L'uomo in fuga L'uomo in fuga

L'uomo in fuga

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In una cinica America futuristica, Ben Richards decide di partecipare alle selezioni per l'"Uomo in fuga", un sadico, seguitissimo show dove il protagonista, braccato dai 'Cacciatori' della Rete e da chiunque lo riconosca, intasca cento dollari per ogni ora di sopravvivenza e, se allo scadere dei trenta giorni concessi è ancora vivo, un miliardo di dollari. Ben, che ha disperatamente bisogno di soldi per curare la figlioletta malata, viene giudicato idoneo e per lui comincia un incubo che si dileguerà soltanto nel colpo di scena finale. La traduzione del saggio di Stephen King "Perchè ero Bachman" è di Tullio Dobner.



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L'uomo in fuga 2020-05-14 07:32:20 Tomoko
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Tomoko Opinione inserita da Tomoko    14 Mag, 2020
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Presente distopico

Quale libro migliore da leggere se non l’uomo in fuga in questo periodo dove siamo tutti costretti a casa?!
Per evadere un po’ da questa realtà ho deciso di leggere questo libro di circa 200 pagine che contiene molti argomenti di cui parlare.
Ci troviamo in un presente distopico, dove c’è molta povertà e le classi sociali sono ben suddivise tra loro. Siamo nel 2020 e la Tri-vu per deliziare il suo pubblico ha molti giochi a premi, tra i quali il macinadollari e l’uomo in fuga.
Il nostro protagonista Richards, per aiutare la figlia malata e la moglie, decide di presentarsi al Games Building per partecipare a un gioco a premi.
I concorrenti vengono sottoposti a scrupolosi esami medici e test psicologici e solo pochi di questi vengono ritenuti idonei per i giochi.
Richards viene selezionato per il gioco “uomo in fuga”. Da qui inizia il suo incubo dove dovrà scappare da tutti perché tutti possono denunciarlo. Se verrà trovato verrà giustiziato. Per ogni ora in cui riuscirà a sopravvivere intascherà un maggiore numero di nuovi dollari.
C’è di più oltre all’uomo in fuga, qui stephen King ci vuole trasportare in un mondo inquinato, dove è meglio guardare la Tri-vu così che il governo possa inculcarti ciò che vuole, mentre i libri vengono considerati come materiale per anticonformisti.
Mi ha ricordato un po’ “la lunga marcia” sempre di Stephen King, i protagonisti non sono nè eroi nè antieroi, solo che nell’ “uomo in fuga” non ti aspetteresti mai nessuno degli eventi e quindi sei costretto a divorare il libro fino al finale.

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La lunga marcia, battle Royale
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L'uomo in fuga 2016-04-21 14:42:32 sonia fascendini
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sonia fascendini Opinione inserita da sonia fascendini    21 Aprile, 2016
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reality da paura

In questo volume del 1982 Stephen King ipotizza di aver superato di alcuni decenni la boa degli anni 2000 e di aver abbondantemente superato anche la boa della correttezza, del buon gusto e anche della decenza. In un'America dominata dalla televisione che qui diventa Tri-vu ogni cosa è portata all'eccesso. L'inquinamento ha superato ogni limite tollerabile, il controllo dello stato sulla popolazione è completo, le differenze tra ricchi e poveri sono abissali. Ma al centro di tutto c'è la tri-vu : "Ogni appartamento ne ha uno, non si sa se è consentito spegnerla". A farla da padrone dentro la magica scatola sono i reality ed i giochi a premi. Gli autori raggiungono vette di crudeltà insormontabili, gli spetttatori sono anestetizzati e richiedono sempre di più, i concorenti dal canto loro hanno solo questa opportunità per mantenere la loro famiglia.
Tra questi il gioco peggiore è "l'uomo in fuga". La sceneggiatura è molto semplice: il concorrente viene braccato e se preso ucciso da una serie di cacciatori. Il pubblico se lo incontra può fare la spia e ricevere in cambio una taglia. Il premio più alettante rimane però quello di assistere in diretta all'esecuzione. Con King seguiamo la fuga di Richard ventottenne con una figlia ammalata che decide di sacrificarsi per lasciare in eredità alla famiglia il premio di partecipazione al gioco. In un crescendo di tensioni ne condividiamo i piani, le preoccupazioni per la famiglia, le delusioni per le strategie fallite, esultiamo per i suoi successi e condividiamo ed applaudiamo alla sua mossa finale.
Libro che in alcune parti fa sentire i suoi anni. Questa futura America surreale è comunque resa molto bene. Lucide e chiare sono anche le emozioni del protagonista, le sue motivazoni e quelle di chi lo aiuta e di chi invece lo tradisce. Considerando il livello basso a cui sono arrivati oggi i reality un libro di questo tipo oggi fa più rabbrividere di quanto lo avrebbe fatto al momento in cui è uscito.

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L'uomo in fuga 2015-08-27 10:32:24 Bruno Izzo
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Bruno Izzo Opinione inserita da Bruno Izzo    27 Agosto, 2015
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Conflitto d’interessi.

In un futuro quasi prossimo, o in un presente già attuale, il potere politico ed economico in un’ipotetica società comprende anche il dominio totale dei mezzi di comunicazione di massa: ne consegue un vero e proprio conflitto d’interessi.
Privo di un minimo di controllo, di censura, d’informazione imparziale, il potere politico diventa allora assoluto, svolge opera di persuasione occulta e d’influenza subliminale, trasforma ed elabora la cronaca e le notizie a proprio uso e consumo, deteriora l’umanità, la libertà di scelta e di conoscenza, la consapevolezza dei cittadini, trasformandoli in semplici, obbedienti, consumatori di beni e di servizi, del tutto asserviti e plagiati dal potere centrale, che quotidianamente e metodicamente, compie un vero e proprio lavaggio del cervello, utilizzando ai propri esclusivi fini il potere dei media.
Quest’appena descritta non è, come si potrebbe credere, la succinta descrizione della società a suo tempo profetizzata da Orwell nel suo “1984”, e nemmeno un sunto della spinosa questione se non vi sia conflitto pericolosissimo per la libertà, rischiosa contrapposizione quando chi detiene una leadership politica risulta, putacaso, anche un imprenditore principe dei media, se questo particolare inficia o influenza il consenso politico in maniera più o meno occulta.
Trattasi invece dello scenario in cui è ambientato “L’uomo in fuga” di Stephen King, uno dei romanzi “minori” dello scrittore del Maine, a suo tempo edito con lo pseudonimo di Richard Bachman. Considerata l’epoca non sospetta in cui fu scritto, presenta un’ambientazione alquanto originale, singolare e nello stesso tempo difforme dagli scenari classici delle più conosciute opere kinghiane. In questo romanzo King immagina che, nell’ordine delle cose appena descritto, le autorità utilizzano il mezzo principe, la televisione, come un vero e proprio persuasore occulto, propugnando agli spettatori l’equivalente moderno del “panem et circenses” dei tiranni romani. Pertanto, a fianco all’onnipresente e martellante pubblicità che invita all’acquisto e al consumismo sfrenato e ossessivo, visti come unica ragione di vita, sono propinati spettacoli via via sempre più crudi, assurdi, sanguinari ma che appunto, essendo l’equivalente moderno dei cristiani sbranati vivi dai leoni nel Colosseo, stimolano e appagano esclusivamente gli istinti più bassi e triviali della massa che fa audience, accattivandosene l’attenzione e la simpatia, permettendone il controllo e lo sfruttamento.
Ben Richards, il protagonista, ha conservato ancora una parvenza di dignità e di capacità di giudizio, ma i casi sventurati della vita, una figlia gravemente ammalata, la disperazione della disoccupazione, una moglie costretta a prostituirsi per garantire, in qualche modo, la sussistenza della famiglia, lo spingono a partecipare al più cruento dei giochi del network dominante, ed anche quello più ricco in montepremi: “L’uomo in fuga”, appunto. Braccato non solo dai cacciatori di taglie professionisti al soldo del potere costituito, ma in pratica da tutti gli abitanti del pianeta in possesso di un apparecchio televisivo, Ben deve riuscire a non farsi trovare per un periodo sufficientemente lungo e per incrementare il montepremi e per rimanere in vita, giacché il gioco, efferato e crudele, non prevede regole e tutti i mezzi sono leciti. Ma lo sono soltanto ed esclusivamente per i cacciatori, perché, con stupefacente ed agghiacciante abilità, i media manipolano fatti e notizie trasformando l’innocente Ben nel classico mostro in prima pagina, trasformando un’efferata caccia all’innocente in una santa opera di giustizia collettiva.
Il finale non è hollywoodiano, a conclusione felice: ma nello stile del primo King, quello di “Cujo” e “Carrie”, avrà un epilogo tragico e catartico. Ben Richards scoprirà le magagne del potere, classicamente finirà per trasformarsi da preda in cacciatore e il suo sacrificio, forse, non sarà stato vano, permetterà la diffusione, in qualche modo, di brandelli di quello che è il bene supremo dell’umanità: la verità.
Scritto sulla falsariga di un altro romanzo bachmiano quale “La lunga marcia”, a questo assomiglia per il genere, la fantasy fiction, e per le caratteristiche comuni dei protagonisti.
Il Garraty de “La lunga marcia” è, come il Richards de “L’uomo in fuga” un eroe controcorrente, un banale protagonista del quotidiano che, in un sussulto di dignità, prova a riscattare, in un anelito di libertà, la propria umanità brutalizzata e standardizzata da una tecnologia crudele e assurda che non è, come da presupposti, al servizio del benessere dell’umanità, ma è strumento fine e aberrante dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo.
Di King si ritrovano le atmosfere, la maniacale descrizione dei personaggi e degli intrecci, l’interiorizzazione totale nelle vicende e nei pensieri, ancora però abbozzati, ancora non compiutamente e magistralmente espressi, come da lì a poco farà lo scrittore del Maine con le opere della raggiunta maturità.
Perché “L’uomo in fuga” è, per King, un banco di prova, un esercizio di scrittura, un saggio delle sue capacità artistiche; esso può leggersi secondo ottiche diverse, si possono riconoscere temi cari al King uomo e scrittore.
Lo Stephen King cresciuto ed allevato dalla sola madre, che compenserà questa privazione creandosi una propria, solida famiglia con la moglie Tabitha ed i tre figli, si ritrova nell’amore che Ben Richards porta ai propri cari; l’animo democratico di King che si sdegna per la manipolazione della verità emerge nella sottile denuncia allo stile americano di vita, troppo legato ed influenzato dal potere dei media.
Ma soprattutto emerge, inarrestabile, la gran voglia di scrivere, il desiderio fortissimo di King di mettere in ogni caso nero su bianco, di sfornare storie per il piacere prima di tutto suo e poi del suo pubblico, che è il motivo fondamentale, la molla principale che proietta letteralmente King come un uomo in fuga verso il meritato successo.
Di cui tuttora gode presso generazioni di lettori in tutto il mondo che la sera, dopo gli impegni quotidiani, preferiscono senz’altro la compagnia di un libro del Re del Maine alla dose, sempre uguale, di scempiaggini trasmesse dagli ubiquitari ed onnipresenti network.

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Stephen King e Richard Bachman
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L'uomo in fuga 2013-11-17 13:16:37 Ettore
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Ettore Opinione inserita da Ettore    17 Novembre, 2013
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Cercano l'uomo che si nasconde

Non sono un fan di King. Potrei dilungarmi molto sulle motivazioni che non mi fanno apprezzare lo scrittore, ma la domanda a cui mi sento di rispondere (soprattutto per correttezza ai lettori di questo commento) è questa: se non mi piace King, perché allora leggo i suoi romanzi?
Perché, che mi piaccia o meno, King è un grande inventore di trame, ed è per questo che mi sono trovato molte volte a leggerlo come se soggiogato da un incantesimo, che infine però si infrange.
Le sue trame sono sempre intriganti, ma "L'uomo in fuga" è riuscito anche a sorprendermi per la sua piacevolezza. Forse perché ha dalla sua la brevità, mentre i must di King, da "It" a "Shining", sono dei mattoni che, a mio dire, sono privi di ritmo e di contenuti che giustificano così tante pagine.
"L'uomo in fuga" è un lavoro sia semplice che ambizioso. Un mondo dispotico in cui le persone sono ipnotizzate dalla televisione onnipresente, che trasmette programmi dove i più poveri e malmessi si giocano la vita per denaro, e che vengono spinte a ignorare il degrado sociale e ambientale in cui vivono.
Nel romanzo, Richards, protagonista indiscusso, a causa del suo dramma personale prova a partecipare in uno dei giochi, ritrovandosi però nel più pericoloso: l'uomo in fuga.

Il romanzo è scorrevole, intelligente, e non osa mai troppo, riuscendo probabilmente a piacere a chiunque. Forse però proprio questa particolarità non me l'ha fatto godere appieno, perché il protagonista (voce del romanzo) non riesce a essere né un eroe né un anti-eroe, e tutti i suoi dialoghi sono pieni di morale posticcia - eroica - condita da un linguaggio scurrile per poter sporcare un po' il personaggio - anti eroe -.
Inoltre un'altra mia critica va ad alcuni commenti che ho letto nel web: trovo inutile paragonare questo romanzo a quello di Orwell. King non riesce minimamente ad avvicinarsi al dramma sociale e psicologico, alla terribile intelligenza politica di 1984.

Per me "L'uomo in fuga" è stata una piacevole lettura, da week-end, con un finale non troppo scontato, anche se a tratti comico.

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Romanzi di King, letteratura dispotica.
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L'uomo in fuga 2008-08-14 16:13:46 fabiomic75
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fabiomic75 Opinione inserita da fabiomic75    14 Agosto, 2008
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King è King!

Ancora una conferma del fatto che King in quanto a idee e capacità descrittiva non è veramente secondo a nessuno. Il racconto è ambientato in un America futuristica dove le persone ridotte alla miseria più assoluta possono scegliere se mettere a repentaglio la propria incolumità fisica in alcuni reality show in cambio di ricchi premi in denaro. Il più importante di questi "spettacoli" è appunto "L'uomo in fuga" a cui sceglie di prendere parte il protagonista del romanzo la cui moglie è costretta a battere per comprare le medicine alla figlia neonata malata. Egli dovrà riuscire ad evitare la morte sfuggendo per un intero mese ai "cacciatori della rete". La trama è piuttosto avvincente e angosciante in certi tratti soprattutto grazie alle già citate capacità di king alias bachman. Consigliato agli amanti del genere.

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La lunga marcia
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