Narrativa straniera Romanzi storici L'anno della morte di Ricardo Reis
 

L'anno della morte di Ricardo Reis L'anno della morte di Ricardo Reis

L'anno della morte di Ricardo Reis

Letteratura straniera

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Capodanno del 1935: da un piroscafo, partito da Rio de Janeiro, sbarca a Lisbona Ricardo Reis, medico e poeta, autore di famose Odi oraziane e, soprattutto, eteronimo di Fernando Pessoa. Comincia così il romanzo in cui José Saramago fa 'vivere' uno dei personaggi nati dalla fantasia di Pessoa: gli fornisce carne, ossa, casa, una cameriera d'albergo per musa, e gambe che lo portino a rendere omaggio alla tomba del suo creatore, o a passeggiare con lui - col suo fantasma - per le vie di Lisbona.

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L'anno della morte di Ricardo Reis 2018-03-03 13:50:52 kafka62
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kafka62 Opinione inserita da kafka62    03 Marzo, 2018
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RICARDO REIS E IL FANTASMA DI PESSOA

“Fernando Pessoa chiuse gli occhi, appoggiò la testa sullo schienale del divano, parve a Ricardo Reis che due lacrime gli spuntassero fra le palpebre, potevano anche essere… effetti di luce riflessa, lo sanno tutti che i morti non piangono. Quel volto nudo, senza occhiali, con i baffi leggermente cresciuti, …, esprimeva una grande tristezza, di quelle senza conforto… D’improvviso, Fernando Pessoa aprì gli occhi, sorrise, Pensa un po’ che ho sognato di essere vivo…”

“L’anno della morte di Ricardo Reis” sembra essere nato da una scommessa: quella di scrivere un romanzo che abbia per protagonista un non-personaggio, un eteronimo (quello con cui Fernando Pessoa scrisse alcune delle sue odi), quindi un semplice nome, il quale viene rivestito per l’occasione da Saramago di fattezze e connotati umani, a cui viene dato un corpo e una vita autonoma, indipendente dal suo creatore; un personaggio che, per di più, nelle quasi cinquecento pagine del libro non fa nulla di rilevante, bighellona inoperoso per le strade di Lisbona, fa sporadici incontri, scrive poesie, legge giornali. Si tratta, a ben vedere, di una duplice scommessa: perché è un romanzo costruito narrativamente sul vuoto anziché sul pieno (senza cioè un vero centro di interesse, se non quello legato alla morte enunciata dal titolo) e, in secondo luogo, perché abbina il massimo di irrealtà (lo sdoppiamento di Pessoa-Reis) con il massimo di realtà (la cronaca meticolosa degli avvenimenti del 1936). La cosa non deve però sorprendere, giacché sono proprio questi motivi a fare de “L’anno della morte di Ricardo Reis” un romanzo perfettamente saramaghiano. Infatti, la missione dello scrittore portoghese è sempre stata quella di dare ad anonimi e misconosciuti personaggi (siano essi contadini dell’Alentejo o soldati impegnati in un assedio) un volto, un passato, una storia. Si pensi a “Tutti i nomi”, in cui il protagonista si prefigge assurdamente di rintracciare e fare la conoscenza della donna la cui scheda anagrafica (rappresentante la spersonalizzazione per eccellenza, quella burocratica che riduce gli individui a meri nomi) è finita per errore nell’archivio dei decessi. Secondariamente, Saramago cerca in quasi tutte le sue opere di partire da dati reali (la costruzione del convento di Mafra, l’assedio di Lisbona occupata dai Mori, ecc.) per inserirvi una vicenda puramente fantastica, persino con divagazioni surreali (come nel caso del “Memoriale del convento”).
Leggendo “L’anno della morte di Ricardo Reis” si giunge ad effetti stranianti. Saramago rovescia il rapporto tra Pessoa (l’autore) e Reis (il personaggio), dando una concretezza inoppugnabile di vita autentica al secondo (attraverso la registrazione minuziosa e diaristica dei suoi atti, incontri e pensieri) e trasformando il primo (già morto quando Reis, nel dicembre del 1935, ritorna in Portogallo dal Brasile) in un personaggio di fantasia, impressione accentuata dal fatto che egli appare solo in veste di fantasma (tra l’altro, nel corso del carnevale, Reis incrocia un uomo travestito da morte e immagina cosa Pessoa, interrogato, potrebbe rispondergli alla domanda se dietro la maschera c’era proprio lui; qualche pagina dopo, quando Reis incontra “realmente” lo scrittore defunto, questi ripete, parola per parola, quanto Reis aveva poco prima pensato: segno forse che è Pessoa ad essere un’invenzione della mente di Reis, e non viceversa?). In questa ottica, “L’anno della morte di Ricardo Reis” è un’opera quasi esistenzialista, che si interroga tra le altre cose, anche se mai direttamente, sull’identità (gli “innumerevoli” che “vivono in noi”), sulla labilità del concetto di individuo (la vita che trapassa gradualmente nella morte senza un confine netto e inscindibile che le separi, come nel bellissimo finale), sulla solitudine (è indimenticabile la figura di Pessoa, spettro annoiato e triste che vaga per Lisbona in cerca di compagnia, sospeso “fra una memoria che tira e un oblio che spinge”, che non è più vivo ma pare abbia portato nell’aldilà tutti i fardelli della vita) e sul destino (la sterile saggezza cui approda Reis è sapere quello che accadrà e non fare nulla per cambiarlo, apatico e inutile spettatore dello “spettacolo del mondo”).
Per contro, l’impressione già citata che il romanzo di Saramago non parli di nulla di importante, ma sia tutt’al più la cronaca minimalista di un’esistenza vissuta nella dimensione soggettiva della coscienza, è contraddetta dal continuo, stringente parallelo con la realtà storica. Allo stesso modo in cui di Reis seguiamo gli insignificanti pensieri e i ripetitivi gesti quotidiani, così di quest’ultima emergono piccoli dettagli, frammenti di un puzzle che sappiamo, col senno del poi, che andranno a comporre lo scenario drammatico della Seconda Guerra Mondiale, ma che la versione dei giornali e della propaganda dell’epoca minimizza e annacqua in una visione stolidamente ottimistica e patriottica, non consentendo di coglierne tutte le straordinarie e irreversibili implicazioni politiche. Come il mondo del ’36 va ignaro verso la tragedia bellica, così Ricardo Reis si incammina senza saperlo verso la sua fine. La consapevolezza che il lettore ha (per esperienza storica del passato da una parte e per via del titolo del romanzo dall’altra) che i giorni della pace e quelli del suo protagonista sono contati carica quindi già a priori di senso quegli avvenimenti, quei pensieri e quei gesti che all’apparenza senso non hanno, convalidando così, mediante questo stratagemma narrativo, la straordinaria bravura di uno scrittore che non fa mai un libro uguale al precedente (qui addirittura usando un periodare molto più breve del solito) e che pure rimane sempre inconfondibilmente sé stesso.

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"Il libro dell'inquietudine" di Fernando Pessoa
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L'anno della morte di Ricardo Reis 2015-02-24 22:39:45 bluenote76
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bluenote76 Opinione inserita da bluenote76    25 Febbraio, 2015
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Non si domandi pertanto al poeta ciò che ha pensat

Il celebre poeta portoghese Fernando Pessoa, considerato uno dei più grandi scrittori del secolo scorso, resta ancora oggi una figura affascinante e sconcertante allo stesso tempo, anche per la creazione dei cosiddetti eteronimi. A differenza degli pseudonimi, che sono semplici soprannomi che un artista può decidere di darsi, l’eteronimo è una figura a tutto tondo, con una biografia, una personalità definita e uno stile di scrittura peculiare. Pessoa si creò vari alter ego, tra i quali uno dei più complessi e completi resta certamente Ricardo Reis, immaginato come medico espatriato in Brasile nel 1919 e poeta di gusto classicistico. Siccome Pessoa, a differenza che per gli altri eteronimi, non aveva attribuito a Ricardo Reis un anno di morte, lo scrittore portoghese futuro premio Nobel José Saramago (Azinhaga, 1922 – Tías 2010) ne approfittò per colmare la lacuna con la sua fervida fantasia nel romanzo L’anno della morte di Ricardo Reis.
Ricardo Reis ha lasciato la patria nel 1919 dopo la guerra civile e la restaurazione della repubblica. Torna a Lisbona, ormai alle soglie dei 50 anni, alla fine del 1935, quando il Paese è sotto la dittatura fascista di Salazar. Ricardo Reis si stabilisce nella capitale, prima in albergo poi in un appartamento, finché la morte lo coglie in una calda giornata del 1936. In questi mesi l’uomo vive una vita piuttosto solitaria, attirando anche i sospetti della polizia che comincia ad indagare su di lui. Nelle sue giornate però, e nei suoi pensieri e nelle sue fantasie, entrano anche due donne, Lídia e Marcenda, e l’ombra di Pessoa (morto nel 1935), che nei momenti e nei luoghi più diversi va a trovarlo e a dialogare con lui.
José Saramago racconta gli ultimi mesi di vita di Ricardo Reis, disegnando un personaggio assolutamente realistico; inoltre fa di questo uomo schivo, nostalgico, non privo di meschinità un testimone passivo degli eventi epocali di quegli anni: la dittatura di Salazar, la rivoluzione e il successivo scoppio della guerra civile spagnola. Sullo sfondo, un’Europa in cui dilaga il fascismo.
La posizione politica di Reis è diversa da quella di Saramago: da moderato, il personaggio rifiuta tanto il fascismo con la sua tronfia, grottesca retorica e l’inaccettabile soppressione di tutte le libertà quanto il comunismo, che gli appare un’esplosione di energie anarchiche incontrollabili; la simpatia dell’autore per i resistenti comunisti emerge invece evidente, soprattutto nella seconda parte del romanzo e in particolare quando si racconta lo sfortunato ammutinamento delle navi sul Tago. La compresenza di due punti di vista rende la lettura più complessa, ma anche certamente più ricca.
Il romanzo diventa dunque anche, come sempre accade in Saramago, e qui più che altrove, un pretesto per discutere di storia e di politica, con particolare riferimento ad eventi cruciali della patria Portogallo: al contrario del suo personaggio, apatico osservatore degli eventi, lo scrittore non esita ad esprimere i suoi giudizi battaglieri, severi e sferzanti, ostili ad ogni dittatura fascista chemassifica e umilia l’uomo, privandolo della libertà e della dignità.
Dei tanti romanzi di Saramago L’anno della morte di Ricardo Reis non è probabilmente dei più felici sotto il profilo artistico: soprattutto la prima parte ha un ritmo tanto lento da risultare quasi esasperante. È un difetto, se mai di difetto si può parlare per un genio della scrittura, che, in misura inferiore, si riscontra anche in altri romanzi, ma che in questo caso rende particolarmente pesante la lettura.
D’altro canto non mancano i tocchi inconfondibili del maestro: introdurre ad esempio il fantasma di Pessoa, con il quale il protagonista discute di politica, di vita e di morte, conferisce a certi passaggi un’atmosfera surreale e onirica che nulla toglie al realismo della narrazione nel suo complesso (tanto che qualcuno ha parlato di romanzo storico) e che anzi aggiunge una nota ulteriore ad una già ricca sinfonia di toni e motivi. E tra tutte resta impressa la figura di Lídia, la serva amante, una delle figure più umane della narrativa di Saramago: assolutamente vera nella sua semplicità, nella sua spontaneità, nella sua intelligenza, nella sua sensibilità, nella sua presa di coscienza progressiva e sofferta della necessità di proiettarsi oltre, verso un futuro più giusto – nonostante il prezzo che sarà necessario pagare.

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L'anno della morte di Ricardo Reis 2013-04-18 19:22:28 paoloc132
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paoloc132 Opinione inserita da paoloc132    18 Aprile, 2013
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Sulla scia di Pessoa

Lisbona,1936. A bordo della Highland Brigade fa il suo ritorno a casa Ricardo Reis,eteronimo di Fernando Pessoa.
In costante bilico tra il romanzo storico e una marcata vena lirica Saramago si sente in dovere di analizzare quel rapporto tra intellettuale e totalitarismo al quale il grande padre Pessoa non ha potuto prendere parte.
Lo fa scegliendo forse uno dei più affascinanti eteronimi di Pessoa,quel Ricardo Reis medico-intellettuale di matrice classicista fuggito sedici anni prima in Brasile per motivi politici,e ritornato nella madre patria proprio in occasione della morte del suo creatore. Il risultato,data la difficoltà dell'esperimento è ottimo: il periodare usato da Saramago assolve contemporaneamente,e in modo efficace,alla doppia funzione di cronaca storica e introspezione psicologica del protagonista,offrendo molti spunti interessanti.
Il contrasto dannunziano tra la nobile Marcenda,che riveste il ruolo di "donna angelo" e Lìdia,cameriera dell'albergo in cui alloggia il protagonista,che inconsapevolmente diventerà la musa carnale,il punto di approdo tanto ricercato da quest'ultimo.
Il rapporto con Fernando Pessoa,che non è un personaggio estraneo ma è vera e propria parte costituitiva del protagonista stesso: le riflessioni sulla vita e sulla morte,la tendenza a sovrapporre l'una sull'altra e viceversa,fino a far perdere le tracce del labile confine che le divide.
E ancora sullo sfondo l'avvento dei totalitarismi,una Lisbona pronta ad accoglierli con forte spirito di nazionalismo,che l'occhio disincantato di Reis riesce con ironia a distorcere in quanto mai morboso spirito di sopravvivenza,pur rimanendo fedele allo stile della cronaca.
Una vera chicca per gli amanti di Pessoa,che è vivo,vivo più che mai.

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Per chi è attento al rapporto tra intellettuale e contesto storico.
Ovviamente per gli amanti di Pessoa
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