La caduta La caduta

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Clangi89 Opinione inserita da Clangi89    23 Luglio, 2020
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Cadere, inciampare, cambiare

Reduce da due letture che avevo divorato del medesimo autore, ossia, i celeberrimi titoli de La peste e Lo straniero, ho afferrato di recente in libreria questo libro. Conoscevo a grandi linee la trama che coinvolge letteralmente "la caduta" emotiva, fisica, professionale e di vita in generale del protagonista, sulla quarantina, Clemente. Avvocato, prima, di grande fama e prestigio a Parigi, Giudice Penitente, poi, in quel di Amsterdam, operante presso un bar di dubbie frequentazioni.
Un centinaio di pagine di monologo intenso. Moltissime le impressioni, numerosi i temi sull'animo umano, purtroppo, a mio parere, spesso toccati di corsa.
Un profondo senso di cambiamento in negativo, sfiducia nel genere umano. L'apparenza di un professionista esteriormente perfetto che si sgretola dentro per un accaduto tragico: un suicidio al quale egli ha assistito senza muoversi, suo malgrado.
Consiglio la lettura per avere un quadro introspettivo sullanimo umano e sul suo evolversi agli estremi delle ipotesi immaginabili. Tuttavia il ritmo del racconto e lo stile non sempre aiutano a seguire il discorso. Forse l'ho letto in un perioso nel quale non era la lettura per me più indicata, non mi ha lasciato molto per via della mancanza di approfondimento su alcuni tratti de personaggio nel suo evolversi. Eventi descritti alcuni nei dettagli ma manca qualcosa, a mio parere, per donare maggior chiarezza e fluidità.
Indubbiamente di Camus intendo leggere altri libri, forse meno conosciuti ma che magari saranno su un'altra impostazione narrativa. In ogni caso nulla togliere alla levatura dell'autore e non se la prendano gli innumerevoli lettori che hanno tratto molto da questo testo.

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DanySanny Opinione inserita da DanySanny    19 Gennaio, 2020
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Cadere, come Silvia

Qualcuno prima di me si è chiesto cosa avrebbe scritto Camus dopo questo libro, dove sarebbe giunto il suo pensiero, perché il pessimismo e la disillusione cui “La caduta” approda, hanno davvero il peso di un macigno che nemmeno il Sisifo più volenteroso e felice potrebbe sollevare. In effetti il libro al quale Camus stava lavorando prima della morte, non era un romanzo, ma un’autobiografia, come se il personaggio di Clamence avesse alla fine davvero chiuso un cerchio e solo nei ricordi del suo maestro di scuola, dell’uomo che lo ha reso lo scrittore che è poi diventato, Camus avrebbe potuto trovare una nuovo calore, una nuovo punto d’inizio.

“La caduta” non è un romanzo perfetto, ma ricapitola, nella sua straordinaria densità, i temi cardine dello scrittore e ne sottolinea, ancora una volta, l’acume tagliente, l’implacabile e indefessa profondità con cui scava non solo nelle radici dell’esistenza, ma anche nell’amore, nell’amicizia, nell’ipocrisia. La scrittura di Camus è tale che, ogni volta che si pensa di afferrarla, essa raggiunge un livello ancora più alto, una percezione ancora più intensa del mondo. Mi pare che ogni suo libro sia in fondo una riflessione sull’impossibile impossibilità del mondo, ovvero sull’impossibilità di aprire un varco, un miracolo, nella maglia rigida dell’esistenza. Lo stesso varco che cerca il suo Caligola, quando in uno splendido atto terzo chiede a un suo suddito-poeta di poter avere la luna, è lo stesso squarcio che il protagonista Mersault non sa intuire nella sua asettica impassibilità e soprattutto lo stesso miracolo che Clamence non sa realizzare. Perché ogni miracolo è, in un certo senso, una forma d’amore e Camus ci ricorda che “non essere amati è una semplice sfortuna: la vera disgrazia è non amare”. Il dramma di “La caduta” è tutta qui: Clamence non sa amare, in lui tutto è voce del verbo, chiacchiera e discorso, retorica; tutto il suo parlare, la sua sofistica, non è altro che la prosopopea di chi intuisce il giusto per logica, senza però sentirne l’urgenza, di chi conoscendo il male, non sceglie il bene. Il miracolo che avrebbe potuto arrestare la parabola discendente di questo libro era un tuffo, un atto di pura abnegazione, ma ancora una volta, nella paralisi di Clamence, Camus ci ricorda che non basta conoscere le maglie dell’assurdo per poterle spezzare. Non è un caso che il cuore del romanzo sia il suicidio di una ragazza, perché nel suicidio l’uomo è chiamato a portare alle estreme conseguenze il disgusto di una vita straniante nella sua pleonastica gratuità, eppure un vita che, al di là di ogni percezione razionale, l’uomo non è in grado di abbandonare. In fondo Clamence sa di essere al culmine della disperazione, là dove secondo Cioran la vita disgusta tanto quanto la morte, ma non ha abbastanza tempra per poterlo sostenere e allora tutto il discorso diventa una forma estrema di divertissement.

Quello che non funziona è che Camus tocca verità limpide tramite la voce di un personaggio creato e plasmato per non raggiungerle mai, condensa una quantità enorme di pensieri in uno spazio tanto stretto da diventare concettoso e lo stile non riesce a sostenere le ambizioni dell’opere. L’esito è che il libro rischia di sfaldarsi su se stesso e che nessun pensiero, una volta chiuso, resterà davvero impresso. È certo che con Clamence, Camus silenzia l’ipocrisia esistenzialista e fa crollare, una volta per sempre, la speranza, unica vera vittima di questa caduta.

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Rollo Tommasi Opinione inserita da Rollo Tommasi    09 Gennaio, 2020
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La sfida della logica scomposta

Chi è Jean Baptiste Clamence?
1 – APPROCCIO: a sentirlo avvicinare i clienti del bar “Mexico City” di Amsterdam, sembrerebbe soltanto un logorroico. E, come tutti i logorroici particolarmente dotati di eloquio, un amante del paradosso sino alla provocazione (nello stesso tempo in cui decanta lo zelo praticato a suo tempo dai “nostri fratelli hitleriani” nel ghetto, sa anche, in quanto vi abita, che esso è il “luogo d’uno dei maggiori delitti della storia”).
2 – PRESENTAZIONE: si descrive come un uomo appagato da se stesso (“La mia natura mi piaceva, e tutti sappiamo che la felicità è questa, anche se, per tranquillizzarci a vicenda, fingiamo a volte di condannare un tale piacere col nome di egoismo”). Ma questo appagamento è sovente il presupposto necessario per potersi dedicare agli altri con successo: l’uomo “non può amare senza amarsi”. Ecco il perché della spiccata generosità di Clamence nella vita e nel mestiere, e – come in una sorta di chiusura del cerchio – del suo ritenersi uomo eccellente. Al cospetto di cotanta autopresentazione di un io narcisista, però, qualsiasi interlocutore capirebbe di assistere ad altro, ad una preparazione: in quel che di iperbolico quest’uomo dice di sé, è presumibile un “ma”...
3 – CONFESSIONE: “Sono sempre stato pieno di vanità da scoppiare”. Alla fin fine l’eccellenza è una finzione, e la dimenticanza un modo per praticarla senza stancarsi di sé. A dispetto del gusto del paradosso e della provocazione – che attiene ad una singola natura d’uomo, e dunque sopravvive con essa nonostante tutto – le cose dell’esistenza impediscono di nascondersi a ciò che si è (“procedevo così alla superficie della vita, in certo modo nelle parole e mai nella realtà”). Così che, giunti al nocciolo della questione, si è costretti ad affrontare la “reductio ad unum” del proprio sentire: “può darsi che si tratti di vergogna, o di uno di quei sentimenti ridicoli che hanno a che fare con l’onore”. Ridicolo o meno, quel sentimento sfila la maschera: il compiacimento per la propria natura non esiste più.
4 – SCONFESSIONE: il“sospetto di non essere così ammirevole” è solo il principio della consapevolezza che, prima di ingannare gli altri, ci si è autoingannati (“Dopo lunghi studi su me stesso ho scoperto la duplicità profonda della creatura”). D’altronde, perché meravigliarsene? “Per finirla con l’ambiguità, bisogna semplicemente finir di vivere”. E’ il motivo – quasi l’alibi – per cui l’avvocato Clamence inizia a “praticare” una seconda natura: indifferenza o meditato disprezzo, rivolto anzitutto a chi una volta è stato oggetto del suo desiderio di rendersi meritorio.
5 – RIEDIFICAZIONE: resta, alla base, la necessità di vedersi ancora al centro della propria esistenza. Essa, come andava bene per ricercare la propria eccellenza nel giudizio degli altri, va ancor meglio ora che ogni spinta etica è stata accantonata, e la ricerca si è concentrata soltanto su se stessi (“La depravazione è liberatrice, perché non crea obblighi. Non vi si possiede altri che se stesso, dunque è l’occupazione prediletta dei grandi amatori della propria persona”). Non rimane che seguire una “felice dissipazione”, attraverso l’alcool e, anticipato dal disgusto per l’amore, l’uso della donna (in verità, ricambiato).
6 – APPRODO: “Adesso parlo con uno scopo: evidentemente, quello di far tacere le risate, di evitare personalmente il giudizio”. Uno scopo non raggiungibile attraverso la libertà (luogo elettivo per commedianti e ipocriti), ma con il suo contrario, la sottomissione. E’ necessario “incolpare se stessi per poter giudicare gli altri”: “più mi accuso e più ho il diritto di giudicare”, perché “il ritratto che mostro ai miei contemporanei diventa uno specchio”. Così “troneggio tra i miei angeli cattivi”. L’abisso infernale, come Dante insegna, può essere un luogo ghiacciato.

Il giudizio (che si dà e si riceve, sostanziando il “mestiere” del protagonista: giudice-penitente).
La risata (l’elemento irrisolto che, diluito nella dimenticanza di giorni o di anni, può tornare in qualsiasi luogo e momento, e frantumare un’identità – come insegna Dino Buzzati nei suoi migliori racconti).
Sono i due fattori attorno ai quali Albert Camus traccia – in sei mosse/capitoli – la parabola umana.
Una parabola asimmetrica, che termina in un’infinita “caduta”... qualcosa che non appare come un inabissarsi tangibile (né del protagonista, né della ragazza che, alle sue spalle, finisce nella Senna), ma ricorda piuttosto un volo archetipico (e inevitabile) verso le profondità: Clamence, come Lucifero, è estasiato dalla propria eccellenza; a Clamence, come a Lucifero, viene rivelato il proprio stato di colpevolezza; Clamence precipita dal regno di Dio (“Non era forse questo l’Eden: la vita in presa diretta? Così fu la mia”), rifugiandosi infine nell’unica cosa che glielo ricordi (“Non è forse la donna tutto quello che ci rimane del paradiso terrestre?”).
Lucifero, che volle sfidare Dio e, macchiandosi di superbia, fu precipitato nelle profondità infernali. O forse – secondo una tesi meno accreditata ma ugualmente affascinante – Lucifero, che, di fronte alla richiesta divina di qualcuno che impersonasse la colpa come elemento tra gli elementi, acconsentì ad assumerla su di sé, mentre ogni altro angelo taceva. Gesto di coraggio che è in realtà furbizia, aggiunge Clamence, avendo intimamente chiaro che nessuno è escluso dalla colpa, nemmeno quel figlio di Dio attraverso cui si potrà rinfacciarla (e respingerla) al Padre.
… “vorremmo nello stesso tempo non essere più colpevoli e non fare lo sforzo di purificarci. Non abbastanza cinismo e non abbastanza virtù. Non abbiamo energia né per il male né per il bene. Lei conosce Dante? Sul serio? Caspita! Dunque sa che Dante ammette l’esistenza di angeli neutri nella lotta fra Dio e Satana. E li colloca nel Limbo, una specie di vestibolo del suo inferno. Noi siamo nel vestibolo, amico mio.”

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Valerio91 Opinione inserita da Valerio91    05 Gennaio, 2020
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Narcisismo patologico

Provo una notevole ammirazione per Camus; è uno degli autori che apprezzo di più perché le sue opere hanno l'ambizione di sviscerare in profondità l'animo umano, senza timore di tirarne fuori anche i lati peggiori. E questo, inutile dirlo, è una delle caratteristiche che più gradisco, in un romanzo; anzi, forse la considero una vera e propria raison d'etre.
Tuttavia, credo che l'ambizione di Camus ne “La caduta" sia andata leggermente oltre quella che è la sua reale efficacia: sembra che l'autore voglia sviscerare buona parte dell'animo umano, considerare molti dei tanti lati della sua natura; forse troppi, per essere trattati in un libriccino di neanche cento pagine. Ne viene fuori un condensato di numerosissimi concetti e riflessioni che, tuttavia, nel marasma di parole che vengono fuori dalla bocca del protagonista, perdono notevolmente di efficacia.
Quello che viene meglio messo in risalto, secondo me, è il ritratto del nostro protagonista, che alla fine si rivela la perfetta personificazione del narcisismo patologico. Credo che il lavoro di Camus, in questo senso, avrebbe il plauso dei migliori psicoterapeuti: lo smodato amore per sè stesso; la mania di possedere e tenere legate a sé le donne con cui intrattiene una relazione, senza esservi legato da un sentimento amoroso e vivendo le relazioni da vero libertino, salvo ripresentarsi al partner quando questo decide di staccarsi, per imprigionarlo ancora e riabbandonarlo.
Narcisismo patologico. Senza se e senza ma.
Nel tratteggiare questi lati del carattere di Clamence, Camus è stato abile, e forse questo personaggio avrebbe meritato maggior giustizia con un romanzo più lungo. Anche la scelta narrativa alla lunga stanca: l'autore sceglie infatti un soliloquio simile a quello adottato da Dostoevskij in Memorie dal sottosuolo", ma mentre questo era spezzato da alcuni avvenimenti e comunque si concentrava su pochi temi principali, i voli pindarici che Clamence fa ne “La caduta" stancano, alla lunga.
Pur avendo alcuni tratti interessanti, dunque, vedo in quest'opera come un'occasione mancata per creare un vero e proprio capolavoro: credo che gli elementi di base ci fossero, ma che non siano stati
adoperati al meglio.
Anche ai migliori capitano i passi falsi.

“La felicità e il successo, la gente te li perdona solo se accetti generosamente di condividerli. Ma, per essere felici, non bisogna occuparsi troppo degli altri. Ecco che allora non c’è via d’uscita. Felice e giudicato, oppure assolto e triste. Quanto a me, l’ingiustizia era ancora più grande: ero condannato per felicità passate. Avevo vissuto nell’illusione di un accordo generale, mentre da ogni parte piovevano su di me, distratto e sorridente, i giudizi, le frecciatine e i dileggi. Il giorno in cui me ne resi conto, scoprii la lucidità. Ricevetti tutte le ferite in una volta sola e persi di colpo le forze. L’universo intero prese allora a ridere intorno a me.”

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archeomari Opinione inserita da archeomari    27 Dicembre, 2019
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Duplicità e dialettica di un narcisista

Con inevitabili sprazzi di SPOILER

“Non ho mai avuto bisogno di imparare a vivere. Sapevo già tutto dalla nascita”

Il commento inizia così citando le parole di Jean-Baptiste Clamence

Un libro molto breve, ma dalle pagine densissime di concetti e riflessioni degne di essere annotate e riprese ogni volta che se ne sente la necessità.

Scritto nel 1956 ed ambientato in Olanda, precisamente ad Amsterdam in un bar del porto chiamato Mexico-City, l’opera consiste nel lungo discorso tenuto dall’ex avvocato parigino, ora giudice-penitente- come ama definirsi- Jean-Baptiste Clamence, ad un avventore del locale.
Il monologo, perché di un monologo si tratta, non essendoci replica da parte di chi sta ascoltando, subisce interruzioni nella finzione della storia, ma nella realtà del lettore è un fluire di parole in continuità.

Il linguaggio è garbato, affabulatore, cinico, forbito “ confesso di avere un debole per il congiuntivo” dirà Clamence, che nel parlare ostenta conoscenze in vari ambiti della cultura (scienze, arte, storia). L’auto compiacimento non si limita al solo linguaggio raffinato e ricco, ma si estende a tutta la sua persona, al suo modo di vivere, al suo aspetto fisico che emana, a sentire le donne con cui è stato, un certo fascino. Per amor di chiarezza spiega anche cos’è il fascino:

“Sa cos’è il fascino: quella cosa per cui ti senti rispondere sì senza aver fatto alcuna domanda precisa”

In una parola: irresistibile per una donna.

Perché l’uomo è duplice “non può amare senza amarsi”, non può essere felice se l’autostima è nella media, se non è libero dai giudizi degli altri. Nel momento in cui mostra una debolezza, scatta il giudizio e il pre-giudizio della gente.

A discapito della brevità, l’opera tratta tantissimi temi interessanti: non solo la superficialità dei sentimenti, dall’amicizia all’amore, ma tocca altre tematiche. La morte come spettacolarizzazione del dolore, come unica chiave che apre quella porta dei sentimenti veri sempre chiusa, la dialettica del potere e della servitù, dell’innocenza e della colpa, toccando anche il personaggio di Gesù.
Ed in questa dialettica spietata che egli spiega al suo interlocutore come mai da avvocato, ricco, ammirato e felice è diventato giudice-penitente.

Un uomo pieno di sé che tranquillamente confessa di aver amato tante donne solo sensualmente e mai nella profondità di un sentimento, mai “appesantito” da un legame. Questo concetto dell’amore fisico senza legame ricorda, con le dovute precisazioni e distanze, il libro di Kundera “L’insostenibile leggerezza dell’essere”, (pubblicata circa trent’anni dopo l’opera di Camus): Clamence fa pensare molto a Tomaš che, nonostante “il peso” del matrimonio con Theresa, separa allegramente l’amore dal sesso.

Il nodo cruciale è però il suo trauma che cerca di risolvere, ma a noi non è dato di sapere se ci riuscirà: nella notte sente una risata acuta e poi una ragazza che si getta nella Senna. Lui non ha fatto nulla per salvarla, si è nascosto dietro ad un “ormai è troppo tardi” “è troppo lontano”. La caduta della ragazza che rideva mentre si stava ammazzando, un po’ come Demetra che riesce a trovare la via degli Inferi ridendo nonostante il cuore a pezzi, rimarrà il suo incubo e la sua colpa. Anche agli occhi della sua coscienza Clamence non più innocente, si è macchiato di qualche colpa. Non può più essere giudice e in qualche modo dovrà provare ad espiare questo peccato, sarà un penitente a modo suo.
Clamence è un personaggio cinico e spietato che si nasconde dietro il ben parlare e la gentilezza dei modi. Un uomo attuale quale Camus ha sempre cercato di delineare nei suoi romanzi poiché
“L’ottimismo comodo, nel mondo attuale, non ha tutta l’aria di una derisione? Detto questo io non sono tra coloro che assicurano che il mondo corra verso la sua rovina. Non credo alla decadenza definitiva della nostra civiltà. Credo – beninteso senza nutrire su questo nient’altro che illusioni…ragionevoli – sì, credo che una rinascita sia possibile”. Con queste parole di speranza, tratte dall’intervista presente nella raccolta “L’estate ed altri saggi” (Bompiani) invito a leggere un altro grande libro di Camus , “L’uomo in rivolta “.

La lettura condivisa di questo libro con QFriends ha dato modo di scoprire tantissimi richiami letterari, per questo rimando alla discussione dedicata al libro creata da siti (Laura).


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Gli altri libri di Camus.
Ho trovato tratti del pensiero camusiano in Houellebecq, in particolare Serotonina
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Mian88 Opinione inserita da Mian88    23 Dicembre, 2019
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La discesa

«Ma ero dalla parte del giusto, e questo bastava a mettermi la coscienza in pace. Il sentimento del diritto, la soddisfazione d’aver ragione, la gioia di stimarsi, caro signore, sono molle potenti per sostenerci o farci andare avanti. Gli uomini si trasformano in cani rabbiosi, se gliele togliete. Quanti delitti commessi semplicemente perché il loro autore non poteva sopportare di essere in colpa!»

Amsterdam. Un avvocato, un lungo ininterrotto monologo. La consapevolezza, la maschera, il giudizio. La coscienza che è un flusso ininterrotto, un interlocutore che tace e ascolta, che col suo silenzio perpetrato ricorda quasi il monologo presente ne “Le braci” di Sandor Marai, la scelta di abbandonare quella bautta, la conseguente discesa negli inferi, nell’oblio.
L’obiettivo di Camus attraverso la voce del legale è quella di portare alla consapevolezza dell’evoluzione dell’animo umano in relazione con quella che non è tanto la giustizia terrena quanto la divina. L’avvocato, venuta meno la colonna portante, diventa giudice di se stesso e di ciò che lo circonda, diventa consapevolezza di quel che ha intorno con le varie luci che lasciano sempre più adito alle ombre. Una discesa nelle oscurità che è inarrestabile perché dalla crepa iniziale, giungere al baratro è un attimo. La conseguenza successiva è che venendo meno la figura divina, viene meno anche la dicotomia tra bene e male e quindi tutto diventa relativo e opinabile così come la caduta dell’essere umano che di fatto è per natura egoista ed egoriferito. Unico barlume di speranza che spezza il sinallagma è dato dalla figura della ragazza che si butta nel fiume e dall’atto di salvarla.
“La caduta” è un elaborato che conduce il lettore tra le fila di un ragionamento ben articolato che riesce a smuovere la riflessione. Come ogni volta Camus è una riscoperta, tuttavia, per quanto lo scritto mi abbia sorpresa e incuriosita qualcosa non mi ha completamente convinta. In parte ho faticato nella lettura a causa della pedantezza del monologo, in parte non sono riuscita a farmi completamente coinvolgere dalla linea sposata dal medesimo. Non posso dunque annoverarlo tra i migliori di questo romanziere.

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kafka62 Opinione inserita da kafka62    23 Dicembre, 2019
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CONFESSIONI DI UN GIUDICE-PENITENTE

“In fin dei conti, è proprio questo che sono, rifugiato in un deserto di pietre, di nebbie e d'acqua putrida, profeta vuoto per tempi meschini, Elia senza messia.”

“La caduta” è una lunga, ininterrotta conversazione che si sviluppa, per la durata di sei capitoli corrispondenti ad altrettante giornate, tra il protagonista, Jean-Baptiste Clamence, e un anonimo interlocutore incontrato in un sordido bar di Amsterdam. Siccome l'improvvisato compagno di Clamence non apre mai bocca, o se lo fa Camus lascia sempre sottintese le sue rade parole, il dialogo assomiglia tanto a un incessante monologo. La memoria letteraria non può che andare ad altre famose opere del passato, da “La tana” di Kafka a “Memorie dal sottosuolo” di Dostojevskij, accomunate a “La caduta” non solo dall'analogo procedimento stilistico (l'uso della prima persona singolare) ma anche – soprattutto la seconda – da un analogo impianto filosofico. Apparentemente le differenze tra i loro protagonisti non potrebbero essere più grandi: mentre quelli di Dostojevskij e di Kafka sono personaggi del sottosuolo (anche letteralmente, se si considera l'animale de “La tana”), frustrati, inappagati e diffidenti, Clamence si presenta fin dall'inizio come un uomo ben inserito nella società in cui vive, soddisfatto di sé, moralmente irreprensibile, dalla parte del giusto e – guarda caso – amante dei luoghi elevati (“alla metropolitana preferivo l'autobus, ai mezzanini le terrazze”). Egli è a prima vista quello che Dostojevskij definisce polemicamente un “homme de la nature et de la vérité”, la cui esistenza è improntata esclusivamente a meschini e conformistici principi come l'utile o il piacere. Ciò non gli impedisce però di lasciarsi andare ad appassionate requisitorie contro gli aspetti più ipocriti della società del tempo, come l'amicizia (“ci salvi il cielo dall'essere collocati troppo in alto dai nostri amici!”), la famiglia (“i parenti sanno la parola che ci vuole,... ma è una parola proiettile;... e mirano giusto, i traditori!”), il matrimonio (“orgia burocratizzata”, “monotono carro funebre dell'audacia e dell'inventiva” che “ha ridotto il nostro paese in pantofole”), la morale religiosa (“ci sono persone per cui la religione consiste nel perdonare tutte le offese, e le perdonano effettivamente; ma non le dimenticano mai”), ecc. L'istintiva simpatia e la disarmante sincerità di questo ex-avvocato parigino induce il lettore, nonostante la sua fastidiosa logorrea (è un po' come il troppo loquace compagno di viaggio in treno che ti impedisce con le sue chiacchiere di leggere in santa pace il tuo libro) e una sorta di malcelata ambiguità che trapela dalle sue parole, a empatizzare con lui, a condividere la sua irresistibile, vitalistica, anche se vagamente contraddittoria, volontà di “épater le bourgeois”, convinto che egli è, come il bombarolo di Fabrizio De André, “se non tutto giusto, quasi niente sbagliato”. E così le tirate polemiche contro i francesi (“mi è parso che i nostri concittadini avessero due frenesie: le idee e la fornicazione”), gli intellettuali da caffè (che si scandalizzano, contorcendosi “in preda alle convulsioni come il diavolo sotto l'acqua santa”, di fronte alle opinioni illiberali e reazionarie), ai romanzieri atei (che per partito preso professano nei loro libri idee anti-religiose, ma non riescono a evitare di adottare un moralismo altrettanto ipocrita dei pensatori cristiani, in una sorta di “satanismo virtuoso”: una frecciata dell'autore all'amico-nemico Jean-Paul Sartre?), gli uomini di fede e i ministri del culto (che “hanno installato il Signore in un tribunale, nel fondo di loro stessi, e picchiano, e giudicano, soprattutto giudicano […] col perdono sulle labbra e la sentenza nel cuore”), e perfino Dio (che non è più necessario come entità garante della morale, al punto che oggigiorno l'unica funzione della religione sarebbe quella di essere “una grande impresa di lavatura”) e la società contemporanea (dominata dalla cieca violenza del potere e dall'hobbesiano principio che “homo homini lupus”), queste tirate polemiche – dicevo – funzionano come altrettante trappole che, abilmente predisposte da Camus, catturano poco alla volta il lettore, trasformandolo a sua insaputa in un complice del protagonista, una sorta di suo “doppelganger” (“La caduta è in fondo come uno specchio in cui, guardando l'immagine riflessa, egli vi si riconoscesse e, parafrasando la famosa frase di Flaubert, fosse costretto ad ammettere: “Clamence c'est moi!”)
Quando, verso la metà del romanzo, il gioco finalmente si scopre, è ormai troppo tardi. A fare da linea di demarcazione tra la chiacchierata spensierata tra due compagni di bevute e la discesa agli inferi di un'anima ferita ed esacerbata è un episodio fatidico, il classico evento del quale si può dire che dopo di esso niente è più come prima. La notte d'autunno in cui Clamence, passeggiando lungo la Senna, sente distintamente una persona, presumibilmente una donna fugacemente incrociata pochi attimi prima, gettarsi dal ponte che ha appena attraversato e non fa nulla per salvarla o per chiamare i soccorsi, fa irruzione nella sua vita la coscienza, sotto forma di una beffarda risata che lo perseguiterà negli anni a venire, risuonando nei luoghi e nei momenti più inaspettati. La risata, oltre che la coscienza, rappresenta anche l'assurdo che fatalmente entra senza preavviso nella vita dell'uomo, mettendo a nudo la sua falsità e la sua ipocrisia. Le certezze acquisite da Clamence iniziano così a vacillare, facendo trapelare l'egoismo alla base delle sue scelte di vita (“Sono sempre stato pieno di vanità da scoppiare. Io, io, io, ecco il ritornello della mia cara vita”) e lasciando come ineliminabile scoria di una esistenza di dissolutezze e di sterile ricerca del piacere un sordo, disperante disagio. Ma l'uomo non vuole sentirsi in colpa e non ammette di essere giudicato in alcun modo (“Vorremmo nello stesso tempo non essere più colpevoli e non fare lo sforzo di purificarci. Non abbastanza cinismo e non abbastanza virtù”). L'unico modo per evitare il giudizio (“Il problema è... di evitare il giudizio. Non dico evitare il castigo. Il castigo senza giudizio è sopportabile […] No, si tratta invece di sfuggire al giudizio, di evitare d'essere sempre giudicati senza che mai venga pronunciata la sentenza”) e non essere più dalla parte del torto è quello di giudicare a propria volta gli altri. Camus modifica impercettibilmente la massima di Kafka (“La colpa è sempre fuori discussione”), trasformandola nella più confortevole formula “la colpa degli altri è sempre fuori discussione”. Ma siccome non si possono condannare gli altri senza giudicare immediatamente se stessi, bisogna fare la strada inversa: incolpare se stessi per avere il diritto di giudicare gli altri. Ecco quindi Clamence trasformarsi da avvocato in giudice-penitente. Cosa significa essere un giudice-penitente? La spiegazione risiede in tutto quanto si è letto fino ad allora, in una sorprendente e inattesa mise en abyme. La confessione di Clamence (il racconto apparentemente franco e privo di reticenze della propria vita) è il meccanismo da lui studiato per provocare l'immedesimazione degli altri (“Non mi accuso grossolanamente, a pugni sul petto. No, navigo con destrezza, moltiplico le sfumature e digressioni, insomma adatto il discorso all'ascoltatore, lo induco a rincarare la dose. Mescolo quel che mi concerne e quel che riguarda gli altri. Prendo i tratti comuni, le esperienze sofferte insieme, le debolezze che abbiamo entrambi, le buone maniere, l'uomo d'oggi insomma. […] Quando il ritratto è terminato... lo mostro, tutto sconsolato. “Ahimé, ecco chi sono.” La requisitoria è finita. Ma in quel preciso istante il ritratto che mostro ai miei contemporanei diventa uno specchio. […] Poi, inevitabilmente, passo nel discorso dall'io al noi. Quando arrivo all'”ecco che cosa siamo”, il gioco è fatto, posso dire a ciascuno la sua verità. […] Il vantaggio è chiaro... Più mi accuso e più ho il diritto di giudicare”). Con questo sistema il processo intestato a se stessi si rovescia come un guanto e coinvolge gli altri. Camus capovolge quindi il famoso grido di Ivan Karamazov citato nel suo “L'uomo in rivolta” (“Se non sono salvi tutti, a che serve la salvezza di uno solo!”) in una sorta di “Se non sono condannati tutti come si riesce a realizzare la felicità di uno solo?”. Ne “La caduta” il protagonista, come un demoniaco demiurgo, si auto-assolve dai suoi peccati, si ripulisce la coscienza, o meglio dimentica di averne una, sfugge la responsabilità di un vero pentimento e abdica alla propria libertà in cambio di un po' di smemorata tranquillità. Clamence usa il suo stratagemma come un anestetico, che non fa sentire il dolore della vita ma ottunde i sentimenti più profondi, rendendolo in fondo meno umano. La morale de “La caduta” è profondamente pessimistica: Clamence rinuncia, insieme alla sua angoscia, anche alla sua libertà e quindi, dal momento che Kierkegaard e Heidegger ci avevano insegnato che l'uomo è condannato a essere libero, rinuncia alla sua unica possibilità di una vita autentica. Come ne “La leggenda del Santo Inquisitore” di Dostojevskij, la libertà è per l'uomo un fardello insopportabile (“alla fine di ogni atto di libertà c'è una sentenza: per questo la libertà pesa troppo”), ed egli è disposto a cederla in cambio del servaggio (“L'essenziale è di non essere più liberi e di obbedire, nel pentimento, a qualcuno più furfante di noi. […] Tutti uniti, finalmente, ma in ginocchio, e a capo chino”). Se “Il mito di Sisifo” e “La peste” avevano, dopo il nichilismo de “Lo straniero”, gettato un barlume di speranza nella filosofia esistenzialista di Camus, esaltando il primo la sopportazione, l'accettazione del proprio destino, sia pure quello di rotolare un masso per l'eternità, la seconda la solidarietà umana (di stampo, oserei dire, leopardiano) come gesto di ribellione nei confronti dell'assurdo, ne “La caduta” si registra un netto passo indietro: l'uomo prende sì coscienza dell'assurdo, ma non cerca mai – sia pure in modo velleitario – di lottare contro di esso; al contrario egli si sforza di evitare il giudizio con la dimenticanza e di sfuggire alle responsabilità facendosi scorrere sopra le cose, in tal modo sprecando la sua libertà e la sua possibilità di scelta, e decretando in tal modo lo scacco della filosofia esistenzialista (le ultime parole - “Adesso è troppo tardi, e sarà sempre troppo tardi, per fortuna!” - sono fin troppo emblematiche).
“La caduta” è un libro lucido e incalzante, caratterizzato da una densità filosofica inusitata. Dalla prima all'ultima delle sue ottanta pagine, Camus non dà un attimo di tregua al lettore, incalzandolo con domande esistenziali di ineludibile urgenza, fino al delirante e quasi satanico finale. La costruzione del romanzo, scritto con uno stile di limpida e adamantina chiarezza, è eminentemente astratta e mentale: tutto è proiezione dell'io ipertrofico del protagonista, e lo stesso interlocutore potrebbe essere benissimo una sua invenzione (e del resto ciò non è così importante, dal momento che – come abbiamo visto – Clamence è come se parlasse a tutti noi, con un meccanismo analogo a quello cinematografico dello sguardo in macchina, quando cioè in un film un personaggio comunica rivolgendosi direttamente alla cinepresa). Clamence passeggia nelle viuzze del Ghetto Ebraico e lungo i canali di Amsterdam oppure naviga nello Zuiderzee alla volta dell'isola di Marken, ma l'Olanda stessa è null'altro che un luogo fantomatico, utile tutt'al più come pretesto di eleganti metafore (i canali concentrici della capitale assomigliano ai girono dell'inferno, le dune e le spiagge livide davanti al mare color lisciva fanno pensare a una terra morta e spopolata, e gli stessi olandesi, “costretti in un piccolo spazio di case ed acqua, assediati da nebbie, da terre fredde e da un mare che fuma come un bucato”, sono espressione della duplicità della natura umana, essendo come degli spettri, qui e altrove nello stesso istante). Tutto ne “La caduta” è ambiguo, segnato da aporie e contraddizioni, e il lettore deve imparare a destreggiarsi tra verità e menzogna (“E' molto difficile districare il vero dal falso in ciò che racconto... In fin dei conti che importanza ha? Le menzogne finiscono per mettere sulla strada della verità”). Alla fine di questa lettura, al tempo stesso esaltante e ostica, splendida ed estenuante, veniamo come risucchiati dall'inesauribile vortice delle sue riflessioni e finiamo per sentire sulla nostra stessa pelle il disagio del protagonista e per patire i suoi medesimi rovelli mentali, come insetti catturati nella sua mitrabile ragnatela, accomunati a lui da una ineffabile sensazione di torbida e vergognosa connivenza. “Pronunzi lei le parole che da anni non hanno smesso di risuonare nelle mie notti e che finalmente dirò per bocca sua: “Fanciulla, gettati di nuovo in acqua perchè io abbia una seconda volta la possibilità di salvare entrambi!”. Una seconda volta, eh, che imprudenza! Supponga, caro avvocato, che ci prendano in parola? Bisognerebbe decidersi”. Noi che decisione prenderemmo al suo posto? Ci butteremmo in acqua rischiando la vita per salvare un suicida o gireremmo la testa dall'altra parte, facendo finta di nulla?

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"Memorie dal sottosuolo" di Fedor Dostojevskij
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lapis Opinione inserita da lapis    22 Dicembre, 2019
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"I tuffi rientrati lasciano strani reumatismi"

Acque color liscivia, acque agitate che scorrono sotto i numerosi ponti di Amsterdam. Da non attraversare mai perchè il rischio di incontrare una giovane pronta a tuffarsi è troppo alto. E allora intervenire sarebbe necessario, così come non farlo.
Perchè l'amore per il prossimo, la generosità, l'altrusismo si nutrono di autocompiacimento e stima sociale, ma si sbriciolano facilmente quando sull'altro piatto della bilancia c'è il proprio stesso bene. E allora, cosa accadrebbe all'uomo, così messo di fronte alla verità della propria doppiezza?

E' questa la domanda che si rincorre nella lunga confessione che Jean-Baptiste Clamance affida al suo invisibile interlocutore. Un passato da avvocato irreprensibile e uomo probo, la soddisfazione di trovarsi dalla parte del giusto e di leggere ammirazione negli occhi degli altri. Una felicità di vanità ed egoismo, perchè, in fondo, la felicità non si gioca nella propria interiorità. Ed ora, un presente da giudice-penitente, perchè la comprensione impone colpa, giudizio, penitenza. Ma offre anche salvezza?

Moltissimi sono in effetti gli spunti di riflessione offerti da questo scritto, di parole potenti e pregne di filosofia. Camus sviluppa intorno al tema del giudizio quelli della giustizia, della libertà, della religione, dello scopo stesso dell'esistenza. Vorrei poter dire di non essermi mai persa in queste dissertazioni, invece molti passaggi di questo lungo soliloquio, tanto eloquente quanto glaciale, mi sono risultati oscuri e di difficile lettura, in tutta onestà. Mio limite di lettrice, certamente, incapace di riconoscere e apprezzare i rimandi e le sfumature più "intellettuali", se mi è consentito il termine. A me, semplice lettrice, sono rimasti invece in bocca l'aridità di un boccone di sabbia e un desolante sapore di disperazione.

"Felicità e successi si perdonano se uno acconsente generosamente a condividerli. Ma per essere felici, non bisogna occuparsi troppo degli altri. Quindi, non c'è via di scampo. Felice e giudicato, o assolto e miserabile".

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Mario Inisi Opinione inserita da Mario Inisi    22 Dicembre, 2019
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Il tuffo

Pedante monologo di un avvocato che presenta agli occhi del lettore, senza che il lettore ne abbia piena consapevolezza, l'evoluzione dell'animo umano una volta tolto di mezzo il giudice, Dio, quindi la morale e la legge intendendo con legge non la legge umana, ma il punto fermo della legge divina. Tolto il perno, l'avvocato, diventato giudice, forse papa, forse dio, descrive l'evoluzione del proprio animo, quindi diciamo dell'animo umano in quanto l'avvocato non è nè migliore nè peggiore degli altri uomini: è un uomo insomma a tutti gli effetti, perciò il discorso che fa su se stesso potrebbe essere visto anche come profetico dell'evoluzione dell'animo dell'uomo in mancanza di riferimenti morali.
Troviamo all'inizio della sua parabola discendente, l'avvocato a difendere gratuitamente orfani e vedove e a fare elemosina ai bisognosi e a aiutare ciechi eccetera nelle loro ordinarie necessità. Essendo come dicevo un uomo, il nostro avvocato non è buono in assoluto (Dio solo è buono), di conseguenza nelle sue azioni c'è una macchiolina, un difetto, un desiderio di approvazione o di riconoscimento che rende tali azioni per quanto lodevoli, tuttavia imperfette.
Il gioco dell'avvocato consiste per tutto il testo nel voler convincere il lettore che dalla macchiolina iniziale alla caduta più rovinosa della degenerazione finale non c'è che una lieve distanza. E' il fatto di togliere un riferimento assoluto alla morale, di togliere un Giudice di mezzo, che rende tutto relativo, tutto opinabile, tutto così è se vi pare in mano a un bravo avvocato. La discussione è in fondo corretta: la rinuncia a Dio implica una rinuncia all'idea di Bene e di Male, cioè la rinuncia a riferimenti assoluti e implica necessariamente la caduta dato che l'uomo è per natura egoista e ama soprattutto se stesso e persegue in tutta onestà e sincerità il proprio piacere che mal si concilia con il bene altrui. Ragion per cui la caduta è inevitabile. Nonostante l'esattezza del ragionamento, Camus non rinuncia a una speranza che sta nella ragazza che si butta nel fiume. L'atto di tuffarsi dietro alla ragazza per salvarla spezzerebbe la logica delle cose. In un certo senso anche in un mondo senza Cristo, il sacrificio ha il potere di spezzare la logica di potere del mondo. Il finale contiene quasi una invocazione alla ragazza perchè si getti nel fiume.

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Pelizzari Opinione inserita da Pelizzari    19 Dicembre, 2019
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Trappola al lettore

Spunto di lettura nato dalla proposta di partecipazione ad un gruppo di lettura con i QFriends. Il libro si apre e si presenta come un lungo monologo, in cui il protagonista si auto-presenta quasi come un supereroe, ma con discrezione, e sembra quasi con eleganza e garbo. Il ritmo è lento, scandito, induce il lettore alla pazienza, cresce il senso dell’attesa e proprio tu, lettore, sei il compatriota cui il protagonista si rivolge. Escamotage per coinvolgere, per irretire, quasi per tendere una trappola. Perché molto presto ti accorgi che non siamo di fronte ad un personaggio così positivo. Anzi, una risata è il giro di boa di questo piccolo romanzo. Subito dopo si scopre la vera natura di questo uomo, un po’ meschino, un po’ misogino. Un Giano bifronte, che può risultare anche non così antipatico pur essendo un personaggio negativo, oppure tremendamente insopportabile, a seconda della sensibilità del lettore. Il testo, seppur breve, può essere fonte di incredibili collegamenti e trasposizioni letterarie, che non avrei colto senza la possibilità di questa lettura copartecipata, che è stata un’esperienza davvero speciale.

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siti Opinione inserita da siti    18 Dicembre, 2019
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La requisitoria in confessionale senza etica né mo

Mi chiedo, dopo questa lettura, cosa avrebbe ancora scritto Camus, se la morte beffardamente anticipatrice , non lo avesse sottratto a tutti noi due anni dopo aver scritto questo testo . Mi chiedo se le sue visioni dell’uomo sarebbero diventate ancora più negative, e, al tempo stesso, anch’esse beffarde e sornione. Perché che qui, in fondo, ci abbia provato gusto, non me lo leva dalla mente nessuno, ha voluto giocare, dissimulare, intrattenere servendosi di un alter ego , Jean-Baptiste Clamence e, nello specchio della finzione letteraria, trasformare l’interlocutore dell’avvocato in tutti noi, i suoi lettori.
Il monologo/ requisitoria - d’ora in poi il lessico sarà quello prevalente nella giurisprudenza, con alcuni inserti riconducibili al cristianesimo- che l’avvocato parigino, ora giudice-penitente, intraprende con l’avventore borghese del bar di periferia di Amsterdam, quanto tiene nel sacco il suo indefinito ascoltatore, tanto tiene in pugno il lettore che si ritrova a desiderare di sentire ancora quella voce, di capire chi sia colui che parla e soprattutto di comprendere cosa vada dicendo. Il discorso, tra l’altro non è nemmeno racchiuso dentro l’unità di tempo, perché spezzato in una manciata di giorni e trasferito in diversi luoghi della città, quasi tutti esterni, per andare a culminare poi nell’appartamento dello stesso Jean-Baptiste Clamence, nell’ex ghetto ebraico, “nel luogo d'uno dei maggiori delitti della storia”.
Ma che ha da dire di così tanto pressante costui? Niente! Semplicemente si confessa, riconosce il limite della sua condizione umana e di riflesso di tutta l’umanità , di cui lui è un eccellente interprete rappresentandone un degno condensato. Certo che dalla sua parte pare avere, contrariamente a tutti gli altri, inteso alla perfezione quale possa essere la chiave di volta. Non resta che condividere la scoperta, perché essa sarà funzionale alla sua redenzione anche se ancora una volta sarà una scelta egoistica.
In un narcisistico e autoreferenziale atto liberatorio, egli potrà nuovamente porsi al traguardo di partenza, e, dotato della sua superiorità che gli deriva dal segreto, scalare le vette più alte dalle quali lanciare gli strali del suo giudizio.
“Il sentimento del diritto, la soddisfazione d'aver ragione, la gioia di stimarsi, caro signore, sono molle potenti per sostenerci o farci andare avanti. Gli uomini si trasformano in cani rabbiosi, se gliele togliete.”
Triste la condizione umana: i suoi esemplari si ritrovano a poter essere felici e ad avere successo a patto di condividere tale felicità e tale successo, solitudine e felicità non vanno di pari passo come sono incompatibili anche solitudine e successo. L’uomo si ritrova dunque felice solo se viene assolto dal consorzio umano che lo sottopone a giudizio e poiché è necessario questo passaggio ( giudizio- condanna- assoluzione) è di conseguenza un miserabile. L’uomo è dunque in un eterno Limbo.
Qualcuno può sfuggire al giudizio altrui? Qualcuno può vivere libero?Basterebbe uscire dal consorzio umano, sottrarsi al giudizio?
E la giustizia terrena che ruolo esercita?Dov’è la colpa? Qual è l’innocenza?Dove risiede veramente il giudizio?È possibile svincolarsene?Che posto avrebbe la coscienza in un atto umano di estrema ribellione al proprio giudizio ?
L’uomo non ha scampo: a nulla può l’etica , a niente vale la morale.

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La caduta, Durrenmatt
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FrankMoles Opinione inserita da FrankMoles    07 Luglio, 2018
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Un'assurda solitudine

La caduta è un romanzo pubblicato nel 1956 in cui Camus, all’indomani della trilogia dell’assurdo (Il mito di Sisifo, Lo straniero e Caligola) prosegue l’indagine sulla condizione esistenziale dell’uomo moderno. Il romanzo è costituito infatti da una serie di monologhi di Jean-Baptiste Clamence, un brillante avvocato parigino trasferitosi ad Amsterdam, dove fa “studio” presso il bar Mexico City, i cui avventori diventano i suoi nuovi clienti. Egli, tuttavia, non concede mai loro la parola, cosicché l’intera opera si presenta come un dialogo tra il protagonista e un interlocutore fittizio, ovvero, in ultima analisi, il lettore.

"Bisogna che accada qualcosa, è questa la spiegazione della maggior parte degli impegni che gli uomini assumono."

Clamence è l’emblema dell’uomo che vive nell’assurdo, ovvero dell’uomo che trascorre la sua esistenza perpetrando un autoinganno volto a mistificare il suo non-senso. L’assurdo si manifesta nella dicotomia tra esteriorità ed interiorità: durante la sua vita da avvocato a Parigi, il protagonista si mostrava all’apparenza dedito alla virtù, al benessere altrui, guadagnandosi la stima di tutti; in realtà, ciò nascondeva un profondo egocentrismo. Egli infatti confessa apertamente di essersi comportato in maniera narcisistica, rivendicando una superomistica libertà che gli consentiva di perseguire e ottenere tutto ciò che desiderava. In virtù di ciò, Clamence si sentiva superiore a tutti, finché non comprese la duplicità che governava la sua esistenza e non decise di cambiar vita.

"La verità come la luce acceca. La menzogna, invece, è un bel crepuscolo, che mette in valore tutti gli oggetti."

Abbandonata la sua vita lussuosa, Clamence si mescola ai miseri avventori di uno squallido bar quasi con atteggiamento profetico, esercitando la professione del giudice-penitente: svelando “socraticamente” la colpevole menzogna in cui tutti gli uomini vivono come allucinati, in modo da rendere colpevole insieme a lui l’umanità intera, egli diventa quindi giudice universale. È evidente che la sua non è una redenzione; non è la rivolta di Sisifo all’assurdo della vita o il vitalismo di Caligola. Egli è, invece, un falso profeta, che elimina la menzogna non migliorando sé stesso, ma limitandosi a perseguire il suo narcisismo e giustificandosi mediante il meccanismo del giudice-penitente. Quella di Clamence è, giustappunto, una caduta: una caduta verso la solitudine e verso l’isolamento sociale.

"Non sapevo che la libertà non è una ricompensa, né una decorazione che si festeggi con lo spumante; e neppure un regalo, una scatola di leccornie. Oh! no, anzi è un lavoro ingrato, una corsa di resistenza molto solitaria, molto estenuante. Niente spumante, niente amici che levano il bicchiere guardandoti amorevolmente. Solo in un'aula tetra, solo sulla pedana al cospetto dei giudici, e solo a decidere, di fronte a se stessi o al giudizio altrui. Alla fine di ogni atto di libertà c'è una sentenza; per questo la libertà pesa troppo, specie quando si ha la febbre, o si è inquieti, o non si ama nessuno."

Qual è dunque la relazione tra verità e libertà? È possibile per l’uomo essere autenticamente libero in una società che si fonda sulle apparenze? La risposta di Clamence è chiara e chiara è la sua scelta a favore della verità e della libertà. Eppure, egli appare tutt’altro che svincolato dall’assurdo e ben lontano dal raggiungimento di quella felicità personale che gli umanissimi non-eroi di Camus affannosamente ricercano nella costante rivolta alla loro condizione.
Anche in questo caso, dunque, non sembra esserci una risposta risolutiva: l’uomo risulta sempre e ancora in balia di una solitudine che, tanto nella libertà della verità quanto nella menzogna dell’apparenza, non sembra aprire la strada verso il suo appagamento sociale e personale, né tanto meno si presenta come una scelta moralmente accettabile.

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Bruno Elpis Opinione inserita da Bruno Elpis    07 Mag, 2015
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Il giudizio universale. Avviene ogni giorno

“La caduta” di Albert Camus è un testo che trae dall’assurdità reale la propria linfa narrativa.

Jean-Baptiste Clamence è un avvocato parigino (“Alcuni anni fa ero avvocato a Parigi, un avvocato abbastanza noto…”) che ha esercitato la professione con magnanimità e dedizione (“Ne assumevo la difesa a una sola condizione: che fossero dei buoni assassini, nel senso in cui si parla del buon selvaggio”). Quando si rende conto che, sotto la scorza dell’esteriorità (“Per l’uomo moderno, basterà una frase: fornicava e leggeva giornali”), covano narcisismo (“Dopo la recita, gli inchini”), superbia, vanità, aggressività (“Invece ero impaziente di prendere la rivincita, di picchiare e di vincere”) e superficialità (“Avrei dato dieci colloqui con Einstein per un primo appuntamento con una comparsa carina”), la dilacerazione (“Mi pareva che la menzogna crescesse di pari passo, così smisurata che mai più avrei potuto mettermi in regola”) prende il sopravvento e l’uomo si abbandona ai piaceri più disparati (“Oltre alla sensualità, l’amore del gioco”) e a esperienze edonistiche (“Le donne infatti hanno una cosa in comune con Bonaparte: pensano sempre di riuscire dove gli altri sono falliti”).
La coscienza della contraddizione (“Per finirla con l’ambiguità, bisogna semplicemente finir di vivere”) si realizza in una Parigi surreale (“Ero felice di camminare, un po’ intorpidito, fisicamente calmo, col corpo irrigato da un sangue lento come la pioggia che cadeva”), nella quale Clamence realizza la propria resa quando assiste con indifferenza e vigliaccheria, senza intervenire, al suicidio di una donna che si butta nella Senna.

Con consapevolezza problematica, Clamence abbandona la professione e si trasferisce nel ghetto (“Io abito nel luogo d’uno dei maggiori delitti della storia”) di Amsterdam, città di incontri (“Le donne dietro quei vetri? I sogni, caro signore, sogni a buon mercato, il viaggio nelle Indie!... Lei entra, tirano le tendine e la navigazione incomincia”), ove predilige luoghi come la diga, deprimenti (“Fra i paesaggi negativi, è il più bello!”), ma non per questo meno struggenti (“Il mare color liscivia chiaro, il vasto cielo dove si riflettono le pallide acque. Un inferno soffice”). Ad Amsterdam, nel bar Mexico City (“A Mexico-City è a casa mia, sono particolarmente felice di averla mio ospite”) l’ex avvocato colloca un nuovo centro di attività locutoria (“Guai a voi, quando tutti diranno bene di voi”), intrattenendo gli avventori con monologhi che hanno lo scopo di estendere anche agli altri “la caduta”.
L’obiettivo di questa nuova fase (un predicatore? Un affabulatore? Un falso profeta?) è quello di smascherare le apparenze che soffocano l’individuo, nella parte del giudice-penitente (“Bisognava fare la strada in senso inverso, esercitare il mestiere di penitente per poter finire giudice”), per confessare al mondo le contraddizioni con una denuncia (“Il giudizio universale. Avviene ogni giorno”) che metta a nudo l’inferno delle ipocrisie personali (“Diciamo che compii l’opera il giorno in cui bevvi l’acqua di uno di noi che agonizzava”) e delle costruzioni sociali (“Proclamava la necessità di un altro papa che vivesse tra i miseri, invece di pregare su un trono…”).

Un testo drammatico, sospeso in modo doloroso (“Credono sempre che ci si uccida per un motivo. Invece se ne possono avere anche due”) all’impalcatura artistica di un autore che ha interpretato con grande effetto le angosce dell’esistenzialismo.

Bruno Elpis

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