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Pastorale americana

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Seymour Levov è alto, biondo e atletico: malgrado sia di origine ebraica, al liceo lo chiamano «lo Svedese». Iniziano i favolosi anni Cinquanta e lui sposa Miss New Jersey, avviandosi a una vita di lavoro nella fabbrica di guanti del padre. A narrare l'accanirsi del destino sullo Svedese è un suo compagno di liceo, Nathan Zuckerman. Sente la necessità di raccontare la storia della solitudine di un padre, i dettagli della sua caduta, i dettagli della «pastorale americana per eccellenza»: il giorno del Ringraziamento del '73 che diventa per i Levov un grottesco giorno del Giudizio che sconvolge l'utopia dei giusti e fa trionfare la rabbia cieca e innata dell'America.



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Pastorale americana 2021-07-26 15:05:58 anna rosa di giovanni
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anna rosa di giovanni Opinione inserita da anna rosa di giovanni    26 Luglio, 2021
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Giobbe americano

PASTORALE AMERICANA (1997)
di PHILIP ROTH (1933-2018)

GIOBBE AMERICANO

1. IL TITOLO.
Il titolo ha chiaramente una coloritura religiosa così come il titolo delle tre parti in cui il libro è diviso (ognuna suddivisa in tre capitoli): Paradiso ricordato, La caduta, Paradiso perduto. Non ho conoscenze sufficienti per addentrarmi in questo aspetto, al di là di quello che si desume chiaramente dalla trama: la caduta di un uomo angelico, tendenzialmente perfetto, in seguito all’implosione di quello che credeva essere il paradiso: la sua famiglia, il suo paese. Un altro elemento è legato al racconto biblico: tra le letture d’infanzia del protagonista c’è “Il ragazzo di Tomkinsville”, “Libro di Giobbe per ragazzi” (p. 11), che insegna come la virtù non sia necessariamente ricompensata con la felicità. Che è in estrema sintesi quel che il libro racconta.

2. TEMA.
Questo libro straripante di intelligenza e di sentimento si affaccia su due versanti: 1. da un lato quello della vita intima e familiare di un uomo, Seymour Levov detto “lo Svedese”, quarta generazione di ebrei trapiantati negli Stati Uniti, che tra la fine degli anni ‘40 e i ’50 faceva “sognare” tutta la comunità ebraica di Prince Street coi suoi successi sportivi e la sua bellezza assolutamente yankee (e non se la tirava!); 2. dall’altro lato quello politico dei cambiamenti sociali, politici e culturali negli USA dalla fine della Seconda guerra mondiale fino agli anni ‘90, e cioè dai mitici anni dell’infanzia del personaggio narratore, quelli dell’America gigante forte e buono, a una ventina di anni fa: ad oggi, si può dire. In questo arco di tempo il “sogno americano” si è disgregato. Nell’America (o nell’Occidente?) raccontata da Roth, l’amore per la propria famiglia e l’amore per il proprio lavoro, anzi, più precisamente, per il prodotto del proprio lavoro, vengono soppiantati da egoismo lassismo pirateria morale, portando al degrado tutta una società che si considerava (che il protagonista considerava) felice.

3. TRAMA E STRUTTURA.
Il romanzo comincia così: “Lo Svedese. Negli anni della guerra, quando ero ancora alle elementari, questo era un nome magico nel nostro quartiere di Newark”: è lo scrittore Nathan Zuckerman, alter ego di Roth anche in altri romanzi - ho letto - che racconta la storia di Seymour Levov, l’idolo della sua infanzia e della sua giovinezza, tanto da pesare sulla formazione del suo sistema valoriale. La racconta dopo che nel 1995 apprende, in occasione della 45a riunione degli ex allievi della sua scuola, che il suo vecchio idolo Seymour Levov è morto di cancro pochi giorni prima. In realtà dopo averlo perso di vista per trentasei anni, nel 1985 Zuckermann aveva già incontrato Seymour casualmente e lo aveva rivisto poco dopo in un incontro sollecitato da Seymour stesso per parlargli - gli aveva scritto - di suo padre Lou, morto l’anno prima, perché scrivesse qualcosa su di lui. Ora, per tutto il loro incontro Seymour non aveva fatto che parlargli entusiasticamente dei suoi tre figli Kent, Steve e Chris, senza dirgli nulla di significativo: di autentico, e Zuckermann aveva trovato straordinariamente insulso quell’uomo che pure era stato un mito per lui e per tanti altri: “Mi sbagliavo. Non mi ero mai sbagliato di più sul conto di nessuno in vita mia” (p.41). Capisce infatti, in quella riunione di ex -allievi, che Seymour gli aveva taciuto proprio ciò che era stato un dramma per lui, uomo innamorato del proprio lavoro della propria famiglia dell’America: un primo matrimonio da cui gli era nata una figlia, Meredith, detta Merry cioè “lieta”, che nel ‘68 aveva ucciso una persona in un attentato terroristico, rinnegando proprio tutto ciò in cui tutta la sua famiglia credeva. Così, intanto che balla con una vecchia ex allieva con cui in gioventù ha amoreggiato, a Zuckermann accade una cosa:

“Sognai - dice - una cronaca realistica. Cominciai a studiare la sua vita (…) e inspiegabilmente, zacchete! lo trovai a Deal, New Jersey, nella casa al mare (...)” (p. 92).

Zuckermann comincia così a immaginare, con una ricchezza una finezza una profondità veramente geniali, tutte le situazioni e i possibili scenari della vita di Seymour, di sua moglie Dawn e di Merry, la quale crescendo era diventata uno dei tanti “ferali difensori degli oppressi della terra” (p. 416) e poi una seguace del giainismo, che in nome di una non violenza spinta agli estremi aspira alla morte.

Una scelta singolare di Roth è di raccontare, attraverso lo scrittore Zuckermann, non tutta la vita dello “Svedese”, ma quello che gli era accaduto (poteva essergli accaduto) fino a circa 15 anni prima della sua morte e della riunione degli ex allievi in cui Zuckermann apprende la sua morte. Immagina cioè la sua storia fino alle ore immediatamente successive al momento in cui Seymour ha ritrovato la figlia ex-terrorista e ora giaina in un sottopassaggio ferroviario dove vive senza neanche più lavarsi nè quasi mangiare e, sconvolto, torna a casa, dove sono riunite per cena alcuni amici di famiglia, compresa l’amatissima moglie Dawn, Miss New Jersey da giovane benchè figlia di un immigrato irlandese, che sorprende in un atteggiamento inequivocabile con un ospite. E che succede poco dopo, cioè nell’ultima pagina? Succede una scenata grandguignolesca degna di Grosz o di Canetti: la vecchia amica di famiglia Jessie, ubriaca, colpisce al viso con una forchetta il padre di Seymour che vuole convincerla a non bere più. Al che, Marcia Umanoff (quindi altra figlia di immigrati), “professoressa di lettere a New York, (…) una nonconformista militante estremamente sicura di sé, molto portata al sarcasmo e a dichiarazioni calcolatamente apocalittiche destinate a mettere a disagio i signori della terra” (p. 339), vedendo il vecchio Levov con la faccia insanguinata e incredulo di fronte alla follia della vecchia amica Jessie, “Cominciò a ridere (…) a ridere e ridere e ridere di tutti loro, colonne di una società che, con sua grande gioia, stava rapidamente colando a picco; a ridere e a mostrare il proprio godimento (…) per l’ampiezza che aveva preso il disordine galoppante, apprezzando enormemente l’attaccabilità, la fragilità, l’indebolimento di cose che avrebbero dovuto essere robuste. Sì, si era aperta una breccia nel loro fortilizio (…) e ora che era aperta non si sarebbe più chiusa. (…) Tutto è contro di loro, tutto ciò e tutti coloro che non apprezzano la loro vita (…) MA COS’HA LA LORO VITA CHE NON VA? COSA DIAVOLO C’È DI MENO RIPROVEVOLE DELLA VITA DEI LEVOV?”

Su ciò che è accaduto allo Svedese dopo questo momento drammatico, ossia nei quindici anni antecedenti la sua morte, noi apprendiamo nel cap. 3 della prima parte quel poco che ne dice a Zuckermann il fratello Jerry in occasione della riunione degli ex allievi: lo Svedese aveva avuto un’altra moglie e altri figli, quei tre di cui Seymour gli aveva raccontato quando si erano rivisti nell’85, e ha rivisto più volte sua figlia che intanto è morta o forse no (cenno a p. 85): nient’altro. Evidentemente questa seconda vita di Seymour era un’altra storia oppure semplicemente ci volevano altre 500 pagine per raccontarla e Roth non se la sentiva :)

4. COSA HA DISTRUTTO “IL SOGNO AMERICANO” E QUELLI CHE CI CREDEVANO ?
Nel mondo rappresentato e amato da Seymour Levov l’economia e il lavoro erano basati su un’industria manifatturiera in cui determinante era il saper fare, ben diverso dal semplice eseguire gesti meccanici, e leggendo il libro non si finirà di stupirsi di quanta conoscenza c’è in certa manualità: non per caso il prodotto che ha fatto la ricchezza e l’orgoglio dei Levov sono i guanti (non ricordo in che capitolo Lou Levov spiega al figlio come la struttura della mano abbia determinato lo sviluppo dell’intelligenza della specie umana). Certo Roth piange la scomparsa di quel modello economico in cui il padrone e l’operaio (parola che non compare mai nel libro, mi sembra) erano accomunati dall’amore per ciò che fabbricavano. In effetti, attraverso i suoi personaggi, Roth parla in termini molto critici degli imprenditori che hanno delocalizzato la produzione accontentandosi di una più scarsa qualità del lavoro e dei prodotti in nome di un maggior profitto, così come esprime la più netta disapprovazione per la guerra nel Vietnam, per la classe politica coinvolta nel Watergate, i simpatizzanti del Ku Klux Klan. Però anche e forse soprattutto Roth denuncia il progressivo svilimento della morale puritana dell’America dura ma aperta al merito di tanti emigrati di diverse religioni e culture, svilimento favorito dai partigiani del “politically correct”, in primis l’intelligentsia di sinistra, che per esempio ha “sdoganato” un film quale “Gola profonda” o dato un appoggio incondizionato alle idee di Angela Davis (mi sembra che ci sia qualche analogia tra le idee di Roth e quelle della Fallaci).

5. STILE.
Roth ha un talento veramente insuperabile nell’immaginare delle scene alla stregua di un regista, e certe pagine potrebbero essere pagine di una sceneggiatura. Però lui vuol render conto non solo e non tanto di quello che si dice e si fa, ma soprattutto di quei milioni di cose che si pensano intanto che si parla o si agisce altrimenti, cose appartenenti ai momenti più diversi della vita, e quindi ... come montare su una pellicola sia le parole che si dicono sia i contenuti così vari del vissuto interiore dei personaggi che sono … in scena? E poi Roth vuole raccontare nientedimeno che … una vita! E non basta. Vuole raccontare anche almeno l’essenziale delle vite che si intrecciano con quella vita: perché c’è sì il protagonista, Seymour “lo Svedese”, personaggio indimenticabile, ma poi ci sono suo padre, sua madre, il fratello, la moglie Dawn, la figlia Merry, quella che mette la bomba, ci sono i vecchi compagni di scuola ... Quindi il teatro no, ma neanche il cinema. La scrittura invece supera qualunque limitazione perché il lettore può rileggere, sospendere la lettura, riprendere ...

È chiaro che una scrittura che renda conto della continua invasione del campo visibile da parte delle parole che pronunciamo interiormente è una scrittura che richiede attenzione da parte del lettore. Se per esempio la narrazione di una cena o di un incontro fra ex-allievi si dipana lungo decine e decine di pagine, il lettore non apprende soltanto ciò che i personaggi fanno e dicono, ma anche ciò che il personaggio principale pensa (spesso su ciò che gli altri pensano). Per cui tra la battuta “Butto giù la pasta?” e “Scolò la pasta” - sto inventando -, abbiamo letto decine di pagine che con quella pasta non c’entrano niente o c’entrano molto indirettamente. Si dirà: come Proust! Sì, ma fino a un certo punto, soprattutto perché mai in Roth le frasi sono lunghe e complesse, anzi la sua lingua è estremamente “naturale”: i suoi personaggi parlano agli altri e a se stessi come chiunque di noi. Inoltre, almeno per me, le gioie e le sofferenze di Seymour, gli interrogativi che si pone, gli sforzi che fa per salvaguardare la felicità dei propri cari è troppo coinvolgente per non conquistare il cuore del lettore. Per cui, al bisogno, si rilegge volentieri :). Anzi, devo dire che intanto che scrivo queste righe, sentendo le voci di giovani padri e madri che parlano coi loro bambini piccoli che giocano e ridono, penso allo Svedese e a Dawn, e mi auguro che mai questi genitori e questi bambini vedano la distruzione del loro paradiso.

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La chiave a stella (Primo Levi) per l'elogio del lavoro tecnico, Autodafé (Canetti) e Il bambino che sognava la fine del mondo (Scurati)
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Pastorale americana 2021-06-07 12:41:07 Molly Bloom
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Molly Bloom Opinione inserita da Molly Bloom    07 Giugno, 2021
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Cosa chiedere di più da questo libro?

Non mi capaciterò mai del fatto che a Philip Roth non gli sia mai stato assegnato il premio Nobel. Mi consola il fatto che la sua opera è superiore a tutti i premi di questo mondo e li calpesterà continuando a sopravvivere nel tempo anche senza di loro. Secondo Thomas Bernhard i premi artistici e tutto quello che ci gira intorno sono un atto di "prostituzione artistica", quindi lasciamo i premi agli scrittori più deboli, probabilmente ne hanno più bisogno.

Tornando a noi "Pastorale americana" è un libro di rara bellezza e profondità, scritto in modo ineccepibile. Dal sapore della prosa classica ma nello stesso tempo arricchita di stili moderni come il flusso di coscienza, questo libro è un viaggio nella storia e nelle vite sia dei personaggi ma anche la propria in quanto ha valenza di generalità sulla condizione umana che non è mai mutata nel tempo. Nello specifico ho trovato toccante il discorso sull'impossibilità di conoscerci a vicenda, ancor più difficile di capirci e proteggerci l'un l'altro  quando spesso si fa fatica a conoscere e a proteggere se stessi. Pagine davvero intense scritte quasi con dolore e con l'urgenza di comunicare qualcosa di importante al lettore. Riserva invece uno sguardo nostalgico e disilluso sull'America, patria da lui molto amata e idealizzata ma che si dimostra una culla piena di violenza, depravazione e comportamenti estremisti per le nuove generazioni. Non solo la società ne subisce cambiamenti ma anche l'economia che a seguito della globalizzazione le industrie devono adeguarsi ai nuovi costi e spostare in altri paesi la produzione. Tuttavia, nel suo sogno americano lo Svedese trionfa, riesce ad avere la vita perfetta che ha sognato sin da piccolo, attraverso un secondo matrimonio e tre figli esemplari ma avrà sempre uno scheletro nell'armadio e un peso sulla propria anima.

Ho trovato la figura dello Svedese a tratti adombrata di alcuni comportamenti equivoci che tutt'ora non ho compreso come per esempio il bacio sulla bocca a Marry. Bellissime invece le pagine finali in cui si mescola il profondo flusso di coscienza dello Svedese, ormai distrutto e sul fondo del baratro, con le chiacchiere futili e false della moglie Dawn, la combinazione di ciò che lo Svedese crede che sta succedendo (l'arrivo della figlia a casa e la confessione dei crimini) e ciò che realmente succede (il padre Lou infilzato con la forchetta nella guancia da parte di una ospite ubriaca): il tutto concluso con la isterica risata di Marcia che fa da sipario su questa commedia umana. Un libro da leggere, rileggere e rileggere. Grandissimo scrittore che ho imparato ad apprezzare e ad affezionarmici.

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Pastorale americana 2020-12-09 18:21:19 silvia t
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silvia t Opinione inserita da silvia t    09 Dicembre, 2020
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Pastorale americana

Adesso che la 444 pagina è stata letta mi chiedo, a distanza di ventiquattro ore, come sia stato possibile che non avessi ancora letto questo libro, eppure è del 1997, avevo vent'anni in quell'anno; cosa stavo leggendo di così strabiliante da far andare in secondo piano Pastorale americana?

E gli anni successivi? Dov'era la mia curiosità, la mia intelligenza?
Non riuscivo a capire che quel titolo era fondamentale? Che in qualche modo mi avrebbe aiutata a meglio leggere quello che poi sarebbe capitato nella mia vita?

Forse sono davvero i libri a decidere quando è il momento di essere letti e noi crediamo invece di avere potere decisionale, solo loro che ad un certo punto capiscono di avere una possibilità di cambiarti la vita.

Così è successo a me, la settimana scorsa, Pastorale americana era in lista da più di due mesi, ma altri libri l'avevano barbaramente sorpassato e giunti alla mia coscienza prima; quello che lo ha fatto in modo più doloroso, preponente, devastante è stato La Storia della Morante, ma sarà forse materiale di un'altra riflessione.

L'edizione che mi ha scelta è quella che veniva allegata a Repubblica, la copertina è di un grigio anonimo, non invoglia, non emana quel bisogno di essere letta, non illude con promesse illusorie che in qualche modo verranno disattese: no non lo fa, infatti la sovracopertina è finita sotto la coperta dei gatti posata sul divano.

Così ho iniziato Pastorale Americana, mi ha avvolto in uno scialle di sogno, mi ha portato nell'America del secolo scorso, mi ha sventrato la coscienza ricostruendola più solida.

Subito dopo aver finito il libro ho deciso di noleggaire il film di Ewan Mc Gregor, ma non ha saputo neppure scalfire la grandezza del libro, incredibile come tutto intorno a me fosse tridimensionale mentre leggevo e sia diventato piatto mentre osservavo le scene del film, che avrebbero dovuto rappresentare lo Svedese, Jerry, Nathan, Merry, Dawn, Lou, Sylvia, Shila, ma che non era che pezzi di cartone che si muovevano su un binario.

Sono state scritte migliaia di parole sui personaggi, è stato spiegato il piano narrativo, quello sociale, quello economico, psicologico e anche forse finanziario; difficilmente potrò aggiungere qualcosa di più, che non si possa trovare su un qualunque sito di lettura.

Allora cosa mi trovo a cercare di tramettere con queste mie parole?
L'empatia che ogni personaggio ti obbliga a provare, quel vissuto maniacale di ognuno che continua e continua incessante come gli ingranaggi di una catena di montaggio, quel voler capire, incolpare, spiegare, aggiustare, ricostruire, ridipingere, ridisegnare... tutto fuorché ascoltare, accogliere, cullare il disagio, la sofferenza, la frustrazione di qualcosa che poteva essere e non sarà, che avrebbe dovuto essere e non sarà, di una felicità promessa, di un potere illimitato e aleatorio che non basta se non si evolve, che non basta non si plasma sul tempo, sullo spazio, sull'altro.

Un capolavoro paragonabile solo ai grandi classici del passato, in cui una storia si fa universale, in cui i personaggi divengono paradigmi, in cui quella che viene raccontata è l'umanità e non una storia.

Inutile dire che lo consiglio perché al pari dei gradi classici del passato non può lasciare indifferenti e Roth questo lo sa, sa di scrivere con inchiostro indelebile.

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Pastorale americana 2020-12-05 16:05:37 LuigiF
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LuigiF Opinione inserita da LuigiF    05 Dicembre, 2020
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Il lato oscuro del sogno Americano

Poco più di due anni fa, un mio collega americano, brillante "professional" giunto all'apice della sua carriera,  fu barbaramente ucciso dal figlio minore nella villa di famiglia poco distante da Boston, Massachusetts. Emerse in seguito che il ragazzo soffriva da anni di gravi disturbi psichici. Sottoposto a continue cure psichiatriche, il suo stato mentale si era deteriorato al punto da condurre il ragazzo ad aderire a non so quale setta satanica.  Nessuno, neppure tra i più stretti amici della vittima, era al corrente dell'esistenza di questo povero figlio problematico che deve certamente avere sconvolto l'esistenza di quella altrimenti perfetta famiglia americana.
Mi si perdonerà il riferimento personale, ma la lettura di questo meraviglioso libro di Philip Roth, mi ha riportato alla mente questa atroce storia che allora mi sconvolse. Ricordo che, appresa la notizia, all'inevitabile reazione di sgomento ed incredulità, subentrò presto un'amara riflessione sulla sconfinata solitudine che quel padre doveva aver sofferto in quei lunghi anni in cui il segreto inconfessabile restava celato dietro le spesse cortine di una esibita felicità giustificata da successo, benessere economico e prestigio professionale.

Il romanzo di Roth ha struttura e profondità che appartengono solo ai grandi classici. Due temi ne guidano lo sviluppo: da un lato la critica al modello americano e all'etica del successo, dall’altro, la spaventosa responsabilità insita nell’educazione dei figli. 

Il primo tema potrebbe apparire inflazionato, ma Roth lo tratta con tale equilibrio ed efficacia da non risultare mai banale. "Critica" non è forse la parola giusta. Lo scrittore riserva uno sguardo malinconico nel tratteggiare personaggi, lo Svedese ed il padre, che dedicano la loro vita alla realizzazione nel lavoro guidati da senso del dovere e da una incrollabile tensione verso l'emancipazione sociale. Attorno a loro una serie di personaggi si muovono come burattini dai comportamenti prevedibili. La lunga e memorabile cena che conduce all'epilogo finale, è una piece teatrale di straordinaria efficacia in cui pare sfaldarsi quel mondo borghese in cui lo Svedese aveva creduto ed investito le sue energie migliori. Ogni commensale rappresenta una faccia di quel modello sociale: il padre testardamente aggrappato a valori ormai superati, l'artista-architetto archetipo di una annoiata alta borghesia che tradisce la moglie alcolizzata ed emarginata, la frigida psicologa incapace di empatia alcuna, la moglie del giurista, cosi' sprezzantemente anticonformista da diventare il simbolo di un conformismo "altro", la moglie dello Svedese pateticamente rinata grazie alla relazione adulterina.

Ma è il secondo tema a rendere il romanzo indimenticabile. Merry, figlia dello Svedese, rompe gli schemi di quell'equilibrio ipocrita. Incapace di gestire la propria rabbia verso quella società conformista, Merry si avvicina a movimenti antagonisti (sono gli anni della contestazione contro la guerra del Vietnam) fino a diventare terrorista ed a macchiarsi di attentati sanguinari. La sua fuga tra gli Stati dell'Unione si conclude col ritorno alla città natale. Li' la ritrova il padre, ormai irriconoscibile e ridotta in miserabili condizioni fisiche e mentali dopo la conversione al giainismo estremo. L'originalità del romanzo sta nel raccontare la parabola di questa povera ragazza attraverso gli occhi di un padre che ne segue il disperato cammino verso l'autodistruzione senza poter far nulla per arrestarne il percorso. Gli interrogativi che si pone, qui in forma drammaticamente estremizzata, sono quelli di un padre nel constatare l'alterità del figlio e l'effettiva impotenza in quel ruolo di guida che si era prefigurato.

Il  "doppio" epilogo è, anch'esso memorabile. Ad un primo finale che pare configurarsi a tinte da tragedia greca, ne subentra un secondo grottesco che ci lascia smarriti a contemplare profonde miserie umane.
Pastorale Americana e' un grandioso affresco della società Americana moderna, delle sue contraddizioni, dei sui punti di forza e di debolezza, ma è anche e soprattutto un raffinato racconto psicologico che tocca profondamente aspetti intimi ed inesplorati dell'esistenza. A mio parere uno dei migliori romanzi del 900 americano.

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Pastorale americana 2020-03-15 06:27:35 siti
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siti Opinione inserita da siti    15 Marzo, 2020
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Che paese, l'America

Un atto di coraggio, ecco, così potrei definire questo romanzo. Un atto coraggioso per una serie di ragioni, bastanti - le prime due che elencherò - ad argomentare l’asserzione: l’opera è una denuncia del falso mito americano, in primo luogo, ed è, in seconda battuta , una critica fatta da una parte debole del melting pot che compone il popolo America. La parte ebrea, una tra le tante molecole di un composto chimico non ancora ben amalgamato nonostante si sia, ai tempi di Roth - coincidenti con quelli della narrazione – alla seconda generazione, quelle di figli dei migranti che si sentono pienamente americani. È americano lo Svedese? È americano lo stesso Roth? Perché lo chiedo, perché ve lo chiedo? Partiamo dall’assoluto protagonista della narrazione, Seymour Levov, nomen omen verrebbe da dire, di facile tracciabilità: ebreo al cento per cento; e no, che fa il nostro Roth? gli appioppa una alterità, una diversità tale che già a livello visivo fa di lui un originale, un diverso, un unicum , ha i tratti somatici di uno svedese e tale è , per tutta l’opera, un caso eccezionale: un uomo retto, eccellente, infallibile, equilibrato, un puro, un giusto verrebbe da pensare. Lo Svedese. E no! Calma: si va in direzione opposta; è semplicemente il riflesso negli occhi altrui di un modello vincente e rampante che incarna appieno il mito americano, dell’uomo di successo, della società di successo, quella competitiva e infallibile anche quando sguazza nel fango nero della guerra inutile o , per tornare alla dimensione del singolo, quando vive un vero e proprio dramma familiare che, all’insegna della violenza, della mina vagante, della casualità, dell’idealismo, dell’ingenuità, della pazzia se vogliamo, frantuma un’identità, fragile e contraddittoria come quelle di tanti, di tutti. Arriviamo ora al narratore, un vero e proprio alter ego dell’autore, Nathan Zuckerman, nomen omen nuovamente, di chiara matrice ebraica, uno scrittore con alle spalle anche lui un mondo di migranti americanizzati. Ennesima identità celata, ennesimo tratto originale perché la sua narrazione sarà solo frutto di una mera supposizione, una possibile ricostruzione dei fatti che potrebbe avere vissuto lo Svedese a partire da un’unica certezza: era un giovane brillante, lo incontra a distanza di anni, gli vorrebbe consegnare brevi manu la sua vita; la consegna è solo rimandata e non avverrà perché il narratore apprenderà poco dopo del decesso dello Svedese dal fratello.
Originale cornice a incastonare una narrazione secca, asciutta, a tratti ripetitiva, martellante direi, quando tocca gli aspetti più ideologici, l’ etica. Una visione laica e dissacrante di un falso mito creato da cantori precedenti che lo hanno voluto generare con intento puramente autoreferenziale. Una voce scomoda e stridente che non necessita di autocompiacimento e che quindi non cerca plauso alcuno, neanche in termini di piacevolezza. Sì, non mi è piaciuto, fatico a dirlo, perché è davvero un grande romanzo, è innegabile. Sono forse nostalgica della prima generazione di migranti e delle loro difficoltà? Qui l’omologazione necessaria e il desiderio di conformismo dei loro figli annienta ogni beltà e fornisce un quadro ancor più triste e desolante di quanto non fosse quello, per esempio, del triste commesso malamudiano. Viva l ‘America? Anche no.

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Pastorale americana 2019-07-06 09:45:20 Patrizia franchina
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Opinione inserita da Patrizia franchina    06 Luglio, 2019

Il mito americano...caduto

Con scrittura tagliente e occhio critico, l’autore descrive il mito americano appartenuto a intere generazioni di uomini che hanno creduto nella possibilità dall’affermazione individuale, del raggiungimento del benessere, del successo sociale e familiare attraverso il lavoro e l’impegno, nella convinzione di vivere nel Paese dell’accoglienza e delle opportunità per tutti; più nello specifico descrive la vita lunga tre generazioni di ebrei immigrati che hanno creduto in quel mito fino in fondo facendone motivo di soddisfazione e di orgoglio, felici di essere parte della grande America dei diritti, ricca e moralmente ineccepibile. Lo Svedese e la sua famiglia incarnano questo mito e conducono una vita senza scossoni, con tanto lavoro e tanta fiducia nel futuro. Lo svedese, un giovane uomo che incarna alla perfezione il mito del giovane di successo: è bello, bellissimo, di ottima famiglia, ricco, intraprendente, ammirato da tutti ( come ci aspetta da una giovane di buona famiglia ); giovanissimo si sposa con un bellissima donna( come da manuale) , rileva la ditta di famiglia e si dedica anima e corpo alla costruzione del suo futuro, prototipo della vita perfetta. Eppure qualche cosa alla fine si inceppa, il sogno si trasforma in un incubo a causa della figlia adolescente ribelle, inquieta e controcorrente, animata da spirito pacifista che si impegna contro la guerra del Vietnam e finisce in un tunnel senza uscita. Lo Svedese non si rassegna a perderla e ad assistere al fallimento del suo mito ma è costretto, attraverso una lunga e penosa indagine introspettiva, a rivedere il suo sogno e le sue certezze, a svelare un’America ricca di contraddizioni e ingiustizie: la guerra del Vietnam che divide il Paese, la contestazione giovanile, la rivolta delle comunità nera che chiede integrazione e diritti. In questo romanzo l’autore ci propone una acuta e spietata analisi sociologica dell’America evidenziandone I lati oscuri, fatti di perbenismo, ipocrisia…

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A chi ama la narrativa che invita alla riflessione sui grandi temi sociali, a chi conosce la letteratura americana.
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Pastorale americana 2019-06-26 06:49:44 kafka62
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kafka62 Opinione inserita da kafka62    26 Giugno, 2019
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IL FALLIMENTO DEL SOGNO AMERICANO

“Così vivono gli uomini di successo. Sono buoni cittadini. Sono fortunati. Sono riconoscenti. Dio sorride loro. Se ci sono dei problemi, si adattano. E poi tutto cambia e diventa impossibile. Più nulla e nessuno che sorrida loro. E allora chi riesce ad adattarsi? Ecco un uomo che non è stato programmato per avere sfortuna, e ancora meno per l’impossibile. Ma chi è pronto ad affrontare l’impossibile che sta per verificarsi? Chi è pronto ad affrontare la tragedia e l’incomprensibilità del dolore? Nessuno. La tragedia dell’uomo impreparato alla tragedia: cioè la tragedia di tutti.”

Seymour Levov, detto lo Svedese, è stato durante la Seconda Guerra Mondiale un idolo per la popolazione ebraica di Newark: bello, intelligente, benestante, perfettamente integrato – nonostante le sue origini giudaiche - nella società americana, e in più un autentico fuoriclasse nel baseball e nel football. Nathan Zuckerman, il narratore, lo incontra quasi cinquant’anni dopo i tempi della propria adolescenza, nel corso della quale aveva avuto, come molti suoi coetanei, un’adorante infatuazione per il mitico Svedese, e – a sorpresa – lo trova una persona che, dietro la sua maschera di bonaria affabilità, rivela una superficialità e una banalità che, sbrigativamente, attribuisce alle conseguenze di una vita di agi e di successo, facile, viziata e senza intoppi. Ma quando, poche settimane dopo, nel corso di una riunione di ex compagni del liceo, Nathan incontra il fratello di Seymour e viene a sapere da lui non solo che lo Svedese è nel frattempo morto di cancro, ma che la sua vita apparentemente serena ed equilibrata è stata in realtà distrutta da un’immane tragedia familiare, egli capisce quanto sia stato erroneo il suo giudizio, e quanto poco siamo in grado di comprendere le esistenze degli altri. “Pastorale americana” diventa così una sorta di risarcimento postumo, il commosso e meditato tentativo di ricostruire la vita dello Svedese andando al di là delle apparenze e dei luoghi comuni, scavando nei meandri di una mente che è sempre rimasta un segreto per tutti, una cassaforte di pensieri, di dubbi, di emozioni e di rimorsi di cui Nathan, naturale alter ego di Roth in virtù del comune mestiere di scrittore, cerca pazientemente di trovare la combinazione. E siccome lo Svedese, per il suo ottimismo, la sua intraprendenza, la sua razionalità, la sua tolleranza e il suo autocontrollo ben rappresenta le virtù dell’uomo americano medio, la sua storia ben si presta ad essere letta come una metafora dell’America la quale, nel periodo intercorso tra la Guerra Mondiale e il Vietnam, ha perso progressivamente la propria innocenza e la propria fiducia nel futuro, precipitando in un circolo vizioso di dubbi sul proprio ruolo e di sensi di colpa per i propri misfatti, per quanto perpetrati in buona fede. Come è possibile che dal buono, altruista e pacifico Seymour sia potuta venir fuori, nonostante l’incrollabile dedizione paterna, una astiosa e violenta terrorista come la figlia Merry? In questo incredibile salto generazionale sta tutta l’irrazionale brutalità di un crollo di valori e di ideali che trasforma in pochi anni la “pastorale americana” del titolo nel suo inquietante contrario. Il romanzo è così diviso tra la lacerante nostalgia di una perduta età dell’oro e il tormento di un presente in cui il rimpianto scava voragini di angoscia come un silenzioso ma inguaribile tumore maligno.
La bellezza del romanzo di Roth non risiede solo nella sua valenza metaforica. Anzi, il suo aspetto forse più originale è il ruolo che esso attribuisce all’arte, e alla letteratura in particolare, di riuscire là dove la vita fallisce: nella comprensione degli altri. Se la pretesa di capire il prossimo è (come il narratore intuisce dopo la deludente cena con lo Svedese) “una colossale illusione priva di fondamento, una sbalorditiva commedia degli equivoci”, allora forse solo la penna di uno scrittore, con la sua fertile sensibilità da rabdomante delle emozioni, può penetrare nei reconditi angoli dell’interiorità di un individuo ed esprimere quel groviglio indecifrabile di pulsioni contraddittorie che è la sua anima. E quella di Roth, il quale sa cogliere benissimo quegli attimi capaci di generare una catena di reazioni incontrollabili, tali da cambiare per sempre un’esistenza, è una penna cui si può affidare con la massima fiducia l’ambiziosa missione di metterci in condizione di vedere gli altri con la stessa, e forse (questo è il miracolo dell’arte) ancora maggiore, nitidezza di quanto siamo in grado di vedere noi stessi.

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Philip Roth: "Ho sposato un comunista" e "La macchia umana"
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Pastorale americana 2018-08-25 11:04:39 pierpaolo valfrè
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pierpaolo valfrè Opinione inserita da pierpaolo valfrè    25 Agosto, 2018
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Il diritto negato all'innocenza

La mia prima esperienza di lettura del Roth americano si è indirizzata a questo romanzo complesso, abbastanza faticoso ma piacevole da leggere. La struttura fitta e circolare dell’opera incentiva un secondo giro o almeno la rilettura di alcune parti, per rivedere i personaggi sotto una nuova luce e per riassaporare con maggiore consapevolezza i minuziosi dettagli e le numerose digressioni che inizialmente possono spazientire o rallentare il ritmo.

Introdotti dalla quarantacinquesima riunione degli ex allievi di un liceo (con l’inevitabile bilancio di vite finite, sprecate, realizzate ed elenchi di acciacchi, malattie, successi, fallimenti, vicissitudini, mogli, figli e nipoti) percorriamo cinquant’anni di storia americana, dagli anni quaranta agli anni novanta del ventesimo secolo in compagnia principalmente di Seymour Levov, un ebreo dai tratti somatici così poco corrispondenti alla sua origine da guadagnarsi il soprannome di “Svedese”.

Suo nonno “era arrivato a Newark dalla madrepatria dopo il 1890 e aveva trovato lavoro come scarnatore di pelli di montone…un ebreo solitario mescolato ai più rozzi immigrati slavi, irlandesi e italiani”. Il padre dello Svedese, Lou Levov, era “un padre per il quale ogni cosa è un incrollabile dovere, per il quale c’è la ragione e il torto e, in mezzo, nulla” ed era di quel tipo di uomini “limitati provvisti di un’energia illimitata…uomini per i quali la cosa più seria della vita è andare avanti malgrado tutto”.

Lui, lo Svedese, immigrato ebreo di terza generazione, in grado di eccellere in ogni disciplina sportiva, aveva “il talento di essere se stesso, la capacità di essere quella strana forza che t’inghiottiva e di avere, tuttavia, una voce e un sorriso non offuscato dal minimo barlume di superiorità: la naturale modestia di chi non conosceva ostacoli e sembrava non dover mai lottare per crearsi uno spazio tutto suo”.

Dopo i successi sportivi e una breve esperienza nei marines, Seymour sposa una Miss New Jersey, una cattolica irlandese la cui personalità non è inferiore alla sua bellezza, e dirige l’azienda di famiglia. Ci sono quindi tutti i presupposti per vivere un bellissimo “sogno americano”. Ma proprio qui si nasconde il dramma.

Il “sogno americano” è infatti un utile, tonificante e rinfrescante miraggio per chi vuole progredire, salire ancora di qualche piano sull’ascensore sociale, non fermarsi mai, combattere per farsi largo nella vita con la stessa durezza di cui furono capaci i padri e i nonni. Guai invece a fermarsi, a illudersi di essere arrivati, ad accontentarsi di una bella famiglia, un lavoro gratificante, una casa in pietra nella quiete bucolica della campagna. Dopo la cacciata dal paradiso terrestre, nessun uomo ha più diritto all’innocenza.

Levov lo Svedese, pur avendo tutte le caratteristiche di chi è predestinato al successo, di chi è kalòs kai agathòs, bello e moralmente retto, giusto, generoso, abile e valoroso, commette il peccato di ritenere di vivere nel migliore dei mondi possibili, come un novello Candide, o come Giovannino Semedimela, il personaggio di una favola che sparge i suoi semi nel bosco per far crescere gli alberi.

“Nessuno attraversa la vita senza restare segnato in qualche modo dal rimpianto, dal dolore, dalla confusione e dalla perdita. Anche a quelli che da piccoli hanno avuto tutto toccherà, prima o poi, la loro quota d’infelicità”. E infatti il destino colpisce lo Svedese nel momento in cui è più appagato dalla sua vita, mollemente adagiato sotto le fronde dei suoi possenti aceri, come il pastore Titiro delle bucoliche virgiliane.

Sono probabilmente la diagnosi di un cancro e soprattutto la morte del padre, spentosi serenamente a novantasei anni, a dare allo Svedese l’occasione per un bilancio e per un confronto tra esistenze e tempre completamente diverse. Prende contatti con uno scrittore affinché scriva della lunga e “bellissima vita” di Lou Levov. Ma è piuttosto di sé che vorrebbe parlare, non riuscendoci: “continuavo ad aspettare che dicesse qualcosa di più di queste ineccepibili banalità, ma tutte quelle che venivano a galla erano altre superficialità. Al posto dell’anima, pensavo, ha l’affabilità: quest’uomo la irradia da ogni poro. Per se stesso ha ideato un incognito, e l’incognito è diventato lui”.

Cosa gli è successo? Cosa ha inghiottito l’uomo, lasciandone unicamente la maschera? Cosa è andato storto nella sua vita?

Attorno ai Levov si muovono molti altri personaggi che nell’insieme forniscono un quadro interessante delle tensioni che attraversano la società americana, delle profonde differenze sociali, religiose, etniche e culturali e del disagio, del senso di inadeguatezza e del disperato bisogno di integrazione di chiunque non appartenga alla classe wasp, la classe di chi è lì da sempre.

La Festa del Ringraziamento, autentica pastorale americana, per sole ventiquattr’ore crea l’illusione di sopire le diffidenze reciproche e la voglia di rivalsa di ognuno.

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Pastorale americana 2017-11-04 14:26:04 Valerio91
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Valerio91 Opinione inserita da Valerio91    04 Novembre, 2017
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Un incubo americano

Una lettura che continuavo a rimandare, come se sentissi quanto sarebbe stato difficile portarla a termine.
Roth veste i panni del Tolstoj d'oltreoceano e in "Pastorale Americana" ci offre un affresco di quell'America del dopoguerra che prometteva tanto, che sembrava offrire soltanto successo e niente di peggio, ma che nei suoi angoli nascosti celava lati oscuri che avrebbero distrutto i cuori e le menti di chiunque.
Questa è letteratura vera e propria, con tutti i pro e i contro che ne derivano. Ciò che Roth descrive potremmo sentirlo lontano se consideriamo l'arco temporale che la storia raccontata comprende (almeno per chi è giovane come me) e per il luogo in cui si svolge, ma lo sentiamo nostro in quanto esseri umani, perché ciò che ci affligge va oltre le generazioni, il dolore ci insegue come se per lui il tempo non scorresse e ci raggiunge ugualmente; non importa quanto cambino gli scenari mondiali, il dolore si adatta. Le cause scatenanti potranno cambiare, ma lui è sempre lì, pronto ad assalirci.
Al centro della storia c'è proprio questo: una famiglia che si sforza di essere normale, composta da persone che avrebbero tutti i requisiti e anche più per essere felici, gettata nel baratro dal caos e da un'America che promette grandi cose ma non può garantirle a tutti; un'America che dietro a una facciata di onestà e gloria, cela mostruosità di cui la guerra in Vietnam era soltanto l'inizio.

Al centro di questa storia c'è Levov detto "Lo Svedese", leggenda del liceo di Weequahic ed eccellente giocatore di baseball, basket e football. Tutto, nella vita dello Svedese, sembrava essere proiettato verso il successo. Tutti avrebbero voluto essere Lo Svedese, o almeno essergli amico. In lui erano incanalate le speranze di una nazione, quando lo vedevi correre per un campo, prendere a spallate gli avversari o centrare perfettamente la palla con una mazza, potevi credere che tutto andasse bene, che quella Seconda guerra in realtà fosse solo un'invenzione e che l'unica cosa che contava era vedere quel prodigio umano sbriciolare record su record.
La vita dello Svedese era destinata ad essere indimenticabile, e l'America sarebbe stata il suo palcoscenico perfetto.
Ma lo Svedese non sceglie di calcare un qualsiasi tipo di campo sportivo, decide di prendere in mano l'azienda di guanti di suo padre e portarla avanti con successo. E' un uomo buono che va d'accordo con tutti, che riesce a superare alla grande alcuni dei periodi neri che la storia del suo paese gli pone davanti.
Poi sposa Miss New Jersey ed ha una meravigliosa figlia. Merry. Meravigliosa sì, ma fino all'adolescenza, fin quando l'America le sbatte in faccia quella che era la sua realtà di quel tempo. La guerra in Vietnam, i monaci che si danno fuoco per protesta, i bambini che muoiono di fame. Merry è una bimba nata nel posto sbagliato, al momento sbagliato. Una bimba che intraprende una strada che potrebbe essere ammirevole ma decide di percorrerla nel modo sbagliato, portando distruzione nella propria vita, in quella dei suoi cari e in quella degli altri. Come può Meredith Levov, figlia del mitico Svedese, che vive in una specie di paradiso in cui nulla sembra poter andare storto, fare una fine simile?
Pastorale Americana è la cronaca di un sogno americano, quello di Seymour Levov Lo Svedese, che va in mille pezzi nel fragore di una bomba, una bomba tirata dalla sua stessa figlia.

"La vita di Levov lo Svedese, per quanto ne sapevo io, era stata molto semplice e molto comune, e perciò bellissima, perfettamente americana."

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Pastorale americana 2017-01-21 15:21:57 GPC36
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GPC36 Opinione inserita da GPC36    21 Gennaio, 2017
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I sogni infranti

La bomba che esplode nella tranquilla località di Old Rimrock nel New Jersey uccide una persona e distrugge un piccolo edificio che richiama un quadro di Hopper: un bazar e ufficio postale con un pennone dove il titolare ogni mattina issa orgogliosamente la bandiera americana. Un attentato che non comporta solo la fine del sereno percorso di vita di Seymour Levov (lo “svedese”), ma che è anche un segnale della caduta del “sogno americano”, del modello di vita che era stato invidiato e desiderato nel mondo anche da chi diceva di detestarlo.
Il conflitto generazionale, degenerato in uno spietato antagonismo della figlia Meredith, responsabile dell’attentato, nei confronti del padre, trova l’innesco nella guerra nel Vietnam e nei contrasti sociali che iniziano ad incendiare gli Stati Uniti. Fino allora Seymour aveva vissuto un’esistenza invidiabile, gratificato dal successo economico come imprenditore, dalla prestanza fisica che ne aveva fatto un brillante atleta del liceo, dal matrimonio con la bellissima Dawn Dwyer, miss New Jersey 1949, che ha sposato superando le resistenze del padre per le differenze di religione (lui ebreo, lei cattolica). Persona di assoluta rettitudine, ai limiti del conformismo, con un totale senso del dovere, aveva potuto vivere un’esistenza perfetta, tanto da non doversi mai chiedere “perché le cose sono così come sono?”, ignorando persino che ci si potesse porre tale domanda, si è trovato impreparato ad affrontare l’improvviso cambiamento della figlia, attirata dai movimenti di contestazione e dalla loro degenerazione nel terrorismo, provocando la crisi in una famiglia che appariva un modello del benessere americano.
Un dramma familiare cui fa da sfondo l’infrangersi di altri sogni: entra in crisi il sogno di uno sviluppo economico che sembrava senza limiti, poiché il peso dei conflitti sociali e razziali determina la delocalizzazione di imprese che lasciano macerie e zone di degrado, facendo decadere la fiorente economia della città di Newark; il tragico conflitto nel Vietnam incrina l’immagine degli Stati Uniti come modello di stato democratico e liberale, critico nei confronti della politica coloniale e imperialista di alcuni stati europei.
Si riprenderà dal frantumarsi del suo modello familiare lo “svedese”, con la caparbietà e la forza con cui usciva dalle mischie nel football, correndo verso la meta, ma il segno della ferita resterà indelebile, anche se non avrà il coraggio di parlarne quando incontrerà lo scrittore Nathan Zuckerman (alter ego di Philip Roth), per il quale aveva rappresentato un idolo sportivo quando era ragazzino e che ora dovrà costatarne l’assoluta normalità. Così come si riprenderà l’economia di Newark e il ruolo mondiale degli Stati Uniti, ma l’american way of live non sarà più il modello sfolgorante a cui si guardò dal dopoguerra agli anni sessanta.
Il Seymour descritto da Zuckerman sulla base di articoli di giornale, non è una biografia essendo in gran parte frutto della sua immaginazione; se tra flash back e capitoli di avvio il romanzo si svolge dal dopoguerra al 1995, la parte focale è ristretta in cinque anni, a partire dal 1968.
È un romanzo complesso “Pastorale americana” che pone al centro il lacerante, drammatico rapporto fra Seymour Levov e la figlia Meredith, con un approfondimento del suo dramma interiore, che unisce all'analisi psicologica anche interessanti spaccati di sociologia urbana e immagini di una società benestante che non sapeva cogliere ed interpretare le tensioni sociali in atto. Tuttavia non posso dire che lo stile di Philip Roth mi abbia entusiasmato. Da una parte il romanzo appare troncato nelle pagine conclusive, che racchiudono il dramma dell’episodio finale in poche righe, sommergendolo in una descrizione dettagliata della flora del New Jersey o nella banalità delle disquisizioni del vecchio Lou Levov. Dall'altra la straripante capacità narrativa di Roth riempie pagine di minuziose descrizioni (spiccano quelle sulle modalità di produzione dei guanti, attività di famiglia dei Levov) che se omesse o ridotte non avrebbero tolto alcun valore al romanzo e ne avrebbero alleggerito la leggibilità.
Per semplice assonanza mi trovo a confrontare il suo stile con quello dell’altro Roth, Joseph, essenziale ma incisivo, e a rinnovare tutta la simpatia ed il piacere di lettura provato per quest’ultimo.

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