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Pastorale americana Pastorale americana

Pastorale americana

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Seymour Levov è alto, biondo e atletico: malgrado sia di origine ebraica, al liceo lo chiamano «lo Svedese». Iniziano i favolosi anni Cinquanta e lui sposa Miss New Jersey, avviandosi a una vita di lavoro nella fabbrica di guanti del padre. A narrare l'accanirsi del destino sullo Svedese è un suo compagno di liceo, Nathan Zuckerman. Sente la necessità di raccontare la storia della solitudine di un padre, i dettagli della sua caduta, i dettagli della «pastorale americana per eccellenza»: il giorno del Ringraziamento del '73 che diventa per i Levov un grottesco giorno del Giudizio che sconvolge l'utopia dei giusti e fa trionfare la rabbia cieca e innata dell'America.

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Pastorale americana 2019-06-26 06:49:44 kafka62
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kafka62 Opinione inserita da kafka62    26 Giugno, 2019
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IL FALLIMENTO DEL SOGNO AMERICANO

“Così vivono gli uomini di successo. Sono buoni cittadini. Sono fortunati. Sono riconoscenti. Dio sorride loro. Se ci sono dei problemi, si adattano. E poi tutto cambia e diventa impossibile. Più nulla e nessuno che sorrida loro. E allora chi riesce ad adattarsi? Ecco un uomo che non è stato programmato per avere sfortuna, e ancora meno per l’impossibile. Ma chi è pronto ad affrontare l’impossibile che sta per verificarsi? Chi è pronto ad affrontare la tragedia e l’incomprensibilità del dolore? Nessuno. La tragedia dell’uomo impreparato alla tragedia: cioè la tragedia di tutti.”

Seymour Levov, detto lo Svedese, è stato durante la Seconda Guerra Mondiale un idolo per la popolazione ebraica di Newark: bello, intelligente, benestante, perfettamente integrato – nonostante le sue origini giudaiche - nella società americana, e in più un autentico fuoriclasse nel baseball e nel football. Nathan Zuckerman, il narratore, lo incontra quasi cinquant’anni dopo i tempi della propria adolescenza, nel corso della quale aveva avuto, come molti suoi coetanei, un’adorante infatuazione per il mitico Svedese, e – a sorpresa – lo trova una persona che, dietro la sua maschera di bonaria affabilità, rivela una superficialità e una banalità che, sbrigativamente, attribuisce alle conseguenze di una vita di agi e di successo, facile, viziata e senza intoppi. Ma quando, poche settimane dopo, nel corso di una riunione di ex compagni del liceo, Nathan incontra il fratello di Seymour e viene a sapere da lui non solo che lo Svedese è nel frattempo morto di cancro, ma che la sua vita apparentemente serena ed equilibrata è stata in realtà distrutta da un’immane tragedia familiare, egli capisce quanto sia stato erroneo il suo giudizio, e quanto poco siamo in grado di comprendere le esistenze degli altri. “Pastorale americana” diventa così una sorta di risarcimento postumo, il commosso e meditato tentativo di ricostruire la vita dello Svedese andando al di là delle apparenze e dei luoghi comuni, scavando nei meandri di una mente che è sempre rimasta un segreto per tutti, una cassaforte di pensieri, di dubbi, di emozioni e di rimorsi di cui Nathan, naturale alter ego di Roth in virtù del comune mestiere di scrittore, cerca pazientemente di trovare la combinazione. E siccome lo Svedese, per il suo ottimismo, la sua intraprendenza, la sua razionalità, la sua tolleranza e il suo autocontrollo ben rappresenta le virtù dell’uomo americano medio, la sua storia ben si presta ad essere letta come una metafora dell’America la quale, nel periodo intercorso tra la Guerra Mondiale e il Vietnam, ha perso progressivamente la propria innocenza e la propria fiducia nel futuro, precipitando in un circolo vizioso di dubbi sul proprio ruolo e di sensi di colpa per i propri misfatti, per quanto perpetrati in buona fede. Come è possibile che dal buono, altruista e pacifico Seymour sia potuta venir fuori, nonostante l’incrollabile dedizione paterna, una astiosa e violenta terrorista come la figlia Merry? In questo incredibile salto generazionale sta tutta l’irrazionale brutalità di un crollo di valori e di ideali che trasforma in pochi anni la “pastorale americana” del titolo nel suo inquietante contrario. Il romanzo è così diviso tra la lacerante nostalgia di una perduta età dell’oro e il tormento di un presente in cui il rimpianto scava voragini di angoscia come un silenzioso ma inguaribile tumore maligno.
La bellezza del romanzo di Roth non risiede solo nella sua valenza metaforica. Anzi, il suo aspetto forse più originale è il ruolo che esso attribuisce all’arte, e alla letteratura in particolare, di riuscire là dove la vita fallisce: nella comprensione degli altri. Se la pretesa di capire il prossimo è (come il narratore intuisce dopo la deludente cena con lo Svedese) “una colossale illusione priva di fondamento, una sbalorditiva commedia degli equivoci”, allora forse solo la penna di uno scrittore, con la sua fertile sensibilità da rabdomante delle emozioni, può penetrare nei reconditi angoli dell’interiorità di un individuo ed esprimere quel groviglio indecifrabile di pulsioni contraddittorie che è la sua anima. E quella di Roth, il quale sa cogliere benissimo quegli attimi capaci di generare una catena di reazioni incontrollabili, tali da cambiare per sempre un’esistenza, è una penna cui si può affidare con la massima fiducia l’ambiziosa missione di metterci in condizione di vedere gli altri con la stessa, e forse (questo è il miracolo dell’arte) ancora maggiore, nitidezza di quanto siamo in grado di vedere noi stessi.

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Philip Roth: "Ho sposato un comunista" e "La macchia umana"
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Pastorale americana 2018-08-25 11:04:39 pierpaolo valfrè
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pierpaolo valfrè Opinione inserita da pierpaolo valfrè    25 Agosto, 2018
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Il diritto negato all'innocenza

La mia prima esperienza di lettura del Roth americano si è indirizzata a questo romanzo complesso, abbastanza faticoso ma piacevole da leggere. La struttura fitta e circolare dell’opera incentiva un secondo giro o almeno la rilettura di alcune parti, per rivedere i personaggi sotto una nuova luce e per riassaporare con maggiore consapevolezza i minuziosi dettagli e le numerose digressioni che inizialmente possono spazientire o rallentare il ritmo.

Introdotti dalla quarantacinquesima riunione degli ex allievi di un liceo (con l’inevitabile bilancio di vite finite, sprecate, realizzate ed elenchi di acciacchi, malattie, successi, fallimenti, vicissitudini, mogli, figli e nipoti) percorriamo cinquant’anni di storia americana, dagli anni quaranta agli anni novanta del ventesimo secolo in compagnia principalmente di Seymour Levov, un ebreo dai tratti somatici così poco corrispondenti alla sua origine da guadagnarsi il soprannome di “Svedese”.

Suo nonno “era arrivato a Newark dalla madrepatria dopo il 1890 e aveva trovato lavoro come scarnatore di pelli di montone…un ebreo solitario mescolato ai più rozzi immigrati slavi, irlandesi e italiani”. Il padre dello Svedese, Lou Levov, era “un padre per il quale ogni cosa è un incrollabile dovere, per il quale c’è la ragione e il torto e, in mezzo, nulla” ed era di quel tipo di uomini “limitati provvisti di un’energia illimitata…uomini per i quali la cosa più seria della vita è andare avanti malgrado tutto”.

Lui, lo Svedese, immigrato ebreo di terza generazione, in grado di eccellere in ogni disciplina sportiva, aveva “il talento di essere se stesso, la capacità di essere quella strana forza che t’inghiottiva e di avere, tuttavia, una voce e un sorriso non offuscato dal minimo barlume di superiorità: la naturale modestia di chi non conosceva ostacoli e sembrava non dover mai lottare per crearsi uno spazio tutto suo”.

Dopo i successi sportivi e una breve esperienza nei marines, Seymour sposa una Miss New Jersey, una cattolica irlandese la cui personalità non è inferiore alla sua bellezza, e dirige l’azienda di famiglia. Ci sono quindi tutti i presupposti per vivere un bellissimo “sogno americano”. Ma proprio qui si nasconde il dramma.

Il “sogno americano” è infatti un utile, tonificante e rinfrescante miraggio per chi vuole progredire, salire ancora di qualche piano sull’ascensore sociale, non fermarsi mai, combattere per farsi largo nella vita con la stessa durezza di cui furono capaci i padri e i nonni. Guai invece a fermarsi, a illudersi di essere arrivati, ad accontentarsi di una bella famiglia, un lavoro gratificante, una casa in pietra nella quiete bucolica della campagna. Dopo la cacciata dal paradiso terrestre, nessun uomo ha più diritto all’innocenza.

Levov lo Svedese, pur avendo tutte le caratteristiche di chi è predestinato al successo, di chi è kalòs kai agathòs, bello e moralmente retto, giusto, generoso, abile e valoroso, commette il peccato di ritenere di vivere nel migliore dei mondi possibili, come un novello Candide, o come Giovannino Semedimela, il personaggio di una favola che sparge i suoi semi nel bosco per far crescere gli alberi.

“Nessuno attraversa la vita senza restare segnato in qualche modo dal rimpianto, dal dolore, dalla confusione e dalla perdita. Anche a quelli che da piccoli hanno avuto tutto toccherà, prima o poi, la loro quota d’infelicità”. E infatti il destino colpisce lo Svedese nel momento in cui è più appagato dalla sua vita, mollemente adagiato sotto le fronde dei suoi possenti aceri, come il pastore Titiro delle bucoliche virgiliane.

Sono probabilmente la diagnosi di un cancro e soprattutto la morte del padre, spentosi serenamente a novantasei anni, a dare allo Svedese l’occasione per un bilancio e per un confronto tra esistenze e tempre completamente diverse. Prende contatti con uno scrittore affinché scriva della lunga e “bellissima vita” di Lou Levov. Ma è piuttosto di sé che vorrebbe parlare, non riuscendoci: “continuavo ad aspettare che dicesse qualcosa di più di queste ineccepibili banalità, ma tutte quelle che venivano a galla erano altre superficialità. Al posto dell’anima, pensavo, ha l’affabilità: quest’uomo la irradia da ogni poro. Per se stesso ha ideato un incognito, e l’incognito è diventato lui”.

Cosa gli è successo? Cosa ha inghiottito l’uomo, lasciandone unicamente la maschera? Cosa è andato storto nella sua vita?

Attorno ai Levov si muovono molti altri personaggi che nell’insieme forniscono un quadro interessante delle tensioni che attraversano la società americana, delle profonde differenze sociali, religiose, etniche e culturali e del disagio, del senso di inadeguatezza e del disperato bisogno di integrazione di chiunque non appartenga alla classe wasp, la classe di chi è lì da sempre.

La Festa del Ringraziamento, autentica pastorale americana, per sole ventiquattr’ore crea l’illusione di sopire le diffidenze reciproche e la voglia di rivalsa di ognuno.

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Pastorale americana 2017-11-04 14:26:04 Valerio91
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Valerio91 Opinione inserita da Valerio91    04 Novembre, 2017
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Un incubo americano

Una lettura che continuavo a rimandare, come se sentissi quanto sarebbe stato difficile portarla a termine.
Roth veste i panni del Tolstoj d'oltreoceano e in "Pastorale Americana" ci offre un affresco di quell'America del dopoguerra che prometteva tanto, che sembrava offrire soltanto successo e niente di peggio, ma che nei suoi angoli nascosti celava lati oscuri che avrebbero distrutto i cuori e le menti di chiunque.
Questa è letteratura vera e propria, con tutti i pro e i contro che ne derivano. Ciò che Roth descrive potremmo sentirlo lontano se consideriamo l'arco temporale che la storia raccontata comprende (almeno per chi è giovane come me) e per il luogo in cui si svolge, ma lo sentiamo nostro in quanto esseri umani, perché ciò che ci affligge va oltre le generazioni, il dolore ci insegue come se per lui il tempo non scorresse e ci raggiunge ugualmente; non importa quanto cambino gli scenari mondiali, il dolore si adatta. Le cause scatenanti potranno cambiare, ma lui è sempre lì, pronto ad assalirci.
Al centro della storia c'è proprio questo: una famiglia che si sforza di essere normale, composta da persone che avrebbero tutti i requisiti e anche più per essere felici, gettata nel baratro dal caos e da un'America che promette grandi cose ma non può garantirle a tutti; un'America che dietro a una facciata di onestà e gloria, cela mostruosità di cui la guerra in Vietnam era soltanto l'inizio.

Al centro di questa storia c'è Levov detto "Lo Svedese", leggenda del liceo di Weequahic ed eccellente giocatore di baseball, basket e football. Tutto, nella vita dello Svedese, sembrava essere proiettato verso il successo. Tutti avrebbero voluto essere Lo Svedese, o almeno essergli amico. In lui erano incanalate le speranze di una nazione, quando lo vedevi correre per un campo, prendere a spallate gli avversari o centrare perfettamente la palla con una mazza, potevi credere che tutto andasse bene, che quella Seconda guerra in realtà fosse solo un'invenzione e che l'unica cosa che contava era vedere quel prodigio umano sbriciolare record su record.
La vita dello Svedese era destinata ad essere indimenticabile, e l'America sarebbe stata il suo palcoscenico perfetto.
Ma lo Svedese non sceglie di calcare un qualsiasi tipo di campo sportivo, decide di prendere in mano l'azienda di guanti di suo padre e portarla avanti con successo. E' un uomo buono che va d'accordo con tutti, che riesce a superare alla grande alcuni dei periodi neri che la storia del suo paese gli pone davanti.
Poi sposa Miss New Jersey ed ha una meravigliosa figlia. Merry. Meravigliosa sì, ma fino all'adolescenza, fin quando l'America le sbatte in faccia quella che era la sua realtà di quel tempo. La guerra in Vietnam, i monaci che si danno fuoco per protesta, i bambini che muoiono di fame. Merry è una bimba nata nel posto sbagliato, al momento sbagliato. Una bimba che intraprende una strada che potrebbe essere ammirevole ma decide di percorrerla nel modo sbagliato, portando distruzione nella propria vita, in quella dei suoi cari e in quella degli altri. Come può Meredith Levov, figlia del mitico Svedese, che vive in una specie di paradiso in cui nulla sembra poter andare storto, fare una fine simile?
Pastorale Americana è la cronaca di un sogno americano, quello di Seymour Levov Lo Svedese, che va in mille pezzi nel fragore di una bomba, una bomba tirata dalla sua stessa figlia.

"La vita di Levov lo Svedese, per quanto ne sapevo io, era stata molto semplice e molto comune, e perciò bellissima, perfettamente americana."

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Pastorale americana 2017-01-21 15:21:57 GPC36
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GPC36 Opinione inserita da GPC36    21 Gennaio, 2017
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I sogni infranti

La bomba che esplode nella tranquilla località di Old Rimrock nel New Jersey uccide una persona e distrugge un piccolo edificio che richiama un quadro di Hopper: un bazar e ufficio postale con un pennone dove il titolare ogni mattina issa orgogliosamente la bandiera americana. Un attentato che non comporta solo la fine del sereno percorso di vita di Seymour Levov (lo “svedese”), ma che è anche un segnale della caduta del “sogno americano”, del modello di vita che era stato invidiato e desiderato nel mondo anche da chi diceva di detestarlo.
Il conflitto generazionale, degenerato in uno spietato antagonismo della figlia Meredith, responsabile dell’attentato, nei confronti del padre, trova l’innesco nella guerra nel Vietnam e nei contrasti sociali che iniziano ad incendiare gli Stati Uniti. Fino allora Seymour aveva vissuto un’esistenza invidiabile, gratificato dal successo economico come imprenditore, dalla prestanza fisica che ne aveva fatto un brillante atleta del liceo, dal matrimonio con la bellissima Dawn Dwyer, miss New Jersey 1949, che ha sposato superando le resistenze del padre per le differenze di religione (lui ebreo, lei cattolica). Persona di assoluta rettitudine, ai limiti del conformismo, con un totale senso del dovere, aveva potuto vivere un’esistenza perfetta, tanto da non doversi mai chiedere “perché le cose sono così come sono?”, ignorando persino che ci si potesse porre tale domanda, si è trovato impreparato ad affrontare l’improvviso cambiamento della figlia, attirata dai movimenti di contestazione e dalla loro degenerazione nel terrorismo, provocando la crisi in una famiglia che appariva un modello del benessere americano.
Un dramma familiare cui fa da sfondo l’infrangersi di altri sogni: entra in crisi il sogno di uno sviluppo economico che sembrava senza limiti, poiché il peso dei conflitti sociali e razziali determina la delocalizzazione di imprese che lasciano macerie e zone di degrado, facendo decadere la fiorente economia della città di Newark; il tragico conflitto nel Vietnam incrina l’immagine degli Stati Uniti come modello di stato democratico e liberale, critico nei confronti della politica coloniale e imperialista di alcuni stati europei.
Si riprenderà dal frantumarsi del suo modello familiare lo “svedese”, con la caparbietà e la forza con cui usciva dalle mischie nel football, correndo verso la meta, ma il segno della ferita resterà indelebile, anche se non avrà il coraggio di parlarne quando incontrerà lo scrittore Nathan Zuckerman (alter ego di Philip Roth), per il quale aveva rappresentato un idolo sportivo quando era ragazzino e che ora dovrà costatarne l’assoluta normalità. Così come si riprenderà l’economia di Newark e il ruolo mondiale degli Stati Uniti, ma l’american way of live non sarà più il modello sfolgorante a cui si guardò dal dopoguerra agli anni sessanta.
Il Seymour descritto da Zuckerman sulla base di articoli di giornale, non è una biografia essendo in gran parte frutto della sua immaginazione; se tra flash back e capitoli di avvio il romanzo si svolge dal dopoguerra al 1995, la parte focale è ristretta in cinque anni, a partire dal 1968.
È un romanzo complesso “Pastorale americana” che pone al centro il lacerante, drammatico rapporto fra Seymour Levov e la figlia Meredith, con un approfondimento del suo dramma interiore, che unisce all'analisi psicologica anche interessanti spaccati di sociologia urbana e immagini di una società benestante che non sapeva cogliere ed interpretare le tensioni sociali in atto. Tuttavia non posso dire che lo stile di Philip Roth mi abbia entusiasmato. Da una parte il romanzo appare troncato nelle pagine conclusive, che racchiudono il dramma dell’episodio finale in poche righe, sommergendolo in una descrizione dettagliata della flora del New Jersey o nella banalità delle disquisizioni del vecchio Lou Levov. Dall'altra la straripante capacità narrativa di Roth riempie pagine di minuziose descrizioni (spiccano quelle sulle modalità di produzione dei guanti, attività di famiglia dei Levov) che se omesse o ridotte non avrebbero tolto alcun valore al romanzo e ne avrebbero alleggerito la leggibilità.
Per semplice assonanza mi trovo a confrontare il suo stile con quello dell’altro Roth, Joseph, essenziale ma incisivo, e a rinnovare tutta la simpatia ed il piacere di lettura provato per quest’ultimo.

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Pastorale americana 2017-01-08 08:58:22 mauriziocasamassima
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mauriziocasamassima Opinione inserita da mauriziocasamassima    08 Gennaio, 2017
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Pastorale sgretolata

La pastorale idilliaca di un'America progressista e democratica svanisce nel contesto di una famiglia normale, una famiglia come tante, in cui però irrompe la storia con la deflagrazione di una bomba. Non vale lo splendore del protagonista Seymour Levov, la sua prestanza fisica, i suoi valori, la sua integrità....quando la storia irrompe nella vita gli schemi saltano, l'amore talvolta si sgretola e resta solo la domanda di fondo: perchè? E' una domanda a cui non è possibile dare una risposta nell'immediato, questa è la caratteristica della Storia, solo coloro che verranno dopo ne comprenderanno il senso. Lo svedese Seymour Levov morirà di crepacuore, le sue domande non riceveranno risposta, ma i posteri comprenderanno che la grandezza di una democrazia, lo spessore di una civiltà che è divenuto faro e punto di riferimento per il mondo passa attraverso il dolore, attraverso le scelte sbagliate o giuste che siano di chi questa storia, lentamente, progressivamente, inersorabilmente la costruisce. La guerra in Vietnam ha avuto un costo altissimo per gli Stati Uniti, per le famiglie, spezzando la normalità cui erano abituate. Ma la forza di quella democrazia sta nel coraggio di interrogarsi, nel tentativo mai abbandonato di comprendere limiti ed errori di ogni singola scelta. Seymour lo fa, ma non riuscirà a cambiare la storia. Quella storia però cambierà noi, che abbiamo ottenuto le risposte a quelle domande, che ne viviamo oggi la pesante ma consistente eredità.

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Pastorale americana 2016-11-06 18:03:38 the boy who read
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the boy who read Opinione inserita da the boy who read    06 Novembre, 2016
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pianificazione del caos

Oggi vado a recensire il libro che ha reso Roth uno dei maggiori autori contemporanei, infatti grazie a pastorale americana Roth vinse il pulitzer.
Non è facile parlare di pastorale americana perchè il libro è un intreccio di domande poste,di risposte date e non date, di salti nel passato e di salti nel futuro e tutto ciò attraversa la mente e l'anima di un unico uomo ovvero Seymour Levov. La trama si districa tra l'infanzia di Seymour fino ad arrivare in un'età in cui diviene consapevole del destino dell'uomo,del mondo e della storia. Uno penserebbe che questi pensieri colpiscano un uomo in età adolescenziale ma no, Seymour è diverso lui è lo "Svedese" (soprannome affibbiatogli nella gioventù) e questi pensieri lo colpiranno ben più in là ovvero verso la cinquantina. Qui sta il punto del libro, perchè così tardi(domanda a cui, per non cadere in spoiler risponderò solo in parte)? Per quale motivo?(dicasi lo stesso per questa di domanda; queste mie domande vogliono solo essere di incipit a voi futuri lettori per farvi capire a cosa si deve cercare di guardare in un libro di non semplice comprensione) E l'ambiente che lo circonda com'è che cambia?
Iniziamo con ordine, nelle prime pagine ci viene descritto lo svedese nell'ambiente di un quartiere ebraico di Newark dove ci viene mostrato tramite gli occhi del narratore delle primissime pagine del libro ovvero il ormai consueto Nathan Zuckerman. Tramite lui scopriamo di tutto sullo svedese, dalla sue abilità nel baseball( a dire il vero in qualsiasi sport) fino ad arrivare a ciò che legge e non meno importante ci viene mostrata la sua famiglia e l'ambiente in cui cresce.
Tutto agli occhi di Zuckerman sembra idilliaco nella vita dello svedese finchè 50 anni dopo scoprirà della sua morte e scoprirà di come questa celebrità ha vissuto una vita illusoriamente idilliaca e di come un uomo consapevole di avere tutto nella vita scopre che in verità non ha nulla.
Tutto ciò si svolge in una città,anzi un paese, in continuo mutamento. All'inizio ci troviamo in una città senza alcunchè di speciale ma alla fine ci troviamo nel degrado totale e tutto questo va di pari passo con il degrado, con la distruzione che lo svedese affronta nella propria vita. Di spoiler non ne faccio quindi analizzerò i temi che Roth va ad affrontare che sono i più disparati, dalla guerra del vietnam fino all'inconsapevolezza dell'uomo.
Dalla penna di Roth abbiamo una fugace visione della realtà, fugace perchè ogni volta che lo scrittore ci propone un tipo di realtà essa sguscia via, rendendo la realtà ed il mondo che la circonda mutevole, proprio come il destino del suo personaggio e più in generale dell'uomo stesso. Roth non ci dà nemmeno le coordinate per capire quali siano i perchè i motivi di tali cambiamenti, tutto sembra avvenire per volontà del dio del caos. Forse è proprio questo l'elemento che caratterizza il racconto di Roth, il caos sotto ogni forma;che si esplicita a noi in tutti i nostri momenti della giornata, in tutti i nostri momenti della vita, nonostante noi pianifichiamo e ri- pianifichiamo tutto(come lo svedese fà addirittura fin dalla primissima adolescenza) il caos è lì per farci uno sgambetto, per farci cadere nel baratro più profondo, per renderci incapaci di comprendere la realtà che si palesa attorno a noi insomma per preparare anche il più impreparato degli uomini a quella grottesca realtà che viene definita vita.
Tutto ciò Roth lo fa tramite una penna che forse da il suo meglio in questo romanzo, usando uno stile, sia nelle riflessioni sia nel raccontare gli eventi, pesante ma al contempo godibile. In fondo certi temi non possono essere trattati in modo leggero e difatti ci vuole anche un vero maestro per rendere tali temi di facile comprensione anche ai lettori meno accaniti..... Complimenti Roth

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libri che riflettono sulla futilità della vita o del suo significato tra cui citerei Stoner
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Pastorale americana 2016-06-15 14:07:47 Antonella76
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Antonella76 Opinione inserita da Antonella76    15 Giugno, 2016
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Roth e il sogno americano infranto.



Cosa dire di questo romanzONE? Non è un libro facile...dentro c'è tanto, tantissimo, c'è tutto.
Fiumi di parole che mi hanno inghiottito nel loro flusso...che mi hanno ubriacato, incantato, mi hanno fatto pensare, innervosire, riflettere e comprendere...
Spesso mi hanno fatto perdere, per poi farmi ritrovare più smarrita di prima...perché questo libro ti pone tante domande, ma non ti dà nessuna risposta.
Un libro molto "americano" nella cornice storica, ma decisamente universale nei contenuti.
Parliamo del declino, della distruzione di un uomo (di un uomo icona del "bene", del "successo", della "rettitudine") per mano del suo stesso sangue, della deflagrazione di una bomba che segna l'inizio della fine.
Un po' come quelle malattie autoimmuni che generano il male dall'interno...così lo Svedese, dall'interno della sua vita perfetta, genera "il Mostro", il male che distruggerà tutto quello in cui lui ha sempre creduto e che ha amato.
Perché? Di chi è la colpa? Cosa si sarebbe potuto fare per evitarlo? Quando "qualcosa" si è rotto?
Roth non ha scritto solo un romanzo, ma un trattato socio - psicologico tanto complesso quanto avvincente e lo ha fatto attraverso una narrazione paricolare...discontinua, ricca di ricordi, evocazioni, disgressioni e dialoghi interiori scritti in modo magistrale...come solo "un grande" sa fare!!!
Di fronte a pagine e pagine di cotanto spessore io mi sento davvero piccola...e senza parole.

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Pastorale americana 2016-05-11 10:02:46 Cristina72
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Cristina72 Opinione inserita da Cristina72    11 Mag, 2016
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Sognare sogni impotenti

Romanzo strutturalmente complesso, che inizia in prima persona per cedere gradualmente la scena a Seymour Levov, meglio conosciuto come lo Svedese (“il più grande atleta nella storia del liceo di Weequahic”), incarnazione del sogno americano e mito dei ricordi giovanili dell'io narrante.
Le lunghe digressioni, che fanno luce sul periodo storico e sul background socio-culturale in cui si muovono i protagonisti, se da un lato appesantiscono un po' la narrazione dall'altro trasmettono tutta l'ispirazione dello scrittore per la storia che narra, nonché la sua capacità di districarsi mirabilmente negli intrecci narrativi.
Chiusa l'ultima pagina, viene spontaneo tornare alle prime e a un Seymour Levov imprenditore di successo e uomo tutto d'un pezzo, in apparenza soddisfatto da un'esistenza che scorre su binari impostati nel segno di uno splendido, rassicurante conformismo.
Rileggere quelle pagine quando si è conosciuta la profonda drammaticità del personaggio senza maschera fa tutt'altro effetto, e sta soprattutto qui l'originalità e la grandezza del romanzo.
Convinti, a torto o a ragione, della buona fede dello Svedese, si finisce per empatizzare con lui al punto da chiedersi dove sta l'inghippo, cos'è che non ha funzionato in una vita dove tutto sembrava dover filare per il verso giusto.
E invece no, perché ogni circostanza esteriore, oltre ad essere un opinabile punto di vista, è anche soggetta agli imprevisti del caso: “Aveva imparato la lezione peggiore che la vita possa insegnare: che non c'è un senso”.
Da antologia l'ultima parte, una cena fra parenti, amici e amanti dove sregolatezza e integrità, realtà e finzione sembrano battersi come pugili su un ring: prima l'abbraccio, poi l'affondo finale.
“Levov lo Svedese, sfuggito ai colpi dell'ariete che è questo mondo per galleggiare a mezz'aria e sognare, sognare, sognare sogni impotenti”.

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Pastorale americana 2015-12-28 13:10:17 f.martinuz
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f.martinuz Opinione inserita da f.martinuz    28 Dicembre, 2015
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From the dawn to the disaster

Pastorale americana. Il titolo con cui Roth ha conseguito il Pulitzer nel 1997 e che racchiude in sé tutto e niente. La pastorale americana è il momento in cui, soprattutto nel Giorno del Ringraziamento, rancori, ideologie, insofferenze, piccoli dissidi, incongruenze vengono accantonate e taciute. Essa è “una moratoria sui cibi stravaganti e sulle curiose abitudini e sulle esclusività religiose”; con essa tutto tace come fosse una sottospecie di Natale laicizzato all’estremo. La pastorale americane è l’apice della convivialità, l’acme della fratellanza famigliare e quindi dell’amore parentale. In qualche modo è la vetta ideale della storia di Roth ma anche della contraddittoria Storia americana e, come è noto, dalla vetta si può solo cadere e rotolare a valle. Ed è questo il percorso che vede protagonista Seymour “lo Svedese” Levov.

La storia dello Svedese è narrata all’interno di una cornice narrativa che ha in Nathan Zuckerman, l’alter ego letterario di Roth, il suo fulcro. È Zuckerman infatti che, attraverso la sua seppur scarsa conoscenza personale dello Svedese, i ritagli di giornale relativi a lui ed alla sua famiglia, i due miseri incontri, peraltro praticamente insignificanti, con l’eroe universitario e le informazioni fornitegli da Jimmy, il fratello di Seymour, si cimenta nella stesura di un’anomala biografia dello stesso che si concretizza nella gran parte del romanzo e che, in modo anomalo, è composta da molteplici punti di vista. Sebbene le fila della narrazione siano tirate da un narratore in terza persona, esterno agli eventi, innumerevoli sono gli interventi dei personaggi, di Seymour Levov soprattutto i quali ci aiutano a farci strada nel disastro che, lentamente e inesorabilmente, si abbatte sulla sua vita. Roth ci presenta uno stile biografico tanto inconsueto da far dimenticare al lettore, a lungo andare, che tecnicamente dietro tutta la storia ci sarebbe il vecchio Zuckerman.

La storia di Roth è, come sempre nella sua prosa, l’intreccio inestricabile delle vicende umane, in qualche modo piccole, con la Storia vera e propria. Se ne “Il complotto contro l’America” gli eventi si muovono sullo sfondo della distopia che vede l’ascesa al potere dell’aviere filonazista Charles Lindbergh e se ne “La nostra gang” le vicende assumono i contorni di una critica politica esplicita in forma satirica, in questo romanzo la scenografia è rappresentata soprattutto dalle reazioni interne contro la politica militare americana nei confronti del Vietnam. È proprio questa vicenda che porta, per mezzo della strillante e folle figlia Merry, la guerra in casa. Per il ragionevole, razionale e tollerante Svedese, di famiglia ebrea ma non praticante, la bomba omicida messa dalla figlia all’interno dello spaccio del paese è l’inizio del declino. Da lì inizia la disgregazione lacerante della sua famiglia e quindi della sua vita. Merry fugge e si dà alla macchia mentre un’insolente ragazza lo umilia e lo tiene sotto scacco accusandolo senza ritegno di essere un cane capitalista in quanto proprietario di una fabbrica di guanti. La moglie, Dawn Dwyer, ex miss New Jersey cade in depressione e ricorre, come palliativo al suo dolore, alla chirurgia estetica. La vita dello Svedese viene sradicata e in un turbinio di pensieri, rimpianti, rabbie e contraddizioni si giunge ad uno splendido disastro.

La storia non corre su un unico binario ordinato e Roth gioca con il lettore trasportandolo, attraverso flashback, ricordi, reminiscenze, riflessioni, avanti e indietro nel tempo. Come se volesse punzecchiare la nostra rassicurante convinzione per cui la vita è qualcosa di ordinato, cronologicamente definito e da cui non si può scappare. Ma così non è perché nella nostra testa, con la facoltà del pensiero di cui l’uomo è dotato, noi possiamo muoverci tra passato, presente e futuro senza barriere e vincoli; tra ricordi gioiosi e rimembranze dolorose; tra il nostro io più profondo e la nostra superficialità. A conti fatti questo è lo Svedese che si dondola nella sua personalità tenace, controllata e fragile allo stesso tempo. Un uomo come tanti, un orgoglioso americano come tanti e un uomo come noi, come chiunque altro.

Da grande romanziere dell’America Roth lascia scorrere, forse leggermente sotto traccia ma comunque in evidenza, le sue considerazioni, i suoi apprezzamenti e le sue critiche al modello ed alla società americani. Esimendosi dall’affrontare questa sua prerogativa letteraria non sarebbe stato Philip Roth. L’autore traccia una panoramica ad ampio spettro dell’americanità, dei suoi pregi, dei suoi difetti e delle sue insanabili contraddizioni. Emerge la contestazione contro un sistema capitalistico spinto allo stremo che mangia forza lavoro e denaro senza guardare in faccia nessuno ma allo stesso modo la dote americana di affermarsi da solo, del self-made man che costruisce da zero viene esaltata dall’epopea famigliare dei Levov e non è un caso che Lou Levov, padre di Seymour, porti su un piedistallo Franklin Delano Roosevelt, colui che contribuì a sviluppare l’assioma a stelle e strisce dell’american dream. Il romanzo è ben più complesso rispetto a quanto ho scritto e ricco di miriadi di sfumature che una recensione non potrà mai esaurire; invito chiunque ami questo autore a cimentarsi con questo pezzo inarrivabile di bravura letteraria in cui lo stile di Roth non si discosta di molto dall’abilità del nostro Dante di misurare e adattare il linguaggio al contesto ed al passaggio letterario contingente.

“Perché non dovrei stare dove mi piace? Perché non dovrei stare con chi mi piace? Non è tutto qui, questo paese? Io voglio stare dove mi piace e non voglio stare dove non mi piace. Non è questo che significa essere americani?”

FM

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Pastorale americana 2015-09-12 16:06:12 Dartagnan
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Dartagnan Opinione inserita da Dartagnan    12 Settembre, 2015
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La guerra dentro di noi

Uno dei più grandi romanzi sull'America.
Uno stile ampio, completo, che ci porta in una storia dove le bombe non sono solo esplosioni pirotecniche, ma uno stato dell'anima. Roth sembra dirci che la guerra è dentro di noi: a casa, per strada, con gli altri, perfino nella camera da letto.
Una vicenda di una famiglia come tante, dove il protagonista, lo Svedese, rappresenta l'America degli anni '60 - '90. Un uomo mite, attento a piacere a tutti, impostato, apparentemente perfetto, ma con gli stessi difetti dei cosiddetti "altri", solo mascherati.
Insomma, va letto, nonostante a tratti sia un po' noioso a causa delle eccessive descrizioni.

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DeLillo, Fante
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