Narrativa straniera Gialli, Thriller, Horror I sette killer dello Shinkansen
 

I sette killer dello Shinkansen I sette killer dello Shinkansen

I sette killer dello Shinkansen

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Un treno partito da Tōkyō e lanciato a trecento all'ora nella campagna giapponese. Una valigia piena di soldi nascosta in una delle carrozze. E sette assassini pronti a entrare in azione. Un meccanismo narrativo micidiale, in cui tensione e adrenalina si susseguono fino all'ultimo, straordinario, colpo di scena. Un intreccio alla Agatha Christie e un'ironia alla Tarantino. Da questo romanzo il film con Brad Pitt e Lady Gaga. «Divertente e incalzante, pieno di colpi di scena e di sorprese, "I sette killer dello Shinkansen" sembra una miscela di Tarantino e fratelli Coen» Ōji ha la faccia innocente di uno studente per bene, in realtà è un pericoloso psicopatico. È lui ad aver mandato in ospedale il figlio di Kimura, che ora si trova sullo Shinkansen – il treno proiettile – per vendicarsi. Ma Kimura e Ōji non sono gli unici passeggeri pericolosi. Nanao, a suo dire l'assassino piú sfigato del mondo, e la letale coppia formata da Mikan e Lemon sono sullo stesso treno. Chi o che cosa li ha riuniti in una manciata di vagoni? E chi arriverà vivo all'ultima stazione?



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I sette killer dello Shinkansen 2021-06-24 17:33:07 FrancoAntonio
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FrancoAntonio Opinione inserita da FrancoAntonio    24 Giugno, 2021
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Strampalati omicidi ferroviari

Gli shinkansen sono i famosi treni-proiettile ad alta velocità giapponesi che collegano in poche ore le tante città dell’arcipelago. Su uno di essi, che percorre la tratta Tokyo-Morioka, si ritrovano, per una serie di incredibili, fatali coincidenze, alcuni delinquenti usi all’omicidio e a ogni diverso efferato tipo di crimini.
L’alcolizzato Kimura è salito a bordo per vendicare in figlioletto, che un teppistello di nome Oji (ragazzino delle medie evidentemente sociopatico) ha spinto giù da un tetto per il suo solo perverso divertimento. Ora, il bambino sopravvive legato alle macchine in ospedale e Kimura vuole uccidere chi l’ha conciato così. Sul treno, ovviamente, c’è pure Oji che si diverte, con assoluta noncuranza, a manipolare le persone, a provocare loro dolore e, se del caso, ucciderle.
Qualche carrozza più in là c’è la strampalata coppia formata da Mikan e Lemon (soprannominati gli Agrumi, perché Mikan è uno dei nomi che in Giappone viene dato al miyacawa, frutto simile al mandarancio). Hanno liberato il figlio del potente, crudele boss Minegishi, che era stato rapito da una banda rivale. Dovrebbero riportarlo a casa assieme alla valigia con il riscatto, ma qualcosa va subito storto: il ragazzo muore, la valigia scompare e loro sono nei guai sino al collo.
Sullo shinkansen c’è pure Nanao (soprannominato Coccinella). È un delinquentello da poco, perseguitato dalla sfortuna, ogni incarico che gli offrono si trasforma in una tregenda piena di contrattempi. Questa volta il suo procuratore, Maria, gli ha ordinato l’ennesimo lavoretto facile: rubare una valigia e scendere alla prima stazione, ancora entro l’hinterland di Tokyo. Ma, guarda caso, la valigia da rubare è proprio quella col riscatto e la sfortuna cosmica di Nanao gli impedisce di scendere a Ueno. Da quel momento tutto andrà storto, perché per lui “non esistono lavori facili”.
Le vicende dei protagonisti si intrecceranno tra loro e con altri figuri non più raccomandabili. Tutti, volenti o nolenti, si trovano a interagire gli uni con gli altri, ostacolandosi (uccidendosi?) a vicenda in una complicata serie di imprevisti al limite della credibilità.

Come ho sperimentato già altre volte, leggere un romanzo giapponese è come calarsi in un mondo alieno nel quale anche interpretare la mentalità dei protagonisti richiede impegno e non comune forza d’astrazione. In questo caso l’impresa si è rivelata ancora più ardua, tanto da lasciarmi sconcertato. Molti dei personaggi che si agitano in questa bislacca storia sono decisamente caricaturali e sembrano agire in modo illogico, folle o, perlomeno, non molto razionale. Lemon, ad esempio, basa i suoi comportamenti sugli “insegnamenti” ricevuti imbottendosi la testa coi cartoons del “Trenino Thomas”. Nanao è perennemente incerto su come comportarsi, ha la quasi totale certezza che se solo prevede un inconveniente quello gli si presenterà davanti decuplicato, quindi si limita ad improvvisare. Kimura è un padre affezionato seppur distratto e obnubilato spesso dall’alcol, ma è pure maldestro e suggestionabile. Oji, all’aspetto è un diligente, gentile ragazzino “delle scuole medie”, ma agisce come un serial killer psicotico, riuscendo ad avere la meglio, con le sue doti di manipolatore e la sua fredda razionalità, di persone ben più scafate di lui, ma si muove al solo scopo di divertirsi a provocare ira e disperazione negli altri, senza piani precisi e in modo sostanzialmente caotico. Non molto più lucidi appaiono gli altri protagonisti. Ma la cosa che più sconcerta è l’assoluta spregevole immoralità con cui agiscono tutti, come se spezzare il collo alle persone o spingerle sotto un camion a un incrocio stradale sia una normalissima attività con cui guadagnarsi da vivere, solo “entro un giro un po’ più pericoloso degli altri”.

Leggendo questo romanzo surreale possiamo dimenticarci il Giappone classico, odoroso di fiori di ciliegio in cui le persone si salutano con gentili inchini e sono restie a invadere la sfera personale del prossimo. Ci viene mostrata un’altra faccia del Paese, dove un bullismo crudele e spietato è endemico nelle scuole, dove una fetta della popolazione, per sbarcare il lunario, entra in pericolosi giri criminali dove tutto è lecito.
Più e più volte viene da domandarsi se quella rappresentata sia una realtà credibile nel Giappone moderno o solo la trasposizione in letteratura delle fantasie dell’A. ispirato da manga, film di Tarantino, letteratura pulp e videogiochi stile Street fighter. Il nonsense dei fratelli Marx si intreccia con la logica mafiosa. Analisi sociologiche, anche profonde, servono solo per giustificare azioni asociali. Comportamenti all’apparenza infantili (anzi bambineschi) conducono ad azioni efferate.
Lo stile è semplice, molto ricco di dialoghi anche se spesso su argomenti banali e infarciti da pesanti volgarità. La trama, caotica e disordinata è, nel contempo, abbastanza lineare e, come lo shinkansen, procede diritta verso il finale, ma, a differenza del treno, con una certa lentezza e ripetitività.
In conclusione sono rimasto parecchio perplesso su come giudicare questo romanzo. Da un lato si meriterebbe il minimo dei voti, vuoi per i temi trattati, per il modo in cui ciò viene fatto e per la morale che suggerisce; vuoi per la sua assoluta inutilità, anche a mero fine ricreativo. Dall’altro non si può negare che, comunque, l’attenzione del lettore resti catturata dalla storia e l’inevitabile lieto fine (almeno secondo la logica che ci viene imposta) in fondo appaghi.
Inoltre, va dato il merito a questo romanzo di schiudere una porta su un Giappone insolito che, probabilmente, non è né vero né fittizio, ma un’immagine distorta di una preoccupante realtà sotterranea. Poi, parecchi ragionamenti fatti dai protagonisti, anche se a tutta prima possono apparire semplicistici, se non qualunquisti, hanno un fondo di verità inquietante su cui vale la pena meditare.

Chiudo con un pensiero. La morale del libro, forse, può essere tratta dalla domanda che Oji insistentemente ripropone a tutti (“perché non si devono ammazzare gli altri?”) e dalle risposte che riceve da Lemon (“Che l’omicidio debba essere punito è solo una regola stabilita da quelli che non vogliono essere ammazzati! Gente che da sola non è in grado di combinare nulla, e pretende di essere difesa”), da Mikan, citando Dostoevskij (“il delitto non è più pazzia, ma è proprio un atto di buon senso, quasi un dovere, per lo meno una nobile protesta. Su via, un assassino colto come può non uccidere, se ha bisogno di denaro?”) e dal mite professor Suzuki, l’unica persona “normale” su quel maledetto treno, (“Uccidendo gli altri, si mette in difficoltà lo Stato” […] se non si salvaguardasse la vita umana, o per lo meno non si facesse finta di farlo, si bloccherebbero le attività economiche”). Non so quale delle tre risposte sia più agghiacciante.
Così preferisco cercarla nel titolo giapponese del libro, Maria Bitoru, translitterazione di uno dei nomi inglesi dati alla coccinella (Lady, cioè Maria, Beetle) e nella leggenda in base alla quale la coccinella rechi sette puntini sul dorso a ricordo dei sette dolori di Maria e quando, risalita sino in cima a una foglia, spicca il volo, con sé porti via un po’ di quelle sofferenze. Il finale del libro sembra volerci consolare con questa speranza.

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Consigliato a chi ha letto...
Non mi sento né di sconsigliare né di spingere alla lettura di questo strano libro, perché, a mente fredda, gli si debbono riconoscere pregi e difetti in egual misura. Sia che lo si interpreti come una turbinoso susseguirsi di omicidi, sia che si cerchi in esso una qualche risposta etica o psicologica.
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