'assurdo lavoro di risolvere un concorso a premi quotidiano, Dick costruisce una trappola claustrofobica che parte dal quotidiano per spalancare l'abisso della paranoia. La forza narrativa sta tutta nel lento sgretolarsi della realtà percepita: un chiosco di bibite che si smaterializza lasciando solo un biglietto con scritto "CHIOSCO DI BIBITE", piccoli stridori e incongruenze che incrinano la finzione. Quando si scopre l'impalcatura che racchiude la vita di Gumm, la storia compie un salto straordinario, anticipando di decenni intuizioni e dinamiche culturali che ritroveremo in opere come The Truman Show e Matrix. Con la sua scrittura asciutta e priva di fronzoli, l'autore non si limita a imbastire un'ottima trama di fantascienza sociologica e distopica, ma pone una domanda di natura squisitamente filosofica e ontologica: quanto possiamo davvero fidarci di ciò che i nostri sensi definiscono "realtà"? È una lettura folgorante, impeccabile nei tempi narrativi e imprescindibile per chiunque voglia comprendere le radici della fantascienza moderna.
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La cosa in sé
Ragle Gumm vive di contraddizioni. Abita in un sogno adolescenziale, che però è anche un incubo, forse il suo incubo migliore. È famoso e guadagna bene, ma si sente un fallito: vive in casa della sorella e del cognato, dove passa il suo tempo a risolvere il gioco a premi di un giornale, tentando di localizzare un ridicolo e ipotetico omino verde. Non ha un lavoro, non è sposato, non è un vero adulto. Ma non è questo, il suo cruccio peggiore. Il dubbio che lo perseguita è quello di vivere al centro dell’universo, prigioniero di un gigantesco complotto che sembra avere un solo scopo: renderlo felice.
L’opera di Philip K. Dick, un “artista di merda” geniale che ha raggiunto una certa fama soltanto negli ultimi anni della sua vita, ha ispirato un gran numero di lavori e capolavori cinematografici, ben oltre il famosissimo Blade Runner: l’ambiente di questo romanzo è quasi identico al scintillante mondo fasullo del Truman Show, in cui gli anni Cinquanta americani incantano e fanno scintille, grazie al consumismo nuovo di zecca e carico di promesse. Nel romanzo, però, la guerra appena terminata è ancora presente, in primo piano, e incombe con i suoi nemici, le sue paranoie, le sue macerie. Sì, probabilmente è tutto un complotto, ma i protagonisti, Gumm e la sua famiglia, aspirano a scoprire ancora di più, ad andare a fondo, a svelare illusioni e fenomeni fino ad arrivare alla cosa in sé, alla suprema verità pensabile ma non conoscibile.
La suspense di questo romanzo è altissima, il ritmo trascina e la tensione lievita nei dubbi dei protagonisti, che si moltiplicano insieme alle possibilità e alle paure che dilatano le dimensioni del tempo, il tempo falsato di un sogno costruito, di una regressione felice. Infine, appare l’ombra di una gigantesca costruzione, costruita per l’utilizzo abusivo del talento di un uomo solo, al centro della guerra civile più crudele della storia. Ma non servono macchine per viaggiare: il tempo si può manipolare senza troppa fatica nel nostro cervello, nei nostri desideri, nei nostri bisogni. Il tempo siamo noi.
Un altro capolavoro di Philip K. Dick, pubblicato nel 1959: fa già parte del nostro immaginario collettivo, non perdiamo l’occasione di gustare il sapore unico della ricetta originale.




























